2022-04-20
Il trucco: stesso prezzo, prodotto più piccolo. Occhio alle aziende che nascondono i rincari

In Italia arriva la shrinkflation: meno prodotto, prezzo uguale
Occhio a chi per nascondere i rincari vi svuota il carrello. Come? Non è definibile una truffa, ma un inganno sì. La chiamano shrinkflation - dalla fusione di to shrink (restringere) e inflation (carovita) - ed è una tecnica di marketing in base alla quale le aziende decidono di lasciare invariato il prezzo di un prodotto riducendone però la quantità. Stesso prezzo ma prodotto più piccolo, insomma.
GLI ESPOSTI DEL CODACONS
Una pratica diffusasi negli Usa che, a quanto pare, si è diffusa anche in Italia. Il Codacons non ci sta e nei giorni scorsi ha presentato un esposto all’Antitrust e a 104 Procure della Repubblica in tutta Italia. L’associazione ha chiesto di indagare per verificare se la shrinkflation possa costituire fattispecie penalmente rilevanti, dalla truffa alla pratica commerciale scorretta. In una nota il Codacons ha sottolineato che con questo «trucchetto» le aziende produttrici svuotano il carrello dei consumatori incrementando i loro guadagni. Secondo un’indagine dell’Istat i casi che sono stati registrati in mercati, rivendite e supermercati italiani sono stati oltre 7.300, riferisce il Codacons. I settori più colpiti dal fenomeno sono stati quelli di zuccheri, dolciumi, confetture, cioccolato e miele, combinando al calo delle quantità anche un leggero aumento dei prezzi. Mentre i settori del pane e dei cereali sono stati interessati dalla shrinkflation, senza aumenti dei prezzi.
COME FUNZIONA
La quantità sottratta può essere anche rilevante: ad esempio il dentifricio che passa da 100 ml a 70 ml, il detersivo per piatti da 1 litro a 900 ml, il riso da 1 kg a 700 grammi, la salsa di pomodoro da 1 litro a 650 ml. Stesso discorso per i fazzoletti da naso (da 10 a pacco sono diventati 9) e la carta igienica (da 250 strappi a 230 strappi). Tanto, chi se ne accorge? Solo i consumatori più accorti e pazienti, che controllano non solo il prezzo finale ma anche il prezzo al kg.
La shrinkflation non è fenomeno nuovo (da anni gli economisti le attribuscono un ruolo nell’inflazione zero che da lungo tempo caratterizza l’economia giapponese) ma, essendo un modo efficace di nascondere i rincari agli occhi del consumatore, è normale che prenda più piede in periodi di alta inflazione come l’attuale, con il carovita che in Italia ha raggiunto il 5,7%, in Eurozona il 7,5% e negli Stati Uniti addirittura il 7,9%, il massimo da 40 anni a questa parte. Il trucchetto, d’altronde consente alle aziende di ripristinare in parte i margini erosi dall’esplosione dei costi di produzione per i rincari di energia e materie prime minimizzando il rischio che il cliente, altrimenti spaventato dal rincaro del prezzo di listino, si rivolga altrove.
GLI ESEMPI AMERICANI
Non è un caso che da qualche tempo su internet si siano moltiplicate le segnalazioni degli utenti, soprattutto negli Stati Uniti. Dove per esempio in un sacchetto di Dorito, amate patatine di mais che la Frito Lay vende negli Usa dal lontano 1964, da qualche giorno vengono messe cinque chips in meno. Allo stesso modo un flacone Dove ha perso qualche millilitro di sapone liquido. Oppure Gatorade, il marchio di bevande sportive di PepsiCo, ha recentemente sostituito la bottiglia da 32 once con una da 28 mantenendo lo stesso prezzo: l’equivalente di un rincaro (nascosto) del 14%. Ancora: un rotolo di carta ingienica Cottonelle di recente è stato ridotto di 28 «strappi», mentre le catene alberghiere Hilton e Marriott hanno deciso di far diventare «opt in», ovvero attivabili su richiesta (e spesso a pagamento), alcuni servizi in camera che in precedenza erano compresi nel prezzo concordato per il soggiorno. Oppure DisneyWorld ha deciso di mettere a pagamento il servizio «salta-coda» prima usufruibile gratuitamente tramite una prenotazione via app. L’Ufficio statistico nazionale inglese segnala che negli ultimi cinque anni sono stati ridotti per dimensione o peso oltre 3.500 prodotti. Va ribadito: niente di illegale. Anche se qualche problema di tanto in tanto le aziende lo affrontano: nel 2021 McCormick, per esempio, ha pagato 2,5 milioni di dollari per evitare una controversia con i consumatori che avevano notato come l’azienda mettesse meno pepe nero nella confezione. E la Mondelez, colosso americano proprietario del marchio britannico Cadbury (secondo big dolciario al mondo), nel 2017 affrontò una causa per aver aumentato la distanza tra le punte del Toblerone: il risultato fu che la barretta tornò al formato originario.
«PER I CONSUMATORI»
Altre volte aziende e multinazionali hanno la faccia tosta di spacciare la shrinkflation per una pratica a favore del consumatore. La stessa Mondelez, per esempio, incalzata dalle associazioni dei consumatori americane, ha dichiarato che la decisione di ridurre le dimensioni dello snack Wispa risponde a una precisa «strategia proattiva per ridurre l’obesità», piaga che storicamente affligge la golosa popolazione degli States. Mentre Hyatt, altra nota catena di hotel, ha deciso di tagliare la dotazione gratuita di boccette di saponi e shampoo nei bagni delle proprie stanze e di incoraggiare l’uso per più giorni degli asciugamani con l’obiettivo di contribuire «a ridurre l’impronta carbonica» del gigante dell’accoglienza alberghiera.
Altro esempio; nel 2012, in occasione del lancio dell’iPhone 12, Apple comunicò di non voler più integrare un caricabatterie nelle confezioni dell’iPhone, giustificando la decisione con la volontà di ridurre l’impatto ambientale e secondo i dati diffusi dal DailyMail questa operazione ha consentito al gigante tecnologico di Cupertino di ridurre i costi di 6 miliardi di dollari in due anni. Attenzione all’ambiente ma anche ai margini, dunque. Va detto che la shrinkflation il più delle volte riesce sì a ingannare il consumatore, il quale però alla lunga evidentemente di qualche cosa si accorge, se è vero che negli Stati Uniti gli indici di soddisfazione dei consumatori sono caduti ai livelli più bassi degli ultimi 15-20 anni.
I PRECEDENTI IN ITALIA
In passato le aziende italiane hanno dimostrato di non disdegnare la pratica della shrinkflation, anzi. Una dettagliata analisi dell’Istat segnala che tra il 2012 e il 2017 ogni mese tra i 100 e i 200 prodotti e servizi sono stati «alleggeriti» mantenendo invariato il cartellino del prezzo. Nel biennio 2018-2019 si è scesi in media a 50-100 prodotti interessati dal fenomeno. Nel 2020-2021 la shrinkflation è quasi scomparsa, interessando solo poche decine di prodotti e servizi al mese, ma c’è una spiegazione: si era in pieno Covid e le aziende in quei due anni hanno limitato gli investimenti all’indispensabile, rinunciando dunque anche alla spesa necessaria per adeguare le linee di produzione ai nuovi formati più piccoli. Si può citare anche un caso che fece rumore nel 2015, quando tre operatori di telecomunicazioni mobili passarono dalla tariffazione mensile a quella a quattro settimane, mantenendo inalterato il prezzo, con il risultato che l’utente ogni 12 mesi si trovava di fatto a pagare una mensilità in più. Intervenne l’Antitrust, che costrinse gli operatori tlc coinvolti ad adeguare il listino prezzi e/o a essere più trasparenti nella comunicazione agli utenti.
COME DIFENDERSI
Quali difese dunque per il consumatore di fronte alla subdola shrinkflation? Poche, se non andare al supermercato armati di santa pazienza e controllare le etichette facendo attenzione al prezzo al kg. E semmai, specialmente nel caso degli alimentari, privilegiare l’acquisto di prodotti sfusi rispetto a quelli confezionati. Che possono riservare una piccola amara sorpresa.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis (Getty Images)
Il Tar ordina alla giunta di Genova di rifare la gara per alcuni eventi musicali che sarebbero stati assegnati in modo irregolare Intanto gli stessi organizzatori prendono altri appalti. E i consiglieri di sinistra si regalano 3 biglietti «vip» a testa per l’evento di Rds.
Sta diventando la Mara Maionchi della Lanterna. Più che una sindaca, una grande organizzatrice di eventi. Stiamo parlando della prima cittadina di Genova, Silvia Salis, maritata con Fausto Brizzi, noto regista cinematografico. L’ultima kermesse battezzata dall’ex campionessa di lancio del martello è stata la tappa del Summer festival di Radio dimensione suono, con cantanti del calibro di Annalisa, Sayf, Irama, Dito nella piaga e i Pinguini tattici nucleari. L’ennesima grande festa offerta ai genovesi da quando c’è lei, la sindaca che piace alla gente che piace. Con posti garantiti sotto il palco per tutta la maggioranza. Amici e parenti compresi.
Ieri nella chat dell’opposizione comunale ha iniziato a girare questo messaggio, verosimilmente inviato dai piani alti di Palazzo Tursi: «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza, permettono di stare in una zona riservata davanti al palco (ingresso Pit). La sindaca farà un saluto sul palco alle 21. I biglietti arriveranno in Comune venerdì mattina e vanno tassativamente ritirati durante la giornata al sesto piano di Tursi (a qualsiasi ora)». L’ex assessore alla Sicurezza della giunta di centrodestra Sergio Gambino ha pubblicato lo screenshot su Facebook e ha commentato: «Se fai parte della maggioranza Salis hai posti riservati. Concerto Rds a Genova ieri sera “accessibile a tutte e tutti” ha detto la Sindaca Salis. Però i posti riservati sotto il palco sono per i consiglieri di maggioranza e loro amici. A Genova l’inclusione vale per tutti o solo per gli amici della maggioranza».
La Salis da tempo usa la musica come strumento per raggiungere i giovani e mostrarsi fresca e al passo con i tempi. E quando sul palco salgono gli artisti, lei è sempre al loro fianco, pronta a prendersi l’applauso. Sotto la sua amministrazione l’Arena del mare ha ospitato due dei protagonisti di Sanremo 2025, Lucio Corsi e Brunori Sas. A Capodanno ha regalato alla città il concerto gratuito dei Pinguini tattici nucleari, che ha riempito Piazza della Vittoria. Quindi, l’11 aprile, c’è stato l’exploit della dj Charlotte De Witte, che ha fatto ballare più di 10.000 persone davanti a Palazzo Ducale. Il 18 e il 20 giugno, con il patrocinio del Comune, che ha concesso lo stadio Luigi Ferraris, il capoluogo ligure ospiterà il doppio concerto di Olly, genovese e sampdoriano come la prima cittadina (titolo dell’evento «Tutti a casa»).
Ma nonostante il successo di tali eventi, non sono mancate le beghe mediatiche e, anche, giudiziarie. Infatti la gara indetta per l’organizzazione del concerto di Capodanno e per altri eventi da realizzare nel successivo triennio è finita sub iudice dopo il ricorso della Duemila grandi eventi, esclusa a discapito della Rst events. La prima è stata tagliata fuori «in esito alla verifica di congruità dell’offerta» e a determinare la decisione è stata «in particolare la mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti che costituiscono l’elemento principale della prestazione».
La Commissione, dopo avere eliminato la Duemila grandi eventi, «ha disposto la proposta di aggiudicazione a favore» della Rst. L’azienda bocciata ha fatto ricorso e, allora, la Commissione «ha ammesso la presentazione in “tempi adeguati” di eventuali contratti di ingaggio con gli artisti “al fine di valutare in autotutela la riammissione alla gara”». La ricorrente «non ha esibito tali contratti affermando che, in seguito all’esclusione dalla selezione, nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione», mentre la Rst, «dopo la citata proposta di aggiudicazione del 30 ottobre 2025, ha sottoscritto i contratti con gli artisti», i Pinguini tattici nucleari. A questo punto la Duemila grandi eventi si è rivolta al Tribunale amministrativo regionale che ha ritenuto «fondate le censure» della ricorrente. Infatti, per i magistrati, il «presupposto dell’esclusione della “mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti, che costituiscono l’elemento principale della prestazione” contrasta con l’articolo 9 del Disciplinare secondo cui l’esistenza dei contratti di ingaggio/opzione degli artisti deve sussistere solo al momento dell’aggiudicazione e non in fasi anteriori di gara». In più «l’esclusione è stata disposta senza la previa attivazione del contraddittorio procedimentale».
Nella loro sentenza i giudici scrivono anche: «L’esistenza di tali contratti costituisce pertanto un requisito di esecuzione (e non di partecipazione) la cui esistenza non può essere pretesa né in sede di presentazione delle offerte, né in una fase anteriore all’aggiudicazione». Le toghe, nella decisione, fanno notare anche che la Rst, come era normale, «ha stipulato il contratto di ingaggio degli artisti il 31 ottobre 2025, ossia solo dopo la proposta di aggiudicazione» e non prima, come si pretendeva dalla Duemila grandi eventi. Per questo il Tar, il 10 aprile, ha ordinato il «rinnovo delle operazioni di gara […] con conclusione delle operazioni entro trenta giorni». Ovviamente la nuova valutazione di congruità non riguarderà la proposta per il Capodanno 2025, ormai andato in cavalleria, ma l’eventuale «subentro nel contratto per la parte di residua efficacia dello stesso ove consente all’aggiudicatario di ottenere nuovi affidamenti diretti nel triennio». Che, invece, come vedremo, stanno andando ancora alla Rst o, meglio alla sua società gemella, la Ops.
Intanto il Comune ha fatto ricorso e, la settimana scorsa, ha ottenuto una sospensiva della nuova valutazione di congruità. I giudici, però, decideranno nel merito solo a ottobre. Le opposizioni, in Comune, hanno immediatamente protestato, soprattutto dopo avere scoperto che il concerto di Capodanno è costato più di 1 milione di euro, tutto compreso, cifra che il centrodestra aveva impegnato per organizzare tre diverse serate durante le festività natalizie del 2024, con tanto di diretta Mediaset. I giornali locali hanno riportato quanto detto in aula dal vicesindaco dem Alessandro Terrile, di professione avvocato: «Siamo convinti del corretto operato dell’amministrazione e degli uffici» ha chiarito, come già aveva ribadito la sindaca Salis. Il braccio destro della ex campionessa ha aggiunto che per quanto riguarda gli altri eventi, «a oggi non sono previsti né sono stati affidati, dopo il Capodanno, ulteriori eventi alla Rst events», specificando che la Rst events non avrebbe gestito né il dj set di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, né il doppio concerto di Olly allo stadio Ferraris in programma a giugno, quest’ultimo oltretutto evento non organizzato dal Comune. In realtà nella locandina di Olly, sono presenti i nomi della Rst e della Ops eventi.
Mentre nel manifestino della De Witte solo quello della Ops. Che pare ottenere affidamenti con la nota tecnica del frazionamento per mantenere il singolo incarico sotto soglia. Ma è utile sapere chi ci sia dietro la Ops. L’amministratore e socio di maggioranza, con il 34%, è Nicolò Sasso. Le altre quote della società appartengono ad Alessandro Orlando e a Luca Pietronave (33% a testa). Orlando e Sasso sono anche, rispettivamente con il 49,5 e il 45% delle quote, i soci di maggioranza della Rst che, in teoria, secondo il vicesindaco non sarebbe più stata coinvolta negli eventi sopra citati. Dunque Sasso e Orlando, quando non prendono gli appalti con la Rst, li ottengono con la Ops, nata a gennaio del 2025. Sasso, tra l’altro, sino al gennaio del 2025 era dipendente della Duemila grandi eventi. «Abbiamo scoperto da una sua intervista che si trova in Rete che Sasso era da ottobre 2024, che organizzava cose al di fuori della Duemila grandi eventi, quando era ancora nostro dipendente e avrebbe dovuto operare sotto le nostre direttive» commenta, con un po’ di amarezza, Paola Donati, socia della Duemila grandi eventi, azienda fondata dall’ex presidente di Assomusica Vincenzo Spera. Noi siamo andati a bussare alla sede ufficiale della Ops, in corso Martinetti, nel quartiere operaio di Sampierdarena. La via in cui si trova non fa venire in mente Broadway e le attività della zona non hanno nulla a che vedere con la musica. All’indirizzo indicato sul sito della società abbiamo trovato un palazzone della prima metà del Novecento un po’ fatiscente. Siamo saliti al secondo piano e ci siamo trovati di fronte uno studio legale. Abbiamo chiesto della Ops e una segretaria ci ha guardato un po’ stupita: «Qui c’è solo la sede legale». E dove è quella operativa? La ragazza, perplessa, ha iniziato a cercare informazioni prima sul computer e poi sul cellulare. Ma mentre armeggiava un collega è venuto in suo soccorso: «Via Giovanni Tommaso Invrea 9/13, lo stesso indirizzo della Rst. Questa è la sede legale, quella è la sede operativa, la stessa della Rst».
Dunque il Comune non darà più appalti alla Rst, ma li dà alla società gemella: stessi soci, stessa sede operativa. Ma anche a Genova the show must go on.
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(Getty Images)
Come ai tempi del Covid, i progressisti vogliono reprimere il dissenso tracciando i limiti di ciò che si può dire e di quello che è vietato pensare. È una logica totalitaria. Dopo la sacrosanta denuncia del premier, il ministero di Giuli dovrebbe prendere provvedimenti.
La sinistra italiana, è un fatto, non è mai uscita dalla logica del green pass. Anzi, si potrebbe dire che l’introduzione di lasciapassare sia la sua ambizione ultima, il compimento dei sogni progressisti di controllo sociale e rieducazione permanente. Non a caso Elly Schlein ha apprezzato l’idea che per partecipare alla fiera Più libri più liberi di Roma venga introdotto un patentino antifascista.
«Anche Giorgia Meloni ha giurato sulla Costituzione e la Costituzione è antifascista», ha detto Schlein. «Nel garantire la libertà di manifestazione del pensiero non considera il fascismo un’opinione, ma lo mette al bando. Viviamo in un Paese che ha una Costituzione scritta da chi ha fatto la Resistenza per liberarci dal regime fascista e dall’occupazione nazista». È il solito falso storico: non solo nella Costituzione non si parla mai di antifascismo, ma di sicuro non è previsto che i cittadini, per potere esercitare i propri diritti, debbano firmare dichiarazioni in cui si impegnano a rinunciare a questa o quella posizione politica. Se una casa editrice non viene chiusa perché in qualche modo tenta di ricostituire il partito fascista, ha diritto di lavorare esattamente come le altre, e non deve in alcun modo subire ostracismi e discriminazioni.
C’è poi un’altra questione decisamente rilevante, che riguarda la definizione stessa di fascismo. Va precisato che in questo caso non si sta discutendo di concedere o meno ai fascisti il diritto di parola. Non si tratta nemmeno di ricordare, come ha fatto il ministro Nordio, che grandi strutture dello Stato liberale sono state edificate su fondamenta fasciste. Qui, a dirla tutta, il fascismo non c’entra proprio un accidente. Il fatto è questo: non esiste un partito o un movimento fascista sovrapponibile a quello storicamente esistito (e di cui la Costituzione proibisce la ricostruzione), e di sicuro non esiste un regime fascista. Dunque che cosa sia in effetti il fascismo oggi è assolutamente opinabile. Ciò che fanno i progressisti è fissare i limiti del campo semantico: sono loro a stabilire che cosa sia fascista e che cosa no. Sarebbe facile dimostrarlo concretamente. Se una delle case editrici definite fasciste dovesse in effetti firmare una dichiarazione di antifascismo, pensate che i gendarmi rossi della cultura la lascerebbero in pace e le consentirebbero di presentarsi in fiera senza problemi? Certo che no. Comincerebbero a spulciarne il catalogo per dimostrare che mente, che è fascista ma non vuole dichiararlo. La mossa successiva sarebbe dunque l’introduzione di regole sulla pubblicazione dei libri, di bandi ad hoc per questo o quell’altro autore e via perseguitando.
Funziona sempre così: i progressisti segnano i confini e pretendono che si esibisca un passaporto per poterli oltrepassare. È, appunto, la stessa logica del green pass: il potere decide chi sia sano e chi malato, stabilisce una definizione di malattia del tutto artificiale, fondata su criteri arbitrari, e in base a quella procede a dividere la popolazione tra sommersi e salvati. È una logica totalitaria, che in teoria contraddice potentemente lo spirito e la lettera della «Costituzione più bella del mondo».
Si potrebbe anche sostenere, per paradosso, che siamo di fronte a una sorta di perversione del concetto - tanto odiato dalla sinistra - di remigrazione. Spieghiamo. Il progetto della remigrazione prevede, in una fase decisamente avanzata, che gli stranieri non assimilati vengano rimpatriati. Come noto, i progressisti sostengono che si tratti di un piano nazistoide e razzista, ferocemente esclusivo. Provate dunque a immaginare che cosa direbbero se agli stranieri venisse richiesto di firmare una sorta di dichiarazione di assimilazione al fine di ottenere un patentino di italianità: di sicuro si strapperebbero i capelli gridando che stanno tornando le leggi razziali. Peccato che, tramite il patentino antifascista, loro facciano la stessa cosa: pretendono assimilazione culturale, e vogliono escludere chi non la accetta. La differenza è che la remigrazione è notevolmente più rispettosa. Non prevede patentini e non pretende di valutare le posizioni politiche. E quando parla di assimilazione lo fa a proposito di un patrimonio culturale, sociale e storico millenario, a cui aderire è facile oltre che piacevole. La remigrazione non pretende uniformità di pensiero, ma lavora per preservare le differenze e le culture. Esattamente ciò che i progressisti vogliono cancellare in nome dell’uniformità, salvo poi fare la morale agli altri accusandoli di essere disumani.
Comunque sia, ci sono notevoli elementi per sostenere che il patentino antifascista sia - quello sì, a differenza della remigrazione - profondamente razzista e discriminatorio. Come il green pass, appunto. Toccherebbe allora che qualcuno ci spiegasse per quale motivo venga sostenuta da denaro pubblico una manifestazione culturale (o sedicente tale) che mostri spinte razziste. Ricordiamo che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il Centro per il libro e la lettura, dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Se fosse introdotto il patentino antifascista, sarebbe il caso di interrompere immediatamente tutte queste erogazioni, perché non è accettabile che una manifestazione foraggiata dai contribuenti promuova esplicite e immotivate discriminazioni. Ci auguriamo che qualcuno, almeno al ministero della Cultura, prenda su questo immediati provvedimenti. A dirla tutta, sarebbe il caso che il governo - dato che il presidente del Consiglio ha affrontato con tanto coraggio l’argomento - aprisse una seria riflessione pure sulle varie «dichiarazioni di antifascismo» che numerosi Comuni richiedono a chi voglia organizzare incontri pubblici, presentazioni di libri e conferenze. Non solo a Roma: in mezza Italia esistono i green pass della cultura, e sarebbe ora di toglierli di mezzo.
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Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Nel Campo largo ne parlano meno: hanno capito che la parola «patrimoniale» fa perdere voti. Ma il piano che mette tutti d’accordo è l’aumento dell’imposta sugli investimenti, che Monti e Renzi hanno già portato dal 12,5 al 26%. L’obiettivo è arrivare a quota 30.
Cambia il nome, ma la sostanza resta la stessa. Che lo si definisca prelievo di solidarietà, come fa Romano Prodi, patrimoniale, come dice Elly Schlein, o rimodulazione del carico fiscale per colpire le rendite, come preferiscono raccontare i 5 stelle, alla fine sempre di stangata si parla.
E a svantaggio del ceto medio, perché - come è noto - i grandi capitali non stanno certo ad aspettare che qualcuno li tartassi. Da quando a sinistra ne hanno iniziato a parlare, gli studi legali specializzati in legislazione fiscale sono già al lavoro per trovare le scappatoie che evitino ai propri clienti di vedersi svuotare il portafogli. Così come è successo in Francia, quando i socialisti inventarono una patrimoniale, e così come è accaduto in altri Paesi europei, chi ha i soldi non li tiene sotto il materasso in attesa che arrivino Prodi, Schlein, Conte e compagni. La fuga dei capitali o anche solo il trasferimento all’estero della residenza fiscale di ricconi e holding è nei fatti. Dal Lussemburgo all’Olanda, dall’Irlanda al Delaware, il mondo è pieno di posti pronti a stendere tappeti rossi a milionari e miliardari.
Dunque, nella rete dell’Agenzia delle entrate rischiano di finire solo i pesci piccoli, ovvero quelli che non hanno schiere di consulenti in grado di inventarsi trust e scatole cinesi per sfuggire agli agenti del Fisco. E attenzione, siccome ormai anche a sinistra hanno capito che a parlare di tasse si rischia solo di perdere voti, il passaparola che da qualche giorno va di moda nel Campo largo impone di tenere la bocca chiusa sulla patrimoniale, anche perché per essere efficace un’imposta sulla proprietà deve necessariamente raschiare il fondo del barile, ovvero colpire dai 500.000 euro in su. Al che nel mirino finirebbero moltissimi contribuenti i quali, pur non essendo ricchi nel vero senso della parola, magari a prezzo di svariati sacrifici sono riusciti a comprarsi una casa, oppure l’hanno ricevuta in eredità dai genitori. E adesso la coppia Bonelli e Fratoianni batte cassa, con i rischi recessivi che nel passato, quando Mario Monti introdusse l’Imu, ben conosciamo.
Il silenzio auto imposto tuttavia, vale solo sulla casa, che è il grande amore degli italiani. Perché se si gratta un po’ si capisce che a mettere tutti i compagni d’accordo è la tassazione delle rendite. Invece di colpire il mattone si colpiscono gli investimenti. Del resto, nel passato la sinistra ha spesso colpito i risparmi. È a tutti noto quello che accadde nel 1992, quando nella notte fra il 9 e il 10 luglio il governo di Giuliano Amato fece un prelievo forzoso sui risparmi degli italiani. Un sei per mille sottratto a tutti, ricchi e poveri, industriali e pensionati. Da lì in poi è stato un crescendo. Con Prodi è arrivata l’Eurotassa, imposta di scopo per avere la moneta unica, che colpì i redditi ma anche il Tfr. Quindi ci sono state l’imposta di bollo di Mario Monti (insieme con l’Imu) e la razionalizzazione del prelievo sul capital gain, con l’istituzione di un’aliquota fissa al 20% (al posto di quella precedente al 12,5%). Infine, ecco Matteo Renzi, che adesso accusa Giorgia Meloni di essere Lady tax pensando che gli italiani si siano dimenticati delle sue acrobazie fiscali. Con lui al governo il prelievo sul capital gain fu portato al 26%, ma senza consentire di dedurre le perdite. Adesso Stefano Patuanelli, luogotenente di Giuseppe Conte, dice che si deve spostare il carico di tasse dal lavoro alle rendite. Dunque, col Campo largo al governo è immaginabile che si arrivi al 30% o forse anche più. Siccome in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si paga tra il 10 e il 20, e in generale la media europea colloca il capital gain al 19, è facile immaginare, che se vincesse la sinistra, la prima cosa che faranno i ricconi sarà traslocare all’estero e spostare anche le proprie attività finanziare.
A pagare dunque saranno i soliti noti. Ovvero, come è già accaduto ai tempi di Monti, a essere colpiti saranno soprattutto i piccoli patrimoni, con un effetto regressivo. Quando l’ex rettore della Bocconi introdusse l’imposta di bollo ci fu chi parlò di mostro fiscale che agiva come un Robin Hood alla rovescia. Nel prossimo futuro, se vincessero Schlein e Conte come li definiranno? I Bonnie & Clyde dei risparmi, che prendono al ceto medio e lasciano ai ricchi?
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