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2019-04-27
Siri, depositate le carte Il pm ribadisce: «Virgolettati farlocchi»
Ansa
La Procura di Roma ieri era in subbuglio. Il pool dei giornalisti che da mesi cerca di far cadere il sindaco di Roma Virginia Raggi e danneggiare in tutti i modi la Lega ha iniziato a presidiare gli uffici giudiziari di prima mattina alla ricerca dell'intercettazione che Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero avevano propinato ai loro lettori in tre diverse versioni, ma offrendola come verità rivelata. Purtroppo, in realtà, non ce l'aveva nessuno e ieri erano tutti a caccia. Dopo lo scoop della Verità che ha raccolto lo sfogo di un inquirente («Non esiste il virgolettato pubblicato sui giornali») è partita la macchina della confusione (come la chiamano gli esperti di Repubblica). E allora i giornalisti bacchettati dai magistrati hanno fatto la corsa a rivendicare la bontà del loro lavoro, ma non hanno più riportato le presunte trascrizioni virgolettate il 19 aprile, riferite a due intercettazioni ambientali tra l'imprenditore Paolo Arata e il figlio Francesco. In cui si farebbe riferimento a una presunta tangente da 30.000 euro destinata al sottosegretario Armando Siri. Improvvisamente se ne sono vergognati tutti e le hanno nascoste, limitandosi a citare le parole del decreto di perquisizione. La versione autentica dell'intercettazione che secondo un pm della Procura di Roma sarebbe stata taroccata dai segugi dei vari giornali è stata depositata ieri dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto procuratore Mario Palazzi verso le 13 davanti al Tribunale del Riesame. La Repubblica ha esultato sul proprio sito: «Dunque, l'intercettazione anticipata nei giorni scorsi da Repubblica è il fondamento dell'accusa». Il quotidiano romano la riportò, tra virgolette, in questi termini: «Mi ci sono voluti 30.000 euro». Ma ne trascrisse pure un'altra dove Arata avrebbe detto: «Questo affare mi è costato 30.000 euro». Per il Corriere a pagare sarebbero stati almeno due: «Ci è costato 30.000 euro». L'inquirente che si era lamentato con La Verità per l'alterazione del testo originale («Sì, mi ha fatto arrabbiare») ieri pomeriggio era provato: «Confermo che il virgolettato pubblicato venerdì non corrisponde a quello autentico. Quando saranno disponibili le carte vedrete se quello che ho detto era vero o no. Si capirà chi ha torto e chi ha ragione»
In questi giorni i quotidiani hanno parlato, come detto, di almeno due intercettazioni. Ma quella chiave sarebbe del settembre 2018 e sarebbe contenuta in un'informativa della Direzione investigativa antimafia del 29 marzo 2019 depositata dai pm con molti omissis al Tribunale del riesame. I magistrati hanno messo a disposizione delle difese il minimo indispensabile per ottenere la conferma del sequestro del pc e di altri documenti impugnato da Paolo Arata, indagato per corruzione insieme con Siri. L'inchiesta è diventata di pubblico dominio dopo che i pm hanno dovuto inviare agli indagati la proroga delle investigazioni, ma molte cose restano riservate perché l'inchiesta è in corso. L'avvocato di Arata, Gaetano Scalise, ha annunciato l'intenzione di far sottoporre il suo assistito a interrogatorio quanto prima. Ancora da decidere la data del confronto tra gli inquirenti romani e il sottosegretario Siri. Ma le intercettazioni apocrife pubblicate da alcuni giornali nell'ambito di questa inchiesta, come ci ha raccontato la nostra autorevole fonte giudiziaria, hanno purtroppo molti precedenti e in particolare ai danni della sindaca Virginia Raggi. Ma non solo. La Procura ha dovuto smentire a più riprese gli articoli di alcuni giornali, molto spesso scritti con lo stampino. Per esempio quando uscirono i presunti stralci del verbale dell'ex premier Matteo Renzi, i pm diramarono questa nota: «I virgolettati apparsi oggi sui quotidiani, relativi al contenuto dell'esame del senatore Matteo Renzi, sono frutto di operazioni di fantasia». Evidentemente nella Capitale i cronisti hanno problemi con i caporali. I grillini in passato hanno accusato i giornalisti di «killeraggio» per il taglia e cuci delle chat della sindaca, con in prima linea Repubblica. Ma difficilmente manca in questi assalti la penna di Fiorenza Sarzanini. A proposito di un suo articolo Luigi Di Maio, il 27 gennaio 2017, scrisse sul blog di Beppe Grillo: «L'articolo pubblicato dal #FakeCorriere a firma Fiorella Sarzanini (nome storpiato, ndr) contiene informazioni false e non fornisce nessuna prova documentale, solo chiacchiere da ubriachi». L'articolo in questione era intitolato: «Raggi, trattativa sul patteggiamento». Dopo averlo letto la sindaca perse la pazienza: «Dopo le false ricostruzioni di telefonate tra me e Beppe Grillo (ovviamente smentite) viene persino inventata una fantomatica “trattativa" in corso con la Procura di Roma».
L'avvocato della sindaca, Alessandro Mancori, rincarò la dose: «Stanno uscendo articoli di stampa totalmente falsi e menzogneri (…) Dalla Procura stessa mi hanno chiamato per dirmi che ciò che usciva sui giornali, le indiscrezioni, non veniva da loro». A luglio del 2017 La Stampa titolò: «Consulenze Asl alla Raggi, Cantone invia le carte ai pm». Risposta dei pm: «La Procura di Roma smentisce la notizia apparsa oggi su un quotidiano relativa all'invio da parte dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di un esposto sul sindaco Virginia Raggi». Nonostante tutte queste topiche ai danni del M5s e non solo, le rotative di Fantasilandia, siamo certi, non smetteranno di regalare finti scoop.
Il Pd prepara il colpo Fico col M5s
Si erano tanto amati, poi Matteo Renzi andò in tv e il matrimonio non si celebrò. M5s e Pd furono vicini a stringere un accordo per il governo, 12 mesi fa: il 29 aprile 2018, mentre Dario Franceschini e Maurizio Martina tessevano la trama per stringere un accordo con Luigi Di Maio e Roberto Fico, l'ex Rottamatore, all'epoca segretario dimissionario del Partito democratico, si presentò da Fabio Fazio e fece saltare tutto. Oggi, a un anno di distanza, mentre la maggioranza Lega-M5s sembra sul punto di crollare, la pazza idea si ripropone. Il partito di Repubblica è all'opera, insieme all'ala sinistra del M5s: l'obiettivo è, nel caso saltasse il governo guidato da Giuseppe Conte, riannodare il filo di quel discorso, brutalmente interrotto 12 mesi fa.
Il copione è scritto: se il governo Conte cadrà, inizieranno le consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che tenterà ogni strada possibile per evitare il voto anticipato. Le obiezioni del Colle a chi chiederà il ritorno alle urne sono già scritte: in cima alla lista, la necessità di approvare la legge finanziaria. A quel punto, inizierà la classica melina dei partiti: di fronte a uno stallo, Mattarella affiderà un primo incarico esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. La quale, a sua volta, incontrerà le forze politiche, non riuscendo a trovare una maggioranza in parlamento. A quel punto, toccherà al presidente della Camera, Roberto Fico, al quale lo scorso anno venne affidato il mandato esplorativo, con il preciso compito di verificare se ci fossero le condizioni per un'alleanza di governo tra il Pd e il Movimento 5 stelle. Era il 26 aprile 2018, esattamente un anno fa: Fico si presentò al Quirinale e, gongolante, annunciò urbi et orbi: «Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto un esito positivo, si conclude qui oggi. Aspettiamo anche la direzione del Pd», aggiunse Fico, «ma il concetto fondamentale è che il dialogo è stato avviato».
Come finì lo sappiamo tutti: Renzi si mise di traverso e a palazzo Chigi arrivò Giuseppe Conte. Ma ora che tra M5s e Lega la rottura sembra vicina, e che il segretario del Partito democratico è Nicola Zingaretti, quel dialogo è stato riavviato e Fico, paladino della sinistra, è pronto a spiccare il volo da Montecitorio a Palazzo Chigi. I numeri, seppur risicati, sulla carta ci sono oggi come c'erano lo scorso anno: Pd e M5s hanno rispettivamente 109 e 52 senatori, quindi 161 in totale - esattamente la maggioranza assoluta - e potrebbero contare senza alcun dubbio sui quattro senatori di Leu e su una pattuglia di eletti del gruppo misto e delle autonomie; alla Camera i deputati pentastellati sono 221 e quelli del Pd 111: insieme avrebbero quindi 332 voti, un margine sufficiente rispetto al quorum di 316 di Montecitorio, senza contare i 14 parlamentari di Leu e quelli del misto.
Fantapolitica? Assolutamente no: anche se Matteo Renzi si mettesse di traverso, stavolta i parlamentari non lo seguirebbero in massa sulla strada del «no», poiché la loro ricandidatura è passata nelle mani di Zingaretti. Se Renzi uscisse dal partito, chi lavora all'ipotesi di un governo Pd-M5s è convinto che non mancherebbero parlamentari pronti a rimpiazzare i renziani, pur di non tornare alle elezioni.
L'altra ipotesi in piedi è un governo di centrodestra guidato - forse - da Matteo Salvini. Alla Camera la coalizione conta su 260 seggi , distribuiti fra la Lega (123), Forza Italia (105) e Fratelli d'Italia (32). La maggioranza è a quota 315, quindi, considerati i voti che arriverebbero dal Misto, ne mancano circa 40, che verrebbero recuperati fra grillini terrorizzati dal voto anticipato e, perché no, renziani dispersi. Al Senato, il centrodestra può contare su 137 seggi: 61 di Forza Italia (quattro dei quali di Noi con l'Italia), 58 della Lega e 18 di Fratelli d'Italia. Alla maggioranza, fissata a quota 161 seggi, ne mancano quindi 24, che potrebbero arrivare da pentastellati e renziani.
Ecco spiegato il motivo per il quale i supporter di un «governo Fico» sostenuto da Pd e M5s spingono sull'acceleratore delle inchieste che riguardano la Lega, e in particolare sul caso Siri: Salvini, nei loro piani, va assolutamente isolato, bombardato, messo in quarantena, perché non possa ambire a Palazzo Chigi né avere la forza di opporsi a un eventuale governo guidato da Fico con il sostegno del Partito democratico. L'ombra di collegamenti con la mafia sarebbe il colpo di grazia per il Carroccio e per il suo leader.
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Avvocati pronti a controllare le trascrizioni delle microspie. Paolo Arata si farà interrogare. Manipolazioni? Non è la prima volta.Se la maggioranza saltasse, la segreteria di Nicola Zingaretti è pronta ad appoggiare Roberto Fico per mettere insieme un nuovo esecutivo.Lo speciale contiene due articoli. La Procura di Roma ieri era in subbuglio. Il pool dei giornalisti che da mesi cerca di far cadere il sindaco di Roma Virginia Raggi e danneggiare in tutti i modi la Lega ha iniziato a presidiare gli uffici giudiziari di prima mattina alla ricerca dell'intercettazione che Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero avevano propinato ai loro lettori in tre diverse versioni, ma offrendola come verità rivelata. Purtroppo, in realtà, non ce l'aveva nessuno e ieri erano tutti a caccia. Dopo lo scoop della Verità che ha raccolto lo sfogo di un inquirente («Non esiste il virgolettato pubblicato sui giornali») è partita la macchina della confusione (come la chiamano gli esperti di Repubblica). E allora i giornalisti bacchettati dai magistrati hanno fatto la corsa a rivendicare la bontà del loro lavoro, ma non hanno più riportato le presunte trascrizioni virgolettate il 19 aprile, riferite a due intercettazioni ambientali tra l'imprenditore Paolo Arata e il figlio Francesco. In cui si farebbe riferimento a una presunta tangente da 30.000 euro destinata al sottosegretario Armando Siri. Improvvisamente se ne sono vergognati tutti e le hanno nascoste, limitandosi a citare le parole del decreto di perquisizione. La versione autentica dell'intercettazione che secondo un pm della Procura di Roma sarebbe stata taroccata dai segugi dei vari giornali è stata depositata ieri dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto procuratore Mario Palazzi verso le 13 davanti al Tribunale del Riesame. La Repubblica ha esultato sul proprio sito: «Dunque, l'intercettazione anticipata nei giorni scorsi da Repubblica è il fondamento dell'accusa». Il quotidiano romano la riportò, tra virgolette, in questi termini: «Mi ci sono voluti 30.000 euro». Ma ne trascrisse pure un'altra dove Arata avrebbe detto: «Questo affare mi è costato 30.000 euro». Per il Corriere a pagare sarebbero stati almeno due: «Ci è costato 30.000 euro». L'inquirente che si era lamentato con La Verità per l'alterazione del testo originale («Sì, mi ha fatto arrabbiare») ieri pomeriggio era provato: «Confermo che il virgolettato pubblicato venerdì non corrisponde a quello autentico. Quando saranno disponibili le carte vedrete se quello che ho detto era vero o no. Si capirà chi ha torto e chi ha ragione»In questi giorni i quotidiani hanno parlato, come detto, di almeno due intercettazioni. Ma quella chiave sarebbe del settembre 2018 e sarebbe contenuta in un'informativa della Direzione investigativa antimafia del 29 marzo 2019 depositata dai pm con molti omissis al Tribunale del riesame. I magistrati hanno messo a disposizione delle difese il minimo indispensabile per ottenere la conferma del sequestro del pc e di altri documenti impugnato da Paolo Arata, indagato per corruzione insieme con Siri. L'inchiesta è diventata di pubblico dominio dopo che i pm hanno dovuto inviare agli indagati la proroga delle investigazioni, ma molte cose restano riservate perché l'inchiesta è in corso. L'avvocato di Arata, Gaetano Scalise, ha annunciato l'intenzione di far sottoporre il suo assistito a interrogatorio quanto prima. Ancora da decidere la data del confronto tra gli inquirenti romani e il sottosegretario Siri. Ma le intercettazioni apocrife pubblicate da alcuni giornali nell'ambito di questa inchiesta, come ci ha raccontato la nostra autorevole fonte giudiziaria, hanno purtroppo molti precedenti e in particolare ai danni della sindaca Virginia Raggi. Ma non solo. La Procura ha dovuto smentire a più riprese gli articoli di alcuni giornali, molto spesso scritti con lo stampino. Per esempio quando uscirono i presunti stralci del verbale dell'ex premier Matteo Renzi, i pm diramarono questa nota: «I virgolettati apparsi oggi sui quotidiani, relativi al contenuto dell'esame del senatore Matteo Renzi, sono frutto di operazioni di fantasia». Evidentemente nella Capitale i cronisti hanno problemi con i caporali. I grillini in passato hanno accusato i giornalisti di «killeraggio» per il taglia e cuci delle chat della sindaca, con in prima linea Repubblica. Ma difficilmente manca in questi assalti la penna di Fiorenza Sarzanini. A proposito di un suo articolo Luigi Di Maio, il 27 gennaio 2017, scrisse sul blog di Beppe Grillo: «L'articolo pubblicato dal #FakeCorriere a firma Fiorella Sarzanini (nome storpiato, ndr) contiene informazioni false e non fornisce nessuna prova documentale, solo chiacchiere da ubriachi». L'articolo in questione era intitolato: «Raggi, trattativa sul patteggiamento». Dopo averlo letto la sindaca perse la pazienza: «Dopo le false ricostruzioni di telefonate tra me e Beppe Grillo (ovviamente smentite) viene persino inventata una fantomatica “trattativa" in corso con la Procura di Roma». L'avvocato della sindaca, Alessandro Mancori, rincarò la dose: «Stanno uscendo articoli di stampa totalmente falsi e menzogneri (…) Dalla Procura stessa mi hanno chiamato per dirmi che ciò che usciva sui giornali, le indiscrezioni, non veniva da loro». A luglio del 2017 La Stampa titolò: «Consulenze Asl alla Raggi, Cantone invia le carte ai pm». Risposta dei pm: «La Procura di Roma smentisce la notizia apparsa oggi su un quotidiano relativa all'invio da parte dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di un esposto sul sindaco Virginia Raggi». Nonostante tutte queste topiche ai danni del M5s e non solo, le rotative di Fantasilandia, siamo certi, non smetteranno di regalare finti scoop.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siri-depositate-le-carte-il-pm-ribadisce-virgolettati-farlocchi-2635650461.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-prepara-il-colpo-fico-col-m5s" data-post-id="2635650461" data-published-at="1777635767" data-use-pagination="False"> Il Pd prepara il colpo Fico col M5s Si erano tanto amati, poi Matteo Renzi andò in tv e il matrimonio non si celebrò. M5s e Pd furono vicini a stringere un accordo per il governo, 12 mesi fa: il 29 aprile 2018, mentre Dario Franceschini e Maurizio Martina tessevano la trama per stringere un accordo con Luigi Di Maio e Roberto Fico, l'ex Rottamatore, all'epoca segretario dimissionario del Partito democratico, si presentò da Fabio Fazio e fece saltare tutto. Oggi, a un anno di distanza, mentre la maggioranza Lega-M5s sembra sul punto di crollare, la pazza idea si ripropone. Il partito di Repubblica è all'opera, insieme all'ala sinistra del M5s: l'obiettivo è, nel caso saltasse il governo guidato da Giuseppe Conte, riannodare il filo di quel discorso, brutalmente interrotto 12 mesi fa. Il copione è scritto: se il governo Conte cadrà, inizieranno le consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che tenterà ogni strada possibile per evitare il voto anticipato. Le obiezioni del Colle a chi chiederà il ritorno alle urne sono già scritte: in cima alla lista, la necessità di approvare la legge finanziaria. A quel punto, inizierà la classica melina dei partiti: di fronte a uno stallo, Mattarella affiderà un primo incarico esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. La quale, a sua volta, incontrerà le forze politiche, non riuscendo a trovare una maggioranza in parlamento. A quel punto, toccherà al presidente della Camera, Roberto Fico, al quale lo scorso anno venne affidato il mandato esplorativo, con il preciso compito di verificare se ci fossero le condizioni per un'alleanza di governo tra il Pd e il Movimento 5 stelle. Era il 26 aprile 2018, esattamente un anno fa: Fico si presentò al Quirinale e, gongolante, annunciò urbi et orbi: «Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto un esito positivo, si conclude qui oggi. Aspettiamo anche la direzione del Pd», aggiunse Fico, «ma il concetto fondamentale è che il dialogo è stato avviato». Come finì lo sappiamo tutti: Renzi si mise di traverso e a palazzo Chigi arrivò Giuseppe Conte. Ma ora che tra M5s e Lega la rottura sembra vicina, e che il segretario del Partito democratico è Nicola Zingaretti, quel dialogo è stato riavviato e Fico, paladino della sinistra, è pronto a spiccare il volo da Montecitorio a Palazzo Chigi. I numeri, seppur risicati, sulla carta ci sono oggi come c'erano lo scorso anno: Pd e M5s hanno rispettivamente 109 e 52 senatori, quindi 161 in totale - esattamente la maggioranza assoluta - e potrebbero contare senza alcun dubbio sui quattro senatori di Leu e su una pattuglia di eletti del gruppo misto e delle autonomie; alla Camera i deputati pentastellati sono 221 e quelli del Pd 111: insieme avrebbero quindi 332 voti, un margine sufficiente rispetto al quorum di 316 di Montecitorio, senza contare i 14 parlamentari di Leu e quelli del misto. Fantapolitica? Assolutamente no: anche se Matteo Renzi si mettesse di traverso, stavolta i parlamentari non lo seguirebbero in massa sulla strada del «no», poiché la loro ricandidatura è passata nelle mani di Zingaretti. Se Renzi uscisse dal partito, chi lavora all'ipotesi di un governo Pd-M5s è convinto che non mancherebbero parlamentari pronti a rimpiazzare i renziani, pur di non tornare alle elezioni. L'altra ipotesi in piedi è un governo di centrodestra guidato - forse - da Matteo Salvini. Alla Camera la coalizione conta su 260 seggi , distribuiti fra la Lega (123), Forza Italia (105) e Fratelli d'Italia (32). La maggioranza è a quota 315, quindi, considerati i voti che arriverebbero dal Misto, ne mancano circa 40, che verrebbero recuperati fra grillini terrorizzati dal voto anticipato e, perché no, renziani dispersi. Al Senato, il centrodestra può contare su 137 seggi: 61 di Forza Italia (quattro dei quali di Noi con l'Italia), 58 della Lega e 18 di Fratelli d'Italia. Alla maggioranza, fissata a quota 161 seggi, ne mancano quindi 24, che potrebbero arrivare da pentastellati e renziani. Ecco spiegato il motivo per il quale i supporter di un «governo Fico» sostenuto da Pd e M5s spingono sull'acceleratore delle inchieste che riguardano la Lega, e in particolare sul caso Siri: Salvini, nei loro piani, va assolutamente isolato, bombardato, messo in quarantena, perché non possa ambire a Palazzo Chigi né avere la forza di opporsi a un eventuale governo guidato da Fico con il sostegno del Partito democratico. L'ombra di collegamenti con la mafia sarebbe il colpo di grazia per il Carroccio e per il suo leader.
Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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