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2020-04-24
Siluro da 8,5 milioni di cartelle in arrivo a giugno grazie ai grillini
Ernesto Maria Ruffini (Ansa)
Il decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento.
L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale.
Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga.
E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti.
L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore.
Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160
Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4.
In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale.
Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare.
Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana.
Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo.
Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
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Un emendamento pentastellato al Cura Italia ha cancellato la proroga fiscale: a svelarlo è il presidente Ernesto Maria Ruffini. Il pasticcio è nato per far saltare la pace fiscale proposta dalla Lega. Per rimediare serve una nuova legge.Le anticipazioni sul documento mostrano una situazione drammatica. Esecutivo diviso: i 5 stelle pretendono il reddito di emergenza, Dario Franceschini soldi al turismo.Lo speciale contiene due articoliIl decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento. L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale. Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga. E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti. L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siluro-da-8-5-milioni-di-cartelle-in-arrivo-a-giugno-grazie-ai-grillini-2645816762.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-disavanzo-sale-al-10-il-def-promette-55-miliardi-ma-ne-servono-almeno-160" data-post-id="2645816762" data-published-at="1587671286" data-use-pagination="False"> Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160 Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4. In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale. Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare. Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana. Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo. Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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