Si parla di legge elettorale, il voto non è tabù
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Sono iniziate le grandi manovre. Nel Pd e in Italia viva, che rischiano di essere cannibalizzati dalle sardine, c’è improvvisa voglia di urne. Il Bullo si fida del suo zoccolo duro e non teme il proporzionale. Matteo Salvini: «L’importante è che chi vince possa governare».

A Roma tira aria di uno strano regalo confezionato con le stelline natalizie e buono anche per l’Epifania: le elezioni. C’è un’improvvisa voglia di voto nei partiti di governo, soprattutto nel Pd e in Italia viva che hanno convinto il premier Giuseppe Conte a mettere in agenda una verifica a gennaio secondo una mai dimenticata tradizione della prima repubblica. Allora, fra un ghirigoro di Giulio Andreotti e un finto diktat di Bettino Craxi, il significato era chiaro: o si trovano nuove «assonanze programmatiche» per andare avanti o si va a votare. Ora la faccenda è simile perché gli unici persuasi di poter continuare a galleggiare ancora per due anni nel marasma sono i colonnelli del Movimento 5 stelle che in caso di elezioni anticipate verrebbero spazzati via.

Gli altri non sono più così sicuri che la deadline sia la sera del 26 gennaio dopo i risultati delle regionali emiliane. Gli altri hanno cominciato a fremere da quando, buoni ultimi, hanno capito una banalità: le Sardine portano via – e sono destinate a portare via – voti alla sinistra. Battuta raccolta nel quartiere generale della Lega in via Bellerio: «Nel Pd non mancano di fantasia, hanno inventato la corda sulla quale impiccarsi». Il nuovo movimento composto da giovani piddini senza insegne e happy few della rivoluzione permanente (nel raduno di Milano sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II la carta d’identità politica era perfino impietosa) viene accreditato al 7%, così suddiviso: tre punti li prenderebbe a Nicola Zingaretti, due a Luigi Di Maio, uno a Matteo Renzi, uno agli indecisi centristi di estrazione socialista in arrivo da Forza Italia.

Così, seguendo il motto «piazze piene, urne vuote», è tornata a tutti una certa voglia di elezioni. Il primo a evocare quella che fino alle regionali in Umbria era ritenuta una parolaccia è stato Goffredo Bettini, eterno proconsole del Pd, ventriloquo di Zingaretti, colui che si inventò (insieme con Renzi) il governo giallorosso sotto l’ombrellone. Ieri ha detto: «Non possiamo ogni giorno stare sospesi fra Di Maio e Renzi, serve una verifica per vedere se ci sono le condizioni per andare avanti». Era stato ancora lui, dopo la batosta umbra, a tuonare: «O si cambia registro o si va ad elezioni». L’agonia è continuata per altri 50 giorni. A tal punto che il candidato in Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, ha deciso di togliere il simbolo del Pd dalle sue insegne, come se si vergognasse, o peggio lo ritenesse una palla al piede.

Un altro colpo di piccone al Conte-bis lo ha inferto Renzi, che gli analisti indicano come il più accreditato pugnalatore della maggioranza: «Non è affatto detto che il governo regga» ha detto al Corriere della Sera. «Siamo arrivati al punto che volevano aumentare le tasse per fare un dispetto a me. Pazzesco. E poi se si tratta di stare insieme per litigare da mane a sera, allora meglio il voto. Io non lo voglio, però quello che dovevo fare l’ho fatto. Ho bloccato l’aumento dell’Iva e i microbalzelli, perciò se ci costringono siamo pronti». C’è un modo laterale ma chiarissimo per parlare di elezioni, ed è evocare la legge elettorale. Ancora Renzi butta lì alla Enzo Jannacci, per vedere l’effetto che fa: «Noi preferivamo il maggioritario, ma senza il monocameralismo non ha senso. Dario Franceschini vuole il proporzionale con la stessa soglia di sbarramento al 3%, o al massimo al 4%. Lo capisco, ritiene che ogni partito possa andare per conto proprio. Poiché ritengo di avere uno zoccolo duro del 5%, a me va bene».

Al di là delle scaramucce c’è convergenza sulla conferma del sistema proporzionale. È vero che la Lega ha chiesto il referendum per arrivare al maggioritario che garantisca una totale governabilità a chi vince, ma lo stesso Matteo Salvini ha capito che il vento sta girando e potrebbe non esserci tempo per un iter estenuante. «Sarebbe un errore bloccare il Paese per la legge elettorale», ha spiegato il leader leghista. «Io sono laico, non ho pregiudizi. L’importante è che chi vince poi possa governare. Abbiamo raccolto le firme per arrivare al maggioritario, aspettiamo che la Consulta dica se è possibile far esprimere gli italiani. Detto questo non abbiamo problemi, la Lega non fermerà tutto per otto mesi a dire no al proporzionale. L’ultima cosa che interessa agli italiani è la legge elettorale».

Mentre le grandi manovre sono cominciate e dalle trincee si leggono segnali luminosi per concordare le regole d’ingaggio, Zingaretti sembra ancora credere a ciò che neppure lo stesso Conte ipotizza, una verifica di rilancio. «Dopo la manovra dobbiamo lavorare all’Agenda 2020 per riaccendere i motori dell’economia, creare lavoro, sostenere la rivoluzione verde, rilanciare gli investimenti, semplificare lo Stato, sostenere la rivoluzione digitale, partire con le infrastrutture, investire su scuola e università». Neanche Franklin Delano Roosevelt era arrivato a tanto con il New deal. Parole in libera uscita. Significa che il voto non è più un tabù.

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