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2021-11-26
Ok ai sieri per i piccoli testati solo su 1.305
Ansa
Rassicurati dalla sperimentazione positiva su 2.000 bambini di età compresa tra i cinque e gli undici anni, gli scienziati dell'Ema hanno deciso di autorizzare la vaccinazione per quasi 40 milioni di piccoli europei. Non manca certo il coraggio, all'agenzia europea che vigila sui farmaci. Come non manca all'Aifa, il suo omologo italiano, che la prossima settimana si riunirà per fare «una propria valutazione» della scelta dell'Ema, che tutti si aspettano perfettamente allineata. A quel punto, anche ufficialmente, potrà partire la campagna di vaccinazione dei bambini di scuole primarie e medie (indicativamente), con la promessa del governo Draghi che almeno a loro verrà risparmiato il green pass.
Sotto l'evidente pressione dell'aumento dei contagi in tutta Europa, l'Ema ha dunque rotto gli indugi e ieri ha raccomandato ufficialmente di vaccinare anche i ragazzini nella fascia d'età 5-11. Se si tiene conto che per Eurostat nel Vecchio continente ci sono 79 milioni di ragazzi e bambini sotto i 14 anni, significa che almeno la metà di loro verrà spinta a vaccinarsi contro il Covid. Secondo l'Ema, i benefici della vaccinazione superano i rischi e gli effetti indesiderati nei bambini sarebbero assai simili a quelli riscontrati finora negli adulti, ovvero dolori al braccio o dove è avvenuta l'iniezione, stanchezza generale, mal di testa, arrossamento e gonfiore della zona della puntura, dolori muscolari e brividi. Si tratta, insomma, di effetti generalmente modesti e che passano nel giro di pochi giorni. Colpiscono, per ora, i numeri modesti della sperimentazione sui bambini. L'Ema riporta uno studio su poco meno di 2.000 soggetti tra i 5 e gli 11 anni, dal quale risulta che su 1.305 bambini che hanno ricevuto il vaccino (gli altri hanno avuto il placebo) solo in tre hanno sviluppato il Covid-19 rispetto ai 16 dei 663 bambini a cui invece è stato somministrato un semplice placebo.
Significa che, in base a questo studio, il vaccino è stato efficace al 90,7% nel prevenire il Covid-19 sintomatico. Un altro studio citato da Ema ha inoltre mostrato che la risposta immunitaria a Comirnaty (Pfizer-BioNtech) somministrata a una dose più bassa (10 milligrammi) in un gruppo tra i 5 e gli 11 anni di età ha la medesima forza della dose più alta (30 milligrammi) assunta da giovani tra i 16 e i 25 anni.
La mossa dell'Agenzia europea, che arriva in una fase delicata e con il Natale alle porte, non convince però una virologa che ha dimostrato grande autonomia come Maria Rita Gismondo. La direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell'ospedale Sacco di Milano, rileva che «al momento non ci sono dati sufficienti per poter avvalorare la scelta del vaccino anti-Covid nella fascia d'età 5-11 anni, anche perché non ci sono dati validi sul rapporto rischio-beneficio». «Questo lo dico ovviamente per i bambini in buona salute», aggiunge Gismondo, «perché per i fragili il discorso è diverso e tutti loro, di qualsiasi età, dovrebbero essere vaccinati, anche obbligatoriamente». Se si guarda fuori dai confini europei, i profeti della vaccinazione di massa dei bambini sono gli Stati Uniti (sempre tra 5 e 11 anni di età), dove la raccomandazione della Casa Bianca è del 2 novembre e il 10% ha già ricevuto la prima dose. Eppure, in un rapporto del 26 ottobre, la Fda riteneva «il numero dei partecipanti ai test clinici troppo basso per la rilevazione dei potenziali rischi di miocarditi associati alla vaccinazione».
La pensa diversamente Marco Cavaleri, responsabile Vaccini e Prodotti terapeutici Covid-19 dell'Ema: «Tremila soggetti sono la dimensione standard per verificare i vaccini. Ma è importante proseguire il monitoraggio del vaccino ai bambini, presto avremo i dati dagli Stati Uniti e Israele, e verificheremo eventuali eventi avversi come le miocarditi. Ma siamo fiduciosi che vedremo meno incidenza nei bambini piccoli». Nessuna certezza quindi, ma solo «fiducia» da parte degli esperti Ema, sui rischi che potrebbero correre milioni di piccoli. E, pure in Italia, il via libera è questione di giorni. L'Aifa si riunirà tra mercoledì e venerdì prossimi e di certo non deluderà le aspettative del governo. Come ha anticipato mercoledì dal ministro Speranza, la Pfizer dovrebbe consegnarci le dosi pediatriche di vaccino entro la terza decade di dicembre. Solo da allora potrà iniziare la campagna anche nella fascia 5-11 anni. La casa farmaceutica americana ha sperimentato il dosaggio ridotto su 2.268 bambini dai 5 agli 11 anni: due terzi hanno ricevuto la doppia dose del vaccino a tre settimane di distanza; agli altri sono state iniettate due dosi di placebo. Lo studio non era abbastanza ampio per ottenere delle conclusioni sulla capacità del vaccino di prevenire la malattia o il ricovero (vista la bassa frequenza di questi eventi nei bambini), e allora i ricercatori della Pfizer hanno misurato la risposta immunitaria partendo dal presupposto che i livelli protettivi di anticorpi osservati nelle persone adulte siano altrettanto efficaci nei bambini. È così che si è rilevato che per gli under 12 bastano 10 milligrammi. Per evitare errori di somministrazione, la fiala avrà un cappuccio arancione e un'etichetta con la scritta «solo per bambini».
La rivincita di Astrazeneca sull’Ue: «Più efficace di Pfizer sugli anziani»
Dopo tante polemiche, potrebbe essere l'ora del riscatto per il vaccino Astrazeneca, quello che al di là della Manica chiamano orgogliosamente «Oxford», perché ha visto la luce nei laboratori della prestigiosa università. Secondo una ricerca appena diffusa, questo vaccino offrirebbe una immunità più durevole rispetto agli altri e ciò spiegherebbe perché nel Regno Unito, che ne ha fatto ampio uso, la quarta ondata del Covid non stia facendo danni come in Europa.
A segnalare la cosa è stato il quotidiano Telegraph, che ha riportato le dichiarazioni di Pascal Soriot, direttore esecutivo di Astrazeneca, secondo il quale la scelta del governo Johnson di offrire il vaccino Astrazeneca alle persone anziane (In Italia è stato preferito lo Pfizer) potrebbe essere «una delle ragioni per cui non ci sono così tanti ricoveri in ospedale rispetto all'alto numero di contagi». Per sostenere questa affermazione l'azienda farmaceutica sta preparando una statistica che sarà diffusa a breve, ma ha già lasciato trapelare qualche dettaglio, come ad esempio il fatto che l'immunità a lungo termine sarebbe assicurata dalle cellule T, che durano e proteggono dal virus anche quando gli anticorpi riducono il loro potere. Sui benefici dei linfociti T negli ultimi mesi erano state date conferme da diverse ricerche, che hanno confermato come assolvano al compito di riconoscere le cellule infettate dal virus, legarsi ad esse ed eliminarle, evitando che il paziente peggiori.
Un risultato interessante, che ha suscitato forse qualche rammarico in altri paesi, tra cui Francia, Germania, Spagna e Belgio, che hanno deciso di somministrare l'Astrazeneca solo a persone sotto i 65 anni, perché non c'erano dimostrazioni che funzionasse adeguatamente sugli anziani, e lo hanno poi evitato per i troppi giovani, a causa del pericolo di trombi.
Negli uffici di Downing Street molti si compiacciono, visto che la decisione di utilizzare questa casa farmaceutica per gli anziani, in anticipo su tutti gli altri, sembra aver avuto conseguenze positive. Secondo gli scienziati inglesi, l'affermazione di Soriot sarebbe plausibile e potrebbe davvero spiegare come mai il tasso di ricoveri in Gran Bretagna non è così elevato come altrove. Il dottor Peter English, già membro del comitato Bma per la salute pubblica, sostiene che le persone che hanno nel proprio sistema immunitario la presenza di cellule T, ma non tanti anticorpi, potrebbero essere a rischio di contagiarsi più degli altri ma avrebbero meno probabilità di sviluppare la malattia in modo grave. A fargli eco anche la professoressa Eleanor Riley, docente di immunologia e malattie infettive a Edimburgo, che cita diverse ricerche in base alle quali il vaccino Astrazeneca fornisce un numero significativo di linfociti T mentre i vaccini mRNA come lo Pfizer hanno per effetto soprattutto la produzione di anticorpi. Di fronte a queste indicazioni scientifiche, Steve Baker, esponente dei Tory, invita i politici europei a fare ammenda per aver tanto criticato Astrazeneca e si chiede se questo loro atteggiamento non abbia messo a rischio molte vite.
La risposta degli anticorpi ha infatti una reazione immediate al virus, mentre i linfociti T arrivano dopo, ma agiscono per un tempo superiore e permettono al corpo di ricordare come difendersi contro il «nemico».
Tanto che qualcuno in Gran Bretagna comincia a sostenere che per i cittadini che hanno ricevuto il vaccino Oxford forse la terza dose non sarebbe ancora necessaria.
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Via libera dell'Ema all'iniezione per gli under 12, sperimentata su pochissimi soggetti. Fda critica: difficile quantificare i rischi di miocardite. Ma l'Agenzia europea si limita a un surreale «siamo fiduciosi». Atteso la prossima settimana anche il sì dell'Aifa.Astrazeneca darebbe maggiore protezione agli anziani rispetto a Pfizer: meno over 65 ricoverati in Uk.Lo speciale contiene due articoli.Rassicurati dalla sperimentazione positiva su 2.000 bambini di età compresa tra i cinque e gli undici anni, gli scienziati dell'Ema hanno deciso di autorizzare la vaccinazione per quasi 40 milioni di piccoli europei. Non manca certo il coraggio, all'agenzia europea che vigila sui farmaci. Come non manca all'Aifa, il suo omologo italiano, che la prossima settimana si riunirà per fare «una propria valutazione» della scelta dell'Ema, che tutti si aspettano perfettamente allineata. A quel punto, anche ufficialmente, potrà partire la campagna di vaccinazione dei bambini di scuole primarie e medie (indicativamente), con la promessa del governo Draghi che almeno a loro verrà risparmiato il green pass. Sotto l'evidente pressione dell'aumento dei contagi in tutta Europa, l'Ema ha dunque rotto gli indugi e ieri ha raccomandato ufficialmente di vaccinare anche i ragazzini nella fascia d'età 5-11. Se si tiene conto che per Eurostat nel Vecchio continente ci sono 79 milioni di ragazzi e bambini sotto i 14 anni, significa che almeno la metà di loro verrà spinta a vaccinarsi contro il Covid. Secondo l'Ema, i benefici della vaccinazione superano i rischi e gli effetti indesiderati nei bambini sarebbero assai simili a quelli riscontrati finora negli adulti, ovvero dolori al braccio o dove è avvenuta l'iniezione, stanchezza generale, mal di testa, arrossamento e gonfiore della zona della puntura, dolori muscolari e brividi. Si tratta, insomma, di effetti generalmente modesti e che passano nel giro di pochi giorni. Colpiscono, per ora, i numeri modesti della sperimentazione sui bambini. L'Ema riporta uno studio su poco meno di 2.000 soggetti tra i 5 e gli 11 anni, dal quale risulta che su 1.305 bambini che hanno ricevuto il vaccino (gli altri hanno avuto il placebo) solo in tre hanno sviluppato il Covid-19 rispetto ai 16 dei 663 bambini a cui invece è stato somministrato un semplice placebo. Significa che, in base a questo studio, il vaccino è stato efficace al 90,7% nel prevenire il Covid-19 sintomatico. Un altro studio citato da Ema ha inoltre mostrato che la risposta immunitaria a Comirnaty (Pfizer-BioNtech) somministrata a una dose più bassa (10 milligrammi) in un gruppo tra i 5 e gli 11 anni di età ha la medesima forza della dose più alta (30 milligrammi) assunta da giovani tra i 16 e i 25 anni. La mossa dell'Agenzia europea, che arriva in una fase delicata e con il Natale alle porte, non convince però una virologa che ha dimostrato grande autonomia come Maria Rita Gismondo. La direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell'ospedale Sacco di Milano, rileva che «al momento non ci sono dati sufficienti per poter avvalorare la scelta del vaccino anti-Covid nella fascia d'età 5-11 anni, anche perché non ci sono dati validi sul rapporto rischio-beneficio». «Questo lo dico ovviamente per i bambini in buona salute», aggiunge Gismondo, «perché per i fragili il discorso è diverso e tutti loro, di qualsiasi età, dovrebbero essere vaccinati, anche obbligatoriamente». Se si guarda fuori dai confini europei, i profeti della vaccinazione di massa dei bambini sono gli Stati Uniti (sempre tra 5 e 11 anni di età), dove la raccomandazione della Casa Bianca è del 2 novembre e il 10% ha già ricevuto la prima dose. Eppure, in un rapporto del 26 ottobre, la Fda riteneva «il numero dei partecipanti ai test clinici troppo basso per la rilevazione dei potenziali rischi di miocarditi associati alla vaccinazione». La pensa diversamente Marco Cavaleri, responsabile Vaccini e Prodotti terapeutici Covid-19 dell'Ema: «Tremila soggetti sono la dimensione standard per verificare i vaccini. Ma è importante proseguire il monitoraggio del vaccino ai bambini, presto avremo i dati dagli Stati Uniti e Israele, e verificheremo eventuali eventi avversi come le miocarditi. Ma siamo fiduciosi che vedremo meno incidenza nei bambini piccoli». Nessuna certezza quindi, ma solo «fiducia» da parte degli esperti Ema, sui rischi che potrebbero correre milioni di piccoli. E, pure in Italia, il via libera è questione di giorni. L'Aifa si riunirà tra mercoledì e venerdì prossimi e di certo non deluderà le aspettative del governo. Come ha anticipato mercoledì dal ministro Speranza, la Pfizer dovrebbe consegnarci le dosi pediatriche di vaccino entro la terza decade di dicembre. Solo da allora potrà iniziare la campagna anche nella fascia 5-11 anni. La casa farmaceutica americana ha sperimentato il dosaggio ridotto su 2.268 bambini dai 5 agli 11 anni: due terzi hanno ricevuto la doppia dose del vaccino a tre settimane di distanza; agli altri sono state iniettate due dosi di placebo. Lo studio non era abbastanza ampio per ottenere delle conclusioni sulla capacità del vaccino di prevenire la malattia o il ricovero (vista la bassa frequenza di questi eventi nei bambini), e allora i ricercatori della Pfizer hanno misurato la risposta immunitaria partendo dal presupposto che i livelli protettivi di anticorpi osservati nelle persone adulte siano altrettanto efficaci nei bambini. È così che si è rilevato che per gli under 12 bastano 10 milligrammi. Per evitare errori di somministrazione, la fiala avrà un cappuccio arancione e un'etichetta con la scritta «solo per bambini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sieri-piccoli-testati-solo-1305-2655799700.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-rivincita-di-astrazeneca-sullue-piu-efficace-di-pfizer-sugli-anziani" data-post-id="2655799700" data-published-at="1637913168" data-use-pagination="False"> La rivincita di Astrazeneca sull’Ue: «Più efficace di Pfizer sugli anziani» Dopo tante polemiche, potrebbe essere l'ora del riscatto per il vaccino Astrazeneca, quello che al di là della Manica chiamano orgogliosamente «Oxford», perché ha visto la luce nei laboratori della prestigiosa università. Secondo una ricerca appena diffusa, questo vaccino offrirebbe una immunità più durevole rispetto agli altri e ciò spiegherebbe perché nel Regno Unito, che ne ha fatto ampio uso, la quarta ondata del Covid non stia facendo danni come in Europa. A segnalare la cosa è stato il quotidiano Telegraph, che ha riportato le dichiarazioni di Pascal Soriot, direttore esecutivo di Astrazeneca, secondo il quale la scelta del governo Johnson di offrire il vaccino Astrazeneca alle persone anziane (In Italia è stato preferito lo Pfizer) potrebbe essere «una delle ragioni per cui non ci sono così tanti ricoveri in ospedale rispetto all'alto numero di contagi». Per sostenere questa affermazione l'azienda farmaceutica sta preparando una statistica che sarà diffusa a breve, ma ha già lasciato trapelare qualche dettaglio, come ad esempio il fatto che l'immunità a lungo termine sarebbe assicurata dalle cellule T, che durano e proteggono dal virus anche quando gli anticorpi riducono il loro potere. Sui benefici dei linfociti T negli ultimi mesi erano state date conferme da diverse ricerche, che hanno confermato come assolvano al compito di riconoscere le cellule infettate dal virus, legarsi ad esse ed eliminarle, evitando che il paziente peggiori. Un risultato interessante, che ha suscitato forse qualche rammarico in altri paesi, tra cui Francia, Germania, Spagna e Belgio, che hanno deciso di somministrare l'Astrazeneca solo a persone sotto i 65 anni, perché non c'erano dimostrazioni che funzionasse adeguatamente sugli anziani, e lo hanno poi evitato per i troppi giovani, a causa del pericolo di trombi. Negli uffici di Downing Street molti si compiacciono, visto che la decisione di utilizzare questa casa farmaceutica per gli anziani, in anticipo su tutti gli altri, sembra aver avuto conseguenze positive. Secondo gli scienziati inglesi, l'affermazione di Soriot sarebbe plausibile e potrebbe davvero spiegare come mai il tasso di ricoveri in Gran Bretagna non è così elevato come altrove. Il dottor Peter English, già membro del comitato Bma per la salute pubblica, sostiene che le persone che hanno nel proprio sistema immunitario la presenza di cellule T, ma non tanti anticorpi, potrebbero essere a rischio di contagiarsi più degli altri ma avrebbero meno probabilità di sviluppare la malattia in modo grave. A fargli eco anche la professoressa Eleanor Riley, docente di immunologia e malattie infettive a Edimburgo, che cita diverse ricerche in base alle quali il vaccino Astrazeneca fornisce un numero significativo di linfociti T mentre i vaccini mRNA come lo Pfizer hanno per effetto soprattutto la produzione di anticorpi. Di fronte a queste indicazioni scientifiche, Steve Baker, esponente dei Tory, invita i politici europei a fare ammenda per aver tanto criticato Astrazeneca e si chiede se questo loro atteggiamento non abbia messo a rischio molte vite. La risposta degli anticorpi ha infatti una reazione immediate al virus, mentre i linfociti T arrivano dopo, ma agiscono per un tempo superiore e permettono al corpo di ricordare come difendersi contro il «nemico». Tanto che qualcuno in Gran Bretagna comincia a sostenere che per i cittadini che hanno ricevuto il vaccino Oxford forse la terza dose non sarebbe ancora necessaria.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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