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2019-02-11
Il mercato dei sex toys cresce dieci volte più del Pil. Il vibratore? Ora vince premi di design
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Dire «ti amo», in giapponese, non è per nulla semplice. Se in ogni lingua, infatti, esiste una frase specifica per manifestare i propri sentimenti, nel paese del Sol Levante confessare i propri sentimenti è talmente imbarazzante da aver abolito i «ti amo» e averli sostituiti con dei più innocui e modesti «suki da yo», letteralmente «mi piaci». Se l'amore è un tabù, il sesso è esattamente l'opposto. Non lasciatevi ingannare da chi ripete, da anni, che in Giappone la sessualità non è contemplata, il sesso a Tokyo e dintorni è letteralmente ovunque. E non parliamo di riviste o siti web specializzati. Parliamo piuttosto di combini (negozi simili ai nostri minimarket aperti 24 ore su 24. Ndr.), di centri commerciali, di famosissimi negozi low cost, come i 100 yen o i Donki, in cui tutto viene venduto per qualche monetina. Il sesso è così diffuso che, nei vicoli di Kabukicho, il quartiere a luci rosse nei pressi di Shinjuku gestito dalla yakuza (la mafia locale) non si fatica a trovare distributori automatici che vendono slip usati da studentesse in cerca di sbarcare il lunario o sex toy da tenere in tasca o in borsetta.
Un distributore di slip usati. A Tokyo se ne trovano molteplici, il prezzo per un paio di mutande oscilla tra i 500 e i 1.000 yen (4-8 euro)Pinterest
Non illudetevi però: il sesso in Giappone non si pratica. Per nulla. O quasi. Se ne parla, si guarda, si ascolta, ma non si fa. Sono le statistiche a confermare quella che a tratti può sembrare una leggenda metropolitana. Secondo il governo Giapponese, circa il 60% delle donne tra i 18 e i 34 anni è single. Di queste, il 42% non ha mai avuto rapporti sessuali. La percentuale sale per gli uomini con un 70% di single nella fascia d'età 18-34 e un 44% di vergini.
Il problema, secondo molti esperti del settore, è la sovraesposizione al sesso che avviene nel Paese. Non il lavoro, i turni massacranti, la voglia solo di dormire per recuperare le forze dopo ore passate in ufficio. Bensì la continua possibilità di trovare stimoli ovunque ci si trovi: in metrò, nel supermercato sotto casa, in taxi e addirittura negli uffici. Questo bombardamento continuo porterebbe a un calo del desiderio così elevato da aver allarmato i vertici governativi del Paese.
Una delle maid che si possono incontrare nel quartiere nerd della capitale del GiapponeiStock
Ad Akihabara, il quartiere otaku per eccellenza, il sesso è di casa in ogni angolo. Non per niente, nelle strade coloratissime di questa area di Tokyo ci si imbatte ogni dieci passi in una ragazzetta, perlopiù minorenne, travestita da cameriera con autoreggenti e crestina, che invita a recarsi in uno dei tanti maid café dell'area. Questi locali sono frequentati da uomini di ogni età, in giacca e cravatta, che pagano per farsi intrattenere dalla cameriera preferita. Ma attenzione: in questa pratica non c'è niente di sessuale. I giochi in questione sono davvero giochi: forza 4, palline colorate da far rimbalzare, e così via. L'eccitazione sta tutta nel vedersi dedicare attenzioni da una giovinetta carina, truccata e sorridente. Nei maid cafe si paga tutto: la consumazione è obbligatoria e l'ingresso costa circa 15 euro. Poi c'è il cibo, la foto, il momento di gioco. Il tutto va consumato nel giro di 45 minuti, a volte 1 ora. Poi si torna alla realtà.
Tra un negozio di manga e un café, spicca nei pressi della stazione della metropolitana dell'area un palazzo altissimo verde pisello. Guardandolo con il naso all'insù, si scorgono nelle vetrine poster di ragazze manga e costumi. A primo acchito, dunque, potrebbe sembrare uno dei mille negozi simili ad Animate e Mandarake che si trovano nell'area e che vendono oggettistica e fumetti. L'errore, in questo caso, non potrebbe essere che dei più madornali. Quel grande palazzo racchiude al suo interno, spalmato per sette piani, il paradiso del sesso di Tokyo. Si chiama M's pop department store e non è altri che il più grande sex shop della città. Aperto nel 2001 a Ueno, si è trasferito nello stesso anno ad Akihabara, in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Mecca dei nerd. Una volta varcate le porte di M's ci si trova immersi in quello che è un vero e proprio centro commerciale del sesso. Al piano terra i prodotti sono tra i più vari: si spazia da preservativi in scatole di legno di Hakone a quelli nelle confezioni con il monte Fuji o i sakura. Non mancano, ovviamente, scaffali interi di condom con i personaggi di manga e anime o racchiusi in pacchetti che ricordano i dolci tipici nipponici. Sullo stesso piano sono disponibili anche lozioni e lubrificanti al profumo di the macha, il famoso the verde in polvere giapponese, o in bottiglie simili alle botti di sake. Tra le bottigliette più gettonate ci sono quelle che aiuterebbero a eccitarsi con profumi di parti intime o di zone erogene (femminili e maschili). In questo caso a giocare il ruolo principale è lo storytelling all'interno della confezione in cui si racconta, in un breve estratto erotico, l'origine del profumo. Il secondo piano è dedicato agli uomini. Qui si trovano bambole gonfiabili di ogni fattezza e dimensione (da quelle piccolissime che misurano solo 20 centimetri a quelle a grandezza naturale e persino le oversize), vagine in silicone modellato ispirate alle idol locali e vibratori che si muovono al ritmo dei videogiochi. Un'intera area del piano è dedicata invece l Tenga, un tubo in silicone utilizzato per la masturbazione e così venduto e apprezzato in Giappone da avere addirittura merchandise dedicato. Oltre infatti al prodotto, possiamo trovare magliette, felpe, cappellini, polsini, slip, tazze e borse in tessuto personalizzate con il logo dei questo sex toy. «Il secondo piano è il più visitato.» ci racconta il responsabile del negozio Yasojima «La maggior parte delle persone che acquistano sono giapponesi, di sesso femminile. Solo il 20% è composto da stranieri che arrivano per sentito dire e, generalmente, sono molto appassionati della cultura giapponese». Incredibilmente, invece, gli uomini sono una minoranza «il cliente tipo ha tra i 30 e i 45 anni, è un business man o lavora in ufficio, non ha una relazione e spesso non ne ha mai avute». Tornando al negozio, il terzo piano è invece l'universo delle donne. Qui è presente, oltre a una vasta selezione di vibratori di design, un angolo dedicato al sadomaso. «Il prodotto più venduto» ci spiega Yasojima «sono le corde per lo shibari (l'antica arte giapponese di legare il partner durante giochi erotici, evoluzione dell'hojojutsu, un'arte marziale nata per immobilizzare i prigionieri di guerra. Ndr). Vengono acquistate dalle coppie, anche straniere. È un ottimo regalo». Se il quarto piano con la sua lingerie sexy è molto più simile ai sex shop occidentali, il quinto piano è il vero regno del sesso giapponese. Lungo le pareti si trovano infatti centinaia di costumi per il cosplay, di ogni tipologia e dimensione. Sulle scale che portano a questo piano si trovano polaroid e foto di ragazze giapponesi che indossano i costumi venduti. «In questo caso i turisti sono più numerosi dei giapponesi» ci spiegano «circa l'80% dei visitatori stranieri acquisti in questo piano con tax free. I "locals" invece comprano solo per occasioni particolari o per feste a tema e Halloween». Gli ultimi due piani di M's sono dedicati ai video pornografici, ai manga hentai e a riviste specializzate, alcune anche piuttosto estreme. Con una particolarità: i genitali maschili in Giappone vengono sempre censurati, con pixel o sagome nere.
L'esterno di M's pop department store, il centro commerciale di sette piani dedicato interamente al sessoiStock
Pur essendo un Paese estremamente moderno e sviluppato, il modo di vivere il sesso è ancora molto old fashion, a tratti antiquato. Le donne vivono il piacere come un'onta, gli uomini come qualcosa da non raccontare e da sperimentare in solitaria. M's prova da anni a rimuovere questa patina di vergogna dai giapponesi mostrando tutto, alla luce del sole, senza nascondere nulla.
Marianna Baroli
Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno

Gifer
Secondo le previsioni più aggiornate il Pil italiano crescerà nel 2019 di appena lo 0,2%. Bene. Anzi, male. Ma c'è un settore industriale (perché che si tratti di un'industria non c'è alcun dubbio) che cresce molto, ma molto più velocemente di tutto il resto dell'Italia. Sì, è quello, il sesso. Basti pensare che il numero dei sexy shop è aumentato del 23,3% in 10 anni. Cioè, mediamente, del 2,3% ogni anno.
Cercheremo di evitare facili giochi di parole (come, per esempio, che il mercato "tira" o che le vendite "si impennano") e proviamo a considerare il mercato del sesso come un qualunque altro comparto industriale. I numeri dicono che la crescita del numero dei negozi è sintomo di una domanda sempre più intensa di oggetti per il piacere, sia femminile che maschile. Quali? Lo vediamo tra un momento. Intanto diamo un'occhiata a quali sono le Regioni dove i sexy shop sono aumentati maggiormente di numero.
Complessivamente in Italia ci sono 61 negozi in più rispetto al 2009: da 262 a 323 a fine dicembre 2018. La Regione che ne ha visti spuntare di più è l'Emilia Romagna, dove, evidentemente, sanno bene che cosa è il divertimento. Qui, in 10 anni, il saldo fa segnare 17 sexy shop in più: da 14 del 2009 ora sono 31 con un incremento sbalorditivo del 121,4%. Seguono poi il Lazio, con 14 negozi in più (da 19 a 33, +73,7%), e la Lombardia con 11 in più (da 60 a 71, +18,3%). Ma ci sono anche Regioni che mostrano un saldo negativo, ovvero regioni dove, tra il 2009 e il 2018, i sexy shop che hanno aperto non hanno compensato il numero di quelli che hanno chiuso. E' il caso del Friuli Venezia Giulia, -2 negozi (da 14 a 12); della Liguria, -5 (da 11 a 6); delle Marche, -2 (da 8 a 6); del Piemonte, -4, (da 39 a 35) e del Trentino Alto Adige, -1 (da 5 a 4). Particolare il caso della Val d'Aosta, anch'essa con saldo negativo, con la differenza che, avendo perso due sexy shop tra il 2009 e il 2018, ha...perso tutti i sexy shop esistenti.
E a livello provinciale? Le province più affollate di sexy shop sono Milano, Roma e Torino, rispettivamente con 34, 26 e 23 negozi. In tutta Italia sono solo 9 le province che, a fine 2018, non avevano sul proprio territorio nessun sexy shop: Potenza, Viterbo, Lodi, Sondrio, Macerata, Verbania, Nuoro, Agrigento e Aosta.
Non esistono dati ufficiali sul fatturato generato da questi negozi, né è possibile sapere con certezza che cosa gli italiani comprano nei sexy shop sotto casa, ma esistono precisi numeri a livello mondiale. Il valore di questo comparto industriale è pari a circa 8 miliardi di dollari e, così come il numero dei sexy shop in Italia, è destinato a salire in modo rapidissimo. Nel 2021, cioè tra soli due anni, il fatturato mondiale sarà di 8,5 miliardi di dollari. Per dare un'idea delle cifre in gioco basti dire che 8,5 miliardi di dollari è il valore del mercato mondiale delle stampanti 3d; è quanto Microsoft ha pagato per comprare Skype ed è anche il valore del mercato mondiale delle cialde da caffè. La differenza con le cialde è che cresce più velocemente.
Torniamo ai numeri. L'oggetto più venduto al mondo è il "classico" vibratore, che conquista il 21,46% dell'intero fatturato mondiale. A distanza segue il pene di gomma che è al 15,61%. Al terzo posto viene l'anello per il pene, con il 12,68% del mercato degli oggetti più comprati. Dalla quarta posizione in poi si scende in un campo minato. Le perline anali, infatti, sono al 9,76%, mentre le vagine di gomma all'8,78%. A seguire, ultimo articolo sopra il 5% di fetta di mercato, ci sono le bende col 5,61%. Il restante 26,1% dei sex toy venduti sono articoli come gli attrezzi per la pratica del bondage, le manette, sostegni di vario genere, palline vaginali... La fantasia non manca, e i soldi neppure.
Non solo gratificanti ma anche belli: i vibratori di Lelo sono oggetti di design

Lelo
Nel periodo di San Valentino, i dati registrati su Lelo mostrano un interessante aumento delle vendite e che ben il 60% degli acquisti sono stati effettuati da donne. Candele per massaggi, manette di seta, frustini in suede, ma anche sex toy in silicone liscio o placcati in oro, sono tra gli oggetti più acquistati online dal sesso femminile in cerca di una serata stuzzicante. Per chi non lo conoscesse, Lelo è il brand svedese che ha rivoluzionato il mondo dell'erotismo e dei sex toy introducendo linee sinuose e oggetti di alto design, ben lontani dal classico dildo in gomma. Il Global marketing director Luka Matutinovic racconta a La Verità quali sono state le chiavi del successo che hanno permesso al marchio di conquistare una fetta importante del mercato dei vibratori.
Quali sono gli aspetti più importanti per un'azienda di sex toy?
«Costruire un brand nell'industria per adulti è difficile. Ma è possibile. Fare marketing nel settore dei sex toy a livello globale è impegnativo e richiede tempo, ma risulta poi essere gratificante e altrettanto molto divertente sperimentare. Se hai una solida offerta di prodotti e un messaggio forte, non c'è motivo per cui non puoi avere successo. Ciò che contraddistingue Lelo come azienda è la coerenza. I fondatori di Lelo provenivano tutti da ambienti creativi, come design e ingegneria; e per questo, Lelo fonda l'intero processo di produzione, sviluppo e lavorazione di un prodotto su concetti di design concreti e lineari, immutabili nel tempo e riconoscibili grazie ad uno stile inconfondibile, anche se non si ha familiarità con il brand. Il linguaggio visivo di Lelo è stato coerente dal primissimo prodotto, Lily, fino a quelli che sono stati lanciati quest'anno. Ogni prodotto Lelo è immediatamente riconoscibile dal design e parte della stessa famiglia. Lo stesso vale per il packaging, l'artwork, il pos (punti vendita): tutto è progettato sotto un insieme di linee guida di stile strettamente garantite, che assicurano un prodotto degno di portare il logo Lelo. E ciò che stabilisce ogni attività del nostro brand come brand effettivo è la coerenza».
Com'è il mercato in questo momento?
«Ogni giorno l'industria dei sex toy assiste a un crescente atteggiamento positivo da parte dei propri consumatori, che stanno man mano accettando prodotti per la vita intima come parte della quotidianità. Il brand Lelo sta guidando questa propensione: i prodotti che progettiamo sono studiati per essere belli ed eleganti. Il mercato si sta espandendo periodicamente. Ci sono molte più persone attratte dalla curiosità di provare i sex toy e quest'ultimi stanno diventando sempre meno un tabù. Per questo, speriamo che il mercato dei sex toy e il mercato mainstream andranno di pari passo: al momento non sembra così irrealistico affermare che succederà entro i prossimi 20 anni (su certi aspetti sta già iniziando)».
Parlare di sex toy è ancora visto come un tabù?
«L'atteggiamento nei confronti dei sex toy sta cambiando. È un processo lento, ma stiamo assistendo a un "disgelo" nella concezione dell'intimità e della sessualità, così come parlare di sesso e piacere. Le persone stanno diventando più aperte, più curiose e più disponibili a scoprire nuovi piaceri».
Qual è il cliente ideale Lelo?
«Non esiste il cliente Lelo perfetto, vogliamo dare il meglio a chiunque sia interessato all'acquisto di un sex toy. Ogni prodotto può essere maggiormente adatto a un gruppo di persone, ma non esiste l'archetipo del cliente Lelo. Ci muoviamo su una fascia di età compresa tra 18 e 64 anni e la suddivisione tra acquirenti di sesso femminile e di sesso maschile è pressoché identica».
Lelo pone grande attenzione nel design dei suoi prodotti. Come mai questa scelta?
«Quando Lelo ha lanciato i suoi primi prodotti più di dieci anni fa, questi si sono distinti perché non assomigliavano ad alcuno dei sex toy fino ad allora conosciuti. Sembravano oggetti d'arte, ornamentali, eleganti e belli, come un pezzo di design o un'installazione artistica. Lo stile Lelo, miglioratosi nel tempo, si basa su linee sinuose e levigate, forme eleganti e seducenti. Se noi stessi non ci sorprendiamo, allora non stiamo facendo il nostro lavoro nel modo giusto».
Qual è il futuro dei sex toy?
«La natura dell'innovazione nell'industria dei sex toy è la stessa di ogni industria tecnologica: le tendenze sono dettate dal consumatore. In questo momento, c'è un trend verso sex toy molto più inclusivi e sessualmente progressivi. I prodotti non sono più giudicati solo su quanto siano piacevoli, ma su quanto sia positivo l'atteggiamento del brand che li ha creati. Speriamo che questa tendenza continui e cresca: i brand con messaggi positivi come Lelo perseguono l'obiettivo di abbattere i tradizionali tabù, un obiettivo davvero importante e impegnativo. In futuro, possiamo solo aspettarci che l'uomo e la tecnologia vivano in sinergia, intersecandosi sempre più. Un sex toy oggigiorno è già una connessione tra l'innovazione e l'uomo e nello specifico i sex toy Lelo sono molto più avanti rispetto alla maggior parte di altri prodotti dello stesso settore. Ci auguriamo che i sex toy diventino onnipresenti quasi come gli smartphone (o qualunque sia l'equivalente futuristico di uno smartphone)».
Avete anche creato una linea di preservativi. Ci potete raccontare di più su questa scelta?
«Ci sono due motivi principali per cui abbiamo deciso di sviluppare Lelo Hex. Innanzitutto, l'obiettivo era quello di iniziare una conversazione con il consumatore per confrontarsi con una realtà difficile: le malattie sessualmente trasmissibili (Mst) continuano a registrare allarmanti dati in crescita, più velocemente di quanto ci si immagini. Parte di ciò è dovuto al calo nell'uso del preservativo, in particolare tra i giovani. Questo ci porta al secondo obiettivo: creare un preservativo abbastanza attraente da incoraggiare le persone a ricominciare a usarlo. Perché il sesso sicuro può e dovrebbe essere bellissimo. Questo è quello che abbiamo fatto per anni a Lelo, e i preservativi Hex sono l'apice di questa esperienza. Il preservativo non è cambiato dall'introduzione del serbatoio 70 anni fa. Il problema è che il mercato dei preservativi è rimasto stabile per anni, senza alcuna pulsione all'innovazione. Le persone usano meno i preservativi, anche per una mancanza di innovazione concreta nel settore. Hex non è solo progettato per migliorare il sesso sicuro, ma è anche progettato per dare nuova vita al settore nel suo complesso».
Quali sono i vostri best seller?
«Ciò che è interessante nel portfolio di Lelo è che non c'è un singolo prodotto di spicco a livello globale. Tuttavia, l'anno scorso il più grande prodotto venduto è stato Sona: il primo massaggiatore clitorideo a onde soniche, con batteria ricaricabile via Usb, impermeabile e con tecnologia Cruise Control. Sona è completamente in silicone lucido, con linee sinuose: un prodotto innovativo nel settore. Nel mare degli stimolatori clitoridei, Lelo Sona si è distinto e ha avuto un grande successo quando è stato lanciato nell'ottobre del 2017, ottenendo consensi in tutto il mondo. È diventato ben presto un sex toy molto richiesto e apprezzato, ma ogni nostro cliente ha il proprio prodotto Lelo preferito».
Qual è la vostra missione?
«Lelo è un brand che unisce le persone: vicinanza, intimità, passione, sessualità, Lelo è tutto questo e molto altro. I nostri progetti offrono un quid in più a tutti coloro che cercano il piacere, in un mondo pervaso dall'ordinarietà. Mentre il mondo si spinge verso i limiti del sesso e della sessualità, Lelo continua a lottare contro i tabù, ponendo le basi su cui il consumatore potrà tracciare il proprio percorso. Il sesso è divertente. Ecco perché Lelo è un parco giochi per i più curiosi».
M. Baroli
Non chiamatelo sexy shop. C'è Sex Sade, la prima «fetish boutique» d'Italia

Facebook Sex Sade
Sex Sade è una piccola realtà milanese dalla lunga storia. Nasce nel 1998 come prima «fetish boutique» italiana, ben prima che milioni di donne sentissero parlare di Christian Grey e le sue 50 sfumature. Le titolari si chiamano Arianna e Martina e da anni collezionano clienti - e recensioni a cinque stelle - per il loro mondo ironico e cortese di raccontare un mondo che agli occhi di molti è ancora tabù. Sex Sade è una realtà unica, «una risposta alternativa alle esigenze delle persone che cercano qualcosa di irriverente, audace e divertente». Vi starete chiedendo cosa differenzi questo tipo di boutique da un sexy shop. La risposta è semplice: la clientela. Mentre i principali frequentatori dei secondi sono uomini alla ricerca di prodotti per l'autoerotismo, in una «fetish boutique» le clienti sono donne e i prodotti sono soprattutto destinati al rapporto di coppia. Per questo motivo tra gli oggetti in vendita si possono trovare costumi sexy, completi intimi più o meno aggressivi e qualsiasi tipo di sex o soft toy.
In 17 anni il negozio è molto cambiato. Non in fatto di look, che rimane un po' vintage e fa l'occhiolino all'universo delle pin up, ma in merito all'offerta. Martina spiega infatti che inizialmente si trovavano a servire una clientela esperta nel bondage e quindi disposta a pagare per prodotti di qualità. È stato l'avvento di internet e la diffusione del concetto di feticismo che ha aiutato il negozio a vendere oggetti di generi diversi a prezzi decisamente più accessibili. È così che la clientela è aumentata - e ora spazia da adolescenti a donne più mature - e Sex Sade è diventata una delle «fetish boutique» di maggiore successo. Il loro segreto? Dare vita a un'ambiente dove chiunque possa sentirsi a proprio agio e, nonostante l'argomento trattato, evitare un linguaggio volgare.
Quale messaggio lancia quindi Sex Sade alle loro clienti? «Nell'attuale periodo storico, dove noi donne siamo costantemente messe alla prova dai canoni che la società e i media ci impongono, siamo convinte che imparare a conoscere noi stesse, valorizzando il nostro aspetto e facendo trasparire con armonia le diverse sfumature di se, sia l'arma giusta per essere competitive. Ed è la sicurezza raggiunta, la chiave per sentirsi belle, autentiche e irresistibili».
Mariella Baroli
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L'Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno. In tutta Italia, a fine 2018, presenti 323 negozi e poi c'è l'ecommerce.Vince l'estetica: i vibratori diventano oggetti d'arredo. Luka Matutinovic, global marketing director dell'azienda svedese Lelo: «In questo momento, c'è un trend verso device molto più hi tech e rivolti alla coppia».Sex Sade è il primo negozio di Milano a proporre, tra i banchi di biancheria intima, prodotti destinati al rapporto a due.Oltre il 40% dei giapponesi tra i 18 e i 32 anni è vergine. In un Paese ipermoderno, dove robot e intelligenza artificiale sono all'ordine del giorno, il sesso rimane un tabù. Viaggio all'interno di M's, il centro commerciale più grande al mondo che vende solo giochi erotici.Lo speciale contiene quattro articoli.Dire «ti amo», in giapponese, non è per nulla semplice. Se in ogni lingua, infatti, esiste una frase specifica per manifestare i propri sentimenti, nel paese del Sol Levante confessare i propri sentimenti è talmente imbarazzante da aver abolito i «ti amo» e averli sostituiti con dei più innocui e modesti «suki da yo», letteralmente «mi piaci». Se l'amore è un tabù, il sesso è esattamente l'opposto. Non lasciatevi ingannare da chi ripete, da anni, che in Giappone la sessualità non è contemplata, il sesso a Tokyo e dintorni è letteralmente ovunque. E non parliamo di riviste o siti web specializzati. Parliamo piuttosto di combini (negozi simili ai nostri minimarket aperti 24 ore su 24. Ndr.), di centri commerciali, di famosissimi negozi low cost, come i 100 yen o i Donki, in cui tutto viene venduto per qualche monetina. Il sesso è così diffuso che, nei vicoli di Kabukicho, il quartiere a luci rosse nei pressi di Shinjuku gestito dalla yakuza (la mafia locale) non si fatica a trovare distributori automatici che vendono slip usati da studentesse in cerca di sbarcare il lunario o sex toy da tenere in tasca o in borsetta. Un distributore di slip usati. A Tokyo se ne trovano molteplici, il prezzo per un paio di mutande oscilla tra i 500 e i 1.000 yen (4-8 euro)PinterestNon illudetevi però: il sesso in Giappone non si pratica. Per nulla. O quasi. Se ne parla, si guarda, si ascolta, ma non si fa. Sono le statistiche a confermare quella che a tratti può sembrare una leggenda metropolitana. Secondo il governo Giapponese, circa il 60% delle donne tra i 18 e i 34 anni è single. Di queste, il 42% non ha mai avuto rapporti sessuali. La percentuale sale per gli uomini con un 70% di single nella fascia d'età 18-34 e un 44% di vergini. Il problema, secondo molti esperti del settore, è la sovraesposizione al sesso che avviene nel Paese. Non il lavoro, i turni massacranti, la voglia solo di dormire per recuperare le forze dopo ore passate in ufficio. Bensì la continua possibilità di trovare stimoli ovunque ci si trovi: in metrò, nel supermercato sotto casa, in taxi e addirittura negli uffici. Questo bombardamento continuo porterebbe a un calo del desiderio così elevato da aver allarmato i vertici governativi del Paese. Una delle maid che si possono incontrare nel quartiere nerd della capitale del GiapponeiStockAd Akihabara, il quartiere otaku per eccellenza, il sesso è di casa in ogni angolo. Non per niente, nelle strade coloratissime di questa area di Tokyo ci si imbatte ogni dieci passi in una ragazzetta, perlopiù minorenne, travestita da cameriera con autoreggenti e crestina, che invita a recarsi in uno dei tanti maid café dell'area. Questi locali sono frequentati da uomini di ogni età, in giacca e cravatta, che pagano per farsi intrattenere dalla cameriera preferita. Ma attenzione: in questa pratica non c'è niente di sessuale. I giochi in questione sono davvero giochi: forza 4, palline colorate da far rimbalzare, e così via. L'eccitazione sta tutta nel vedersi dedicare attenzioni da una giovinetta carina, truccata e sorridente. Nei maid cafe si paga tutto: la consumazione è obbligatoria e l'ingresso costa circa 15 euro. Poi c'è il cibo, la foto, il momento di gioco. Il tutto va consumato nel giro di 45 minuti, a volte 1 ora. Poi si torna alla realtà.Tra un negozio di manga e un café, spicca nei pressi della stazione della metropolitana dell'area un palazzo altissimo verde pisello. Guardandolo con il naso all'insù, si scorgono nelle vetrine poster di ragazze manga e costumi. A primo acchito, dunque, potrebbe sembrare uno dei mille negozi simili ad Animate e Mandarake che si trovano nell'area e che vendono oggettistica e fumetti. L'errore, in questo caso, non potrebbe essere che dei più madornali. Quel grande palazzo racchiude al suo interno, spalmato per sette piani, il paradiso del sesso di Tokyo. Si chiama M's pop department store e non è altri che il più grande sex shop della città. Aperto nel 2001 a Ueno, si è trasferito nello stesso anno ad Akihabara, in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Mecca dei nerd. Una volta varcate le porte di M's ci si trova immersi in quello che è un vero e proprio centro commerciale del sesso. Al piano terra i prodotti sono tra i più vari: si spazia da preservativi in scatole di legno di Hakone a quelli nelle confezioni con il monte Fuji o i sakura. Non mancano, ovviamente, scaffali interi di condom con i personaggi di manga e anime o racchiusi in pacchetti che ricordano i dolci tipici nipponici. Sullo stesso piano sono disponibili anche lozioni e lubrificanti al profumo di the macha, il famoso the verde in polvere giapponese, o in bottiglie simili alle botti di sake. Tra le bottigliette più gettonate ci sono quelle che aiuterebbero a eccitarsi con profumi di parti intime o di zone erogene (femminili e maschili). In questo caso a giocare il ruolo principale è lo storytelling all'interno della confezione in cui si racconta, in un breve estratto erotico, l'origine del profumo. Il secondo piano è dedicato agli uomini. Qui si trovano bambole gonfiabili di ogni fattezza e dimensione (da quelle piccolissime che misurano solo 20 centimetri a quelle a grandezza naturale e persino le oversize), vagine in silicone modellato ispirate alle idol locali e vibratori che si muovono al ritmo dei videogiochi. Un'intera area del piano è dedicata invece l Tenga, un tubo in silicone utilizzato per la masturbazione e così venduto e apprezzato in Giappone da avere addirittura merchandise dedicato. Oltre infatti al prodotto, possiamo trovare magliette, felpe, cappellini, polsini, slip, tazze e borse in tessuto personalizzate con il logo dei questo sex toy. «Il secondo piano è il più visitato.» ci racconta il responsabile del negozio Yasojima «La maggior parte delle persone che acquistano sono giapponesi, di sesso femminile. Solo il 20% è composto da stranieri che arrivano per sentito dire e, generalmente, sono molto appassionati della cultura giapponese». Incredibilmente, invece, gli uomini sono una minoranza «il cliente tipo ha tra i 30 e i 45 anni, è un business man o lavora in ufficio, non ha una relazione e spesso non ne ha mai avute». Tornando al negozio, il terzo piano è invece l'universo delle donne. Qui è presente, oltre a una vasta selezione di vibratori di design, un angolo dedicato al sadomaso. «Il prodotto più venduto» ci spiega Yasojima «sono le corde per lo shibari (l'antica arte giapponese di legare il partner durante giochi erotici, evoluzione dell'hojojutsu, un'arte marziale nata per immobilizzare i prigionieri di guerra. Ndr). Vengono acquistate dalle coppie, anche straniere. È un ottimo regalo». Se il quarto piano con la sua lingerie sexy è molto più simile ai sex shop occidentali, il quinto piano è il vero regno del sesso giapponese. Lungo le pareti si trovano infatti centinaia di costumi per il cosplay, di ogni tipologia e dimensione. Sulle scale che portano a questo piano si trovano polaroid e foto di ragazze giapponesi che indossano i costumi venduti. «In questo caso i turisti sono più numerosi dei giapponesi» ci spiegano «circa l'80% dei visitatori stranieri acquisti in questo piano con tax free. I "locals" invece comprano solo per occasioni particolari o per feste a tema e Halloween». Gli ultimi due piani di M's sono dedicati ai video pornografici, ai manga hentai e a riviste specializzate, alcune anche piuttosto estreme. Con una particolarità: i genitali maschili in Giappone vengono sempre censurati, con pixel o sagome nere. L'esterno di M's pop department store, il centro commerciale di sette piani dedicato interamente al sessoiStockPur essendo un Paese estremamente moderno e sviluppato, il modo di vivere il sesso è ancora molto old fashion, a tratti antiquato. Le donne vivono il piacere come un'onta, gli uomini come qualcosa da non raccontare e da sperimentare in solitaria. M's prova da anni a rimuovere questa patina di vergogna dai giapponesi mostrando tutto, alla luce del sole, senza nascondere nulla. Marianna Baroli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="emilia-romagna-sul-podio-delle-regioni-con-piu-sexy-shop-il-settore-cresce-del-23-ogni-anno" data-post-id="2628359675" data-published-at="1772721720" data-use-pagination="False"> Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno Gifer Secondo le previsioni più aggiornate il Pil italiano crescerà nel 2019 di appena lo 0,2%. Bene. Anzi, male. Ma c'è un settore industriale (perché che si tratti di un'industria non c'è alcun dubbio) che cresce molto, ma molto più velocemente di tutto il resto dell'Italia. Sì, è quello, il sesso. Basti pensare che il numero dei sexy shop è aumentato del 23,3% in 10 anni. Cioè, mediamente, del 2,3% ogni anno.Cercheremo di evitare facili giochi di parole (come, per esempio, che il mercato "tira" o che le vendite "si impennano") e proviamo a considerare il mercato del sesso come un qualunque altro comparto industriale. I numeri dicono che la crescita del numero dei negozi è sintomo di una domanda sempre più intensa di oggetti per il piacere, sia femminile che maschile. Quali? Lo vediamo tra un momento. Intanto diamo un'occhiata a quali sono le Regioni dove i sexy shop sono aumentati maggiormente di numero.Complessivamente in Italia ci sono 61 negozi in più rispetto al 2009: da 262 a 323 a fine dicembre 2018. La Regione che ne ha visti spuntare di più è l'Emilia Romagna, dove, evidentemente, sanno bene che cosa è il divertimento. Qui, in 10 anni, il saldo fa segnare 17 sexy shop in più: da 14 del 2009 ora sono 31 con un incremento sbalorditivo del 121,4%. Seguono poi il Lazio, con 14 negozi in più (da 19 a 33, +73,7%), e la Lombardia con 11 in più (da 60 a 71, +18,3%). Ma ci sono anche Regioni che mostrano un saldo negativo, ovvero regioni dove, tra il 2009 e il 2018, i sexy shop che hanno aperto non hanno compensato il numero di quelli che hanno chiuso. E' il caso del Friuli Venezia Giulia, -2 negozi (da 14 a 12); della Liguria, -5 (da 11 a 6); delle Marche, -2 (da 8 a 6); del Piemonte, -4, (da 39 a 35) e del Trentino Alto Adige, -1 (da 5 a 4). Particolare il caso della Val d'Aosta, anch'essa con saldo negativo, con la differenza che, avendo perso due sexy shop tra il 2009 e il 2018, ha...perso tutti i sexy shop esistenti. E a livello provinciale? Le province più affollate di sexy shop sono Milano, Roma e Torino, rispettivamente con 34, 26 e 23 negozi. In tutta Italia sono solo 9 le province che, a fine 2018, non avevano sul proprio territorio nessun sexy shop: Potenza, Viterbo, Lodi, Sondrio, Macerata, Verbania, Nuoro, Agrigento e Aosta. Non esistono dati ufficiali sul fatturato generato da questi negozi, né è possibile sapere con certezza che cosa gli italiani comprano nei sexy shop sotto casa, ma esistono precisi numeri a livello mondiale. Il valore di questo comparto industriale è pari a circa 8 miliardi di dollari e, così come il numero dei sexy shop in Italia, è destinato a salire in modo rapidissimo. Nel 2021, cioè tra soli due anni, il fatturato mondiale sarà di 8,5 miliardi di dollari. Per dare un'idea delle cifre in gioco basti dire che 8,5 miliardi di dollari è il valore del mercato mondiale delle stampanti 3d; è quanto Microsoft ha pagato per comprare Skype ed è anche il valore del mercato mondiale delle cialde da caffè. La differenza con le cialde è che cresce più velocemente.Torniamo ai numeri. L'oggetto più venduto al mondo è il "classico" vibratore, che conquista il 21,46% dell'intero fatturato mondiale. A distanza segue il pene di gomma che è al 15,61%. Al terzo posto viene l'anello per il pene, con il 12,68% del mercato degli oggetti più comprati. Dalla quarta posizione in poi si scende in un campo minato. Le perline anali, infatti, sono al 9,76%, mentre le vagine di gomma all'8,78%. A seguire, ultimo articolo sopra il 5% di fetta di mercato, ci sono le bende col 5,61%. Il restante 26,1% dei sex toy venduti sono articoli come gli attrezzi per la pratica del bondage, le manette, sostegni di vario genere, palline vaginali... La fantasia non manca, e i soldi neppure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="non-solo-gratificanti-ma-anche-belli-i-vibratori-di-lelo-sono-oggetti-di-design" data-post-id="2628359675" data-published-at="1772721720" data-use-pagination="False"> Non solo gratificanti ma anche belli: i vibratori di Lelo sono oggetti di design Lelo Nel periodo di San Valentino, i dati registrati su Lelo mostrano un interessante aumento delle vendite e che ben il 60% degli acquisti sono stati effettuati da donne. Candele per massaggi, manette di seta, frustini in suede, ma anche sex toy in silicone liscio o placcati in oro, sono tra gli oggetti più acquistati online dal sesso femminile in cerca di una serata stuzzicante. Per chi non lo conoscesse, Lelo è il brand svedese che ha rivoluzionato il mondo dell'erotismo e dei sex toy introducendo linee sinuose e oggetti di alto design, ben lontani dal classico dildo in gomma. Il Global marketing director Luka Matutinovic racconta a La Verità quali sono state le chiavi del successo che hanno permesso al marchio di conquistare una fetta importante del mercato dei vibratori. Quali sono gli aspetti più importanti per un'azienda di sex toy? «Costruire un brand nell'industria per adulti è difficile. Ma è possibile. Fare marketing nel settore dei sex toy a livello globale è impegnativo e richiede tempo, ma risulta poi essere gratificante e altrettanto molto divertente sperimentare. Se hai una solida offerta di prodotti e un messaggio forte, non c'è motivo per cui non puoi avere successo. Ciò che contraddistingue Lelo come azienda è la coerenza. I fondatori di Lelo provenivano tutti da ambienti creativi, come design e ingegneria; e per questo, Lelo fonda l'intero processo di produzione, sviluppo e lavorazione di un prodotto su concetti di design concreti e lineari, immutabili nel tempo e riconoscibili grazie ad uno stile inconfondibile, anche se non si ha familiarità con il brand. Il linguaggio visivo di Lelo è stato coerente dal primissimo prodotto, Lily, fino a quelli che sono stati lanciati quest'anno. Ogni prodotto Lelo è immediatamente riconoscibile dal design e parte della stessa famiglia. Lo stesso vale per il packaging, l'artwork, il pos (punti vendita): tutto è progettato sotto un insieme di linee guida di stile strettamente garantite, che assicurano un prodotto degno di portare il logo Lelo. E ciò che stabilisce ogni attività del nostro brand come brand effettivo è la coerenza». Com'è il mercato in questo momento? «Ogni giorno l'industria dei sex toy assiste a un crescente atteggiamento positivo da parte dei propri consumatori, che stanno man mano accettando prodotti per la vita intima come parte della quotidianità. Il brand Lelo sta guidando questa propensione: i prodotti che progettiamo sono studiati per essere belli ed eleganti. Il mercato si sta espandendo periodicamente. Ci sono molte più persone attratte dalla curiosità di provare i sex toy e quest'ultimi stanno diventando sempre meno un tabù. Per questo, speriamo che il mercato dei sex toy e il mercato mainstream andranno di pari passo: al momento non sembra così irrealistico affermare che succederà entro i prossimi 20 anni (su certi aspetti sta già iniziando)». Parlare di sex toy è ancora visto come un tabù? «L'atteggiamento nei confronti dei sex toy sta cambiando. È un processo lento, ma stiamo assistendo a un "disgelo" nella concezione dell'intimità e della sessualità, così come parlare di sesso e piacere. Le persone stanno diventando più aperte, più curiose e più disponibili a scoprire nuovi piaceri». Qual è il cliente ideale Lelo? «Non esiste il cliente Lelo perfetto, vogliamo dare il meglio a chiunque sia interessato all'acquisto di un sex toy. Ogni prodotto può essere maggiormente adatto a un gruppo di persone, ma non esiste l'archetipo del cliente Lelo. Ci muoviamo su una fascia di età compresa tra 18 e 64 anni e la suddivisione tra acquirenti di sesso femminile e di sesso maschile è pressoché identica». Lelo pone grande attenzione nel design dei suoi prodotti. Come mai questa scelta? «Quando Lelo ha lanciato i suoi primi prodotti più di dieci anni fa, questi si sono distinti perché non assomigliavano ad alcuno dei sex toy fino ad allora conosciuti. Sembravano oggetti d'arte, ornamentali, eleganti e belli, come un pezzo di design o un'installazione artistica. Lo stile Lelo, miglioratosi nel tempo, si basa su linee sinuose e levigate, forme eleganti e seducenti. Se noi stessi non ci sorprendiamo, allora non stiamo facendo il nostro lavoro nel modo giusto». Qual è il futuro dei sex toy? «La natura dell'innovazione nell'industria dei sex toy è la stessa di ogni industria tecnologica: le tendenze sono dettate dal consumatore. In questo momento, c'è un trend verso sex toy molto più inclusivi e sessualmente progressivi. I prodotti non sono più giudicati solo su quanto siano piacevoli, ma su quanto sia positivo l'atteggiamento del brand che li ha creati. Speriamo che questa tendenza continui e cresca: i brand con messaggi positivi come Lelo perseguono l'obiettivo di abbattere i tradizionali tabù, un obiettivo davvero importante e impegnativo. In futuro, possiamo solo aspettarci che l'uomo e la tecnologia vivano in sinergia, intersecandosi sempre più. Un sex toy oggigiorno è già una connessione tra l'innovazione e l'uomo e nello specifico i sex toy Lelo sono molto più avanti rispetto alla maggior parte di altri prodotti dello stesso settore. Ci auguriamo che i sex toy diventino onnipresenti quasi come gli smartphone (o qualunque sia l'equivalente futuristico di uno smartphone)». Avete anche creato una linea di preservativi. Ci potete raccontare di più su questa scelta? «Ci sono due motivi principali per cui abbiamo deciso di sviluppare Lelo Hex. Innanzitutto, l'obiettivo era quello di iniziare una conversazione con il consumatore per confrontarsi con una realtà difficile: le malattie sessualmente trasmissibili (Mst) continuano a registrare allarmanti dati in crescita, più velocemente di quanto ci si immagini. Parte di ciò è dovuto al calo nell'uso del preservativo, in particolare tra i giovani. Questo ci porta al secondo obiettivo: creare un preservativo abbastanza attraente da incoraggiare le persone a ricominciare a usarlo. Perché il sesso sicuro può e dovrebbe essere bellissimo. Questo è quello che abbiamo fatto per anni a Lelo, e i preservativi Hex sono l'apice di questa esperienza. Il preservativo non è cambiato dall'introduzione del serbatoio 70 anni fa. Il problema è che il mercato dei preservativi è rimasto stabile per anni, senza alcuna pulsione all'innovazione. Le persone usano meno i preservativi, anche per una mancanza di innovazione concreta nel settore. Hex non è solo progettato per migliorare il sesso sicuro, ma è anche progettato per dare nuova vita al settore nel suo complesso». Quali sono i vostri best seller? «Ciò che è interessante nel portfolio di Lelo è che non c'è un singolo prodotto di spicco a livello globale. Tuttavia, l'anno scorso il più grande prodotto venduto è stato Sona: il primo massaggiatore clitorideo a onde soniche, con batteria ricaricabile via Usb, impermeabile e con tecnologia Cruise Control. Sona è completamente in silicone lucido, con linee sinuose: un prodotto innovativo nel settore. Nel mare degli stimolatori clitoridei, Lelo Sona si è distinto e ha avuto un grande successo quando è stato lanciato nell'ottobre del 2017, ottenendo consensi in tutto il mondo. È diventato ben presto un sex toy molto richiesto e apprezzato, ma ogni nostro cliente ha il proprio prodotto Lelo preferito». Qual è la vostra missione? «Lelo è un brand che unisce le persone: vicinanza, intimità, passione, sessualità, Lelo è tutto questo e molto altro. I nostri progetti offrono un quid in più a tutti coloro che cercano il piacere, in un mondo pervaso dall'ordinarietà. Mentre il mondo si spinge verso i limiti del sesso e della sessualità, Lelo continua a lottare contro i tabù, ponendo le basi su cui il consumatore potrà tracciare il proprio percorso. Il sesso è divertente. Ecco perché Lelo è un parco giochi per i più curiosi». M. Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="non-chiamatelo-sexy-shop-c-e-sex-sade-la-prima-fetish-boutique-d-italia" data-post-id="2628359675" data-published-at="1772721720" data-use-pagination="False"> Non chiamatelo sexy shop. C'è Sex Sade, la prima «fetish boutique» d'Italia Facebook Sex Sade Sex Sade è una piccola realtà milanese dalla lunga storia. Nasce nel 1998 come prima «fetish boutique» italiana, ben prima che milioni di donne sentissero parlare di Christian Grey e le sue 50 sfumature. Le titolari si chiamano Arianna e Martina e da anni collezionano clienti - e recensioni a cinque stelle - per il loro mondo ironico e cortese di raccontare un mondo che agli occhi di molti è ancora tabù. Sex Sade è una realtà unica, «una risposta alternativa alle esigenze delle persone che cercano qualcosa di irriverente, audace e divertente». Vi starete chiedendo cosa differenzi questo tipo di boutique da un sexy shop. La risposta è semplice: la clientela. Mentre i principali frequentatori dei secondi sono uomini alla ricerca di prodotti per l'autoerotismo, in una «fetish boutique» le clienti sono donne e i prodotti sono soprattutto destinati al rapporto di coppia. Per questo motivo tra gli oggetti in vendita si possono trovare costumi sexy, completi intimi più o meno aggressivi e qualsiasi tipo di sex o soft toy. In 17 anni il negozio è molto cambiato. Non in fatto di look, che rimane un po' vintage e fa l'occhiolino all'universo delle pin up, ma in merito all'offerta. Martina spiega infatti che inizialmente si trovavano a servire una clientela esperta nel bondage e quindi disposta a pagare per prodotti di qualità. È stato l'avvento di internet e la diffusione del concetto di feticismo che ha aiutato il negozio a vendere oggetti di generi diversi a prezzi decisamente più accessibili. È così che la clientela è aumentata - e ora spazia da adolescenti a donne più mature - e Sex Sade è diventata una delle «fetish boutique» di maggiore successo. Il loro segreto? Dare vita a un'ambiente dove chiunque possa sentirsi a proprio agio e, nonostante l'argomento trattato, evitare un linguaggio volgare. Quale messaggio lancia quindi Sex Sade alle loro clienti? «Nell'attuale periodo storico, dove noi donne siamo costantemente messe alla prova dai canoni che la società e i media ci impongono, siamo convinte che imparare a conoscere noi stesse, valorizzando il nostro aspetto e facendo trasparire con armonia le diverse sfumature di se, sia l'arma giusta per essere competitive. Ed è la sicurezza raggiunta, la chiave per sentirsi belle, autentiche e irresistibili».Mariella Baroli
Enrico Mattei con lo Scià Rehza Pahlavi nel 1960 (Getty Images)
L’italia dei primi anni Cinquanta aveva una grande sete di energia. Lasciate alle spalle le macerie della guerra, aveva fruito degli aiuti economici del Piano Marshall avviandosi verso una fase di forte sviluppo industriale. Zona cruciale per la posizione nel Mediterraneo, la Penisola era entrata nel 1949 a far parte dei Paesi del Patto Atlantico. Tuttavia, rimaneva forte la dipendenza dai grandi produttori esteri nel settore del petrolio, che rappresentava un freno e un possibile ostacolo all’alba del «boom» economico per gli alti prezzi applicati all’oro nero da parte dei fornitori. L’Italia, Paese sconfitto in guerra ed ex possessore di colonie, fu fortemente limitato nello scacchiere internazionale delle concessioni petrolifere e sempre sottoposto al potere dei consorzi anglo-americani. Almeno fino alla nascita, nel 1953, dell’Ente Nazionale Idrocarburi guidata dall’ex liquidatore dell’Agip nato durante il ventennio, Enrico Mattei. Ingegnere chimico, deputato della Democrazia ed ex comandante dei partigiani «bianchi», Mattei mostrò subito una forte tendenza a rompere il giogo dei grandi produttori esteri, cercando spazio per l’Italia con l’obiettivo di una più larga autonomia energetica.
La visione di Mattei non includeva soltanto un piano industriale, ma era anche e soprattutto geopolitica. Il padre dell’ente idrocarburi italiano sfruttò appieno i rivolgimenti in atto nei Paesi nordafricani del Mediterraneo (tra cui naturalmente l’ex colonia libica) e del Medio Oriente per creare una breccia nel monopolio delle sette sorelle. Nel caso specifico dell’Iran, l’occasione per Mattei venne proprio dal rapido mutamento della situazione internazionale e dallo sconvolgimento degli equilibri politici di Teheran. Dopo la fine della guerra, il governo del Paese era stato fortemente turbato da fatti di sangue, cospirazioni ed assassinii che avevano portato, dopo un attentato alla sua vita, all’allontanamento dello Scià Rehza Pahlavi dalla guida dell’Iran. Al suo posto si era insediato il nazionalista Mohammad Mossadeq, la cui politica mirava alla nazionalizzazione del petrolio e ad un’islamizzazione dello Stato per le spinte del suo braccio destro, l’ayatollah Kashani, che fu uno dei mentori di Khomeini. Nel 1950 iniziarono gli approcci italiani all’Iran, con la ratifica del Trattato di Amicizia finalizzato alla fornitura di tecnologia nel campo della meccanica, della chimica e per la realizzazione di opere pubbliche. Il nuovo governo iraniano, impegnato a rompere il monopolio anglo-americano, aveva bisogno di tecnologia per lo sfruttamento di aree non ancora esplorate. Qui si inserì l’azione di Enrico Mattei, che vide un’opportunità unica per la crescita internazionale dell’industria petrolifera italiana. Il 1953 fu un anno chiave sia per la nascita dell’Eni che per il colpo di Stato voluto dagli anglo-americani, che rovesciarono Mossadeq riportando Pahlavi alla guida del Paese. Coperto dall’appoggio occidentale, lo Scià non abbandonò completamente l’idea di un’industria nazionale del petrolio. In quel periodo, si intensificarono i contatti con l’ente italiano tramite la neonata Nioc (National Iranian Oil Company). Nel 1955 Mattei iniziava i rapporti con il governo di Teheran, per la fornitura del supporto tecnico nell’esplorazione delle zone individuate dalla Nioc. L’anno successivo la prima delegazione dell’Agip Mineraria era in Iran con il compito di esplorare un’area di 12.000 chilometri quadrati a Nord del Golfo Persico. Il 14 marzo del 1957 l’accordo tra Eni e Nioc fu siglato con l’approvazione finale del governo italiano: l’Italia entrava così in modo indipendente nel mercato petrolifero iraniano, saltando il monopolio del consorzio anglo-americano. Ma quello che destò maggiore scalpore a livello internazionale furono le clausole fino ad allora inedite del contratto: fino ad allora la regola prevedeva la divisione al 50% delle royalties tra le compagnie ed il Paese produttore. Mattei, con atto coraggioso e spregiudicato, assegnò il 75% agli iraniani in virtù del fatto che l’accordo era stato siglato con una compagnia di Stato. Questo significava un’opportunità unica per Teheran e fu letta dai grandi produttori anglo-americani come un atto di concorrenza sleale. All’indomani della firma dell’accordo la stampa anglosassone, in particolare quella americana, si scagliò contro l’iniziativa dell’Eni. L’accordo era stato siglato in un periodo di crisi geopolitica rappresentato dalla guerra di Suez, così che i governi di Londra e Washington vissero l’ingresso dell’Italia in Iran come una pugnalata alla schiena. Mattei tirò dritto, nonostante le ritorsioni dirette che le sette sorelle misero in atto in Libia facendo pressioni sul governo di Tripoli affinché riducesse le concessioni all’Eni. Ancora una volta la geopolitica venne in aiuto al patron del petrolio italiano, perché il governo dello Scià rappresentava un punto delicato e non poteva essere in quel momento punito. Erano gli anni della Guerra fredda e Mosca rappresentava una minaccia per le mire che storicamente nutriva sull’Iran.
Le esplorazioni dell’Agip Mineraria portarono allo sfruttamento dei giacimenti iraniani dopo il 1960. Non fu un’impresa semplice a causa della natura del terreno e delle incognite che il sottosuolo riservava. Particolare difficoltà rappresentò la spedizione sui Monti Zagros, rilievi inospitali al confine con l’Iraq, sia per le grandi difficoltà logistiche nel trasporto dei materiali in alta montagna che per il pericolo rappresentato dalla presenza di banditi. Nel 1960 fu scavato il primo dei giacimenti sul monte Sequtah, a cui seguiranno altre perforazioni dal 1965 in avanti. Per mettere a frutto i pozzi fu necessario un grande sforzo in termini di infrastrutture, tra cui una complessa rete di teleferiche per superare le profonde ed aspre gole che caratterizzavano la catena montuosa iraniana.
Il più importante giacimento scoperto dall’Eni in Iran fu quello offshore di Doroud, nelle acque del Golfo Persico. Qui i tecnici Eni assieme agli iraniani della Nioc realizzarono il più importante campo petrolifero italo-iraniano, con una produzione che a partire dalla metà degli anni ’60 permise la produzione di circa 100.000 barili al giorno, rappresentando il centro nevralgico dell’industria petrolifera italiana in Iran.
Dopo la tragica scomparsa di Mattei nel 1962, l’attività dell’Eni in Iran proseguì secondo i piani originari, fino alla soglia degli anni ’70, quando la nascita dell’Opec trasformò radicalmente la natura dei contratti tra le compagnie e i Paesi produttori. La seconda e più grave cesura avvenne con la rivoluzione che nel 1979 portò al regime degli ayatollah guidato da Khomeini, che nazionalizzò totalmente l’industria petrolifera. Fu in questo frangente che l’Eni perse la gestione del giacimento di Doroud. La successiva guerra contro l’Iraq portò distruzione nelle infrastrutture e una graduale ripresa degli investimenti dell’Eni si ebbe alla fine del regime di Khomeini l’anno successivo. Negli anni ’90, pur con contratti radicalmente diversi da quelli siglati da Enrico Mattei all’alba della presenza italiana, L’Eni ebbe una seconda fase di espansione durata fino all’inizio del terzo millennio, con importanti collaborazioni come quella che portò alla costruzione del grande gasdotto South Pars. Dal 2010 al 2015 l’embargo petrolifero all’Iran e le sanzioni a Teheran hanno paralizzato l’attività di Eni in Iran. Dopo una breve finestra di due anni dopo l’accordo sul nucleare del 2015 l’azienda italiana si è dedicata soprattutto al recupero dei crediti maturati in Iran negli anni precedenti. Dal 2018, anno della ripresa delle tensioni internazionali sull’Iran, i progetti di Eni si sono spostati su altre aree strategiche in Africa, Asia e Nord Europa.
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C’è la ricerca e lo sviluppo non solo di nuove armi sempre più performanti, ma anche di tecnologie e di strumenti utili per gli operatori. Affinare sempre di più ciò che si è imparato. Affinare gli strumenti che si ha a disposizione. Questo il mantra.
Tra questi, ci sono i droni, ovviamente. Ma pure tutti quei materiali utili per andare in missione e agire nel migliore dei modi. Occhiali da utilizzare in ogni ambiente, quindi. Coltelli da impiegare come extrema ratio, quando lo scontro diventa ravvicinato e non c’è più via di fuga. Ma anche materiale tecnico per difendersi dalle armi da taglio. E anche, ovviamente, fucili. Non è quindi un caso che Extrema Ratio, marca di coltelli (e non solo) che rifornisce gran parte delle forze armate internazionali, si sia rivolta al Comfose per organizzare tre giorni dedicati al sistema della Difesa, presso il poligono Le Arcate di Collesalvetti in provincia di Livorno, invitando partner come Sig Sauer, Nitecore, Energia Pura, Para jet e Helix. Il meglio delle aziende internazionali che si occupano di sicurezza. Ed è proprio da qui che è partito il comandante del Comfose, il generale di Brigata Carmine Vizzuso: «Grazie alle aziende che hanno aderito all’iniziativa permettendoci di testare il prodotto delle loro continue ricerche atte a migliorare il supporto alle Forze armate. Abbiamo avuto ospiti la cui presenza ha dimostrato il successo dell’evento. Grazie al vice comandante Comfose, Mauro Bruschi, e a tutto il personale che ha collaborato; bravi tutti, sono fiero del lavoro che è stato fatto».
Mauro Chiostri, fondatore di Extrema Ratio e Extrema Ratio Roma, ha invece affermato: «Questa terza edizione di Expo week defence days, (seconda realizzata a Collesalvetti, ndr) ha favorito lo scambio di opinioni, importante per contribuire allo sviluppo tecnologico; ha dato modo alle industrie di collaborare in un unico obiettivo rivolto al miglioramento delle offerte e hanno dato l’opportunità di ottenere un grande risultato che si è rivelato anche con le visite di personalità politiche e militari che hanno apprezzato l’iniziativa ritenendola importante». All’Expo infatti sono transitati tutti i reparti formati da Comfose: il nono reggimento col Moschin, il 185esimo Rao e il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti. Tutti hanno potuto testare i materiali presenti, comprendendo le varie potenzialità degli strumenti che avevano davanti e pure i limiti per poterli migliorare.
In particolare, tra gli stand più visitati quelli di Sig Sauer, azienda americana di armi che, dopo importanti commesse negli Stati Uniti, sta ampliando il proprio volume di affari anche in Italia. Tra i modelli presentati la mitragliatrice Mmg in calibro 338 Norma magnum, Lmg IN calibro 7.62 sia ibrido sia convenzionale e Lmg in calibro 6.8 ibrido. La particolarità dei prodotti Sig oggi risiede sulle Mmg E Lmg e sui calibri ibridi che sono un loro prodotto esclusivo, che consente prestazioni superiori anche del 20-25% in termini di energia rispetto ai calibri convenzionali a parità di peso se non addirittura con pesi ridotti. Va da sé il vantaggio tattico. Ma non solo. Perché una delle caratteristiche dell’expo è quella di valorizzare le aziende italiane, come Neon che sta lavorando a importanti progetti per garantire la sicurezza degli operatori in condizioni climatiche estreme, ed Energia Pura, che ha già in produzione materiali anti taglio (di questi tempi utili anche per i civili, visti i continui attacchi all’arma bianca).
Non sono mancate le visite di personalità politiche e militari a testimoniare l’importanza dell’evento. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, l’eurodeputata Susanna Ceccardi, l’onorevole Paola Chiesa e l’onorevole Chiara La Porta hanno mostrato interesse nel corso della visita agli stand. Mentre il mondo corre spesso all’impazzata verso nuovi conflitti, c’è chi si addestra e si prepara. Con la speranza di non dover utilizzare mai ciò che ha appreso.
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