Toh, un po’ di destra alla maturità. Tema sul concetto di limiti e confini

Non è semplicemente «una cosa di destra»: è una scelta intelligente e coraggiosa, che si spera non rimanga isolata. Nelle tracce dell’esame nei maturità per quello che una volta era il tema di italiano e che oggi si chiama «testo argomentativo» è comparso un brano di Frank Furedi tratto dal libro I confini contano, pubblicato qualche anno fa da Meltemi. Furedi è uno dei più interessanti intellettuali europei: nato nel 1948 in Ungheria, professore emerito di Sociologia all’Università del Kent, nel corso degli anni ha sfornato bestseller corrosivi come Contro la psicologia e, appunto, I confini contano. L’ultimo si chiama La guerra contro il passato, e demolisce la cultura della cancellazione. Anche per via di queste posizioni non esattamente omologate, Furedi ha sempre suscitato accesi dibattiti e si attira si frequente non poche critiche dai sostenitori del politicamente corretto. Piccolo esempio: tempo fa una nota libreria italiana di Bruxelles ha deciso di cancellare una sua presentazione già programmata, adducendo come scusa che lo studioso fosse «troppo politicizzato» (cioè troppo di destra). In realtà, Furedi non è affatto un classico destrorso. E certo fa politica, ma a livello altissimo, di sicuro senza mescolarsi con le beghe dei partiti o dei leader di ogni latitudine. Anzi, a dirla tutta le sue opere sono per lo più tradotte in italiano da editori come Feltrinelli e Raffaello Cortina, non esattamente marchi reazionari. Lo stesso vale per Fazi che ha stampato La guerra contro il passato. E pure il saggio da cui è stata tratta la citazione fornita ai maturandi italiani è stato pubblicato da un editore di sinistra, e anche piuttosto radicale come Meltemi. Quel libro tuttavia potrebbe essere a buon diritto considerato un manifesto conservatore proprio perché insiste sull’importanza dei confini intesi come limiti, oltre che come barriere fisiche. Ai ragazzi è stato presentato un passaggio tutto sommato blando, cioè poco scorretto rispetto al pensiero dominante, in cui l’autore insiste sulla scomparsa delle divisioni tra adolescenza e età adulta. Si tratta comunque di un tema fondamentale, la cosiddetta «adultescenza»: proprio perché mancano i confini e sono venuti meno i cosiddetti riti di passaggio, ci troviamo di fronte generazioni di adulti che in realtà non sono cresciuti, non sono davvero maturi. Si spiega così l’ossessione per il trauma che viviamo di questi tempi, la fragilità diffusa che trasforma gli individui in vittime o aspiranti tali.
«Il problema con ciò che io chiamo cultura terapeutica», ha spiegato Furedi a chi scrive tempo fa, «è che parte da un assunto: gli individui non sono in grado di gestire le tensioni, la critica e il conflitto. Quindi se ti critico, se ti sfido, sto attaccando la tua persona invece di avere una normale discussione tra individui. Dunque non posso utilizzare parole che ti offendano. Perché se ti offendo questo potrebbe diventare traumatizzante per te».
Furedi ha infilato il dito in una piaga purulenta della contemporaneità: siamo tutti dei pazienti potenziali. «E questo è soprattutto vero per quanto riguarda i giovani, i quali vanno a scuola e sembra che non vengano mai criticati. È molto raro», continua il sociologo, «che gli insegnanti dicano che i giovani non si sono comportati bene o sono stati un po’ pigri. Anche in Italia riscontro tracce di questa cultura, un po’ angloamericana, secondo cui tutte le pressioni della vita non appaiono come problemi da risolvere ma addirittura come malattie che ci rendono tutti quanti pazienti, potenziali vittime di burnout. Quante volte oggi sentiamo dire “sono in burnout, ho bisogno di un intervento medico”… Abbiamo perfino assimilato il linguaggio medicalizzato». Le conseguenze sono evidenti: «Siamo sempre meno tolleranti rispetto alla sfida, al conflitto, anche alla discussione», dice Furedi. «Una semplice discussione, un semplice confronto. Comprendere questo credo che sia molto importante, perché ne va dei valori della democrazia. Il confronto ci fa bene perché, ci rende partecipi, fa sì che tutti possiamo dire la nostra. Ma se ci offendiamo per ogni cosa non andiamo più da nessuno parte. Nella storia tutte le buone idee hanno sicuramente offeso qualcuno, in modo o nell’altro».
Tra le cose che non tolleriamo più e che non siamo in grado di gestire c’è appunto il limite di cui Furedi parla ne I confini contano. «In quel libro non parlo soltanto dei confini fisici tra le nazioni, tra i Paesi, ma anche dei confini, dei limiti che in qualche modo sono emersi nel corso della civilizzazione», ci ha detto il sociologo. «Esistono confini tra bambini e adulti, c’è una distinzione chiara tra uomo e donna, tra la sfera privata e la sfera pubblica, tra l’essere umano e l’animale. Oggi però pretendiamo che non vi siano due sessi, che non esistano più uomo e donna ma una serie di generi, dunque guardare al sesso biologico non è sufficiente. Più in generale, non accettiamo più i limiti. Nemmeno quelli fra bambini e adulti: rendiamo adulti i nostri bambini e viceversa. Vi sono degli adulti che ancora fanno finta di essere degli adolescenti mentre sono già degli esseri umani parecchio cresciuti. Non abbiamo quasi più distinzione tra animali e esseri umani. Qualcuno arriva a dire addirittura che sarebbe possibile per gli animali dare il proprio consenso ad avere un rapporto sessuale con un essere umano. È un fenomeno che stiamo vivendo in maniera crescente, in modo esasperato».
Questi, con tutta evidenza, sono i temi centrali del presente e del futuro prossimo, e che facciano capolino alla maturità è un importantissimo segno di cambiamento. Poi certo, se fosse stato scelto un passaggio di Furedi sui confini intesi come frontiere e la necessità di rispettarli l’impatto sarebbe stato ancora più dirompente, ma è anche vero che l’effetto sarebbe probabilmente finito sommerso dalla polemica (già ieri c’era chi blaterava del «sociologo di Orbán»). Dunque accogliamo con grande soddisfazione la positività novità e aggiungiamo una speranza: che testi come quello di Furedi non siano commentati solo all’esame ma anche nelle classi.






