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2021-08-30
La sfida tra Israele e Iran passa (anche) da Kabul
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Naftali Bennett e Joe Biden (Ansa)
Naftali Bennett è stato ricevuto da Joe Biden venerdì scorso: la prima visita alla Casa Bianca - dopo dodici anni - di un premier israeliano diverso da Benjamin Netanyahu. «Porto con me un nuovo spirito», ha dichiarato Bennett incontrando il presidente americano, «uno spirito di buona volontà, uno spirito di speranza, uno spirito di decenza e onestà, uno spirito di unità e bipartitismo, di persone che - come hai suggerito - nutrono opinioni politiche molto diverse, anche opposte, eppure condividiamo tutti la profonda passione di lavorare insieme per costruire un futuro migliore per Israele». «Siamo diventati amici intimi», ha replicato calorosamente Biden. Un Biden che ne ha quindi approfittato per rilanciare i rapporti con Israele, dopo la fase di alta tensione ai tempi della premiership di Netanyahu.
Al di là dei convenevoli, il cuore del colloquio tra i due leader è risultato lo spinoso tema del dossier iraniano. Ricordiamo a questo proposito che, nelle scorse settimane, i colloqui per il rilancio del nuclear deal si sono fatti in salita, mentre l'ascesa al potere del nuovo presidente iraniano, il falco Ebrahim Raisi, minaccia di complicare ulteriormente la situazione. In questo difficoltoso contesto, secondo quanto riferito dal sito Axios, Bennett ha chiesto a Biden di non ritirare le truppe da Siria e Iraq, dicendosi inoltre scettico sul ripristino dell'intesa sul nucleare del 2015. L'inquilino della Casa Bianca, dal canto suo, ha garantito che – durante la sua presidenza – l'Iran non arriverà a disporre di un'arma nucleare, mostrandosi tra l'altro pronto ad un "piano B" nel caso la diplomazia dovesse fallire con Teheran. Nel quadro di un rasserenamento dei rapporti, sempre secondo quanto rivelato da Axios, Bennett avrebbe comunque garantito al presidente americano che non farà pubblicamente campagna contro l'accordo sul nucleare.
Il punto è che banalmente la questione dell'intesa iraniana non possa adesso essere scissa dalla crisi afghana. Una situazione, questa, non poco ingarbugliata. Ricordiamo che, nonostante una storica inimicizia, negli ultimi anni iraniani e talebani si siano avvicinati in funzione antiamericana. Tutto questo, senza inoltre dimenticare che iraniani e talebani portino avanti una linea politica ostile nei confronti di Israele: è d'altronde in questo contesto che una sigla come Hamas – notoriamente in buoni rapporti con Teheran – si è congratulata con i "barbuti" per la conquista di Kabul. Ora, va da sé che simili premesse non creino certo in sé stesse le condizioni per un incremento della sicurezza dello Stato ebraico.
Tuttavia bisogna fare attenzione con i facili automatismi. Teheran è preoccupata per la caduta di Kabul per (almeno) due ragioni: non solo considera i talebani inaffidabili, ma nutre sempre maggiore apprensione per i flussi migratori provenienti dal territorio afghano. Tutto questo, mentre è assai probabile che i servizi segreti statunitensi stiano cercando di instaurare canali sotterranei con alcuni pezzi del fronte talebano. Una strategia, questa, che – se confermata – punterebbe prevedibilmente a operazioni di destabilizzazione ai danni, tra gli altri, proprio del vicino Iran. Non è quindi escluso che il "Piano B" ventilato dall'amministrazione Biden, possa essere in qualche modo collegato a tale tipo di approccio nei confronti di Teheran. In tutto questo, Washington potrebbe avere anche bisogno di giocare di sponda con lo Stato ebraico, per evitare di trasmettere al mondo un'immagine isolazionista in riferimento allo scacchiere mediorientale. Certo: il rischio è che il presidente americano adotti un approccio troppo blando in sede di negoziati con la Repubblica islamica. Uno scenario che, per limitare i danni in termini di credibilità subìti a causa della crisi afghana, Washington deve tuttavia assolutamente scongiurare.
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Non è detto che la caduta della capitale afghana sia necessariamente una buona notizia per l'Iran. Un fattore, questo, che potrebbe offrire a Israele un significativo margine di manovra.Naftali Bennett è stato ricevuto da Joe Biden venerdì scorso: la prima visita alla Casa Bianca - dopo dodici anni - di un premier israeliano diverso da Benjamin Netanyahu. «Porto con me un nuovo spirito», ha dichiarato Bennett incontrando il presidente americano, «uno spirito di buona volontà, uno spirito di speranza, uno spirito di decenza e onestà, uno spirito di unità e bipartitismo, di persone che - come hai suggerito - nutrono opinioni politiche molto diverse, anche opposte, eppure condividiamo tutti la profonda passione di lavorare insieme per costruire un futuro migliore per Israele». «Siamo diventati amici intimi», ha replicato calorosamente Biden. Un Biden che ne ha quindi approfittato per rilanciare i rapporti con Israele, dopo la fase di alta tensione ai tempi della premiership di Netanyahu. Al di là dei convenevoli, il cuore del colloquio tra i due leader è risultato lo spinoso tema del dossier iraniano. Ricordiamo a questo proposito che, nelle scorse settimane, i colloqui per il rilancio del nuclear deal si sono fatti in salita, mentre l'ascesa al potere del nuovo presidente iraniano, il falco Ebrahim Raisi, minaccia di complicare ulteriormente la situazione. In questo difficoltoso contesto, secondo quanto riferito dal sito Axios, Bennett ha chiesto a Biden di non ritirare le truppe da Siria e Iraq, dicendosi inoltre scettico sul ripristino dell'intesa sul nucleare del 2015. L'inquilino della Casa Bianca, dal canto suo, ha garantito che – durante la sua presidenza – l'Iran non arriverà a disporre di un'arma nucleare, mostrandosi tra l'altro pronto ad un "piano B" nel caso la diplomazia dovesse fallire con Teheran. Nel quadro di un rasserenamento dei rapporti, sempre secondo quanto rivelato da Axios, Bennett avrebbe comunque garantito al presidente americano che non farà pubblicamente campagna contro l'accordo sul nucleare. Il punto è che banalmente la questione dell'intesa iraniana non possa adesso essere scissa dalla crisi afghana. Una situazione, questa, non poco ingarbugliata. Ricordiamo che, nonostante una storica inimicizia, negli ultimi anni iraniani e talebani si siano avvicinati in funzione antiamericana. Tutto questo, senza inoltre dimenticare che iraniani e talebani portino avanti una linea politica ostile nei confronti di Israele: è d'altronde in questo contesto che una sigla come Hamas – notoriamente in buoni rapporti con Teheran – si è congratulata con i "barbuti" per la conquista di Kabul. Ora, va da sé che simili premesse non creino certo in sé stesse le condizioni per un incremento della sicurezza dello Stato ebraico. Tuttavia bisogna fare attenzione con i facili automatismi. Teheran è preoccupata per la caduta di Kabul per (almeno) due ragioni: non solo considera i talebani inaffidabili, ma nutre sempre maggiore apprensione per i flussi migratori provenienti dal territorio afghano. Tutto questo, mentre è assai probabile che i servizi segreti statunitensi stiano cercando di instaurare canali sotterranei con alcuni pezzi del fronte talebano. Una strategia, questa, che – se confermata – punterebbe prevedibilmente a operazioni di destabilizzazione ai danni, tra gli altri, proprio del vicino Iran. Non è quindi escluso che il "Piano B" ventilato dall'amministrazione Biden, possa essere in qualche modo collegato a tale tipo di approccio nei confronti di Teheran. In tutto questo, Washington potrebbe avere anche bisogno di giocare di sponda con lo Stato ebraico, per evitare di trasmettere al mondo un'immagine isolazionista in riferimento allo scacchiere mediorientale. Certo: il rischio è che il presidente americano adotti un approccio troppo blando in sede di negoziati con la Repubblica islamica. Uno scenario che, per limitare i danni in termini di credibilità subìti a causa della crisi afghana, Washington deve tuttavia assolutamente scongiurare.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.