{{ subpage.title }}

True

Si celebra il divorzio tra Anas e le Fs, Armani pentito delle nozze renziane

Si celebra il divorzio tra Anas e le Fs, Armani pentito delle nozze renziane
ANAS
Il numero uno della società di gestione stradale annuncia l'avvio del tavolo per lo scorporo. «La scelta implica maggiori certezze dal punto di vista dei ricavi». Solo dieci mesi fa aveva detto il contrario. A questo punto, viene da domandarsi quando Vittorio Giovanni Armani ritenesse di avere ragione. Se prima con il governo Gentiloni o oggi con quello Conte.
Continua a leggereRiduci
La scacchiera dove la geopolitica regola (spesso) i suoi conti
Nella foto lo scacchista americano Bobby Fischer (a destra) e Boris Spassky si stringono la mano, seduti al tavolo degli scacchi, prima di dare inizio all'incontro. Sveti Stefan, 2 settembre 1992 (Ansa)

Da Fischer-Spassky alla Russia di Vladimir Putin, dall’Ucraina ai talebani, da Sara Khadem alle sorelle Polgár: il gioco più silenzioso del mondo resta un campo di battaglia politico, diplomatico e culturale.


C’è stato un tempo in cui bastava un’apertura “gambetto di donna” o cavallo in f3 per scatenare i giornali di mezzo mondo, sull’asse Washington e Mosca. I giornalisti arrivavano a mobilitare il Pentagono, il Cremlino e persino la paranoia nucleare. Eravamo negli anni Sessanta, quando Bobby Fischer, un ragazzo di Brooklyn, scontroso e preciso come un revisore dei conti, aveva deciso di sfidare non soltanto i grandi maestri sovietici, ma un’intera idea del mondo. Il duello simbolico arrivò al suo culmine nel 1972, a Reykjavík, quando Fischer batté Boris Spassky e divenne il primo americano nato negli Stati Uniti a conquistare il titolo mondiale, interrompendo la lunga egemonia sovietica sugli scacchi. Dal 1951 al 1969, ricordano enciclopedie e libri, campioni e sfidanti mondiali erano stati cittadini sovietici: gli scacchi erano quasi un ministero informale dell’intelligenza di Stato, quasi un distaccamento del palazzo della Lubjanka, la storica sede del Kgb, il servizio segreto sovietico.

A Reykjavík non si muovevano soltanto pedoni. Si muovevano sistemi politici. Fischer era l’individualismo americano portato fino alla nevrosi; Spassky era la scuola sovietica, disciplinata, collettiva, metodica, elegantissima. Uno chiedeva più soldi, più silenzio, meno telecamere, più condizioni; l’altro sedeva, aspettava, difendeva non solo un titolo ma un impero culturale. Da allora gli scacchi sono diventati qualcosa d’altro. Hanno continuato a presentarsi come un gioco — sessantaquattro caselle, due colori, nessun contatto fisico — ma ogni generazione vi ha scaricato sopra le proprie tensioni. Un tempo c’era la Guerra fredda , ora c’è la guerra tra Russia e Ucraina, l’Iran, l’Afghanistan o le rivalità tra islam e occidente.

Proprio il mese scorso, nel marzo 2026, il Tribunale arbitrale dello sport ha ordinato alla Federazione russa di scacchi di smettere di organizzare eventi e rivendicare controllo nei territori ucraini occupati entro 90 giorni, pena una sospensione fino a tre anni dalla Fide. Non si tratta di una cosa di poco conto. È una questione di sovranità: se una federazione organizza tornei, affilia circoli, riconosce comitati locali in Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson o Zaporizhzhia, sta implicitamente dicendo a chi appartengono quei luoghi.

La Fide, che dovrebbe amministrare il gioco più logico del mondo, si trova così nel posto meno logico e semplice possibile: tra diritto sportivo, diplomazia e guerra. Nel dicembre 2025 aveva votato per riammettere squadre russe e bielorusse nelle competizioni ufficiali, ripristinando i pieni diritti dei giocatori giovanili e lasciando però gli adulti sotto simboli neutrali in attesa di ulteriori consultazioni con il Comitato olimpico internazionale.

Dall’altra parte del conflitto, l’Ucraina racconta una storia speculare. Roman Dehtiarov, diciassettenne di Kharkiv, è diventato nel 2026 il primo giocatore nella storia a vincere il Campionato europeo senza essere ancora grande maestro. Tornato in patria, è stato ricevuto da Volodymyr Zelensky e insignito del premio “Future of Ukraine”.

La scena è perfetta per un’epoca che ha imparato a trasformare ogni immagine in messaggio diplomatico: un ragazzo, una medaglia e un presidente in guerra. Dehtiarov non è soltanto un talento precoce, è diventato una figura di continuità nazionale.

Poi c’è l’Uzbekistan, che dimostra come gli scacchi siano politici anche quando non c’è una guerra in corso. Javokhir Sindarov, ventenne, ha vinto il Torneo dei Candidati 2026 a Cipro e si è guadagnato il diritto di sfidare il campione del mondo indiano Dommaraju Gukesh. El País ha raccontato Sindarov come un prodigio cresciuto a Tashkent, innamorato di ogni gioco da tavolo fin dall’infanzia. Del resto ha chiuso il torneo imbattuto, con sei vittorie in tredici partite, conquistando il match mondiale con un turno d’anticipo.

L’Uzbekistan, nazione post-sovietica che cerca spazio nell’immaginario globale, ha trovato così negli scacchi una forma di prestigio pulita, poco costosa e molto efficace. Non servono stadi miliardari né Olimpiadi d’inverno nel deserto. Basta un ventenne che sappia sopravvivere a sei ore di aperture e chiusure per poi sorridere davanti alle telecamere.

La politica degli scacchi non riguarda soltanto Stati e bandiere. Riguarda anche le libertà individuali, in particolare delle donne. Sara Khadem, scacchista iraniana oggi cittadina spagnola, vive in Andalusia dopo essersi rifiutata di giocare con il velo al Mondiale rapid di Almaty nel dicembre 2022. In un’intervista del 2026 sempre a El País, ha parlato del suo obbligo morale di continuare a denunciare ciò che accade in Iran. Ma come non ricordare la storia delle sorelle Polgar, raccontate anche in un bel documentario (La Vera regina degli Scacchi) su Netflix. Le sorelle Susan, Sofia e Judit Polgár, cresciute in Bulgaria dal padre László con un esperimento educativo fondato sugli scacchi, demolirono l’idea che il genio scacchistico fosse maschile: Judit divenne la più forte giocatrice della storia e batté anche campioni del mondo come Kasparov, Karpov e Anand.

In Afghanistan, invece, la storia è diversa. Qui il potere ha scelto la via più brutale: proibire il gioco. Nel 2025 il governo talebano ha reintrodotto il divieto degli scacchi, sostenendo che possano favorire il gioco d’azzardo, proibito dalla loro interpretazione religiosa. Erano già stati vietati durante il primo regime talebano, tra il 1996 e il 2001, e poi tollerati dopo il ritorno al potere nel 2021, ma soltanto per gli uomini. Ora non si può più giocare.

Infine, non si può non citare Wijk aan Zee, uno sperduto villaggio olandese dove ogni gennaio il Tata Steel Chess Tournament viene chiamato, con una certa enfasi, il Wimbledon degli scacchi. Nel gennaio 2026 Extinction Rebellion ha bloccato l’ingresso della sede del torneo e scaricato 2.025 chili di carbone davanti al centro De Moriaan, ritardando l’inizio della competizione. Gli attivisti contestavano il ruolo dello sponsor industriale e hanno portato davanti alla sala da gioco la politica climatica, letteralmente in sacchi neri. Forse Fischer si sarebbe fatto una risata, o forse si sarebbe innervosito.

Dopo di lui, nessuno più di Garry Kasparov ha incarnato l’idea che gli scacchi siano una forma di comunicazione politica. Campione del mondo a 22 anni, simbolo dell’ultima grande scuola sovietica, Kasparov lasciò gli scacchi professionistici nel 2005 per entrare nell’opposizione a Vladimir Putin, fondando il Fronte Civico Unito e partecipando alla coalizione “L’Altra Russia”. «Negli scacchi abbiamo regole fisse e risultati imprevedibili. Nella Russia di Putin è esattamente il contrario.» è scritto sul suo sito.

Da anni Kasparov vive fuori dalla Russia; nel 2022 Mosca lo ha inserito nella lista degli “agenti stranieri” e nel 2024 lo ha aggiunto all’elenco dei “terroristi ed estremisti”. Ma lui continua a giocare e a farsi sentire, non solo sulla scacchiera.

La Strafexpedition e il fronte trascurato: così l’Italia evitò il tracollo nel 1916
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)

L'offensiva austriaca sul fronte trentino fu sottovalutata da Cadorna, esponendo l’Italia al rischio di una Caporetto già al secondo anno di guerra. La tenuta sulle cime e la contemporanea offensiva russa del generale Brusilov fermarono l’avanzata verso la pianura veneta.

Continua a leggereRiduci
Thailandia sempre più vicina alla Cina
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
Continua a leggereRiduci
Crisi dell’elio: la guerra blocca il 42% delle forniture e minaccia chip e sanità
Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Continua a leggereRiduci
Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy