
«I fascisti siete voi». Il coretto è scandito più volte davanti alla Camera del Lavoro di Milano da un centinaio di Cobas, con l'inconfondibile armamentario della protesta collettiva: bandiere rosse con falce e martello gialli, bandiere rosse con l'effigie del Che sfumata in nero, pugni chiusi e slogan da modernariato postmarxista come «Servi dei padroni» e «Giù le mani dal lavoro». Più il decisivo «No green pass» per attualizzare la rabbia.
La sorpresa sta nel destinatario delle invettive, piazzato dall'altra parte della strada e delle rotaie del tram a ricevere gli sputazzi. Non è l'ala meneghina di Forza Nuova, non sono i manager delle multinazionali, ma i rappresentanti della Cgil di Maurizio Landini più o meno pietrificati nel sit-in dello sciopero generale. Anche loro hanno le bandiere rosse, però appaiono più mosce, più filogovernative; il vento del popolo sta altrove. E quando arriva come uno schiaffo il grido «Landini buffone» vorrebbero piangere, loro, cacciati dal presepe che si oppone, improvvisamente percepiti come il servizio d'ordine di Mario Draghi. È il corto circuito più evidente nel giorno dell'Italia in piazza, è la testimonianza di uno showdown politico tutto interno alla sinistra, che fa carta straccia della narrazione piddina (supportata dal coro a cappella del sistema mediatico mainstream) e dell'assalto fascista alle istituzioni con la Capitol Hill de noantri. «I fascisti siete voi», gridano i rossi ai rossi. E poiché il fronteggiarsi dei due eserciti è filmato in uno, cinque, dieci video, la verità viene riportata al centro: la piazza «no green pass» che non vuole la restrizione delle libertà sul lavoro non ha colore, anzi li ha tutti. E allora che fate, al Nazareno e al Viminale, sciogliete anche i Cobas?
Un bel problema perché lo sciopero generale - in teoria contro le «politiche del governo in tema di sicurezza e salute sul lavoro» ma in pratica contro il passaporto verde più invasivo del mondo - incendia altre piazze, a Torino, Genova, Trieste, Napoli, ancora Roma. Centomila partecipanti secondo gli organizzatori dell'Usb (Unione sindacale di base) mentre allo sciopero avrebbe aderito un milione di persone. Alla testa dei cortei fluttuano sigle ben note al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e per niente riconducibili all'estrema destra: Cub (comitati unitari di base), centri sociali, collettivi studenteschi, camalli e portuali incazzati più quel che resta di Rifondazione comunista. Ovunque nei centri cittadini la viabilità va in tilt, ovunque accade qualcosa di specifico e illuminante.
A Torino comandano i No Tav, con i centri sociali a scandire la protesta seguiti dalle frange studentesche. Sono in duemila, gridano «Draghi affama i lavoratori» e bruciano in rapida successione una gigantografia del premier e la bandiera dell'Europa (fonte Ansa). Difficile intestare le fiamme alla destra sovranista; le strumentalizzazioni di sabato vengono smascherate di lunedì. «Non siamo no vax ma contrari al green pass che penalizza i lavoratori», urla un delegato di Usb, sigla di dichiarata ideologia comunista. I collettivi universitari di sinistra minacciano il ministro Patrizio Bianchi davanti agli uffici del Miur scandendo: «Gli studenti abbandonati/ li avrete nelle piazze/ ancora più arrabbiati».
A Genova le manifestazioni sono due: i Cub guidano la protesta contro il passaporto della discordia, gli altri sfilano sulla Sopraelevata contro le politiche del governo. Ovunque ci sono Cobas in prima linea. Per capirci, gli stessi che il Pd aveva usato per tentare la squallida spallata alla Regione Lombardia nel pieno della prima ondata, mentre le persone morivano a centinaia al giorno. Allora anche la denuncia più astrusa diventava dogma e poi inchiesta giudiziaria da cavalcare. Così fu per i morti al Pio Albergo Trivulzio, così fu per l'ospedale in Fiera, accusato d'essere inutile e invece rivelatosi decisivo per salvare vite. Ora è difficile per i Francesco Boccia, i Peppe Provenzano, i Pierfrancesco Majorino definire i Cobas «reazionari».
A Napoli i campioni della sinistra in movimento occupano l'ingresso autostradale in zona Porto. A Roma una cinquantina di militanti con le bandiere rosse entrano in uno stabile di via Piemonte e appendono lo striscione: «La città non è in vendita». La Digos non manganella e i giornali non s'indignano; tutto regolare. A Piacenza un migliaio di Cobas blocca per l'intera giornata l'hub di Amazon impedendo l'accesso ai mezzi in entrata e in uscita. A Trieste, dove secondo la questura sfilano ben 15.000 persone, l'opposizione al green pass è radicale. «Al momento 950 lavoratori, vale a dire il 40% dei portuali, non ce l'ha», spiega Stefano Puzzer, portavoce del Coordinamento lavori portuali della città. «Se il 15 ottobre sarà obbligatorio bloccheremo il porto. Non si entrerà. Fra noi lavoratori siamo compatti».
Com'era la barzelletta dei fascisti da Marte senza green pass? Anche il sistema mediatico non sfugge alle contestazioni popolari. «Giornalisti senza dignità / date le notizie a metà», è uno degli striscioni più evidenti nella fiumana triestina. Il riflesso condizionato del Giornalista unico delle coscienze, sdraiato come un leone da scendiletto ai piedi del presidente del Consiglio in ogni sua decisione, non è sfuggito alla gente. Inoltre, ai primi freddi, l'eskimo tolto dalla naftalina è tornato in redazione. Un curioso esempio. Nella manifestazione di sabato a Milano 48 persone sono state denunciate per «interruzione di pubblico servizio e violenza privata», metà delle quali appartenenti a sigle anarchiche. Poiché la narrazione prevedeva l'indignazione contro orde incombenti in stivali e fez, per Repubblica gli anarchici sono diventati «espressione di gruppi d'area». Così il baccalà si trasforma in pesce veloce del Baltico e tutti dormono sereni sotto la coperta democratica. Poi arrivano le sveglie come quella alla Cgil milanese: «I fascisti siete voi». A sera, a Torino, sull'inferriata che circonda la statua di Amedeo VI di Savoia detto il Conte Verde, resiste un ultimo cartello: «Landini, sai che dispiacere…». È il destino imprevedibile: il trattore rosso trattato come un portaborse, un sottosegretario. E condannato dal popolo all'indifferenza.






