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2023-04-19
La sinistra prova a sabotare la commissione
Davide Faraone (Italia Viva), in corsa per la presidenza della commissione d’inchiesta sul Covid (Imagoeconomica)
Il centrodestra è rimasto compatto, nessun emendamento è stato presentato da Lega, Forza Italia e Fdi. Le circa 120 proposte di modifiche, da apportare al testo unificato per istituire la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia Sars-CoV-2, arrivano quasi tutte dalle opposizioni. Poche, quelle di Italia Viva e Azione.
Un bel segnale incoraggiante, per l’iter iniziato il 15 febbraio scorso e che sta seguendo il disegno di legge per l’istituzione di una commissione bicamerale d’inchiesta formata da 30 parlamentari, 15 senatori e 15 deputati, che avranno il compito di indagare sulla gestione dell’emergenza Covid in Italia.
Ieri, alle 18, scadeva il termine ultimo per presentare in modalità digitale gli emendamenti al testo base, approvato una settimana fa in commissione Affari sociali della Camera con un voto a maggioranza. È il testo unificato delle tre proposte di legge sul quale si erano trovati d’accordo il centrodestra, assieme ad Azione e Italia Viva. Pd, M5s, e Avs (Alleanza Verdi e Sinistra), avevano invece disertato il voto.
Da parte del Pd sono stati presentati circa una quarantina di emendamenti, i 5 stelle ne hanno messi insieme una cinquantina, le altre proposte di modifica che si conosceranno domani arrivano da Avs e da Italia Viva. «Io ho firmato la proposta di legge per fare la commissione sul Covid già nella scorsa legislatura, figuratevi se oggi non votavo a favore», commentava mercoledì scorso Davide Faraone di Iv, papabile presidente della commissione, annunciando però emendamenti perché la loro proposta «tiene dentro anche il ruolo delle Regioni».
Le circa 50 modifiche avanzate dai 5 stelle «sono tutte di merito, di sostanza, non con intenti ostruzionistici dal momento che siamo assolutamente favorevoli alla commissione», fanno sapere dal M5s. «Chiediamo però che il perimetro di indagine si allarghi alle Regioni, visto che la sanità è materia anche regionale».
Marco Furfaro, capogruppo dem in commissione Affari sociali, aveva spiegato che erano usciti dall’aula prima del voto perché «nel testo si mette in dubbio l’utilità dei vaccini, ammiccando ai novax, e non sono menzionate le Regioni, cioè l’istituzione che ha la competenza principale sulla sanità». Aggiungeva che «la destra vuole solo strumentalizzare una tragedia e provare a distogliere l’attenzione dalle incapacità di questo governo nell’affrontare le emergenze del Paese». A detta del Pd, il testo base del disegno di legge «fa schifo». Per la pentastellata Chiara Appendino, costituisce «un insulto», come lo ha definito nella seduta del 12 aprile.
«L’ho sempre detto, valuterò ogni emendamento nel merito senza alcun pregiudizio o preclusione, perché l’obiettivo è elaborare il miglior testo possibile», commentava ieri il deputato di Fdi, Alice Bonguerrieri, relatore del testo base che fonde tre proposte, quelle di Riccardo Molinari (Lega), di Galeazzo Bignami (Fdi) e Davide Faraone (Italia Viva). «Se ci saranno suggerimenti utili, li sottoporrò al gruppo e alla maggioranza». La soddisfazione era grande, per l’unità mostrata dal centrodestra, come aveva già espresso dopo il voto. «L’accordo in commissione, con l’adozione del testo base, testimonia non solo che la maggioranza è compatta, ma che coinvolge anche parte dell'opposizione come il terzo polo, muovendosi verso l’unica direzione possibile e cioè quella della chiarezza», dichiarava Bonguerrieri.
La discussione generale degli emendamenti era in programma per venerdì 21 aprile, ma slitterà alla prossima settimana. Una volta votate le modifiche, il testo passerà all’Aula per l’approvazione.
La commissione, lo ricordiamo, dovrà far luce su diversi aspetti che hanno contraddistinto la gestione pandemica, valutando l’efficacia, la tempestività e i risultati delle misure adottate dal governo per prevenire, contrastare e ridurre la diffusione del Sars-CoV-2. Così pure accertare l’eventuale esistenza di un piano sanitario nazionale per il contrasto del virus, e le ragioni della sua mancata pubblicazione e divulgazione; perché non fu aggiornato il piano pandemico nazionale redatto nel 2006; valutare se furono tempestivi e adeguati gli strumenti forniti alle Regioni e agli enti locali durante l’emergenza pandemica, ma anche se ci furono irregolarità, sprechi negli acquisti dei vaccini e svolgendo indagini sull’efficacia del piano vaccinale predisposto. La commissione dovrà approfondire anche molti altri aspetti, come l’acquisto dei dispositivi di protezione individuale prodotti in Cina.
«Il virus scappò da un laboratorio». Il Senato Usa inguaia la Cina e Biden
È uno schiaffo al Partito comunista cinese il rapporto pubblicato l’altro ieri dai senatori repubblicani sulle origini del Covid-19: un rapporto confezionato dall’artefice dell’Operazione Warp Speed, il dottor Robert Kadlec.
Presentando il documento di oltre 300 pagine, il senatore del Gop, Roger Marshall, ha dichiarato: «Questo rapporto conclude che molto probabilmente ci sono state due fuoriuscite dal laboratorio». È in un tale quadro che il dossier si concentra innanzitutto sui problemi in materia di biosicurezza dell’Istituto di virologia di Wuhan. «La prevalenza delle prove circostanziali supporta la tesi dell’incidente non intenzionale correlato alla ricerca», recita il documento. «Da giugno ad agosto 2019, la leadership dell’Istituto di virologia di Wuhan ha pubblicato numerosi rapporti in cui esprimeva preoccupazione per le carenze di biosicurezza dovute alla disponibilità limitata di attrezzature e personale addestrato», si legge ancora. D’altronde, già nel 2018, un cablogramma del Dipartimento di Stato americano sottolineò che l’istituto «aveva una grave carenza di tecnici e ricercatori adeguatamente formati necessari per gestire in sicurezza questo laboratorio ad alto contenimento». Non solo: il report riferisce anche di alcuni atteggiamenti sospetti tenuti dalle autorità cinesi. «A metà settembre 2019, l’Istituto di virologia di Wuhan ha disattivato il proprio database di campioni e sequenze (di virus, ndr) e rafforzò la sicurezza fisica del suo campus», si legge nel documento, che sottolinea anche la scarsa trasparenza della Repubblica popolare.
Inoltre, nonostante il governo di Pechino abbia sostenuto che l’epidemia non iniziò prima dell’8 dicembre 2019, questo nuovo report risulta di tutt’altro avviso. Secondo i senatori repubblicani, «i modelli epidemiologici e genetici indicano che la probabile prima incidenza di infezioni umane da Sars-Cov-2 si è verificata tra metà ottobre e l’inizio o la metà di novembre 2019». «Allo stesso modo», si legge ancora, «numerosi rapporti ufficiali, tecnici e giornalistici suggeriscono che la comparsa del virus risalga a un periodo che va dalla fine di ottobre alla metà di novembre». Ma c’è dell’altro. Sembra infatti che l’esercito cinese abbia iniziato a sviluppare vaccini contro il Covid non più tardi di novembre 2019. «Sulla base di annunci pubblici, brevetti sui vaccini, rapporti pubblicati relativi ai vaccini e analisi di questa indagine, almeno due di questi sforzi di sviluppo del vaccino sono iniziati non oltre novembre-dicembre 2019, prima che l’epidemia di Covid-19 fosse ammessa o resa pubblica», si legge nel dossier, secondo cui lo scienziato militare Zhou Yusen «presentò uno dei primi brevetti di vaccino Covid-19 il 24 febbraio 2020».
Insomma, quanto emerge è imbarazzante per Pechino. Se la Repubblica popolare avesse mostrato una condotta più trasparente, molte vite si sarebbero infatti potute salvare. Tuttavia, oltre a rivelarsi una denuncia delle responsabilità cinesi, il rapporto può anche essere letto come una critica all’attuale Casa Bianca, che sull’origine del Covid ha tenuto finora una posizione piuttosto ambigua. «Non c’è consenso in questo momento nel governo degli Usa su come sia iniziato esattamente il Covid», ha dichiarato il 27 febbraio scorso il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby. Non è un mistero che il Gop punti invece a un approccio più severo nei confronti del Dragone su questo fronte. L’ambasciata cinese a Washington si è non a caso lamentata dell’indagine che stanno conducendo i repubblicani alla Camera sulle origini della pandemia.
Infine, il nuovo rapporto potrebbe mettere in imbarazzo anche Anthony Fauci, che per tutto il 2020 escluse la validità della teoria dell’origine dal laboratorio, per poi diventare improvvisamente possibilista nel maggio 2021. Ad aprile 2020, l’allora direttore del Niaid screditò pubblicamente tale teoria e ricevette un messaggio di ringraziamento dal presidente di Ecohealth, Peter Daszak. Ecohealth aveva ottenuto tramite il Niaid fondi dal Dipartimento della Salute americano: fondi, che aveva almeno in parte usato per condurre ricerche sui coronavirus nei pipistrelli in partnership con l’Istituto di virologia di Wuhan. Guarda caso, fu proprio Daszak a organizzare la pubblicazione di una lettera di scienziati, apparsa su Lancet a febbraio 2020, che bollava frettolosamente la tesi della fuoriuscita come una teoria del complotto. Ebbene, il report dei repubblicani sostiene che le informazioni relative ai rapporti tra Niaid, EcoHealth e l’istituto di Wuhan sono state difficili da ottenere.
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Presentati circa 120 emendamenti, soprattutto da Pd e M5s, al testo che istituisce l’organo parlamentare di inchiesta sulla gestione dei contagi. I grillini: «Le indagini si allarghino anche alle Regioni». Il centrodestra resta compatto. La prossima settimana il voto.«Il virus scappò da un laboratorio». Il Senato Usa inguaia la Cina e Joe Biden. Il rapporto: «Pechino lavorava ai vaccini da novembre 2019». Smentita la linea dei dem.Lo speciale contiene due articoli.Il centrodestra è rimasto compatto, nessun emendamento è stato presentato da Lega, Forza Italia e Fdi. Le circa 120 proposte di modifiche, da apportare al testo unificato per istituire la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia Sars-CoV-2, arrivano quasi tutte dalle opposizioni. Poche, quelle di Italia Viva e Azione. Un bel segnale incoraggiante, per l’iter iniziato il 15 febbraio scorso e che sta seguendo il disegno di legge per l’istituzione di una commissione bicamerale d’inchiesta formata da 30 parlamentari, 15 senatori e 15 deputati, che avranno il compito di indagare sulla gestione dell’emergenza Covid in Italia. Ieri, alle 18, scadeva il termine ultimo per presentare in modalità digitale gli emendamenti al testo base, approvato una settimana fa in commissione Affari sociali della Camera con un voto a maggioranza. È il testo unificato delle tre proposte di legge sul quale si erano trovati d’accordo il centrodestra, assieme ad Azione e Italia Viva. Pd, M5s, e Avs (Alleanza Verdi e Sinistra), avevano invece disertato il voto. Da parte del Pd sono stati presentati circa una quarantina di emendamenti, i 5 stelle ne hanno messi insieme una cinquantina, le altre proposte di modifica che si conosceranno domani arrivano da Avs e da Italia Viva. «Io ho firmato la proposta di legge per fare la commissione sul Covid già nella scorsa legislatura, figuratevi se oggi non votavo a favore», commentava mercoledì scorso Davide Faraone di Iv, papabile presidente della commissione, annunciando però emendamenti perché la loro proposta «tiene dentro anche il ruolo delle Regioni». Le circa 50 modifiche avanzate dai 5 stelle «sono tutte di merito, di sostanza, non con intenti ostruzionistici dal momento che siamo assolutamente favorevoli alla commissione», fanno sapere dal M5s. «Chiediamo però che il perimetro di indagine si allarghi alle Regioni, visto che la sanità è materia anche regionale».Marco Furfaro, capogruppo dem in commissione Affari sociali, aveva spiegato che erano usciti dall’aula prima del voto perché «nel testo si mette in dubbio l’utilità dei vaccini, ammiccando ai novax, e non sono menzionate le Regioni, cioè l’istituzione che ha la competenza principale sulla sanità». Aggiungeva che «la destra vuole solo strumentalizzare una tragedia e provare a distogliere l’attenzione dalle incapacità di questo governo nell’affrontare le emergenze del Paese». A detta del Pd, il testo base del disegno di legge «fa schifo». Per la pentastellata Chiara Appendino, costituisce «un insulto», come lo ha definito nella seduta del 12 aprile.«L’ho sempre detto, valuterò ogni emendamento nel merito senza alcun pregiudizio o preclusione, perché l’obiettivo è elaborare il miglior testo possibile», commentava ieri il deputato di Fdi, Alice Bonguerrieri, relatore del testo base che fonde tre proposte, quelle di Riccardo Molinari (Lega), di Galeazzo Bignami (Fdi) e Davide Faraone (Italia Viva). «Se ci saranno suggerimenti utili, li sottoporrò al gruppo e alla maggioranza». La soddisfazione era grande, per l’unità mostrata dal centrodestra, come aveva già espresso dopo il voto. «L’accordo in commissione, con l’adozione del testo base, testimonia non solo che la maggioranza è compatta, ma che coinvolge anche parte dell'opposizione come il terzo polo, muovendosi verso l’unica direzione possibile e cioè quella della chiarezza», dichiarava Bonguerrieri. La discussione generale degli emendamenti era in programma per venerdì 21 aprile, ma slitterà alla prossima settimana. Una volta votate le modifiche, il testo passerà all’Aula per l’approvazione. La commissione, lo ricordiamo, dovrà far luce su diversi aspetti che hanno contraddistinto la gestione pandemica, valutando l’efficacia, la tempestività e i risultati delle misure adottate dal governo per prevenire, contrastare e ridurre la diffusione del Sars-CoV-2. Così pure accertare l’eventuale esistenza di un piano sanitario nazionale per il contrasto del virus, e le ragioni della sua mancata pubblicazione e divulgazione; perché non fu aggiornato il piano pandemico nazionale redatto nel 2006; valutare se furono tempestivi e adeguati gli strumenti forniti alle Regioni e agli enti locali durante l’emergenza pandemica, ma anche se ci furono irregolarità, sprechi negli acquisti dei vaccini e svolgendo indagini sull’efficacia del piano vaccinale predisposto. 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Presentando il documento di oltre 300 pagine, il senatore del Gop, Roger Marshall, ha dichiarato: «Questo rapporto conclude che molto probabilmente ci sono state due fuoriuscite dal laboratorio». È in un tale quadro che il dossier si concentra innanzitutto sui problemi in materia di biosicurezza dell’Istituto di virologia di Wuhan. «La prevalenza delle prove circostanziali supporta la tesi dell’incidente non intenzionale correlato alla ricerca», recita il documento. «Da giugno ad agosto 2019, la leadership dell’Istituto di virologia di Wuhan ha pubblicato numerosi rapporti in cui esprimeva preoccupazione per le carenze di biosicurezza dovute alla disponibilità limitata di attrezzature e personale addestrato», si legge ancora. D’altronde, già nel 2018, un cablogramma del Dipartimento di Stato americano sottolineò che l’istituto «aveva una grave carenza di tecnici e ricercatori adeguatamente formati necessari per gestire in sicurezza questo laboratorio ad alto contenimento». Non solo: il report riferisce anche di alcuni atteggiamenti sospetti tenuti dalle autorità cinesi. «A metà settembre 2019, l’Istituto di virologia di Wuhan ha disattivato il proprio database di campioni e sequenze (di virus, ndr) e rafforzò la sicurezza fisica del suo campus», si legge nel documento, che sottolinea anche la scarsa trasparenza della Repubblica popolare. Inoltre, nonostante il governo di Pechino abbia sostenuto che l’epidemia non iniziò prima dell’8 dicembre 2019, questo nuovo report risulta di tutt’altro avviso. Secondo i senatori repubblicani, «i modelli epidemiologici e genetici indicano che la probabile prima incidenza di infezioni umane da Sars-Cov-2 si è verificata tra metà ottobre e l’inizio o la metà di novembre 2019». «Allo stesso modo», si legge ancora, «numerosi rapporti ufficiali, tecnici e giornalistici suggeriscono che la comparsa del virus risalga a un periodo che va dalla fine di ottobre alla metà di novembre». Ma c’è dell’altro. Sembra infatti che l’esercito cinese abbia iniziato a sviluppare vaccini contro il Covid non più tardi di novembre 2019. «Sulla base di annunci pubblici, brevetti sui vaccini, rapporti pubblicati relativi ai vaccini e analisi di questa indagine, almeno due di questi sforzi di sviluppo del vaccino sono iniziati non oltre novembre-dicembre 2019, prima che l’epidemia di Covid-19 fosse ammessa o resa pubblica», si legge nel dossier, secondo cui lo scienziato militare Zhou Yusen «presentò uno dei primi brevetti di vaccino Covid-19 il 24 febbraio 2020». Insomma, quanto emerge è imbarazzante per Pechino. Se la Repubblica popolare avesse mostrato una condotta più trasparente, molte vite si sarebbero infatti potute salvare. Tuttavia, oltre a rivelarsi una denuncia delle responsabilità cinesi, il rapporto può anche essere letto come una critica all’attuale Casa Bianca, che sull’origine del Covid ha tenuto finora una posizione piuttosto ambigua. «Non c’è consenso in questo momento nel governo degli Usa su come sia iniziato esattamente il Covid», ha dichiarato il 27 febbraio scorso il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby. Non è un mistero che il Gop punti invece a un approccio più severo nei confronti del Dragone su questo fronte. L’ambasciata cinese a Washington si è non a caso lamentata dell’indagine che stanno conducendo i repubblicani alla Camera sulle origini della pandemia. Infine, il nuovo rapporto potrebbe mettere in imbarazzo anche Anthony Fauci, che per tutto il 2020 escluse la validità della teoria dell’origine dal laboratorio, per poi diventare improvvisamente possibilista nel maggio 2021. Ad aprile 2020, l’allora direttore del Niaid screditò pubblicamente tale teoria e ricevette un messaggio di ringraziamento dal presidente di Ecohealth, Peter Daszak. Ecohealth aveva ottenuto tramite il Niaid fondi dal Dipartimento della Salute americano: fondi, che aveva almeno in parte usato per condurre ricerche sui coronavirus nei pipistrelli in partnership con l’Istituto di virologia di Wuhan. Guarda caso, fu proprio Daszak a organizzare la pubblicazione di una lettera di scienziati, apparsa su Lancet a febbraio 2020, che bollava frettolosamente la tesi della fuoriuscita come una teoria del complotto. Ebbene, il report dei repubblicani sostiene che le informazioni relative ai rapporti tra Niaid, EcoHealth e l’istituto di Wuhan sono state difficili da ottenere.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.