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2020-04-24
Siluro da 8,5 milioni di cartelle in arrivo a giugno grazie ai grillini
Ernesto Maria Ruffini (Ansa)
Il decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento.
L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale.
Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga.
E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti.
L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore.
Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160
Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4.
In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale.
Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare.
Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana.
Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo.
Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
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Un emendamento pentastellato al Cura Italia ha cancellato la proroga fiscale: a svelarlo è il presidente Ernesto Maria Ruffini. Il pasticcio è nato per far saltare la pace fiscale proposta dalla Lega. Per rimediare serve una nuova legge.Le anticipazioni sul documento mostrano una situazione drammatica. Esecutivo diviso: i 5 stelle pretendono il reddito di emergenza, Dario Franceschini soldi al turismo.Lo speciale contiene due articoliIl decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento. L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale. Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga. E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti. L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siluro-da-8-5-milioni-di-cartelle-in-arrivo-a-giugno-grazie-ai-grillini-2645816762.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-disavanzo-sale-al-10-il-def-promette-55-miliardi-ma-ne-servono-almeno-160" data-post-id="2645816762" data-published-at="1587671286" data-use-pagination="False"> Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160 Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4. In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale. Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare. Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana. Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo. Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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