
Girandola di bozze, il provvedimento si dilata inutilmente: le scadenze dei pagamenti sono lunedì. Il Mef annuncia tramite un comunicato che i versamenti sono differiti, ma non si sa di quanto. Sarà «graziato» solo il 15% circa degli interessati.Il decreto che deve spiegare a 23 milioni di lavoratori e imprenditori se le tasse vanno pagate lunedì non c'è. È ancora in fase di costruzione. Il Consiglio dei ministri è previsto per oggi, ma potrebbe slittare a domani. Così, per la prima volta nella storia della Repubblica un comunicato del ministero dell'Economia annuncia un decreto. Obiettivo è spiegare che lunedì le scadenze di tasse e contributi slittano e che poi scopriranno (dopo la pubblicazione del decreto in Gazzetta) chi dovrà sottoporsi a una nuova scadenza e chi invece sarà graziato con l'abbuono delle imposte. Lo schema è infatti il seguente. L'ammontare complessivo del decreto a favore di imprese e famiglie sta raggiungendo la cifra dei 15 miliardi. Di questi, poco più di 5 saranno dedicati a incentivi fiscali diretti o al taglio dei versamenti. Se consideriamo gli ultimi due anni, il mese di marzo è sempre stato caratterizzato da un ammontare complessivo di poco inferiore ai 30 miliardi. Oltre 10 solo di Iva, poi accise e altre imposte indirette per 6 miliardi. Per finire con il 31 marzo, data nella quale si prevedono 13 miliardi di tasse dirette. Se questi sono i numeri il taglio varrà il 16% del totale. Non di più. Alla faccia delle dichiarazioni, probabilmente improvvide, del ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, che soltanto ieri ha garantito in radio il taglio per tutti. Invece le bozze, anche se in fieri, sono chiare. Si tratta di misure fiscali in attesa di quantificazione e delle relative norme. In particolare, «si valuta la sospensione dei versamenti dei contributi e delle ritenute per le filiere maggiormente colpite», si legge, «lo stop dei versamenti Iva, delle ritenute e dei contributi per le aziende fino a 400.000 di fatturato per prestazioni di servizi e 700.000 per cessioni di beni». Allo studio la sospensione dei termini per le attività di Agenzia entrate e riscossione così come la sospensione, già prevista per la zona rossa, dei termini per le cartelle, per saldo e stralcio e per rottamazione ter. Confermato, invece, ieri anche dall'Erario lo stop all'invio di cartelle e atti esecutivi. Tra le altre possibili misure allo studio, il credito d'imposta per gli affitti commerciali per il proprietario che rinuncia a parte della locazione e deduzioni per le donazioni per combattere il coronavirus. L'incertezza regna sovrana. Almeno, il governo ha deciso di non fare il gabelliere come al solito e dare una piccola speranza agli italiana. Anche se destinata presto a infrangersi. Purtroppo i tecnici del Mef e della Ragioneria hanno già detto di no all'ipotesi di incrociare sic et simplicter gli F 24 delle aziende con i debiti della pubblica amministrazione. Il motivo: manca la cassa per lo Stato. E, detto in momenti come questo in cui mancherà la cassa nelle case dei singoli cittadini, è molto amaro. Ricordiamo tutti la promessa fatta da Matteo Renzi sul salotto tv di Bruno Vespa. Avrebbe pagato tutti i debiti della Pa, altrimenti sarebbe andato a piedi a far visita a un monastero toscano. Non è stata mantenuta nessuna delle due promesse. Purtroppo, Renzi non è stato l'unico a lasciare che i privati venissero strozzati. Da anni le azienda fanno da bancomat e per calcolare i loro crediti si usa il pallottoliere dei miliardi. Basti pensare a un singolo esempio. Il fallimento di Condotte a credito verso la Pa per 2 miliardi poteva essere evitato? Forse sì. Stesso discorso per migliaia di altre aziende. Se lo Stato avesse pagato, saremmo tutti arrivati più forti per affrontare il coronavirus. Adesso, quei soldi sarebbero stati una panacea. Invece nulla cambia e si misureranno gli aiuti con il metro dell'elemosina e si preferisce dare contributi a pioggia. Poco e pochissimo efficaci. Ieri in tarda serata, il Mef ha fatto sapere che le bozze che circolano del decreto in uscita non sono affidabili e che tutto cambierà dopo aver sentito le parti sociali. Una dichiarazione che preoccupa due volte. Primo perché i tecnici basano il lavoro su ipotesi sfalsate? Secondo, se basta una riunione con i sindacati per cambiare un intero decreto di emergenza, allora abbiamo la conferma dell'impreparazione di Giuseppe Conte. Non sappiamo da quale dei due timori sia meglio farsi assalire. Nel frattempo e - qui veniamo alle note positive - sono confermati gli investimenti (almeno 2 miliardi) per i corpi di polizia e per la protezione civile. Soprattutto sono confermati gli aiuti alle famiglie costrette a casa. Si va dal bonus baby sitter (tra i 600 e i 1.000) al congedo parentale ed entrambe i sostegni anche per le partite Iva che dovranno poter ottenere incentivi dalle rispettive Casse. Per il resto il decreto sta diventando omnibus. Ieri la Lega ha fortemente criticato l'idea di portare il testo oltre le 100 pagine per il rischio di pasticciare con decine di iniziative tutte da tradurre in decreti attuativi. Da varare l'aiuto per il settore dei trasporti, fondi per le carceri e per i ministeri dello Sport e dei Beni culturali. Dentro il testo anche proroghe per le scadenze di brevetti e patenti, oltre che per le tesi di laurea. Purtroppo disposizioni che scopriremo nel fine settimana dopo aver assistito allo slittamento del decreto che deve far slittare la cosa più importante: le tasse.
Il ministro Roccella sul caso dei “bambini del bosco”: togliere tre figli ai genitori è un atto estremo che richiede pericoli reali, non dubbi educativi. La socializzazione conta, ma non più della famiglia. Servono trasparenza, criteri chiari e meno sospetto verso i genitori.
Riccardo Szumski (Ansa)
Quasi 100.000 voti all’outsider provano che serve un riparatorio atto di onestà dello Stato.
Senza ombra di dubbio, i 203.000 voti di preferenza ottenuti da Luca Zaia alle elezioni regionali in Veneto sono un grande successo politico, oltre che personale. Ma che dire allora dei quasi 100.000 (96.474, per la precisione) ottenuti da Riccardo Szumski nella stessa competizione? Il leghista è il presidente uscente di una Regione che ha governato per 15 anni, ex ministro, volto tv notissimo e con un partito nazionale alle spalle. Il medico nel mirino dell’Ordine (ha fatto ricorso contro la radiazione) è, anzi era, sconosciuto alla quasi totalità degli italiani, ex sindaco di Santa Lucia di Piave, un paese di neppure 10.000 abitanti. Eppure ha preso una valanga di preferenze ed è riuscito a conquistare ben due seggi in consiglio regionale con la sua lista Resistere Veneto.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 26 novembre con Carlo Cambi
Elly Schlein (Ansa)
Il nuovo scopo del campo largo? Cavalcare il disagio nelle sue roccaforti boicottando la riforma. Roberto Calderoli: «Governo anti-Meridione, ora ribellatevi». Ma il divario col Nord è figlio delle pessime amministrazioni dem.
Elly Schlein vince al Sud. Come era accaduto alle Europee di un anno e mezzo fa. E subito parte la nuova battaglia, messa da parte quella green e quella per la Palestina a bordo della Flotilla: no all’autonomia. Con lei subito scendono in campo Roberto Fico, neo presidente della Campania, e Michele Emiliano, governatore uscente della Puglia. Insomma, il campo largo trova un altro motivo per stare al mondo: boicottare la riforma Calderoli. Riforma che invece piace non solo in Veneto, visto l’exploit della Lega che ha doppiato Fratelli d’Italia, ma anche in Lombardia, Piemonte e Liguria che la scorsa settimana hanno siglato le pre-intese per avere la gestione in autonomia della protezione civile, delle professioni, della previdenza complementare e di alcune voci legate al fondo sanitario, cioè soldi che sono in cassa ma che per qualche motivo burocratico che non si capisce chi l’abbia scritto non si possono spendere.






