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2026-01-22
Si scoprono patrioti europei solo quando alla Casa Bianca c’è un presidente di destra
Gavin Newsom (Ansa)
«Riferimento al film di Rocky», osserva il foglio, «o forse anche a Georges Clemenceau, “la tigre” della prima guerra mondiale». Non è Napoleone, ma poco ci manca. Così, alla testa dell’Ue che «si ribella a Trump» (La Stampa), dovrebbe mettersi il leader più decotto dei 27 (dato che l’inglese Keir Starmer non sta più nell’Unione). Cacciato dall’Africa che neocolonizzava prima che il neocolonialismo diventasse peccato - peccato commesso da Trump, chiaramente. Sommerso da fondamentali economici disastrosi. Prigioniero della «permacrisi» dei suoi governi, per usare il neologismo caro a Ursula von der Leyen. Candidato a diventare il becchino della quinta Repubblica transalpina.
È questo l’effetto Groenlandia, che sarà probabilmente rinforzato dalle sberle del discorso di The Donald a Davos: l’Europa - recita il nuovo motto - deve recuperare la sua autonomia strategica dagli Stati Uniti. E sarebbe pure giusto: il patriottismo europeo non l’ha mica inventato ieri l’ex commissario Thierry Breton, che l’ha citato, inneggiando addirittura alla «resistenza»; è quello che i conservatori invocano da decenni. Purché, certo, l’Europa faccia l’interesse dei suoi popoli, esattamente come Trump fa l’interesse del suo. Ma dov’erano i fautori dell’indipendenza del Vecchio continente, quando l’Unione si accodava a Joe Biden sull’Ucraina? Erano drogati di guerra «per i nostri valori», tanto da diventare più pro Kiev di Washington e indubbiamente meno realisti degli americani, che alla fine hanno preferito congelare il fronte, piuttosto che puntare alla sconfitta della Russia.
Il disegno delle amministrazioni progressiste a stelle e strisce era chiaro fin da quando Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato all’epoca di Barack Obama, fomentatrice di piazza Maiden, invitava cortesemente l’Ue a «fottersi». I dem Usa erano terrorizzati dal consolidamento di un partenariato euroasiatico, basato sulle forniture di gas a basso costo da Mosca e il cui perno era la Germania. Guarda caso, una delle prime conseguenze del conflitto nell’Est è stata il sabotaggio del Nord Stream. Risultato: costi energetici triplicati, bollette alle stelle, industria in panne, inflazione. Noi ci abbiamo aggiunto l’abituale masochismo, completando l’opera con la transizione ecologica. Il conto del divorzio dalle pipeline russe è stato salatissimo. E indovinate chi ne ha tratto vantaggio? Nel 2025, primo anno di Trump alla Casa Bianca, le importazioni da Oltreoceano di metano, per lo più sotto forma liquida, sono aumentate del 61%. E ora gli Stati Uniti sono il nostro secondo grossista, dietro la Norvegia. La quale, per dire, non sta nemmeno nell’Ue.
Dal Corriere apprendiamo che la Costituzione italiana ci vieta di partecipare al Board of Peace per Gaza, la bizzarra iniziativa con cui The Donald vorrebbe battezzare una specie di Onu parallela. Non si può, l’articolo 11 della Carta ci consente di entrare nelle organizzazioni internazionali solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». Lo conferma il Quirinale, secondo via Solferino. Ed è sacrosanto. Ma dov’erano i fini giuristi e dov’era il Colle quando, nonostante lo stesso articolo 11 condanni la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», abbiamo mandato a Volodymyr Zelensky i missili a lungo raggio, sempre per la gioia di Biden? Eh, l’Ucraina si difendeva da un aggressore, ci ricordano. Già. E l’articolo 11 della Costituzione non esisteva, quando il governo D’Alema fece bombardare la Serbia per il «peacekeeping» della Nato, esaudendo i desideri di un altro progressista illuminato, Bill Clinton? Allora, Sergio Mattarella era vicepremier. Poi divenne ministro della Difesa. Eppure, le bandiere della pace ricomparvero solo allorché, nello Studio ovale, si accomodò un presidente di destra, George W. Bush, con le sue (scellerate) campagne in Afghanistan e in Iraq. Poi, nell’era di Obama, i predicatori dell’autonomia strategica europea sono tornati a sonnecchiare. Si saranno cullati sulla «utile finzione», come l’ha chiamata il premier canadese, dell’«ordine internazionale fondato sulle regole». «Sapevamo che la storia era in parte falsa», ha confessato nel suo «memorabile discorso» (Corsera) Mark Carney. E come mai hanno aspettato le mascalzonate di Trump per avvisarci?
Pensare che l’autonomia strategica avremmo potuto guadagnarla in anticipo, se avessimo ascoltato proprio quel puzzone. A Berlino comandava ancora Angela Merkel. Era il primo mandato del tycoon e lui pretendeva che ci assumessimo la responsabilità della nostra difesa. La reazione oscillò tra l’indignazione e il compatimento per i deliri di uno squilibrato. Adesso la Von der Leyen sprona l’Ue ad abbandonare «la sua prudenza tradizionale» e rincorre miliardi per alzare un muro di droni, ma fare anche incetta di navi rompighiaccio.
Sul Foglio, in nome della reazione orgogliosa alle umiliazioni americane, diventa un eroe persino il premier belga, Bart De Wever, che ha bacchettato il Vecchio continente: da «vassallo felice», lamenta, sta diventando «schiavo miserabile». Fino a poche settimane fa, però, De Wever era una spina nel fianco del sussulto europeo: temendo, a ragion veduta, conseguenze disastrose per il suo Paese, si è opposto alla confisca degli asset russi congelati, fino a far deragliare la proposta.
L’analista Nathalie Tocci si augura «azioni sufficientemente decise da comunicare alla Casa Bianca che c’è un prezzo da pagare per il bullismo». Il bazooka? Con il quale ci faremmo del male da soli? Il presidente della Confindustria francese, Patrick Martin, prega l’Europa di dire «stop a Donald Trump». L’inossidabile Matteo Renzi, su La 7, regala una perla da statista: «Non possiamo dire che in nome dell’alleanza con gli Stati Uniti ci spariamo sui piedi». Ecco: teniamolo a mente per quando, a Washington, tornerà un presidente di sinistra.
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La stampa italiana va pazza per Gavin Newsom ed Emmanuel Macron, l’ex commissario Thierry Breton invoca la «resistenza». Stavano zitti, però, se ci facevamo del male per Obama o per Biden.Dopo le intemerate di Peppe Provenzano e Nicola Zingaretti, la stampa nostrana schiera il pezzo da novanta: l’intervista a giornali unificati (Repubblica e Corriere) al governatore dem della California, Gavin Newsom, che catechizza l’Europa contro il bullismo di Donald Trump: «È ora di reagire», incita sul quotidiano di via Solferino, «è ora di fare sul serio e smettere di essere complici». A stare «dritti e saldi», come chiede l’astro nascente della sinistra Usa, dovrebbe aiutarci Emmanuel Macron: Sandro Gozi, eurodeputato per il partito del presidente francese, invita a «seguire il suo esempio»; Repubblica racconta che «l’Eliseo guida la rivolta» contro l’imperialismo del tycoon; il Corriere gongola per la battuta sull’«occhio della tigre» di Macron, costretto a portare gli occhiali da top gun per un disturbo oculare. «Riferimento al film di Rocky», osserva il foglio, «o forse anche a Georges Clemenceau, “la tigre” della prima guerra mondiale». Non è Napoleone, ma poco ci manca. Così, alla testa dell’Ue che «si ribella a Trump» (La Stampa), dovrebbe mettersi il leader più decotto dei 27 (dato che l’inglese Keir Starmer non sta più nell’Unione). Cacciato dall’Africa che neocolonizzava prima che il neocolonialismo diventasse peccato - peccato commesso da Trump, chiaramente. Sommerso da fondamentali economici disastrosi. Prigioniero della «permacrisi» dei suoi governi, per usare il neologismo caro a Ursula von der Leyen. Candidato a diventare il becchino della quinta Repubblica transalpina.È questo l’effetto Groenlandia, che sarà probabilmente rinforzato dalle sberle del discorso di The Donald a Davos: l’Europa - recita il nuovo motto - deve recuperare la sua autonomia strategica dagli Stati Uniti. E sarebbe pure giusto: il patriottismo europeo non l’ha mica inventato ieri l’ex commissario Thierry Breton, che l’ha citato, inneggiando addirittura alla «resistenza»; è quello che i conservatori invocano da decenni. Purché, certo, l’Europa faccia l’interesse dei suoi popoli, esattamente come Trump fa l’interesse del suo. Ma dov’erano i fautori dell’indipendenza del Vecchio continente, quando l’Unione si accodava a Joe Biden sull’Ucraina? Erano drogati di guerra «per i nostri valori», tanto da diventare più pro Kiev di Washington e indubbiamente meno realisti degli americani, che alla fine hanno preferito congelare il fronte, piuttosto che puntare alla sconfitta della Russia.Il disegno delle amministrazioni progressiste a stelle e strisce era chiaro fin da quando Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato all’epoca di Barack Obama, fomentatrice di piazza Maiden, invitava cortesemente l’Ue a «fottersi». I dem Usa erano terrorizzati dal consolidamento di un partenariato euroasiatico, basato sulle forniture di gas a basso costo da Mosca e il cui perno era la Germania. Guarda caso, una delle prime conseguenze del conflitto nell’Est è stata il sabotaggio del Nord Stream. Risultato: costi energetici triplicati, bollette alle stelle, industria in panne, inflazione. Noi ci abbiamo aggiunto l’abituale masochismo, completando l’opera con la transizione ecologica. Il conto del divorzio dalle pipeline russe è stato salatissimo. E indovinate chi ne ha tratto vantaggio? Nel 2025, primo anno di Trump alla Casa Bianca, le importazioni da Oltreoceano di metano, per lo più sotto forma liquida, sono aumentate del 61%. E ora gli Stati Uniti sono il nostro secondo grossista, dietro la Norvegia. La quale, per dire, non sta nemmeno nell’Ue.Dal Corriere apprendiamo che la Costituzione italiana ci vieta di partecipare al Board of Peace per Gaza, la bizzarra iniziativa con cui The Donald vorrebbe battezzare una specie di Onu parallela. Non si può, l’articolo 11 della Carta ci consente di entrare nelle organizzazioni internazionali solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». Lo conferma il Quirinale, secondo via Solferino. Ed è sacrosanto. Ma dov’erano i fini giuristi e dov’era il Colle quando, nonostante lo stesso articolo 11 condanni la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», abbiamo mandato a Volodymyr Zelensky i missili a lungo raggio, sempre per la gioia di Biden? Eh, l’Ucraina si difendeva da un aggressore, ci ricordano. Già. E l’articolo 11 della Costituzione non esisteva, quando il governo D’Alema fece bombardare la Serbia per il «peacekeeping» della Nato, esaudendo i desideri di un altro progressista illuminato, Bill Clinton? Allora, Sergio Mattarella era vicepremier. Poi divenne ministro della Difesa. Eppure, le bandiere della pace ricomparvero solo allorché, nello Studio ovale, si accomodò un presidente di destra, George W. Bush, con le sue (scellerate) campagne in Afghanistan e in Iraq. Poi, nell’era di Obama, i predicatori dell’autonomia strategica europea sono tornati a sonnecchiare. Si saranno cullati sulla «utile finzione», come l’ha chiamata il premier canadese, dell’«ordine internazionale fondato sulle regole». «Sapevamo che la storia era in parte falsa», ha confessato nel suo «memorabile discorso» (Corsera) Mark Carney. E come mai hanno aspettato le mascalzonate di Trump per avvisarci? Pensare che l’autonomia strategica avremmo potuto guadagnarla in anticipo, se avessimo ascoltato proprio quel puzzone. A Berlino comandava ancora Angela Merkel. Era il primo mandato del tycoon e lui pretendeva che ci assumessimo la responsabilità della nostra difesa. La reazione oscillò tra l’indignazione e il compatimento per i deliri di uno squilibrato. Adesso la Von der Leyen sprona l’Ue ad abbandonare «la sua prudenza tradizionale» e rincorre miliardi per alzare un muro di droni, ma fare anche incetta di navi rompighiaccio.Sul Foglio, in nome della reazione orgogliosa alle umiliazioni americane, diventa un eroe persino il premier belga, Bart De Wever, che ha bacchettato il Vecchio continente: da «vassallo felice», lamenta, sta diventando «schiavo miserabile». Fino a poche settimane fa, però, De Wever era una spina nel fianco del sussulto europeo: temendo, a ragion veduta, conseguenze disastrose per il suo Paese, si è opposto alla confisca degli asset russi congelati, fino a far deragliare la proposta.L’analista Nathalie Tocci si augura «azioni sufficientemente decise da comunicare alla Casa Bianca che c’è un prezzo da pagare per il bullismo». Il bazooka? Con il quale ci faremmo del male da soli? Il presidente della Confindustria francese, Patrick Martin, prega l’Europa di dire «stop a Donald Trump». L’inossidabile Matteo Renzi, su La 7, regala una perla da statista: «Non possiamo dire che in nome dell’alleanza con gli Stati Uniti ci spariamo sui piedi». Ecco: teniamolo a mente per quando, a Washington, tornerà un presidente di sinistra.
Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 marzo 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci spiega come sta reagendo il popolo americano alla guerra in Iran.