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2020-04-24
Siluro da 8,5 milioni di cartelle in arrivo a giugno grazie ai grillini
Ernesto Maria Ruffini (Ansa)
Il decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento.
L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale.
Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga.
E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti.
L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore.
Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160
Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4.
In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale.
Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare.
Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana.
Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo.
Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
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Un emendamento pentastellato al Cura Italia ha cancellato la proroga fiscale: a svelarlo è il presidente Ernesto Maria Ruffini. Il pasticcio è nato per far saltare la pace fiscale proposta dalla Lega. Per rimediare serve una nuova legge.Le anticipazioni sul documento mostrano una situazione drammatica. Esecutivo diviso: i 5 stelle pretendono il reddito di emergenza, Dario Franceschini soldi al turismo.Lo speciale contiene due articoliIl decreto Cura Italia, quello di metà marzo che ha dato il via a fatica ai bonus per gli autonomi e a breve dovrebbe consentire la cassa integrazione per il Covid-19, entra in Parlamento con un baco e ne esce con un enorme buco. Il testo così come redatto dal governo prevedeva una proroga di due anni per le attività di accertamento e di riscossione in capo all'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini, così apprezzato da Matteo Renzi da tornare una seconda volta alla direzione delle Entrate. Una scelta virtuosa se non avesse nascosta una fregatura. L'articolo 67 del decreto era così complesso che è stata necessaria una direttiva dell'Agenzia, la cui lettura ha tolto i dubbi. Il testo spiega come si devono comportare i contribuenti che hanno rottamato le cartelle o sono in fase di accertamento. L'oggetto è i primi chiarimenti sugli importi dovuti a seguito di accertamenti esecutivi dopo il decreto Cura Italia. In sostanza si spiega che il documento mette in frigorifero i giorni di decorrenza che ripartono una volta venuta meno la portanza del decreto stesso. Solo che, nella seconda parte della circolare, per l'ennesima volta viene calpestato lo Statuto del contribuente. Per fare ricorso i cittadini hanno avuto tempo fino al 15 aprile, mentre l'autorità fiscale può prendersi una pausa e intervenire nel procedimento soltanto a fine maggio. Tradotto, la proroga, di per sé buona, sarebbe finita con lo storpiare il processo tributario. Favorendo non certo il contribuente. Da lì l'opposizione è insorta e una volta arrivato in Senato, il decreto è stato riempito di emendamenti. La Lega ne ha presentato uno (il 67.0) per abolire la proroga e al tempo stesso inserire la pace fiscale tout court. La maggioranza è insorta e il governo ha rincarato la dosa: niente pace fiscale, le tasse si pagano tutte, al massimo in ritardo. A quel punto l'emendamento leghista cade ma viene sostituito da un altro emendamento dei 5 stelle (il 67.15) a firma Gianmauro Dell'Olio. Pure questo mira a eliminare la discrasia tra Agenzia e contribuenti e quindi a far saltare la proroga, ma non contiene alcuna pace fiscale. Così, il governo non fa scattare alcun alert e dice sì all'emendamento incriminato. Risultato: il testo esce così dal Senato e arriva alla Camera dove Giuseppe Conte mette la fiducia e blinda l'articolato. A tirare fuori l'inghippo è lo stesso direttore Ruffini mentre viene sentito in audizione a Montecitorio. «Per effetto delle misure previste dal Cura Italia, l'Agenzia delle entrate riscossione ha sospeso l'avvio alla fase di notifica di circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo, oltre a circa 2,5 milioni di atti della riscossione», ha comunicato Ruffini. Specificando però che lo stop per gli accertamenti vale fino a maggio, dopo di che senza la proroga di due anni per passare ai fatti, l'Agenzia «procederà a notificare 8,5 milioni di atti nei confronti dei contribuenti», tra avvisi bonari, comunicazioni, lettere di compliance. In pratica da giugno scatterà «l'obbligo» di agire, andando a bussare alla porta dei cittadini «nel caso salti la norma inserita nel dl Cura Italia». Il riferimento è proprio all'intervento dei 5 stelle e all'eliminazione della proroga. E qui Ruffini usa il veleno anche se la stoccata è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Innanzitutto già sa del pasticcio commesso dal governo e dai 5 stelle e quindi gira il dito nella piaga aggiungendo anche un passaggio che ha fatto arrabbiare più di un commercialista. Ruffini, guardando alla conversione in legge del decreto, tiene a precisare come la proroga biennale sui termini di decadenza dell'attività sia una disposizione a «tutela dei contribuenti», mentre per l'Agenzia non ci sarebbero impedimenti tecnici per inviare milioni di notifiche entro la fine dell'anno. La prima è una stiletta per chi ha abrogato un articolo redatto più dall'Agenzia che dal Mef e messo apposta nel decreto per passare inosservato. Mentre la seconda parte della dichiarazione sembra quasi una minaccia. Un manager che ha appoggiato l'idea renziana di fisco amico via sms non dovrebbe mettere in campo tale potenza di fuoco in momento in cui le aziende collassano e le famiglie piangono i morti. L'Agenzia, chiarisce il direttore, «è perfettamente in grado» di passare alle notifiche entro le scadenze. Questo senza contare che «per l'anno ci sono altri 17 milioni di atti in capo alla Riscossione, di una fetta non trascurabile composta da cartelle». Come dire, o passa la nostra norma così come è oppure bussiamo subito alle porte degli italiani. Un rischio molto concreto. Sebbene il governo si sia accorto dell'errore si è ritrovato fuori gioco. Il voto di fiducia alla Camera era già stato fissato per ieri sera e per presentare un nuovo maxi emendamento servono almeno 24 ore di preavviso. «Così», commenta Giulio Centemero, deputato leghista, «era troppo tardi per intervenire e in ogni caso avrebbe significato un nuovo passaggio al Senato. Uno smacco enorme per il governo che pure di non ascoltare le nostre proposte ha finito con il tagliare il ramo su cui è seduto». Infatti, adesso c'è solo una possibilità per rimediare: inserire nel futuro decreto di aprile un articolo clone che proroghi di nuovo i tempi. Altrimenti le aziende appena uscite dalla quarantena saranno travolte dalle tasse. Bisognerà vigilare perché c'è un rischio diabolico. Il governo riproporrà la proroga scritta dal fisco di nuovo con lo sfalsamento del processo tributario. Così si tratterà di scegliere il male minore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siluro-da-8-5-milioni-di-cartelle-in-arrivo-a-giugno-grazie-ai-grillini-2645816762.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-disavanzo-sale-al-10-il-def-promette-55-miliardi-ma-ne-servono-almeno-160" data-post-id="2645816762" data-published-at="1587671286" data-use-pagination="False"> Il disavanzo sale al 10% Il Def promette 55 miliardi ma ne servono almeno 160 Gli italiani sfogliano il crisantemo, la margherita di questi tempi pare troppo: «Arriva o non arriva, più tasse e quante tasse?». Oggetto di queste angoscianti curiosità sono il decreto aprile annunciato e mai varato che dovrebbe dare un po' di soldi a un Paese agonizzante e il Def, documento di economia e finanza, che doveva essere presentato tassativamente il 10 aprile alle Camere. Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia e primo relatore del Mes in Europa, non spiega il ritardo. Il contesto dice tutto, ha confidato ai suoi. È il dover fare i conti con una maggioranza che litiga su tutto con una frattura verticale tra pentastellati e Pd e una crisi senza precedenti: Pil a picco, si prevede -8% (ma per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,7), rapporto debito Pil al 155% anche per effetto del decreto di aprile-maggio, che andrebbe ribattezzato Godot visto che non arriva, rapporto deficit/Pil del 10,4. In totale fanno 161 miliardi così scanditi: 55 miliardi del nuovo decreto, 30 di garanzie per le imprese da inserire nel decreto liquidità, 50 di ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti, una trentina di spese indifferibili, interessi e via contando. Lo hanno precisato mercoledì notte in una riunione a via XX Settembre con, pare, anche parole grosse tra i diversi viceministri, i capi delegazione della maggioranza e lo stesso Gualtieri che voleva limitare al massimo le spese. La riunione con Alessandro Rivera, direttore del ministero, a fare da custode dell'ortodossia europea è finita oltre le due di notte e ha segnato una quasi alba tragica: chiedere al Parlamento altri 55 miliardi di scostamento del deficit a cui si aggiungono i 30 del decreto liquidità mai chiesti e tentare un coup de theatre per cancellare le clausole di salvaguardia per non parlare più di aumenti dell'Iva. C'è da crederci? Roberto Gualtieri ha annunciato così di voler trovare ulteriori 20 miliardi per quest'anno e 27 miliardi per il prossimo. Il Def avrà infatti un orizzonte solo biennale. Ma teniamo a mente che sommate le clausole fanno 47 miliardi. Roberto Gualtieri ha tentato in tuti i modi di limitare quei 55 miliardi. Era disposto a concederne dieci di meno. Ma ad alcuni della maggioranza già i 55 miliardi sembrano pochi. Glielo hanno contestato tanto i 5 stelle che vogliono soldi a pioggia con il reddito di emergenza quanto Italia viva che spinge per sostegni a imprese e partite Iva. Si annunciano nel decreto «Godot» aiuti per 10 miliardi alle srl al di sotto dei dieci dipendenti di cui 8 a fondo perduto e 2 per le bollette, 13 miliardi di rinnovo per la Cig, 12 miliardi per pagare un po' di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, un po' di interventi sul turismo. E ancora 7 miliardi per assicurare due mesi di sostegno agli autonomi, 6 miliardi per i Comuni, 1,8 miliardi tra colf e badanti a cui andranno assegni tra 200 e 400 euro e buoni baby sitter, 2,3 miliardi per gli ospedali e le terapie intensive, un miliardo e mezzo per la Protezione civile, oltre agli interventi per il cosiddetto reddito di emergenza che dovrebbe oscillare tra 500 e 800 euro a seconda del quoziente familiare. Almeno questo è il quadro che è uscito a notte fonda dalla riunione di Gualtieri, Rivera ed esponenti di maggioranza. Con questi conti il ministro dell'Economia è salito da Giuseppe Conte che voleva riunire ieri i ministri prima del vertice europeo. Quando hanno tirato le somme l'ordine del giorno si è trasformato in un crisantemo da sfogliare. Servono 161 miliardi e non sanno dove trovarli. C'è bisogno di un vertice di maggioranza prima di varare il decreto aprile/maggio perché forse bisogna limare. Dunque Consiglio dei ministri rinviato a tarda serata, poi tutto rimandato a data da destinarsi. Oggi Conte vedrà la maggioranza per capire che aria tira, poi probabilmente sabato riunirà il governo. E il nuovo decreto aprile non si vedrà fino alla prossima settimana. Ovviamente di coinvolgere le minoranze nemmeno a parlarne. Perché c'è un altro interrogativo a cui dal Mef non rispondono: nello scostamento di bilancio sono o no comprese le clausole di salvaguardia? Perché se gli interventi anti Covid spesano quelle previste per quest'anno, dei 55 miliardi ne resterebbero spendibili solo 35. Perciò c'è molto nervosismo nella maggioranza. I partiti chiedono più coinvolgimento e la viceministra all'economia Laura Castelli (5 stelle) ha posto il veto su tutto se non passa un assegno da almeno 500 euro per il reddito di emergenza e di rimando Dario Franceschini (Pd) vuole più soldi per il turismo. Tocca a Federico D'Incà, ministro dei rapporti con il Parlamento, reggere l'urto in attesa che dal Mef escano tabelle più precise. I conti infatti non tornano e il decreto Godot non si vede. In attesa gli italiani sfogliano il crisantemo.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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