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2020-04-24
Siluro da 8,5 milioni di cartelle in arrivo a giugno grazie ai grillini
Ernesto Maria Ruffini (Ansa)
Il decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento.
L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale.
Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga.
E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti.
L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore.
Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160
Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4.
In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale.
Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare.
Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana.
Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo.
Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
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Un emendamento pentastellato al Cura Italia ha cancellato la proroga fiscale: a svelarlo è il presidente Ernesto Maria Ruffini. Il pasticcio è nato per far saltare la pace fiscale proposta dalla Lega. Per rimediare serve una nuova legge.Le anticipazioni sul documento mostrano una situazione drammatica. Esecutivo diviso: i 5 stelle pretendono il reddito di emergenza, Dario Franceschini soldi al turismo.Lo speciale contiene due articoliIl decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento. L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale. Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga. E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti. L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siluro-da-8-5-milioni-di-cartelle-in-arrivo-a-giugno-grazie-ai-grillini-2645816762.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-disavanzo-sale-al-10-il-def-promette-55-miliardi-ma-ne-servono-almeno-160" data-post-id="2645816762" data-published-at="1587671286" data-use-pagination="False"> Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160 Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4. In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale. Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare. Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana. Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo. Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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