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2019-02-11
Il mercato dei sex toys cresce dieci volte più del Pil. Il vibratore? Ora vince premi di design
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Dire «ti amo», in giapponese, non è per nulla semplice. Se in ogni lingua, infatti, esiste una frase specifica per manifestare i propri sentimenti, nel paese del Sol Levante confessare i propri sentimenti è talmente imbarazzante da aver abolito i «ti amo» e averli sostituiti con dei più innocui e modesti «suki da yo», letteralmente «mi piaci». Se l'amore è un tabù, il sesso è esattamente l'opposto. Non lasciatevi ingannare da chi ripete, da anni, che in Giappone la sessualità non è contemplata, il sesso a Tokyo e dintorni è letteralmente ovunque. E non parliamo di riviste o siti web specializzati. Parliamo piuttosto di combini (negozi simili ai nostri minimarket aperti 24 ore su 24. Ndr.), di centri commerciali, di famosissimi negozi low cost, come i 100 yen o i Donki, in cui tutto viene venduto per qualche monetina. Il sesso è così diffuso che, nei vicoli di Kabukicho, il quartiere a luci rosse nei pressi di Shinjuku gestito dalla yakuza (la mafia locale) non si fatica a trovare distributori automatici che vendono slip usati da studentesse in cerca di sbarcare il lunario o sex toy da tenere in tasca o in borsetta.
Un distributore di slip usati. A Tokyo se ne trovano molteplici, il prezzo per un paio di mutande oscilla tra i 500 e i 1.000 yen (4-8 euro)Pinterest
Non illudetevi però: il sesso in Giappone non si pratica. Per nulla. O quasi. Se ne parla, si guarda, si ascolta, ma non si fa. Sono le statistiche a confermare quella che a tratti può sembrare una leggenda metropolitana. Secondo il governo Giapponese, circa il 60% delle donne tra i 18 e i 34 anni è single. Di queste, il 42% non ha mai avuto rapporti sessuali. La percentuale sale per gli uomini con un 70% di single nella fascia d'età 18-34 e un 44% di vergini.
Il problema, secondo molti esperti del settore, è la sovraesposizione al sesso che avviene nel Paese. Non il lavoro, i turni massacranti, la voglia solo di dormire per recuperare le forze dopo ore passate in ufficio. Bensì la continua possibilità di trovare stimoli ovunque ci si trovi: in metrò, nel supermercato sotto casa, in taxi e addirittura negli uffici. Questo bombardamento continuo porterebbe a un calo del desiderio così elevato da aver allarmato i vertici governativi del Paese.
Una delle maid che si possono incontrare nel quartiere nerd della capitale del GiapponeiStock
Ad Akihabara, il quartiere otaku per eccellenza, il sesso è di casa in ogni angolo. Non per niente, nelle strade coloratissime di questa area di Tokyo ci si imbatte ogni dieci passi in una ragazzetta, perlopiù minorenne, travestita da cameriera con autoreggenti e crestina, che invita a recarsi in uno dei tanti maid café dell'area. Questi locali sono frequentati da uomini di ogni età, in giacca e cravatta, che pagano per farsi intrattenere dalla cameriera preferita. Ma attenzione: in questa pratica non c'è niente di sessuale. I giochi in questione sono davvero giochi: forza 4, palline colorate da far rimbalzare, e così via. L'eccitazione sta tutta nel vedersi dedicare attenzioni da una giovinetta carina, truccata e sorridente. Nei maid cafe si paga tutto: la consumazione è obbligatoria e l'ingresso costa circa 15 euro. Poi c'è il cibo, la foto, il momento di gioco. Il tutto va consumato nel giro di 45 minuti, a volte 1 ora. Poi si torna alla realtà.
Tra un negozio di manga e un café, spicca nei pressi della stazione della metropolitana dell'area un palazzo altissimo verde pisello. Guardandolo con il naso all'insù, si scorgono nelle vetrine poster di ragazze manga e costumi. A primo acchito, dunque, potrebbe sembrare uno dei mille negozi simili ad Animate e Mandarake che si trovano nell'area e che vendono oggettistica e fumetti. L'errore, in questo caso, non potrebbe essere che dei più madornali. Quel grande palazzo racchiude al suo interno, spalmato per sette piani, il paradiso del sesso di Tokyo. Si chiama M's pop department store e non è altri che il più grande sex shop della città. Aperto nel 2001 a Ueno, si è trasferito nello stesso anno ad Akihabara, in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Mecca dei nerd. Una volta varcate le porte di M's ci si trova immersi in quello che è un vero e proprio centro commerciale del sesso. Al piano terra i prodotti sono tra i più vari: si spazia da preservativi in scatole di legno di Hakone a quelli nelle confezioni con il monte Fuji o i sakura. Non mancano, ovviamente, scaffali interi di condom con i personaggi di manga e anime o racchiusi in pacchetti che ricordano i dolci tipici nipponici. Sullo stesso piano sono disponibili anche lozioni e lubrificanti al profumo di the macha, il famoso the verde in polvere giapponese, o in bottiglie simili alle botti di sake. Tra le bottigliette più gettonate ci sono quelle che aiuterebbero a eccitarsi con profumi di parti intime o di zone erogene (femminili e maschili). In questo caso a giocare il ruolo principale è lo storytelling all'interno della confezione in cui si racconta, in un breve estratto erotico, l'origine del profumo. Il secondo piano è dedicato agli uomini. Qui si trovano bambole gonfiabili di ogni fattezza e dimensione (da quelle piccolissime che misurano solo 20 centimetri a quelle a grandezza naturale e persino le oversize), vagine in silicone modellato ispirate alle idol locali e vibratori che si muovono al ritmo dei videogiochi. Un'intera area del piano è dedicata invece l Tenga, un tubo in silicone utilizzato per la masturbazione e così venduto e apprezzato in Giappone da avere addirittura merchandise dedicato. Oltre infatti al prodotto, possiamo trovare magliette, felpe, cappellini, polsini, slip, tazze e borse in tessuto personalizzate con il logo dei questo sex toy. «Il secondo piano è il più visitato.» ci racconta il responsabile del negozio Yasojima «La maggior parte delle persone che acquistano sono giapponesi, di sesso femminile. Solo il 20% è composto da stranieri che arrivano per sentito dire e, generalmente, sono molto appassionati della cultura giapponese». Incredibilmente, invece, gli uomini sono una minoranza «il cliente tipo ha tra i 30 e i 45 anni, è un business man o lavora in ufficio, non ha una relazione e spesso non ne ha mai avute». Tornando al negozio, il terzo piano è invece l'universo delle donne. Qui è presente, oltre a una vasta selezione di vibratori di design, un angolo dedicato al sadomaso. «Il prodotto più venduto» ci spiega Yasojima «sono le corde per lo shibari (l'antica arte giapponese di legare il partner durante giochi erotici, evoluzione dell'hojojutsu, un'arte marziale nata per immobilizzare i prigionieri di guerra. Ndr). Vengono acquistate dalle coppie, anche straniere. È un ottimo regalo». Se il quarto piano con la sua lingerie sexy è molto più simile ai sex shop occidentali, il quinto piano è il vero regno del sesso giapponese. Lungo le pareti si trovano infatti centinaia di costumi per il cosplay, di ogni tipologia e dimensione. Sulle scale che portano a questo piano si trovano polaroid e foto di ragazze giapponesi che indossano i costumi venduti. «In questo caso i turisti sono più numerosi dei giapponesi» ci spiegano «circa l'80% dei visitatori stranieri acquisti in questo piano con tax free. I "locals" invece comprano solo per occasioni particolari o per feste a tema e Halloween». Gli ultimi due piani di M's sono dedicati ai video pornografici, ai manga hentai e a riviste specializzate, alcune anche piuttosto estreme. Con una particolarità: i genitali maschili in Giappone vengono sempre censurati, con pixel o sagome nere.
L'esterno di M's pop department store, il centro commerciale di sette piani dedicato interamente al sessoiStock
Pur essendo un Paese estremamente moderno e sviluppato, il modo di vivere il sesso è ancora molto old fashion, a tratti antiquato. Le donne vivono il piacere come un'onta, gli uomini come qualcosa da non raccontare e da sperimentare in solitaria. M's prova da anni a rimuovere questa patina di vergogna dai giapponesi mostrando tutto, alla luce del sole, senza nascondere nulla.
Marianna Baroli
Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno

Gifer
Secondo le previsioni più aggiornate il Pil italiano crescerà nel 2019 di appena lo 0,2%. Bene. Anzi, male. Ma c'è un settore industriale (perché che si tratti di un'industria non c'è alcun dubbio) che cresce molto, ma molto più velocemente di tutto il resto dell'Italia. Sì, è quello, il sesso. Basti pensare che il numero dei sexy shop è aumentato del 23,3% in 10 anni. Cioè, mediamente, del 2,3% ogni anno.
Cercheremo di evitare facili giochi di parole (come, per esempio, che il mercato "tira" o che le vendite "si impennano") e proviamo a considerare il mercato del sesso come un qualunque altro comparto industriale. I numeri dicono che la crescita del numero dei negozi è sintomo di una domanda sempre più intensa di oggetti per il piacere, sia femminile che maschile. Quali? Lo vediamo tra un momento. Intanto diamo un'occhiata a quali sono le Regioni dove i sexy shop sono aumentati maggiormente di numero.
Complessivamente in Italia ci sono 61 negozi in più rispetto al 2009: da 262 a 323 a fine dicembre 2018. La Regione che ne ha visti spuntare di più è l'Emilia Romagna, dove, evidentemente, sanno bene che cosa è il divertimento. Qui, in 10 anni, il saldo fa segnare 17 sexy shop in più: da 14 del 2009 ora sono 31 con un incremento sbalorditivo del 121,4%. Seguono poi il Lazio, con 14 negozi in più (da 19 a 33, +73,7%), e la Lombardia con 11 in più (da 60 a 71, +18,3%). Ma ci sono anche Regioni che mostrano un saldo negativo, ovvero regioni dove, tra il 2009 e il 2018, i sexy shop che hanno aperto non hanno compensato il numero di quelli che hanno chiuso. E' il caso del Friuli Venezia Giulia, -2 negozi (da 14 a 12); della Liguria, -5 (da 11 a 6); delle Marche, -2 (da 8 a 6); del Piemonte, -4, (da 39 a 35) e del Trentino Alto Adige, -1 (da 5 a 4). Particolare il caso della Val d'Aosta, anch'essa con saldo negativo, con la differenza che, avendo perso due sexy shop tra il 2009 e il 2018, ha...perso tutti i sexy shop esistenti.
E a livello provinciale? Le province più affollate di sexy shop sono Milano, Roma e Torino, rispettivamente con 34, 26 e 23 negozi. In tutta Italia sono solo 9 le province che, a fine 2018, non avevano sul proprio territorio nessun sexy shop: Potenza, Viterbo, Lodi, Sondrio, Macerata, Verbania, Nuoro, Agrigento e Aosta.
Non esistono dati ufficiali sul fatturato generato da questi negozi, né è possibile sapere con certezza che cosa gli italiani comprano nei sexy shop sotto casa, ma esistono precisi numeri a livello mondiale. Il valore di questo comparto industriale è pari a circa 8 miliardi di dollari e, così come il numero dei sexy shop in Italia, è destinato a salire in modo rapidissimo. Nel 2021, cioè tra soli due anni, il fatturato mondiale sarà di 8,5 miliardi di dollari. Per dare un'idea delle cifre in gioco basti dire che 8,5 miliardi di dollari è il valore del mercato mondiale delle stampanti 3d; è quanto Microsoft ha pagato per comprare Skype ed è anche il valore del mercato mondiale delle cialde da caffè. La differenza con le cialde è che cresce più velocemente.
Torniamo ai numeri. L'oggetto più venduto al mondo è il "classico" vibratore, che conquista il 21,46% dell'intero fatturato mondiale. A distanza segue il pene di gomma che è al 15,61%. Al terzo posto viene l'anello per il pene, con il 12,68% del mercato degli oggetti più comprati. Dalla quarta posizione in poi si scende in un campo minato. Le perline anali, infatti, sono al 9,76%, mentre le vagine di gomma all'8,78%. A seguire, ultimo articolo sopra il 5% di fetta di mercato, ci sono le bende col 5,61%. Il restante 26,1% dei sex toy venduti sono articoli come gli attrezzi per la pratica del bondage, le manette, sostegni di vario genere, palline vaginali... La fantasia non manca, e i soldi neppure.
Non solo gratificanti ma anche belli: i vibratori di Lelo sono oggetti di design

Lelo
Nel periodo di San Valentino, i dati registrati su Lelo mostrano un interessante aumento delle vendite e che ben il 60% degli acquisti sono stati effettuati da donne. Candele per massaggi, manette di seta, frustini in suede, ma anche sex toy in silicone liscio o placcati in oro, sono tra gli oggetti più acquistati online dal sesso femminile in cerca di una serata stuzzicante. Per chi non lo conoscesse, Lelo è il brand svedese che ha rivoluzionato il mondo dell'erotismo e dei sex toy introducendo linee sinuose e oggetti di alto design, ben lontani dal classico dildo in gomma. Il Global marketing director Luka Matutinovic racconta a La Verità quali sono state le chiavi del successo che hanno permesso al marchio di conquistare una fetta importante del mercato dei vibratori.
Quali sono gli aspetti più importanti per un'azienda di sex toy?
«Costruire un brand nell'industria per adulti è difficile. Ma è possibile. Fare marketing nel settore dei sex toy a livello globale è impegnativo e richiede tempo, ma risulta poi essere gratificante e altrettanto molto divertente sperimentare. Se hai una solida offerta di prodotti e un messaggio forte, non c'è motivo per cui non puoi avere successo. Ciò che contraddistingue Lelo come azienda è la coerenza. I fondatori di Lelo provenivano tutti da ambienti creativi, come design e ingegneria; e per questo, Lelo fonda l'intero processo di produzione, sviluppo e lavorazione di un prodotto su concetti di design concreti e lineari, immutabili nel tempo e riconoscibili grazie ad uno stile inconfondibile, anche se non si ha familiarità con il brand. Il linguaggio visivo di Lelo è stato coerente dal primissimo prodotto, Lily, fino a quelli che sono stati lanciati quest'anno. Ogni prodotto Lelo è immediatamente riconoscibile dal design e parte della stessa famiglia. Lo stesso vale per il packaging, l'artwork, il pos (punti vendita): tutto è progettato sotto un insieme di linee guida di stile strettamente garantite, che assicurano un prodotto degno di portare il logo Lelo. E ciò che stabilisce ogni attività del nostro brand come brand effettivo è la coerenza».
Com'è il mercato in questo momento?
«Ogni giorno l'industria dei sex toy assiste a un crescente atteggiamento positivo da parte dei propri consumatori, che stanno man mano accettando prodotti per la vita intima come parte della quotidianità. Il brand Lelo sta guidando questa propensione: i prodotti che progettiamo sono studiati per essere belli ed eleganti. Il mercato si sta espandendo periodicamente. Ci sono molte più persone attratte dalla curiosità di provare i sex toy e quest'ultimi stanno diventando sempre meno un tabù. Per questo, speriamo che il mercato dei sex toy e il mercato mainstream andranno di pari passo: al momento non sembra così irrealistico affermare che succederà entro i prossimi 20 anni (su certi aspetti sta già iniziando)».
Parlare di sex toy è ancora visto come un tabù?
«L'atteggiamento nei confronti dei sex toy sta cambiando. È un processo lento, ma stiamo assistendo a un "disgelo" nella concezione dell'intimità e della sessualità, così come parlare di sesso e piacere. Le persone stanno diventando più aperte, più curiose e più disponibili a scoprire nuovi piaceri».
Qual è il cliente ideale Lelo?
«Non esiste il cliente Lelo perfetto, vogliamo dare il meglio a chiunque sia interessato all'acquisto di un sex toy. Ogni prodotto può essere maggiormente adatto a un gruppo di persone, ma non esiste l'archetipo del cliente Lelo. Ci muoviamo su una fascia di età compresa tra 18 e 64 anni e la suddivisione tra acquirenti di sesso femminile e di sesso maschile è pressoché identica».
Lelo pone grande attenzione nel design dei suoi prodotti. Come mai questa scelta?
«Quando Lelo ha lanciato i suoi primi prodotti più di dieci anni fa, questi si sono distinti perché non assomigliavano ad alcuno dei sex toy fino ad allora conosciuti. Sembravano oggetti d'arte, ornamentali, eleganti e belli, come un pezzo di design o un'installazione artistica. Lo stile Lelo, miglioratosi nel tempo, si basa su linee sinuose e levigate, forme eleganti e seducenti. Se noi stessi non ci sorprendiamo, allora non stiamo facendo il nostro lavoro nel modo giusto».
Qual è il futuro dei sex toy?
«La natura dell'innovazione nell'industria dei sex toy è la stessa di ogni industria tecnologica: le tendenze sono dettate dal consumatore. In questo momento, c'è un trend verso sex toy molto più inclusivi e sessualmente progressivi. I prodotti non sono più giudicati solo su quanto siano piacevoli, ma su quanto sia positivo l'atteggiamento del brand che li ha creati. Speriamo che questa tendenza continui e cresca: i brand con messaggi positivi come Lelo perseguono l'obiettivo di abbattere i tradizionali tabù, un obiettivo davvero importante e impegnativo. In futuro, possiamo solo aspettarci che l'uomo e la tecnologia vivano in sinergia, intersecandosi sempre più. Un sex toy oggigiorno è già una connessione tra l'innovazione e l'uomo e nello specifico i sex toy Lelo sono molto più avanti rispetto alla maggior parte di altri prodotti dello stesso settore. Ci auguriamo che i sex toy diventino onnipresenti quasi come gli smartphone (o qualunque sia l'equivalente futuristico di uno smartphone)».
Avete anche creato una linea di preservativi. Ci potete raccontare di più su questa scelta?
«Ci sono due motivi principali per cui abbiamo deciso di sviluppare Lelo Hex. Innanzitutto, l'obiettivo era quello di iniziare una conversazione con il consumatore per confrontarsi con una realtà difficile: le malattie sessualmente trasmissibili (Mst) continuano a registrare allarmanti dati in crescita, più velocemente di quanto ci si immagini. Parte di ciò è dovuto al calo nell'uso del preservativo, in particolare tra i giovani. Questo ci porta al secondo obiettivo: creare un preservativo abbastanza attraente da incoraggiare le persone a ricominciare a usarlo. Perché il sesso sicuro può e dovrebbe essere bellissimo. Questo è quello che abbiamo fatto per anni a Lelo, e i preservativi Hex sono l'apice di questa esperienza. Il preservativo non è cambiato dall'introduzione del serbatoio 70 anni fa. Il problema è che il mercato dei preservativi è rimasto stabile per anni, senza alcuna pulsione all'innovazione. Le persone usano meno i preservativi, anche per una mancanza di innovazione concreta nel settore. Hex non è solo progettato per migliorare il sesso sicuro, ma è anche progettato per dare nuova vita al settore nel suo complesso».
Quali sono i vostri best seller?
«Ciò che è interessante nel portfolio di Lelo è che non c'è un singolo prodotto di spicco a livello globale. Tuttavia, l'anno scorso il più grande prodotto venduto è stato Sona: il primo massaggiatore clitorideo a onde soniche, con batteria ricaricabile via Usb, impermeabile e con tecnologia Cruise Control. Sona è completamente in silicone lucido, con linee sinuose: un prodotto innovativo nel settore. Nel mare degli stimolatori clitoridei, Lelo Sona si è distinto e ha avuto un grande successo quando è stato lanciato nell'ottobre del 2017, ottenendo consensi in tutto il mondo. È diventato ben presto un sex toy molto richiesto e apprezzato, ma ogni nostro cliente ha il proprio prodotto Lelo preferito».
Qual è la vostra missione?
«Lelo è un brand che unisce le persone: vicinanza, intimità, passione, sessualità, Lelo è tutto questo e molto altro. I nostri progetti offrono un quid in più a tutti coloro che cercano il piacere, in un mondo pervaso dall'ordinarietà. Mentre il mondo si spinge verso i limiti del sesso e della sessualità, Lelo continua a lottare contro i tabù, ponendo le basi su cui il consumatore potrà tracciare il proprio percorso. Il sesso è divertente. Ecco perché Lelo è un parco giochi per i più curiosi».
M. Baroli
Non chiamatelo sexy shop. C'è Sex Sade, la prima «fetish boutique» d'Italia

Facebook Sex Sade
Sex Sade è una piccola realtà milanese dalla lunga storia. Nasce nel 1998 come prima «fetish boutique» italiana, ben prima che milioni di donne sentissero parlare di Christian Grey e le sue 50 sfumature. Le titolari si chiamano Arianna e Martina e da anni collezionano clienti - e recensioni a cinque stelle - per il loro mondo ironico e cortese di raccontare un mondo che agli occhi di molti è ancora tabù. Sex Sade è una realtà unica, «una risposta alternativa alle esigenze delle persone che cercano qualcosa di irriverente, audace e divertente». Vi starete chiedendo cosa differenzi questo tipo di boutique da un sexy shop. La risposta è semplice: la clientela. Mentre i principali frequentatori dei secondi sono uomini alla ricerca di prodotti per l'autoerotismo, in una «fetish boutique» le clienti sono donne e i prodotti sono soprattutto destinati al rapporto di coppia. Per questo motivo tra gli oggetti in vendita si possono trovare costumi sexy, completi intimi più o meno aggressivi e qualsiasi tipo di sex o soft toy.
In 17 anni il negozio è molto cambiato. Non in fatto di look, che rimane un po' vintage e fa l'occhiolino all'universo delle pin up, ma in merito all'offerta. Martina spiega infatti che inizialmente si trovavano a servire una clientela esperta nel bondage e quindi disposta a pagare per prodotti di qualità. È stato l'avvento di internet e la diffusione del concetto di feticismo che ha aiutato il negozio a vendere oggetti di generi diversi a prezzi decisamente più accessibili. È così che la clientela è aumentata - e ora spazia da adolescenti a donne più mature - e Sex Sade è diventata una delle «fetish boutique» di maggiore successo. Il loro segreto? Dare vita a un'ambiente dove chiunque possa sentirsi a proprio agio e, nonostante l'argomento trattato, evitare un linguaggio volgare.
Quale messaggio lancia quindi Sex Sade alle loro clienti? «Nell'attuale periodo storico, dove noi donne siamo costantemente messe alla prova dai canoni che la società e i media ci impongono, siamo convinte che imparare a conoscere noi stesse, valorizzando il nostro aspetto e facendo trasparire con armonia le diverse sfumature di se, sia l'arma giusta per essere competitive. Ed è la sicurezza raggiunta, la chiave per sentirsi belle, autentiche e irresistibili».
Mariella Baroli
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L'Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno. In tutta Italia, a fine 2018, presenti 323 negozi e poi c'è l'ecommerce.Vince l'estetica: i vibratori diventano oggetti d'arredo. Luka Matutinovic, global marketing director dell'azienda svedese Lelo: «In questo momento, c'è un trend verso device molto più hi tech e rivolti alla coppia».Sex Sade è il primo negozio di Milano a proporre, tra i banchi di biancheria intima, prodotti destinati al rapporto a due.Oltre il 40% dei giapponesi tra i 18 e i 32 anni è vergine. In un Paese ipermoderno, dove robot e intelligenza artificiale sono all'ordine del giorno, il sesso rimane un tabù. Viaggio all'interno di M's, il centro commerciale più grande al mondo che vende solo giochi erotici.Lo speciale contiene quattro articoli.Dire «ti amo», in giapponese, non è per nulla semplice. Se in ogni lingua, infatti, esiste una frase specifica per manifestare i propri sentimenti, nel paese del Sol Levante confessare i propri sentimenti è talmente imbarazzante da aver abolito i «ti amo» e averli sostituiti con dei più innocui e modesti «suki da yo», letteralmente «mi piaci». Se l'amore è un tabù, il sesso è esattamente l'opposto. Non lasciatevi ingannare da chi ripete, da anni, che in Giappone la sessualità non è contemplata, il sesso a Tokyo e dintorni è letteralmente ovunque. E non parliamo di riviste o siti web specializzati. Parliamo piuttosto di combini (negozi simili ai nostri minimarket aperti 24 ore su 24. Ndr.), di centri commerciali, di famosissimi negozi low cost, come i 100 yen o i Donki, in cui tutto viene venduto per qualche monetina. Il sesso è così diffuso che, nei vicoli di Kabukicho, il quartiere a luci rosse nei pressi di Shinjuku gestito dalla yakuza (la mafia locale) non si fatica a trovare distributori automatici che vendono slip usati da studentesse in cerca di sbarcare il lunario o sex toy da tenere in tasca o in borsetta. Un distributore di slip usati. A Tokyo se ne trovano molteplici, il prezzo per un paio di mutande oscilla tra i 500 e i 1.000 yen (4-8 euro)PinterestNon illudetevi però: il sesso in Giappone non si pratica. Per nulla. O quasi. Se ne parla, si guarda, si ascolta, ma non si fa. Sono le statistiche a confermare quella che a tratti può sembrare una leggenda metropolitana. Secondo il governo Giapponese, circa il 60% delle donne tra i 18 e i 34 anni è single. Di queste, il 42% non ha mai avuto rapporti sessuali. La percentuale sale per gli uomini con un 70% di single nella fascia d'età 18-34 e un 44% di vergini. Il problema, secondo molti esperti del settore, è la sovraesposizione al sesso che avviene nel Paese. Non il lavoro, i turni massacranti, la voglia solo di dormire per recuperare le forze dopo ore passate in ufficio. Bensì la continua possibilità di trovare stimoli ovunque ci si trovi: in metrò, nel supermercato sotto casa, in taxi e addirittura negli uffici. Questo bombardamento continuo porterebbe a un calo del desiderio così elevato da aver allarmato i vertici governativi del Paese. Una delle maid che si possono incontrare nel quartiere nerd della capitale del GiapponeiStockAd Akihabara, il quartiere otaku per eccellenza, il sesso è di casa in ogni angolo. Non per niente, nelle strade coloratissime di questa area di Tokyo ci si imbatte ogni dieci passi in una ragazzetta, perlopiù minorenne, travestita da cameriera con autoreggenti e crestina, che invita a recarsi in uno dei tanti maid café dell'area. Questi locali sono frequentati da uomini di ogni età, in giacca e cravatta, che pagano per farsi intrattenere dalla cameriera preferita. Ma attenzione: in questa pratica non c'è niente di sessuale. I giochi in questione sono davvero giochi: forza 4, palline colorate da far rimbalzare, e così via. L'eccitazione sta tutta nel vedersi dedicare attenzioni da una giovinetta carina, truccata e sorridente. Nei maid cafe si paga tutto: la consumazione è obbligatoria e l'ingresso costa circa 15 euro. Poi c'è il cibo, la foto, il momento di gioco. Il tutto va consumato nel giro di 45 minuti, a volte 1 ora. Poi si torna alla realtà.Tra un negozio di manga e un café, spicca nei pressi della stazione della metropolitana dell'area un palazzo altissimo verde pisello. Guardandolo con il naso all'insù, si scorgono nelle vetrine poster di ragazze manga e costumi. A primo acchito, dunque, potrebbe sembrare uno dei mille negozi simili ad Animate e Mandarake che si trovano nell'area e che vendono oggettistica e fumetti. L'errore, in questo caso, non potrebbe essere che dei più madornali. Quel grande palazzo racchiude al suo interno, spalmato per sette piani, il paradiso del sesso di Tokyo. Si chiama M's pop department store e non è altri che il più grande sex shop della città. Aperto nel 2001 a Ueno, si è trasferito nello stesso anno ad Akihabara, in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Mecca dei nerd. Una volta varcate le porte di M's ci si trova immersi in quello che è un vero e proprio centro commerciale del sesso. Al piano terra i prodotti sono tra i più vari: si spazia da preservativi in scatole di legno di Hakone a quelli nelle confezioni con il monte Fuji o i sakura. Non mancano, ovviamente, scaffali interi di condom con i personaggi di manga e anime o racchiusi in pacchetti che ricordano i dolci tipici nipponici. Sullo stesso piano sono disponibili anche lozioni e lubrificanti al profumo di the macha, il famoso the verde in polvere giapponese, o in bottiglie simili alle botti di sake. Tra le bottigliette più gettonate ci sono quelle che aiuterebbero a eccitarsi con profumi di parti intime o di zone erogene (femminili e maschili). In questo caso a giocare il ruolo principale è lo storytelling all'interno della confezione in cui si racconta, in un breve estratto erotico, l'origine del profumo. Il secondo piano è dedicato agli uomini. Qui si trovano bambole gonfiabili di ogni fattezza e dimensione (da quelle piccolissime che misurano solo 20 centimetri a quelle a grandezza naturale e persino le oversize), vagine in silicone modellato ispirate alle idol locali e vibratori che si muovono al ritmo dei videogiochi. Un'intera area del piano è dedicata invece l Tenga, un tubo in silicone utilizzato per la masturbazione e così venduto e apprezzato in Giappone da avere addirittura merchandise dedicato. Oltre infatti al prodotto, possiamo trovare magliette, felpe, cappellini, polsini, slip, tazze e borse in tessuto personalizzate con il logo dei questo sex toy. «Il secondo piano è il più visitato.» ci racconta il responsabile del negozio Yasojima «La maggior parte delle persone che acquistano sono giapponesi, di sesso femminile. Solo il 20% è composto da stranieri che arrivano per sentito dire e, generalmente, sono molto appassionati della cultura giapponese». Incredibilmente, invece, gli uomini sono una minoranza «il cliente tipo ha tra i 30 e i 45 anni, è un business man o lavora in ufficio, non ha una relazione e spesso non ne ha mai avute». Tornando al negozio, il terzo piano è invece l'universo delle donne. Qui è presente, oltre a una vasta selezione di vibratori di design, un angolo dedicato al sadomaso. «Il prodotto più venduto» ci spiega Yasojima «sono le corde per lo shibari (l'antica arte giapponese di legare il partner durante giochi erotici, evoluzione dell'hojojutsu, un'arte marziale nata per immobilizzare i prigionieri di guerra. Ndr). Vengono acquistate dalle coppie, anche straniere. È un ottimo regalo». Se il quarto piano con la sua lingerie sexy è molto più simile ai sex shop occidentali, il quinto piano è il vero regno del sesso giapponese. Lungo le pareti si trovano infatti centinaia di costumi per il cosplay, di ogni tipologia e dimensione. Sulle scale che portano a questo piano si trovano polaroid e foto di ragazze giapponesi che indossano i costumi venduti. «In questo caso i turisti sono più numerosi dei giapponesi» ci spiegano «circa l'80% dei visitatori stranieri acquisti in questo piano con tax free. I "locals" invece comprano solo per occasioni particolari o per feste a tema e Halloween». Gli ultimi due piani di M's sono dedicati ai video pornografici, ai manga hentai e a riviste specializzate, alcune anche piuttosto estreme. Con una particolarità: i genitali maschili in Giappone vengono sempre censurati, con pixel o sagome nere. L'esterno di M's pop department store, il centro commerciale di sette piani dedicato interamente al sessoiStockPur essendo un Paese estremamente moderno e sviluppato, il modo di vivere il sesso è ancora molto old fashion, a tratti antiquato. Le donne vivono il piacere come un'onta, gli uomini come qualcosa da non raccontare e da sperimentare in solitaria. M's prova da anni a rimuovere questa patina di vergogna dai giapponesi mostrando tutto, alla luce del sole, senza nascondere nulla. Marianna Baroli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="emilia-romagna-sul-podio-delle-regioni-con-piu-sexy-shop-il-settore-cresce-del-23-ogni-anno" data-post-id="2628359675" data-published-at="1778071662" data-use-pagination="False"> Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno Gifer Secondo le previsioni più aggiornate il Pil italiano crescerà nel 2019 di appena lo 0,2%. Bene. Anzi, male. Ma c'è un settore industriale (perché che si tratti di un'industria non c'è alcun dubbio) che cresce molto, ma molto più velocemente di tutto il resto dell'Italia. Sì, è quello, il sesso. Basti pensare che il numero dei sexy shop è aumentato del 23,3% in 10 anni. Cioè, mediamente, del 2,3% ogni anno.Cercheremo di evitare facili giochi di parole (come, per esempio, che il mercato "tira" o che le vendite "si impennano") e proviamo a considerare il mercato del sesso come un qualunque altro comparto industriale. I numeri dicono che la crescita del numero dei negozi è sintomo di una domanda sempre più intensa di oggetti per il piacere, sia femminile che maschile. Quali? Lo vediamo tra un momento. Intanto diamo un'occhiata a quali sono le Regioni dove i sexy shop sono aumentati maggiormente di numero.Complessivamente in Italia ci sono 61 negozi in più rispetto al 2009: da 262 a 323 a fine dicembre 2018. La Regione che ne ha visti spuntare di più è l'Emilia Romagna, dove, evidentemente, sanno bene che cosa è il divertimento. Qui, in 10 anni, il saldo fa segnare 17 sexy shop in più: da 14 del 2009 ora sono 31 con un incremento sbalorditivo del 121,4%. Seguono poi il Lazio, con 14 negozi in più (da 19 a 33, +73,7%), e la Lombardia con 11 in più (da 60 a 71, +18,3%). Ma ci sono anche Regioni che mostrano un saldo negativo, ovvero regioni dove, tra il 2009 e il 2018, i sexy shop che hanno aperto non hanno compensato il numero di quelli che hanno chiuso. E' il caso del Friuli Venezia Giulia, -2 negozi (da 14 a 12); della Liguria, -5 (da 11 a 6); delle Marche, -2 (da 8 a 6); del Piemonte, -4, (da 39 a 35) e del Trentino Alto Adige, -1 (da 5 a 4). Particolare il caso della Val d'Aosta, anch'essa con saldo negativo, con la differenza che, avendo perso due sexy shop tra il 2009 e il 2018, ha...perso tutti i sexy shop esistenti. E a livello provinciale? Le province più affollate di sexy shop sono Milano, Roma e Torino, rispettivamente con 34, 26 e 23 negozi. In tutta Italia sono solo 9 le province che, a fine 2018, non avevano sul proprio territorio nessun sexy shop: Potenza, Viterbo, Lodi, Sondrio, Macerata, Verbania, Nuoro, Agrigento e Aosta. Non esistono dati ufficiali sul fatturato generato da questi negozi, né è possibile sapere con certezza che cosa gli italiani comprano nei sexy shop sotto casa, ma esistono precisi numeri a livello mondiale. Il valore di questo comparto industriale è pari a circa 8 miliardi di dollari e, così come il numero dei sexy shop in Italia, è destinato a salire in modo rapidissimo. Nel 2021, cioè tra soli due anni, il fatturato mondiale sarà di 8,5 miliardi di dollari. Per dare un'idea delle cifre in gioco basti dire che 8,5 miliardi di dollari è il valore del mercato mondiale delle stampanti 3d; è quanto Microsoft ha pagato per comprare Skype ed è anche il valore del mercato mondiale delle cialde da caffè. La differenza con le cialde è che cresce più velocemente.Torniamo ai numeri. L'oggetto più venduto al mondo è il "classico" vibratore, che conquista il 21,46% dell'intero fatturato mondiale. A distanza segue il pene di gomma che è al 15,61%. Al terzo posto viene l'anello per il pene, con il 12,68% del mercato degli oggetti più comprati. Dalla quarta posizione in poi si scende in un campo minato. Le perline anali, infatti, sono al 9,76%, mentre le vagine di gomma all'8,78%. A seguire, ultimo articolo sopra il 5% di fetta di mercato, ci sono le bende col 5,61%. Il restante 26,1% dei sex toy venduti sono articoli come gli attrezzi per la pratica del bondage, le manette, sostegni di vario genere, palline vaginali... La fantasia non manca, e i soldi neppure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="non-solo-gratificanti-ma-anche-belli-i-vibratori-di-lelo-sono-oggetti-di-design" data-post-id="2628359675" data-published-at="1778071662" data-use-pagination="False"> Non solo gratificanti ma anche belli: i vibratori di Lelo sono oggetti di design Lelo Nel periodo di San Valentino, i dati registrati su Lelo mostrano un interessante aumento delle vendite e che ben il 60% degli acquisti sono stati effettuati da donne. Candele per massaggi, manette di seta, frustini in suede, ma anche sex toy in silicone liscio o placcati in oro, sono tra gli oggetti più acquistati online dal sesso femminile in cerca di una serata stuzzicante. Per chi non lo conoscesse, Lelo è il brand svedese che ha rivoluzionato il mondo dell'erotismo e dei sex toy introducendo linee sinuose e oggetti di alto design, ben lontani dal classico dildo in gomma. Il Global marketing director Luka Matutinovic racconta a La Verità quali sono state le chiavi del successo che hanno permesso al marchio di conquistare una fetta importante del mercato dei vibratori. Quali sono gli aspetti più importanti per un'azienda di sex toy? «Costruire un brand nell'industria per adulti è difficile. Ma è possibile. Fare marketing nel settore dei sex toy a livello globale è impegnativo e richiede tempo, ma risulta poi essere gratificante e altrettanto molto divertente sperimentare. Se hai una solida offerta di prodotti e un messaggio forte, non c'è motivo per cui non puoi avere successo. Ciò che contraddistingue Lelo come azienda è la coerenza. I fondatori di Lelo provenivano tutti da ambienti creativi, come design e ingegneria; e per questo, Lelo fonda l'intero processo di produzione, sviluppo e lavorazione di un prodotto su concetti di design concreti e lineari, immutabili nel tempo e riconoscibili grazie ad uno stile inconfondibile, anche se non si ha familiarità con il brand. Il linguaggio visivo di Lelo è stato coerente dal primissimo prodotto, Lily, fino a quelli che sono stati lanciati quest'anno. Ogni prodotto Lelo è immediatamente riconoscibile dal design e parte della stessa famiglia. Lo stesso vale per il packaging, l'artwork, il pos (punti vendita): tutto è progettato sotto un insieme di linee guida di stile strettamente garantite, che assicurano un prodotto degno di portare il logo Lelo. E ciò che stabilisce ogni attività del nostro brand come brand effettivo è la coerenza». Com'è il mercato in questo momento? «Ogni giorno l'industria dei sex toy assiste a un crescente atteggiamento positivo da parte dei propri consumatori, che stanno man mano accettando prodotti per la vita intima come parte della quotidianità. Il brand Lelo sta guidando questa propensione: i prodotti che progettiamo sono studiati per essere belli ed eleganti. Il mercato si sta espandendo periodicamente. Ci sono molte più persone attratte dalla curiosità di provare i sex toy e quest'ultimi stanno diventando sempre meno un tabù. Per questo, speriamo che il mercato dei sex toy e il mercato mainstream andranno di pari passo: al momento non sembra così irrealistico affermare che succederà entro i prossimi 20 anni (su certi aspetti sta già iniziando)». Parlare di sex toy è ancora visto come un tabù? «L'atteggiamento nei confronti dei sex toy sta cambiando. È un processo lento, ma stiamo assistendo a un "disgelo" nella concezione dell'intimità e della sessualità, così come parlare di sesso e piacere. Le persone stanno diventando più aperte, più curiose e più disponibili a scoprire nuovi piaceri». Qual è il cliente ideale Lelo? «Non esiste il cliente Lelo perfetto, vogliamo dare il meglio a chiunque sia interessato all'acquisto di un sex toy. Ogni prodotto può essere maggiormente adatto a un gruppo di persone, ma non esiste l'archetipo del cliente Lelo. Ci muoviamo su una fascia di età compresa tra 18 e 64 anni e la suddivisione tra acquirenti di sesso femminile e di sesso maschile è pressoché identica». Lelo pone grande attenzione nel design dei suoi prodotti. Come mai questa scelta? «Quando Lelo ha lanciato i suoi primi prodotti più di dieci anni fa, questi si sono distinti perché non assomigliavano ad alcuno dei sex toy fino ad allora conosciuti. Sembravano oggetti d'arte, ornamentali, eleganti e belli, come un pezzo di design o un'installazione artistica. Lo stile Lelo, miglioratosi nel tempo, si basa su linee sinuose e levigate, forme eleganti e seducenti. Se noi stessi non ci sorprendiamo, allora non stiamo facendo il nostro lavoro nel modo giusto». Qual è il futuro dei sex toy? «La natura dell'innovazione nell'industria dei sex toy è la stessa di ogni industria tecnologica: le tendenze sono dettate dal consumatore. In questo momento, c'è un trend verso sex toy molto più inclusivi e sessualmente progressivi. I prodotti non sono più giudicati solo su quanto siano piacevoli, ma su quanto sia positivo l'atteggiamento del brand che li ha creati. Speriamo che questa tendenza continui e cresca: i brand con messaggi positivi come Lelo perseguono l'obiettivo di abbattere i tradizionali tabù, un obiettivo davvero importante e impegnativo. In futuro, possiamo solo aspettarci che l'uomo e la tecnologia vivano in sinergia, intersecandosi sempre più. Un sex toy oggigiorno è già una connessione tra l'innovazione e l'uomo e nello specifico i sex toy Lelo sono molto più avanti rispetto alla maggior parte di altri prodotti dello stesso settore. Ci auguriamo che i sex toy diventino onnipresenti quasi come gli smartphone (o qualunque sia l'equivalente futuristico di uno smartphone)». Avete anche creato una linea di preservativi. Ci potete raccontare di più su questa scelta? «Ci sono due motivi principali per cui abbiamo deciso di sviluppare Lelo Hex. Innanzitutto, l'obiettivo era quello di iniziare una conversazione con il consumatore per confrontarsi con una realtà difficile: le malattie sessualmente trasmissibili (Mst) continuano a registrare allarmanti dati in crescita, più velocemente di quanto ci si immagini. Parte di ciò è dovuto al calo nell'uso del preservativo, in particolare tra i giovani. Questo ci porta al secondo obiettivo: creare un preservativo abbastanza attraente da incoraggiare le persone a ricominciare a usarlo. Perché il sesso sicuro può e dovrebbe essere bellissimo. Questo è quello che abbiamo fatto per anni a Lelo, e i preservativi Hex sono l'apice di questa esperienza. Il preservativo non è cambiato dall'introduzione del serbatoio 70 anni fa. Il problema è che il mercato dei preservativi è rimasto stabile per anni, senza alcuna pulsione all'innovazione. Le persone usano meno i preservativi, anche per una mancanza di innovazione concreta nel settore. Hex non è solo progettato per migliorare il sesso sicuro, ma è anche progettato per dare nuova vita al settore nel suo complesso». Quali sono i vostri best seller? «Ciò che è interessante nel portfolio di Lelo è che non c'è un singolo prodotto di spicco a livello globale. Tuttavia, l'anno scorso il più grande prodotto venduto è stato Sona: il primo massaggiatore clitorideo a onde soniche, con batteria ricaricabile via Usb, impermeabile e con tecnologia Cruise Control. Sona è completamente in silicone lucido, con linee sinuose: un prodotto innovativo nel settore. Nel mare degli stimolatori clitoridei, Lelo Sona si è distinto e ha avuto un grande successo quando è stato lanciato nell'ottobre del 2017, ottenendo consensi in tutto il mondo. È diventato ben presto un sex toy molto richiesto e apprezzato, ma ogni nostro cliente ha il proprio prodotto Lelo preferito». Qual è la vostra missione? «Lelo è un brand che unisce le persone: vicinanza, intimità, passione, sessualità, Lelo è tutto questo e molto altro. I nostri progetti offrono un quid in più a tutti coloro che cercano il piacere, in un mondo pervaso dall'ordinarietà. Mentre il mondo si spinge verso i limiti del sesso e della sessualità, Lelo continua a lottare contro i tabù, ponendo le basi su cui il consumatore potrà tracciare il proprio percorso. Il sesso è divertente. Ecco perché Lelo è un parco giochi per i più curiosi». M. Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="non-chiamatelo-sexy-shop-c-e-sex-sade-la-prima-fetish-boutique-d-italia" data-post-id="2628359675" data-published-at="1778071662" data-use-pagination="False"> Non chiamatelo sexy shop. C'è Sex Sade, la prima «fetish boutique» d'Italia Facebook Sex Sade Sex Sade è una piccola realtà milanese dalla lunga storia. Nasce nel 1998 come prima «fetish boutique» italiana, ben prima che milioni di donne sentissero parlare di Christian Grey e le sue 50 sfumature. Le titolari si chiamano Arianna e Martina e da anni collezionano clienti - e recensioni a cinque stelle - per il loro mondo ironico e cortese di raccontare un mondo che agli occhi di molti è ancora tabù. Sex Sade è una realtà unica, «una risposta alternativa alle esigenze delle persone che cercano qualcosa di irriverente, audace e divertente». Vi starete chiedendo cosa differenzi questo tipo di boutique da un sexy shop. La risposta è semplice: la clientela. Mentre i principali frequentatori dei secondi sono uomini alla ricerca di prodotti per l'autoerotismo, in una «fetish boutique» le clienti sono donne e i prodotti sono soprattutto destinati al rapporto di coppia. Per questo motivo tra gli oggetti in vendita si possono trovare costumi sexy, completi intimi più o meno aggressivi e qualsiasi tipo di sex o soft toy. In 17 anni il negozio è molto cambiato. Non in fatto di look, che rimane un po' vintage e fa l'occhiolino all'universo delle pin up, ma in merito all'offerta. Martina spiega infatti che inizialmente si trovavano a servire una clientela esperta nel bondage e quindi disposta a pagare per prodotti di qualità. È stato l'avvento di internet e la diffusione del concetto di feticismo che ha aiutato il negozio a vendere oggetti di generi diversi a prezzi decisamente più accessibili. È così che la clientela è aumentata - e ora spazia da adolescenti a donne più mature - e Sex Sade è diventata una delle «fetish boutique» di maggiore successo. Il loro segreto? Dare vita a un'ambiente dove chiunque possa sentirsi a proprio agio e, nonostante l'argomento trattato, evitare un linguaggio volgare. Quale messaggio lancia quindi Sex Sade alle loro clienti? «Nell'attuale periodo storico, dove noi donne siamo costantemente messe alla prova dai canoni che la società e i media ci impongono, siamo convinte che imparare a conoscere noi stesse, valorizzando il nostro aspetto e facendo trasparire con armonia le diverse sfumature di se, sia l'arma giusta per essere competitive. Ed è la sicurezza raggiunta, la chiave per sentirsi belle, autentiche e irresistibili».Mariella Baroli
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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