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2019-04-27
Siri, depositate le carte Il pm ribadisce: «Virgolettati farlocchi»
Ansa
La Procura di Roma ieri era in subbuglio. Il pool dei giornalisti che da mesi cerca di far cadere il sindaco di Roma Virginia Raggi e danneggiare in tutti i modi la Lega ha iniziato a presidiare gli uffici giudiziari di prima mattina alla ricerca dell'intercettazione che Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero avevano propinato ai loro lettori in tre diverse versioni, ma offrendola come verità rivelata. Purtroppo, in realtà, non ce l'aveva nessuno e ieri erano tutti a caccia. Dopo lo scoop della Verità che ha raccolto lo sfogo di un inquirente («Non esiste il virgolettato pubblicato sui giornali») è partita la macchina della confusione (come la chiamano gli esperti di Repubblica). E allora i giornalisti bacchettati dai magistrati hanno fatto la corsa a rivendicare la bontà del loro lavoro, ma non hanno più riportato le presunte trascrizioni virgolettate il 19 aprile, riferite a due intercettazioni ambientali tra l'imprenditore Paolo Arata e il figlio Francesco. In cui si farebbe riferimento a una presunta tangente da 30.000 euro destinata al sottosegretario Armando Siri. Improvvisamente se ne sono vergognati tutti e le hanno nascoste, limitandosi a citare le parole del decreto di perquisizione. La versione autentica dell'intercettazione che secondo un pm della Procura di Roma sarebbe stata taroccata dai segugi dei vari giornali è stata depositata ieri dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto procuratore Mario Palazzi verso le 13 davanti al Tribunale del Riesame. La Repubblica ha esultato sul proprio sito: «Dunque, l'intercettazione anticipata nei giorni scorsi da Repubblica è il fondamento dell'accusa». Il quotidiano romano la riportò, tra virgolette, in questi termini: «Mi ci sono voluti 30.000 euro». Ma ne trascrisse pure un'altra dove Arata avrebbe detto: «Questo affare mi è costato 30.000 euro». Per il Corriere a pagare sarebbero stati almeno due: «Ci è costato 30.000 euro». L'inquirente che si era lamentato con La Verità per l'alterazione del testo originale («Sì, mi ha fatto arrabbiare») ieri pomeriggio era provato: «Confermo che il virgolettato pubblicato venerdì non corrisponde a quello autentico. Quando saranno disponibili le carte vedrete se quello che ho detto era vero o no. Si capirà chi ha torto e chi ha ragione»
In questi giorni i quotidiani hanno parlato, come detto, di almeno due intercettazioni. Ma quella chiave sarebbe del settembre 2018 e sarebbe contenuta in un'informativa della Direzione investigativa antimafia del 29 marzo 2019 depositata dai pm con molti omissis al Tribunale del riesame. I magistrati hanno messo a disposizione delle difese il minimo indispensabile per ottenere la conferma del sequestro del pc e di altri documenti impugnato da Paolo Arata, indagato per corruzione insieme con Siri. L'inchiesta è diventata di pubblico dominio dopo che i pm hanno dovuto inviare agli indagati la proroga delle investigazioni, ma molte cose restano riservate perché l'inchiesta è in corso. L'avvocato di Arata, Gaetano Scalise, ha annunciato l'intenzione di far sottoporre il suo assistito a interrogatorio quanto prima. Ancora da decidere la data del confronto tra gli inquirenti romani e il sottosegretario Siri. Ma le intercettazioni apocrife pubblicate da alcuni giornali nell'ambito di questa inchiesta, come ci ha raccontato la nostra autorevole fonte giudiziaria, hanno purtroppo molti precedenti e in particolare ai danni della sindaca Virginia Raggi. Ma non solo. La Procura ha dovuto smentire a più riprese gli articoli di alcuni giornali, molto spesso scritti con lo stampino. Per esempio quando uscirono i presunti stralci del verbale dell'ex premier Matteo Renzi, i pm diramarono questa nota: «I virgolettati apparsi oggi sui quotidiani, relativi al contenuto dell'esame del senatore Matteo Renzi, sono frutto di operazioni di fantasia». Evidentemente nella Capitale i cronisti hanno problemi con i caporali. I grillini in passato hanno accusato i giornalisti di «killeraggio» per il taglia e cuci delle chat della sindaca, con in prima linea Repubblica. Ma difficilmente manca in questi assalti la penna di Fiorenza Sarzanini. A proposito di un suo articolo Luigi Di Maio, il 27 gennaio 2017, scrisse sul blog di Beppe Grillo: «L'articolo pubblicato dal #FakeCorriere a firma Fiorella Sarzanini (nome storpiato, ndr) contiene informazioni false e non fornisce nessuna prova documentale, solo chiacchiere da ubriachi». L'articolo in questione era intitolato: «Raggi, trattativa sul patteggiamento». Dopo averlo letto la sindaca perse la pazienza: «Dopo le false ricostruzioni di telefonate tra me e Beppe Grillo (ovviamente smentite) viene persino inventata una fantomatica “trattativa" in corso con la Procura di Roma».
L'avvocato della sindaca, Alessandro Mancori, rincarò la dose: «Stanno uscendo articoli di stampa totalmente falsi e menzogneri (…) Dalla Procura stessa mi hanno chiamato per dirmi che ciò che usciva sui giornali, le indiscrezioni, non veniva da loro». A luglio del 2017 La Stampa titolò: «Consulenze Asl alla Raggi, Cantone invia le carte ai pm». Risposta dei pm: «La Procura di Roma smentisce la notizia apparsa oggi su un quotidiano relativa all'invio da parte dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di un esposto sul sindaco Virginia Raggi». Nonostante tutte queste topiche ai danni del M5s e non solo, le rotative di Fantasilandia, siamo certi, non smetteranno di regalare finti scoop.
Il Pd prepara il colpo Fico col M5s
Si erano tanto amati, poi Matteo Renzi andò in tv e il matrimonio non si celebrò. M5s e Pd furono vicini a stringere un accordo per il governo, 12 mesi fa: il 29 aprile 2018, mentre Dario Franceschini e Maurizio Martina tessevano la trama per stringere un accordo con Luigi Di Maio e Roberto Fico, l'ex Rottamatore, all'epoca segretario dimissionario del Partito democratico, si presentò da Fabio Fazio e fece saltare tutto. Oggi, a un anno di distanza, mentre la maggioranza Lega-M5s sembra sul punto di crollare, la pazza idea si ripropone. Il partito di Repubblica è all'opera, insieme all'ala sinistra del M5s: l'obiettivo è, nel caso saltasse il governo guidato da Giuseppe Conte, riannodare il filo di quel discorso, brutalmente interrotto 12 mesi fa.
Il copione è scritto: se il governo Conte cadrà, inizieranno le consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che tenterà ogni strada possibile per evitare il voto anticipato. Le obiezioni del Colle a chi chiederà il ritorno alle urne sono già scritte: in cima alla lista, la necessità di approvare la legge finanziaria. A quel punto, inizierà la classica melina dei partiti: di fronte a uno stallo, Mattarella affiderà un primo incarico esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. La quale, a sua volta, incontrerà le forze politiche, non riuscendo a trovare una maggioranza in parlamento. A quel punto, toccherà al presidente della Camera, Roberto Fico, al quale lo scorso anno venne affidato il mandato esplorativo, con il preciso compito di verificare se ci fossero le condizioni per un'alleanza di governo tra il Pd e il Movimento 5 stelle. Era il 26 aprile 2018, esattamente un anno fa: Fico si presentò al Quirinale e, gongolante, annunciò urbi et orbi: «Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto un esito positivo, si conclude qui oggi. Aspettiamo anche la direzione del Pd», aggiunse Fico, «ma il concetto fondamentale è che il dialogo è stato avviato».
Come finì lo sappiamo tutti: Renzi si mise di traverso e a palazzo Chigi arrivò Giuseppe Conte. Ma ora che tra M5s e Lega la rottura sembra vicina, e che il segretario del Partito democratico è Nicola Zingaretti, quel dialogo è stato riavviato e Fico, paladino della sinistra, è pronto a spiccare il volo da Montecitorio a Palazzo Chigi. I numeri, seppur risicati, sulla carta ci sono oggi come c'erano lo scorso anno: Pd e M5s hanno rispettivamente 109 e 52 senatori, quindi 161 in totale - esattamente la maggioranza assoluta - e potrebbero contare senza alcun dubbio sui quattro senatori di Leu e su una pattuglia di eletti del gruppo misto e delle autonomie; alla Camera i deputati pentastellati sono 221 e quelli del Pd 111: insieme avrebbero quindi 332 voti, un margine sufficiente rispetto al quorum di 316 di Montecitorio, senza contare i 14 parlamentari di Leu e quelli del misto.
Fantapolitica? Assolutamente no: anche se Matteo Renzi si mettesse di traverso, stavolta i parlamentari non lo seguirebbero in massa sulla strada del «no», poiché la loro ricandidatura è passata nelle mani di Zingaretti. Se Renzi uscisse dal partito, chi lavora all'ipotesi di un governo Pd-M5s è convinto che non mancherebbero parlamentari pronti a rimpiazzare i renziani, pur di non tornare alle elezioni.
L'altra ipotesi in piedi è un governo di centrodestra guidato - forse - da Matteo Salvini. Alla Camera la coalizione conta su 260 seggi , distribuiti fra la Lega (123), Forza Italia (105) e Fratelli d'Italia (32). La maggioranza è a quota 315, quindi, considerati i voti che arriverebbero dal Misto, ne mancano circa 40, che verrebbero recuperati fra grillini terrorizzati dal voto anticipato e, perché no, renziani dispersi. Al Senato, il centrodestra può contare su 137 seggi: 61 di Forza Italia (quattro dei quali di Noi con l'Italia), 58 della Lega e 18 di Fratelli d'Italia. Alla maggioranza, fissata a quota 161 seggi, ne mancano quindi 24, che potrebbero arrivare da pentastellati e renziani.
Ecco spiegato il motivo per il quale i supporter di un «governo Fico» sostenuto da Pd e M5s spingono sull'acceleratore delle inchieste che riguardano la Lega, e in particolare sul caso Siri: Salvini, nei loro piani, va assolutamente isolato, bombardato, messo in quarantena, perché non possa ambire a Palazzo Chigi né avere la forza di opporsi a un eventuale governo guidato da Fico con il sostegno del Partito democratico. L'ombra di collegamenti con la mafia sarebbe il colpo di grazia per il Carroccio e per il suo leader.
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Avvocati pronti a controllare le trascrizioni delle microspie. Paolo Arata si farà interrogare. Manipolazioni? Non è la prima volta.Se la maggioranza saltasse, la segreteria di Nicola Zingaretti è pronta ad appoggiare Roberto Fico per mettere insieme un nuovo esecutivo.Lo speciale contiene due articoli. La Procura di Roma ieri era in subbuglio. Il pool dei giornalisti che da mesi cerca di far cadere il sindaco di Roma Virginia Raggi e danneggiare in tutti i modi la Lega ha iniziato a presidiare gli uffici giudiziari di prima mattina alla ricerca dell'intercettazione che Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero avevano propinato ai loro lettori in tre diverse versioni, ma offrendola come verità rivelata. Purtroppo, in realtà, non ce l'aveva nessuno e ieri erano tutti a caccia. Dopo lo scoop della Verità che ha raccolto lo sfogo di un inquirente («Non esiste il virgolettato pubblicato sui giornali») è partita la macchina della confusione (come la chiamano gli esperti di Repubblica). E allora i giornalisti bacchettati dai magistrati hanno fatto la corsa a rivendicare la bontà del loro lavoro, ma non hanno più riportato le presunte trascrizioni virgolettate il 19 aprile, riferite a due intercettazioni ambientali tra l'imprenditore Paolo Arata e il figlio Francesco. In cui si farebbe riferimento a una presunta tangente da 30.000 euro destinata al sottosegretario Armando Siri. Improvvisamente se ne sono vergognati tutti e le hanno nascoste, limitandosi a citare le parole del decreto di perquisizione. La versione autentica dell'intercettazione che secondo un pm della Procura di Roma sarebbe stata taroccata dai segugi dei vari giornali è stata depositata ieri dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto procuratore Mario Palazzi verso le 13 davanti al Tribunale del Riesame. La Repubblica ha esultato sul proprio sito: «Dunque, l'intercettazione anticipata nei giorni scorsi da Repubblica è il fondamento dell'accusa». Il quotidiano romano la riportò, tra virgolette, in questi termini: «Mi ci sono voluti 30.000 euro». Ma ne trascrisse pure un'altra dove Arata avrebbe detto: «Questo affare mi è costato 30.000 euro». Per il Corriere a pagare sarebbero stati almeno due: «Ci è costato 30.000 euro». L'inquirente che si era lamentato con La Verità per l'alterazione del testo originale («Sì, mi ha fatto arrabbiare») ieri pomeriggio era provato: «Confermo che il virgolettato pubblicato venerdì non corrisponde a quello autentico. Quando saranno disponibili le carte vedrete se quello che ho detto era vero o no. Si capirà chi ha torto e chi ha ragione»In questi giorni i quotidiani hanno parlato, come detto, di almeno due intercettazioni. Ma quella chiave sarebbe del settembre 2018 e sarebbe contenuta in un'informativa della Direzione investigativa antimafia del 29 marzo 2019 depositata dai pm con molti omissis al Tribunale del riesame. I magistrati hanno messo a disposizione delle difese il minimo indispensabile per ottenere la conferma del sequestro del pc e di altri documenti impugnato da Paolo Arata, indagato per corruzione insieme con Siri. L'inchiesta è diventata di pubblico dominio dopo che i pm hanno dovuto inviare agli indagati la proroga delle investigazioni, ma molte cose restano riservate perché l'inchiesta è in corso. L'avvocato di Arata, Gaetano Scalise, ha annunciato l'intenzione di far sottoporre il suo assistito a interrogatorio quanto prima. Ancora da decidere la data del confronto tra gli inquirenti romani e il sottosegretario Siri. Ma le intercettazioni apocrife pubblicate da alcuni giornali nell'ambito di questa inchiesta, come ci ha raccontato la nostra autorevole fonte giudiziaria, hanno purtroppo molti precedenti e in particolare ai danni della sindaca Virginia Raggi. Ma non solo. La Procura ha dovuto smentire a più riprese gli articoli di alcuni giornali, molto spesso scritti con lo stampino. Per esempio quando uscirono i presunti stralci del verbale dell'ex premier Matteo Renzi, i pm diramarono questa nota: «I virgolettati apparsi oggi sui quotidiani, relativi al contenuto dell'esame del senatore Matteo Renzi, sono frutto di operazioni di fantasia». Evidentemente nella Capitale i cronisti hanno problemi con i caporali. I grillini in passato hanno accusato i giornalisti di «killeraggio» per il taglia e cuci delle chat della sindaca, con in prima linea Repubblica. Ma difficilmente manca in questi assalti la penna di Fiorenza Sarzanini. A proposito di un suo articolo Luigi Di Maio, il 27 gennaio 2017, scrisse sul blog di Beppe Grillo: «L'articolo pubblicato dal #FakeCorriere a firma Fiorella Sarzanini (nome storpiato, ndr) contiene informazioni false e non fornisce nessuna prova documentale, solo chiacchiere da ubriachi». L'articolo in questione era intitolato: «Raggi, trattativa sul patteggiamento». Dopo averlo letto la sindaca perse la pazienza: «Dopo le false ricostruzioni di telefonate tra me e Beppe Grillo (ovviamente smentite) viene persino inventata una fantomatica “trattativa" in corso con la Procura di Roma». L'avvocato della sindaca, Alessandro Mancori, rincarò la dose: «Stanno uscendo articoli di stampa totalmente falsi e menzogneri (…) Dalla Procura stessa mi hanno chiamato per dirmi che ciò che usciva sui giornali, le indiscrezioni, non veniva da loro». A luglio del 2017 La Stampa titolò: «Consulenze Asl alla Raggi, Cantone invia le carte ai pm». Risposta dei pm: «La Procura di Roma smentisce la notizia apparsa oggi su un quotidiano relativa all'invio da parte dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di un esposto sul sindaco Virginia Raggi». Nonostante tutte queste topiche ai danni del M5s e non solo, le rotative di Fantasilandia, siamo certi, non smetteranno di regalare finti scoop.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siri-depositate-le-carte-il-pm-ribadisce-virgolettati-farlocchi-2635650461.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-prepara-il-colpo-fico-col-m5s" data-post-id="2635650461" data-published-at="1780469520" data-use-pagination="False"> Il Pd prepara il colpo Fico col M5s Si erano tanto amati, poi Matteo Renzi andò in tv e il matrimonio non si celebrò. M5s e Pd furono vicini a stringere un accordo per il governo, 12 mesi fa: il 29 aprile 2018, mentre Dario Franceschini e Maurizio Martina tessevano la trama per stringere un accordo con Luigi Di Maio e Roberto Fico, l'ex Rottamatore, all'epoca segretario dimissionario del Partito democratico, si presentò da Fabio Fazio e fece saltare tutto. Oggi, a un anno di distanza, mentre la maggioranza Lega-M5s sembra sul punto di crollare, la pazza idea si ripropone. Il partito di Repubblica è all'opera, insieme all'ala sinistra del M5s: l'obiettivo è, nel caso saltasse il governo guidato da Giuseppe Conte, riannodare il filo di quel discorso, brutalmente interrotto 12 mesi fa. Il copione è scritto: se il governo Conte cadrà, inizieranno le consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che tenterà ogni strada possibile per evitare il voto anticipato. Le obiezioni del Colle a chi chiederà il ritorno alle urne sono già scritte: in cima alla lista, la necessità di approvare la legge finanziaria. A quel punto, inizierà la classica melina dei partiti: di fronte a uno stallo, Mattarella affiderà un primo incarico esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. La quale, a sua volta, incontrerà le forze politiche, non riuscendo a trovare una maggioranza in parlamento. A quel punto, toccherà al presidente della Camera, Roberto Fico, al quale lo scorso anno venne affidato il mandato esplorativo, con il preciso compito di verificare se ci fossero le condizioni per un'alleanza di governo tra il Pd e il Movimento 5 stelle. Era il 26 aprile 2018, esattamente un anno fa: Fico si presentò al Quirinale e, gongolante, annunciò urbi et orbi: «Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto un esito positivo, si conclude qui oggi. Aspettiamo anche la direzione del Pd», aggiunse Fico, «ma il concetto fondamentale è che il dialogo è stato avviato». Come finì lo sappiamo tutti: Renzi si mise di traverso e a palazzo Chigi arrivò Giuseppe Conte. Ma ora che tra M5s e Lega la rottura sembra vicina, e che il segretario del Partito democratico è Nicola Zingaretti, quel dialogo è stato riavviato e Fico, paladino della sinistra, è pronto a spiccare il volo da Montecitorio a Palazzo Chigi. I numeri, seppur risicati, sulla carta ci sono oggi come c'erano lo scorso anno: Pd e M5s hanno rispettivamente 109 e 52 senatori, quindi 161 in totale - esattamente la maggioranza assoluta - e potrebbero contare senza alcun dubbio sui quattro senatori di Leu e su una pattuglia di eletti del gruppo misto e delle autonomie; alla Camera i deputati pentastellati sono 221 e quelli del Pd 111: insieme avrebbero quindi 332 voti, un margine sufficiente rispetto al quorum di 316 di Montecitorio, senza contare i 14 parlamentari di Leu e quelli del misto. Fantapolitica? Assolutamente no: anche se Matteo Renzi si mettesse di traverso, stavolta i parlamentari non lo seguirebbero in massa sulla strada del «no», poiché la loro ricandidatura è passata nelle mani di Zingaretti. Se Renzi uscisse dal partito, chi lavora all'ipotesi di un governo Pd-M5s è convinto che non mancherebbero parlamentari pronti a rimpiazzare i renziani, pur di non tornare alle elezioni. L'altra ipotesi in piedi è un governo di centrodestra guidato - forse - da Matteo Salvini. Alla Camera la coalizione conta su 260 seggi , distribuiti fra la Lega (123), Forza Italia (105) e Fratelli d'Italia (32). La maggioranza è a quota 315, quindi, considerati i voti che arriverebbero dal Misto, ne mancano circa 40, che verrebbero recuperati fra grillini terrorizzati dal voto anticipato e, perché no, renziani dispersi. Al Senato, il centrodestra può contare su 137 seggi: 61 di Forza Italia (quattro dei quali di Noi con l'Italia), 58 della Lega e 18 di Fratelli d'Italia. Alla maggioranza, fissata a quota 161 seggi, ne mancano quindi 24, che potrebbero arrivare da pentastellati e renziani. Ecco spiegato il motivo per il quale i supporter di un «governo Fico» sostenuto da Pd e M5s spingono sull'acceleratore delle inchieste che riguardano la Lega, e in particolare sul caso Siri: Salvini, nei loro piani, va assolutamente isolato, bombardato, messo in quarantena, perché non possa ambire a Palazzo Chigi né avere la forza di opporsi a un eventuale governo guidato da Fico con il sostegno del Partito democratico. L'ombra di collegamenti con la mafia sarebbe il colpo di grazia per il Carroccio e per il suo leader.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 giugno con Carlo Cambi
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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C’era anche lui su quel minivan che nella tarda mattinata di lunedì è diventata la prigione di fuoco per i quattro cittadini stranieri arsi vivi. Due pachistani li hanno imprigionati dentro il mezzo che hanno poi cosparso di benzina. Mohammad, alle telecamere della Tgr Calabria, ha raccontato quello che è successo lunedì mattina quando era nel minivan assieme a tre afgani e un pachistano che lavoravano come braccianti agricoli e vivevano con lu in un appartamento a Villapiana, sulla costa ionica cosentina.
Mohammad era diretto assieme a loro a Metaponto perché stavano lavorando alla raccolta delle fragole. Quella mattina erano nel minivan con due cittadini pachistani indicati dal superstite come i caporali. Sono i due uomini incastrati dalle telecamere di videosorveglianza e ora in carcere con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sono, infatti, le immagini delle telecamere a inquadrare il mezzo parcheggiato nel piazzale della stazione di benzina sulla statale 106 nel comune di Amendolara. Quei frame, acquisiti dagli investigatori, mostrano l’orribile dinamica di quanto accaduto: si vedono due cittadini stranieri uscire velocemente dal minivan mentre dal cofano esce fumo. Uno dei due cerca di tenere chiusa la portiera per non far uscire i connazionali, mentre il complice presumibilmente afferra la pistola erogatrice per cospargere il mezzo di carburante. Quest’ultimo, poi, va al posto del complice a bloccare la portiera e dalle immagini si vede che dall’interno le vittime cercano di forzarla per uscire, ma restano intrappolate. Questa è la ricostruzione fornita da circa 30 secondi di video. Trenta secondi di immagini che, nella giornata di ieri, sono rimbalzate sui social descrivendo i momenti della mattanza. A supporto della ricostruzione, effettuata con le immagini delle telecamere, si è aggiunta la testimonianza dell’unico superstite. Mohammad ai microfoni della Tgr, con un italiano stentato, ha raccontato quanto accaduto mimando anche il momento in cui uno dei pachistani avrebbe appiccato fuoco con un accendino:
«Ho avuto paura di morire». Il giovane bracciante ha raccontato che i due caporali sono scesi dal mezzo, hanno prima cosparso di benzina il minivan e poi uno dei due ha preso l’accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo il finestrino e scappando. Si è ferito e ha lesioni in diverse parti del corpo; mentre i suoi colleghi di lavoro e coinquilini sono stati arsi vivi. I due pachistani che li hanno intrappolati nel mezzo e bruciati sono adesso in carcere.
La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, ha emesso nei loro confronti un provvedimento di fermo per omicidio plurimo aggravato. Il motivo della mattanza? Da quanto finora emerso, anche dal racconto del superstite, il movente sarebbe da ricercare in una «vendetta dei caporali». Forse, lunedì mattina tra loro sarebbe scoppiata una lite perché i caporali volevano i soldi per il trasporto. Ma il giovane sopravvissuto ha descritto uno scenario di violenza e soprusi continui: non venivano mai pagati e spesso i due pachistani arrestati li minacciavano anche con pistole e coltelli per farli lavorare senza soldi. In pratica, davano loro vitto e alloggio ma nessun salario, come ha spiegato lo stesso Mohammad: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì. La casa sì, i soldi no». Quello descritto dal giovane bracciante è una fotografia di un caporalato che fa vivere in condizioni disumane i lavoratori. Ma per lui questo è un modus operandi per loro già noto e con rassegnazione afferma: «Questa è la mafia pachistana».
Sulla mattanza di Amendolara sono in corso delicate e complesse indagini condotte dagli agenti della Mobile di Cosenza, guidati dal dirigente Gianni Albano e dal questore Antonio Borelli. Nella giornata di oggi ci sarà una conferenza stampa in questura a Cosenza in cui saranno resi noti alcuni particolari di quanto accaduto. Anche gli accertamenti sui cadaveri carbonizzati e sul mezzo saranno decisivi per ricostruire l’esatta dinamica della mattanza di Amendolara.
Quanto avvenuto lunedì mattina ha avuto una risonanza nazionale soprattutto dopo la diffusione del video in cui si vedono i due pachistani intrappolare i loro connazionali nel minivan e poi dargli fuoco. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, sui suoi canali social ha postato il video degli ultimi istanti di vita delle quattro vittime esprimendo tutto il suo disappunto: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani». Anche il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sui suoi profili social ha commentato la strage di braccianti: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pachistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari alla stazione di servizio. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione». Le indagini degli inquirenti, ora, cercheranno di fare luce sul movente che ha scatenato tanta violenza e crudeltà.
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