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2019-04-27
Siri, depositate le carte Il pm ribadisce: «Virgolettati farlocchi»
Ansa
La Procura di Roma ieri era in subbuglio. Il pool dei giornalisti che da mesi cerca di far cadere il sindaco di Roma Virginia Raggi e danneggiare in tutti i modi la Lega ha iniziato a presidiare gli uffici giudiziari di prima mattina alla ricerca dell'intercettazione che Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero avevano propinato ai loro lettori in tre diverse versioni, ma offrendola come verità rivelata. Purtroppo, in realtà, non ce l'aveva nessuno e ieri erano tutti a caccia. Dopo lo scoop della Verità che ha raccolto lo sfogo di un inquirente («Non esiste il virgolettato pubblicato sui giornali») è partita la macchina della confusione (come la chiamano gli esperti di Repubblica). E allora i giornalisti bacchettati dai magistrati hanno fatto la corsa a rivendicare la bontà del loro lavoro, ma non hanno più riportato le presunte trascrizioni virgolettate il 19 aprile, riferite a due intercettazioni ambientali tra l'imprenditore Paolo Arata e il figlio Francesco. In cui si farebbe riferimento a una presunta tangente da 30.000 euro destinata al sottosegretario Armando Siri. Improvvisamente se ne sono vergognati tutti e le hanno nascoste, limitandosi a citare le parole del decreto di perquisizione. La versione autentica dell'intercettazione che secondo un pm della Procura di Roma sarebbe stata taroccata dai segugi dei vari giornali è stata depositata ieri dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto procuratore Mario Palazzi verso le 13 davanti al Tribunale del Riesame. La Repubblica ha esultato sul proprio sito: «Dunque, l'intercettazione anticipata nei giorni scorsi da Repubblica è il fondamento dell'accusa». Il quotidiano romano la riportò, tra virgolette, in questi termini: «Mi ci sono voluti 30.000 euro». Ma ne trascrisse pure un'altra dove Arata avrebbe detto: «Questo affare mi è costato 30.000 euro». Per il Corriere a pagare sarebbero stati almeno due: «Ci è costato 30.000 euro». L'inquirente che si era lamentato con La Verità per l'alterazione del testo originale («Sì, mi ha fatto arrabbiare») ieri pomeriggio era provato: «Confermo che il virgolettato pubblicato venerdì non corrisponde a quello autentico. Quando saranno disponibili le carte vedrete se quello che ho detto era vero o no. Si capirà chi ha torto e chi ha ragione»
In questi giorni i quotidiani hanno parlato, come detto, di almeno due intercettazioni. Ma quella chiave sarebbe del settembre 2018 e sarebbe contenuta in un'informativa della Direzione investigativa antimafia del 29 marzo 2019 depositata dai pm con molti omissis al Tribunale del riesame. I magistrati hanno messo a disposizione delle difese il minimo indispensabile per ottenere la conferma del sequestro del pc e di altri documenti impugnato da Paolo Arata, indagato per corruzione insieme con Siri. L'inchiesta è diventata di pubblico dominio dopo che i pm hanno dovuto inviare agli indagati la proroga delle investigazioni, ma molte cose restano riservate perché l'inchiesta è in corso. L'avvocato di Arata, Gaetano Scalise, ha annunciato l'intenzione di far sottoporre il suo assistito a interrogatorio quanto prima. Ancora da decidere la data del confronto tra gli inquirenti romani e il sottosegretario Siri. Ma le intercettazioni apocrife pubblicate da alcuni giornali nell'ambito di questa inchiesta, come ci ha raccontato la nostra autorevole fonte giudiziaria, hanno purtroppo molti precedenti e in particolare ai danni della sindaca Virginia Raggi. Ma non solo. La Procura ha dovuto smentire a più riprese gli articoli di alcuni giornali, molto spesso scritti con lo stampino. Per esempio quando uscirono i presunti stralci del verbale dell'ex premier Matteo Renzi, i pm diramarono questa nota: «I virgolettati apparsi oggi sui quotidiani, relativi al contenuto dell'esame del senatore Matteo Renzi, sono frutto di operazioni di fantasia». Evidentemente nella Capitale i cronisti hanno problemi con i caporali. I grillini in passato hanno accusato i giornalisti di «killeraggio» per il taglia e cuci delle chat della sindaca, con in prima linea Repubblica. Ma difficilmente manca in questi assalti la penna di Fiorenza Sarzanini. A proposito di un suo articolo Luigi Di Maio, il 27 gennaio 2017, scrisse sul blog di Beppe Grillo: «L'articolo pubblicato dal #FakeCorriere a firma Fiorella Sarzanini (nome storpiato, ndr) contiene informazioni false e non fornisce nessuna prova documentale, solo chiacchiere da ubriachi». L'articolo in questione era intitolato: «Raggi, trattativa sul patteggiamento». Dopo averlo letto la sindaca perse la pazienza: «Dopo le false ricostruzioni di telefonate tra me e Beppe Grillo (ovviamente smentite) viene persino inventata una fantomatica “trattativa" in corso con la Procura di Roma».
L'avvocato della sindaca, Alessandro Mancori, rincarò la dose: «Stanno uscendo articoli di stampa totalmente falsi e menzogneri (…) Dalla Procura stessa mi hanno chiamato per dirmi che ciò che usciva sui giornali, le indiscrezioni, non veniva da loro». A luglio del 2017 La Stampa titolò: «Consulenze Asl alla Raggi, Cantone invia le carte ai pm». Risposta dei pm: «La Procura di Roma smentisce la notizia apparsa oggi su un quotidiano relativa all'invio da parte dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di un esposto sul sindaco Virginia Raggi». Nonostante tutte queste topiche ai danni del M5s e non solo, le rotative di Fantasilandia, siamo certi, non smetteranno di regalare finti scoop.
Il Pd prepara il colpo Fico col M5s
Si erano tanto amati, poi Matteo Renzi andò in tv e il matrimonio non si celebrò. M5s e Pd furono vicini a stringere un accordo per il governo, 12 mesi fa: il 29 aprile 2018, mentre Dario Franceschini e Maurizio Martina tessevano la trama per stringere un accordo con Luigi Di Maio e Roberto Fico, l'ex Rottamatore, all'epoca segretario dimissionario del Partito democratico, si presentò da Fabio Fazio e fece saltare tutto. Oggi, a un anno di distanza, mentre la maggioranza Lega-M5s sembra sul punto di crollare, la pazza idea si ripropone. Il partito di Repubblica è all'opera, insieme all'ala sinistra del M5s: l'obiettivo è, nel caso saltasse il governo guidato da Giuseppe Conte, riannodare il filo di quel discorso, brutalmente interrotto 12 mesi fa.
Il copione è scritto: se il governo Conte cadrà, inizieranno le consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che tenterà ogni strada possibile per evitare il voto anticipato. Le obiezioni del Colle a chi chiederà il ritorno alle urne sono già scritte: in cima alla lista, la necessità di approvare la legge finanziaria. A quel punto, inizierà la classica melina dei partiti: di fronte a uno stallo, Mattarella affiderà un primo incarico esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. La quale, a sua volta, incontrerà le forze politiche, non riuscendo a trovare una maggioranza in parlamento. A quel punto, toccherà al presidente della Camera, Roberto Fico, al quale lo scorso anno venne affidato il mandato esplorativo, con il preciso compito di verificare se ci fossero le condizioni per un'alleanza di governo tra il Pd e il Movimento 5 stelle. Era il 26 aprile 2018, esattamente un anno fa: Fico si presentò al Quirinale e, gongolante, annunciò urbi et orbi: «Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto un esito positivo, si conclude qui oggi. Aspettiamo anche la direzione del Pd», aggiunse Fico, «ma il concetto fondamentale è che il dialogo è stato avviato».
Come finì lo sappiamo tutti: Renzi si mise di traverso e a palazzo Chigi arrivò Giuseppe Conte. Ma ora che tra M5s e Lega la rottura sembra vicina, e che il segretario del Partito democratico è Nicola Zingaretti, quel dialogo è stato riavviato e Fico, paladino della sinistra, è pronto a spiccare il volo da Montecitorio a Palazzo Chigi. I numeri, seppur risicati, sulla carta ci sono oggi come c'erano lo scorso anno: Pd e M5s hanno rispettivamente 109 e 52 senatori, quindi 161 in totale - esattamente la maggioranza assoluta - e potrebbero contare senza alcun dubbio sui quattro senatori di Leu e su una pattuglia di eletti del gruppo misto e delle autonomie; alla Camera i deputati pentastellati sono 221 e quelli del Pd 111: insieme avrebbero quindi 332 voti, un margine sufficiente rispetto al quorum di 316 di Montecitorio, senza contare i 14 parlamentari di Leu e quelli del misto.
Fantapolitica? Assolutamente no: anche se Matteo Renzi si mettesse di traverso, stavolta i parlamentari non lo seguirebbero in massa sulla strada del «no», poiché la loro ricandidatura è passata nelle mani di Zingaretti. Se Renzi uscisse dal partito, chi lavora all'ipotesi di un governo Pd-M5s è convinto che non mancherebbero parlamentari pronti a rimpiazzare i renziani, pur di non tornare alle elezioni.
L'altra ipotesi in piedi è un governo di centrodestra guidato - forse - da Matteo Salvini. Alla Camera la coalizione conta su 260 seggi , distribuiti fra la Lega (123), Forza Italia (105) e Fratelli d'Italia (32). La maggioranza è a quota 315, quindi, considerati i voti che arriverebbero dal Misto, ne mancano circa 40, che verrebbero recuperati fra grillini terrorizzati dal voto anticipato e, perché no, renziani dispersi. Al Senato, il centrodestra può contare su 137 seggi: 61 di Forza Italia (quattro dei quali di Noi con l'Italia), 58 della Lega e 18 di Fratelli d'Italia. Alla maggioranza, fissata a quota 161 seggi, ne mancano quindi 24, che potrebbero arrivare da pentastellati e renziani.
Ecco spiegato il motivo per il quale i supporter di un «governo Fico» sostenuto da Pd e M5s spingono sull'acceleratore delle inchieste che riguardano la Lega, e in particolare sul caso Siri: Salvini, nei loro piani, va assolutamente isolato, bombardato, messo in quarantena, perché non possa ambire a Palazzo Chigi né avere la forza di opporsi a un eventuale governo guidato da Fico con il sostegno del Partito democratico. L'ombra di collegamenti con la mafia sarebbe il colpo di grazia per il Carroccio e per il suo leader.
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Avvocati pronti a controllare le trascrizioni delle microspie. Paolo Arata si farà interrogare. Manipolazioni? Non è la prima volta.Se la maggioranza saltasse, la segreteria di Nicola Zingaretti è pronta ad appoggiare Roberto Fico per mettere insieme un nuovo esecutivo.Lo speciale contiene due articoli. La Procura di Roma ieri era in subbuglio. Il pool dei giornalisti che da mesi cerca di far cadere il sindaco di Roma Virginia Raggi e danneggiare in tutti i modi la Lega ha iniziato a presidiare gli uffici giudiziari di prima mattina alla ricerca dell'intercettazione che Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero avevano propinato ai loro lettori in tre diverse versioni, ma offrendola come verità rivelata. Purtroppo, in realtà, non ce l'aveva nessuno e ieri erano tutti a caccia. Dopo lo scoop della Verità che ha raccolto lo sfogo di un inquirente («Non esiste il virgolettato pubblicato sui giornali») è partita la macchina della confusione (come la chiamano gli esperti di Repubblica). E allora i giornalisti bacchettati dai magistrati hanno fatto la corsa a rivendicare la bontà del loro lavoro, ma non hanno più riportato le presunte trascrizioni virgolettate il 19 aprile, riferite a due intercettazioni ambientali tra l'imprenditore Paolo Arata e il figlio Francesco. In cui si farebbe riferimento a una presunta tangente da 30.000 euro destinata al sottosegretario Armando Siri. Improvvisamente se ne sono vergognati tutti e le hanno nascoste, limitandosi a citare le parole del decreto di perquisizione. La versione autentica dell'intercettazione che secondo un pm della Procura di Roma sarebbe stata taroccata dai segugi dei vari giornali è stata depositata ieri dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto procuratore Mario Palazzi verso le 13 davanti al Tribunale del Riesame. La Repubblica ha esultato sul proprio sito: «Dunque, l'intercettazione anticipata nei giorni scorsi da Repubblica è il fondamento dell'accusa». Il quotidiano romano la riportò, tra virgolette, in questi termini: «Mi ci sono voluti 30.000 euro». Ma ne trascrisse pure un'altra dove Arata avrebbe detto: «Questo affare mi è costato 30.000 euro». Per il Corriere a pagare sarebbero stati almeno due: «Ci è costato 30.000 euro». L'inquirente che si era lamentato con La Verità per l'alterazione del testo originale («Sì, mi ha fatto arrabbiare») ieri pomeriggio era provato: «Confermo che il virgolettato pubblicato venerdì non corrisponde a quello autentico. Quando saranno disponibili le carte vedrete se quello che ho detto era vero o no. Si capirà chi ha torto e chi ha ragione»In questi giorni i quotidiani hanno parlato, come detto, di almeno due intercettazioni. Ma quella chiave sarebbe del settembre 2018 e sarebbe contenuta in un'informativa della Direzione investigativa antimafia del 29 marzo 2019 depositata dai pm con molti omissis al Tribunale del riesame. I magistrati hanno messo a disposizione delle difese il minimo indispensabile per ottenere la conferma del sequestro del pc e di altri documenti impugnato da Paolo Arata, indagato per corruzione insieme con Siri. L'inchiesta è diventata di pubblico dominio dopo che i pm hanno dovuto inviare agli indagati la proroga delle investigazioni, ma molte cose restano riservate perché l'inchiesta è in corso. L'avvocato di Arata, Gaetano Scalise, ha annunciato l'intenzione di far sottoporre il suo assistito a interrogatorio quanto prima. Ancora da decidere la data del confronto tra gli inquirenti romani e il sottosegretario Siri. Ma le intercettazioni apocrife pubblicate da alcuni giornali nell'ambito di questa inchiesta, come ci ha raccontato la nostra autorevole fonte giudiziaria, hanno purtroppo molti precedenti e in particolare ai danni della sindaca Virginia Raggi. Ma non solo. La Procura ha dovuto smentire a più riprese gli articoli di alcuni giornali, molto spesso scritti con lo stampino. Per esempio quando uscirono i presunti stralci del verbale dell'ex premier Matteo Renzi, i pm diramarono questa nota: «I virgolettati apparsi oggi sui quotidiani, relativi al contenuto dell'esame del senatore Matteo Renzi, sono frutto di operazioni di fantasia». Evidentemente nella Capitale i cronisti hanno problemi con i caporali. I grillini in passato hanno accusato i giornalisti di «killeraggio» per il taglia e cuci delle chat della sindaca, con in prima linea Repubblica. Ma difficilmente manca in questi assalti la penna di Fiorenza Sarzanini. A proposito di un suo articolo Luigi Di Maio, il 27 gennaio 2017, scrisse sul blog di Beppe Grillo: «L'articolo pubblicato dal #FakeCorriere a firma Fiorella Sarzanini (nome storpiato, ndr) contiene informazioni false e non fornisce nessuna prova documentale, solo chiacchiere da ubriachi». L'articolo in questione era intitolato: «Raggi, trattativa sul patteggiamento». Dopo averlo letto la sindaca perse la pazienza: «Dopo le false ricostruzioni di telefonate tra me e Beppe Grillo (ovviamente smentite) viene persino inventata una fantomatica “trattativa" in corso con la Procura di Roma». L'avvocato della sindaca, Alessandro Mancori, rincarò la dose: «Stanno uscendo articoli di stampa totalmente falsi e menzogneri (…) Dalla Procura stessa mi hanno chiamato per dirmi che ciò che usciva sui giornali, le indiscrezioni, non veniva da loro». A luglio del 2017 La Stampa titolò: «Consulenze Asl alla Raggi, Cantone invia le carte ai pm». Risposta dei pm: «La Procura di Roma smentisce la notizia apparsa oggi su un quotidiano relativa all'invio da parte dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di un esposto sul sindaco Virginia Raggi». Nonostante tutte queste topiche ai danni del M5s e non solo, le rotative di Fantasilandia, siamo certi, non smetteranno di regalare finti scoop.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siri-depositate-le-carte-il-pm-ribadisce-virgolettati-farlocchi-2635650461.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-prepara-il-colpo-fico-col-m5s" data-post-id="2635650461" data-published-at="1781655158" data-use-pagination="False"> Il Pd prepara il colpo Fico col M5s Si erano tanto amati, poi Matteo Renzi andò in tv e il matrimonio non si celebrò. M5s e Pd furono vicini a stringere un accordo per il governo, 12 mesi fa: il 29 aprile 2018, mentre Dario Franceschini e Maurizio Martina tessevano la trama per stringere un accordo con Luigi Di Maio e Roberto Fico, l'ex Rottamatore, all'epoca segretario dimissionario del Partito democratico, si presentò da Fabio Fazio e fece saltare tutto. Oggi, a un anno di distanza, mentre la maggioranza Lega-M5s sembra sul punto di crollare, la pazza idea si ripropone. Il partito di Repubblica è all'opera, insieme all'ala sinistra del M5s: l'obiettivo è, nel caso saltasse il governo guidato da Giuseppe Conte, riannodare il filo di quel discorso, brutalmente interrotto 12 mesi fa. Il copione è scritto: se il governo Conte cadrà, inizieranno le consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che tenterà ogni strada possibile per evitare il voto anticipato. Le obiezioni del Colle a chi chiederà il ritorno alle urne sono già scritte: in cima alla lista, la necessità di approvare la legge finanziaria. A quel punto, inizierà la classica melina dei partiti: di fronte a uno stallo, Mattarella affiderà un primo incarico esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. La quale, a sua volta, incontrerà le forze politiche, non riuscendo a trovare una maggioranza in parlamento. A quel punto, toccherà al presidente della Camera, Roberto Fico, al quale lo scorso anno venne affidato il mandato esplorativo, con il preciso compito di verificare se ci fossero le condizioni per un'alleanza di governo tra il Pd e il Movimento 5 stelle. Era il 26 aprile 2018, esattamente un anno fa: Fico si presentò al Quirinale e, gongolante, annunciò urbi et orbi: «Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto un esito positivo, si conclude qui oggi. Aspettiamo anche la direzione del Pd», aggiunse Fico, «ma il concetto fondamentale è che il dialogo è stato avviato». Come finì lo sappiamo tutti: Renzi si mise di traverso e a palazzo Chigi arrivò Giuseppe Conte. Ma ora che tra M5s e Lega la rottura sembra vicina, e che il segretario del Partito democratico è Nicola Zingaretti, quel dialogo è stato riavviato e Fico, paladino della sinistra, è pronto a spiccare il volo da Montecitorio a Palazzo Chigi. I numeri, seppur risicati, sulla carta ci sono oggi come c'erano lo scorso anno: Pd e M5s hanno rispettivamente 109 e 52 senatori, quindi 161 in totale - esattamente la maggioranza assoluta - e potrebbero contare senza alcun dubbio sui quattro senatori di Leu e su una pattuglia di eletti del gruppo misto e delle autonomie; alla Camera i deputati pentastellati sono 221 e quelli del Pd 111: insieme avrebbero quindi 332 voti, un margine sufficiente rispetto al quorum di 316 di Montecitorio, senza contare i 14 parlamentari di Leu e quelli del misto. Fantapolitica? Assolutamente no: anche se Matteo Renzi si mettesse di traverso, stavolta i parlamentari non lo seguirebbero in massa sulla strada del «no», poiché la loro ricandidatura è passata nelle mani di Zingaretti. Se Renzi uscisse dal partito, chi lavora all'ipotesi di un governo Pd-M5s è convinto che non mancherebbero parlamentari pronti a rimpiazzare i renziani, pur di non tornare alle elezioni. L'altra ipotesi in piedi è un governo di centrodestra guidato - forse - da Matteo Salvini. Alla Camera la coalizione conta su 260 seggi , distribuiti fra la Lega (123), Forza Italia (105) e Fratelli d'Italia (32). La maggioranza è a quota 315, quindi, considerati i voti che arriverebbero dal Misto, ne mancano circa 40, che verrebbero recuperati fra grillini terrorizzati dal voto anticipato e, perché no, renziani dispersi. Al Senato, il centrodestra può contare su 137 seggi: 61 di Forza Italia (quattro dei quali di Noi con l'Italia), 58 della Lega e 18 di Fratelli d'Italia. Alla maggioranza, fissata a quota 161 seggi, ne mancano quindi 24, che potrebbero arrivare da pentastellati e renziani. Ecco spiegato il motivo per il quale i supporter di un «governo Fico» sostenuto da Pd e M5s spingono sull'acceleratore delle inchieste che riguardano la Lega, e in particolare sul caso Siri: Salvini, nei loro piani, va assolutamente isolato, bombardato, messo in quarantena, perché non possa ambire a Palazzo Chigi né avere la forza di opporsi a un eventuale governo guidato da Fico con il sostegno del Partito democratico. L'ombra di collegamenti con la mafia sarebbe il colpo di grazia per il Carroccio e per il suo leader.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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