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2019-02-11
Il mercato dei sex toys cresce dieci volte più del Pil. Il vibratore? Ora vince premi di design
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Dire «ti amo», in giapponese, non è per nulla semplice. Se in ogni lingua, infatti, esiste una frase specifica per manifestare i propri sentimenti, nel paese del Sol Levante confessare i propri sentimenti è talmente imbarazzante da aver abolito i «ti amo» e averli sostituiti con dei più innocui e modesti «suki da yo», letteralmente «mi piaci». Se l'amore è un tabù, il sesso è esattamente l'opposto. Non lasciatevi ingannare da chi ripete, da anni, che in Giappone la sessualità non è contemplata, il sesso a Tokyo e dintorni è letteralmente ovunque. E non parliamo di riviste o siti web specializzati. Parliamo piuttosto di combini (negozi simili ai nostri minimarket aperti 24 ore su 24. Ndr.), di centri commerciali, di famosissimi negozi low cost, come i 100 yen o i Donki, in cui tutto viene venduto per qualche monetina. Il sesso è così diffuso che, nei vicoli di Kabukicho, il quartiere a luci rosse nei pressi di Shinjuku gestito dalla yakuza (la mafia locale) non si fatica a trovare distributori automatici che vendono slip usati da studentesse in cerca di sbarcare il lunario o sex toy da tenere in tasca o in borsetta.
Un distributore di slip usati. A Tokyo se ne trovano molteplici, il prezzo per un paio di mutande oscilla tra i 500 e i 1.000 yen (4-8 euro)Pinterest
Non illudetevi però: il sesso in Giappone non si pratica. Per nulla. O quasi. Se ne parla, si guarda, si ascolta, ma non si fa. Sono le statistiche a confermare quella che a tratti può sembrare una leggenda metropolitana. Secondo il governo Giapponese, circa il 60% delle donne tra i 18 e i 34 anni è single. Di queste, il 42% non ha mai avuto rapporti sessuali. La percentuale sale per gli uomini con un 70% di single nella fascia d'età 18-34 e un 44% di vergini.
Il problema, secondo molti esperti del settore, è la sovraesposizione al sesso che avviene nel Paese. Non il lavoro, i turni massacranti, la voglia solo di dormire per recuperare le forze dopo ore passate in ufficio. Bensì la continua possibilità di trovare stimoli ovunque ci si trovi: in metrò, nel supermercato sotto casa, in taxi e addirittura negli uffici. Questo bombardamento continuo porterebbe a un calo del desiderio così elevato da aver allarmato i vertici governativi del Paese.
Una delle maid che si possono incontrare nel quartiere nerd della capitale del GiapponeiStock
Ad Akihabara, il quartiere otaku per eccellenza, il sesso è di casa in ogni angolo. Non per niente, nelle strade coloratissime di questa area di Tokyo ci si imbatte ogni dieci passi in una ragazzetta, perlopiù minorenne, travestita da cameriera con autoreggenti e crestina, che invita a recarsi in uno dei tanti maid café dell'area. Questi locali sono frequentati da uomini di ogni età, in giacca e cravatta, che pagano per farsi intrattenere dalla cameriera preferita. Ma attenzione: in questa pratica non c'è niente di sessuale. I giochi in questione sono davvero giochi: forza 4, palline colorate da far rimbalzare, e così via. L'eccitazione sta tutta nel vedersi dedicare attenzioni da una giovinetta carina, truccata e sorridente. Nei maid cafe si paga tutto: la consumazione è obbligatoria e l'ingresso costa circa 15 euro. Poi c'è il cibo, la foto, il momento di gioco. Il tutto va consumato nel giro di 45 minuti, a volte 1 ora. Poi si torna alla realtà.
Tra un negozio di manga e un café, spicca nei pressi della stazione della metropolitana dell'area un palazzo altissimo verde pisello. Guardandolo con il naso all'insù, si scorgono nelle vetrine poster di ragazze manga e costumi. A primo acchito, dunque, potrebbe sembrare uno dei mille negozi simili ad Animate e Mandarake che si trovano nell'area e che vendono oggettistica e fumetti. L'errore, in questo caso, non potrebbe essere che dei più madornali. Quel grande palazzo racchiude al suo interno, spalmato per sette piani, il paradiso del sesso di Tokyo. Si chiama M's pop department store e non è altri che il più grande sex shop della città. Aperto nel 2001 a Ueno, si è trasferito nello stesso anno ad Akihabara, in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Mecca dei nerd. Una volta varcate le porte di M's ci si trova immersi in quello che è un vero e proprio centro commerciale del sesso. Al piano terra i prodotti sono tra i più vari: si spazia da preservativi in scatole di legno di Hakone a quelli nelle confezioni con il monte Fuji o i sakura. Non mancano, ovviamente, scaffali interi di condom con i personaggi di manga e anime o racchiusi in pacchetti che ricordano i dolci tipici nipponici. Sullo stesso piano sono disponibili anche lozioni e lubrificanti al profumo di the macha, il famoso the verde in polvere giapponese, o in bottiglie simili alle botti di sake. Tra le bottigliette più gettonate ci sono quelle che aiuterebbero a eccitarsi con profumi di parti intime o di zone erogene (femminili e maschili). In questo caso a giocare il ruolo principale è lo storytelling all'interno della confezione in cui si racconta, in un breve estratto erotico, l'origine del profumo. Il secondo piano è dedicato agli uomini. Qui si trovano bambole gonfiabili di ogni fattezza e dimensione (da quelle piccolissime che misurano solo 20 centimetri a quelle a grandezza naturale e persino le oversize), vagine in silicone modellato ispirate alle idol locali e vibratori che si muovono al ritmo dei videogiochi. Un'intera area del piano è dedicata invece l Tenga, un tubo in silicone utilizzato per la masturbazione e così venduto e apprezzato in Giappone da avere addirittura merchandise dedicato. Oltre infatti al prodotto, possiamo trovare magliette, felpe, cappellini, polsini, slip, tazze e borse in tessuto personalizzate con il logo dei questo sex toy. «Il secondo piano è il più visitato.» ci racconta il responsabile del negozio Yasojima «La maggior parte delle persone che acquistano sono giapponesi, di sesso femminile. Solo il 20% è composto da stranieri che arrivano per sentito dire e, generalmente, sono molto appassionati della cultura giapponese». Incredibilmente, invece, gli uomini sono una minoranza «il cliente tipo ha tra i 30 e i 45 anni, è un business man o lavora in ufficio, non ha una relazione e spesso non ne ha mai avute». Tornando al negozio, il terzo piano è invece l'universo delle donne. Qui è presente, oltre a una vasta selezione di vibratori di design, un angolo dedicato al sadomaso. «Il prodotto più venduto» ci spiega Yasojima «sono le corde per lo shibari (l'antica arte giapponese di legare il partner durante giochi erotici, evoluzione dell'hojojutsu, un'arte marziale nata per immobilizzare i prigionieri di guerra. Ndr). Vengono acquistate dalle coppie, anche straniere. È un ottimo regalo». Se il quarto piano con la sua lingerie sexy è molto più simile ai sex shop occidentali, il quinto piano è il vero regno del sesso giapponese. Lungo le pareti si trovano infatti centinaia di costumi per il cosplay, di ogni tipologia e dimensione. Sulle scale che portano a questo piano si trovano polaroid e foto di ragazze giapponesi che indossano i costumi venduti. «In questo caso i turisti sono più numerosi dei giapponesi» ci spiegano «circa l'80% dei visitatori stranieri acquisti in questo piano con tax free. I "locals" invece comprano solo per occasioni particolari o per feste a tema e Halloween». Gli ultimi due piani di M's sono dedicati ai video pornografici, ai manga hentai e a riviste specializzate, alcune anche piuttosto estreme. Con una particolarità: i genitali maschili in Giappone vengono sempre censurati, con pixel o sagome nere.
L'esterno di M's pop department store, il centro commerciale di sette piani dedicato interamente al sessoiStock
Pur essendo un Paese estremamente moderno e sviluppato, il modo di vivere il sesso è ancora molto old fashion, a tratti antiquato. Le donne vivono il piacere come un'onta, gli uomini come qualcosa da non raccontare e da sperimentare in solitaria. M's prova da anni a rimuovere questa patina di vergogna dai giapponesi mostrando tutto, alla luce del sole, senza nascondere nulla.
Marianna Baroli
Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno

Gifer
Secondo le previsioni più aggiornate il Pil italiano crescerà nel 2019 di appena lo 0,2%. Bene. Anzi, male. Ma c'è un settore industriale (perché che si tratti di un'industria non c'è alcun dubbio) che cresce molto, ma molto più velocemente di tutto il resto dell'Italia. Sì, è quello, il sesso. Basti pensare che il numero dei sexy shop è aumentato del 23,3% in 10 anni. Cioè, mediamente, del 2,3% ogni anno.
Cercheremo di evitare facili giochi di parole (come, per esempio, che il mercato "tira" o che le vendite "si impennano") e proviamo a considerare il mercato del sesso come un qualunque altro comparto industriale. I numeri dicono che la crescita del numero dei negozi è sintomo di una domanda sempre più intensa di oggetti per il piacere, sia femminile che maschile. Quali? Lo vediamo tra un momento. Intanto diamo un'occhiata a quali sono le Regioni dove i sexy shop sono aumentati maggiormente di numero.
Complessivamente in Italia ci sono 61 negozi in più rispetto al 2009: da 262 a 323 a fine dicembre 2018. La Regione che ne ha visti spuntare di più è l'Emilia Romagna, dove, evidentemente, sanno bene che cosa è il divertimento. Qui, in 10 anni, il saldo fa segnare 17 sexy shop in più: da 14 del 2009 ora sono 31 con un incremento sbalorditivo del 121,4%. Seguono poi il Lazio, con 14 negozi in più (da 19 a 33, +73,7%), e la Lombardia con 11 in più (da 60 a 71, +18,3%). Ma ci sono anche Regioni che mostrano un saldo negativo, ovvero regioni dove, tra il 2009 e il 2018, i sexy shop che hanno aperto non hanno compensato il numero di quelli che hanno chiuso. E' il caso del Friuli Venezia Giulia, -2 negozi (da 14 a 12); della Liguria, -5 (da 11 a 6); delle Marche, -2 (da 8 a 6); del Piemonte, -4, (da 39 a 35) e del Trentino Alto Adige, -1 (da 5 a 4). Particolare il caso della Val d'Aosta, anch'essa con saldo negativo, con la differenza che, avendo perso due sexy shop tra il 2009 e il 2018, ha...perso tutti i sexy shop esistenti.
E a livello provinciale? Le province più affollate di sexy shop sono Milano, Roma e Torino, rispettivamente con 34, 26 e 23 negozi. In tutta Italia sono solo 9 le province che, a fine 2018, non avevano sul proprio territorio nessun sexy shop: Potenza, Viterbo, Lodi, Sondrio, Macerata, Verbania, Nuoro, Agrigento e Aosta.
Non esistono dati ufficiali sul fatturato generato da questi negozi, né è possibile sapere con certezza che cosa gli italiani comprano nei sexy shop sotto casa, ma esistono precisi numeri a livello mondiale. Il valore di questo comparto industriale è pari a circa 8 miliardi di dollari e, così come il numero dei sexy shop in Italia, è destinato a salire in modo rapidissimo. Nel 2021, cioè tra soli due anni, il fatturato mondiale sarà di 8,5 miliardi di dollari. Per dare un'idea delle cifre in gioco basti dire che 8,5 miliardi di dollari è il valore del mercato mondiale delle stampanti 3d; è quanto Microsoft ha pagato per comprare Skype ed è anche il valore del mercato mondiale delle cialde da caffè. La differenza con le cialde è che cresce più velocemente.
Torniamo ai numeri. L'oggetto più venduto al mondo è il "classico" vibratore, che conquista il 21,46% dell'intero fatturato mondiale. A distanza segue il pene di gomma che è al 15,61%. Al terzo posto viene l'anello per il pene, con il 12,68% del mercato degli oggetti più comprati. Dalla quarta posizione in poi si scende in un campo minato. Le perline anali, infatti, sono al 9,76%, mentre le vagine di gomma all'8,78%. A seguire, ultimo articolo sopra il 5% di fetta di mercato, ci sono le bende col 5,61%. Il restante 26,1% dei sex toy venduti sono articoli come gli attrezzi per la pratica del bondage, le manette, sostegni di vario genere, palline vaginali... La fantasia non manca, e i soldi neppure.
Non solo gratificanti ma anche belli: i vibratori di Lelo sono oggetti di design

Lelo
Nel periodo di San Valentino, i dati registrati su Lelo mostrano un interessante aumento delle vendite e che ben il 60% degli acquisti sono stati effettuati da donne. Candele per massaggi, manette di seta, frustini in suede, ma anche sex toy in silicone liscio o placcati in oro, sono tra gli oggetti più acquistati online dal sesso femminile in cerca di una serata stuzzicante. Per chi non lo conoscesse, Lelo è il brand svedese che ha rivoluzionato il mondo dell'erotismo e dei sex toy introducendo linee sinuose e oggetti di alto design, ben lontani dal classico dildo in gomma. Il Global marketing director Luka Matutinovic racconta a La Verità quali sono state le chiavi del successo che hanno permesso al marchio di conquistare una fetta importante del mercato dei vibratori.
Quali sono gli aspetti più importanti per un'azienda di sex toy?
«Costruire un brand nell'industria per adulti è difficile. Ma è possibile. Fare marketing nel settore dei sex toy a livello globale è impegnativo e richiede tempo, ma risulta poi essere gratificante e altrettanto molto divertente sperimentare. Se hai una solida offerta di prodotti e un messaggio forte, non c'è motivo per cui non puoi avere successo. Ciò che contraddistingue Lelo come azienda è la coerenza. I fondatori di Lelo provenivano tutti da ambienti creativi, come design e ingegneria; e per questo, Lelo fonda l'intero processo di produzione, sviluppo e lavorazione di un prodotto su concetti di design concreti e lineari, immutabili nel tempo e riconoscibili grazie ad uno stile inconfondibile, anche se non si ha familiarità con il brand. Il linguaggio visivo di Lelo è stato coerente dal primissimo prodotto, Lily, fino a quelli che sono stati lanciati quest'anno. Ogni prodotto Lelo è immediatamente riconoscibile dal design e parte della stessa famiglia. Lo stesso vale per il packaging, l'artwork, il pos (punti vendita): tutto è progettato sotto un insieme di linee guida di stile strettamente garantite, che assicurano un prodotto degno di portare il logo Lelo. E ciò che stabilisce ogni attività del nostro brand come brand effettivo è la coerenza».
Com'è il mercato in questo momento?
«Ogni giorno l'industria dei sex toy assiste a un crescente atteggiamento positivo da parte dei propri consumatori, che stanno man mano accettando prodotti per la vita intima come parte della quotidianità. Il brand Lelo sta guidando questa propensione: i prodotti che progettiamo sono studiati per essere belli ed eleganti. Il mercato si sta espandendo periodicamente. Ci sono molte più persone attratte dalla curiosità di provare i sex toy e quest'ultimi stanno diventando sempre meno un tabù. Per questo, speriamo che il mercato dei sex toy e il mercato mainstream andranno di pari passo: al momento non sembra così irrealistico affermare che succederà entro i prossimi 20 anni (su certi aspetti sta già iniziando)».
Parlare di sex toy è ancora visto come un tabù?
«L'atteggiamento nei confronti dei sex toy sta cambiando. È un processo lento, ma stiamo assistendo a un "disgelo" nella concezione dell'intimità e della sessualità, così come parlare di sesso e piacere. Le persone stanno diventando più aperte, più curiose e più disponibili a scoprire nuovi piaceri».
Qual è il cliente ideale Lelo?
«Non esiste il cliente Lelo perfetto, vogliamo dare il meglio a chiunque sia interessato all'acquisto di un sex toy. Ogni prodotto può essere maggiormente adatto a un gruppo di persone, ma non esiste l'archetipo del cliente Lelo. Ci muoviamo su una fascia di età compresa tra 18 e 64 anni e la suddivisione tra acquirenti di sesso femminile e di sesso maschile è pressoché identica».
Lelo pone grande attenzione nel design dei suoi prodotti. Come mai questa scelta?
«Quando Lelo ha lanciato i suoi primi prodotti più di dieci anni fa, questi si sono distinti perché non assomigliavano ad alcuno dei sex toy fino ad allora conosciuti. Sembravano oggetti d'arte, ornamentali, eleganti e belli, come un pezzo di design o un'installazione artistica. Lo stile Lelo, miglioratosi nel tempo, si basa su linee sinuose e levigate, forme eleganti e seducenti. Se noi stessi non ci sorprendiamo, allora non stiamo facendo il nostro lavoro nel modo giusto».
Qual è il futuro dei sex toy?
«La natura dell'innovazione nell'industria dei sex toy è la stessa di ogni industria tecnologica: le tendenze sono dettate dal consumatore. In questo momento, c'è un trend verso sex toy molto più inclusivi e sessualmente progressivi. I prodotti non sono più giudicati solo su quanto siano piacevoli, ma su quanto sia positivo l'atteggiamento del brand che li ha creati. Speriamo che questa tendenza continui e cresca: i brand con messaggi positivi come Lelo perseguono l'obiettivo di abbattere i tradizionali tabù, un obiettivo davvero importante e impegnativo. In futuro, possiamo solo aspettarci che l'uomo e la tecnologia vivano in sinergia, intersecandosi sempre più. Un sex toy oggigiorno è già una connessione tra l'innovazione e l'uomo e nello specifico i sex toy Lelo sono molto più avanti rispetto alla maggior parte di altri prodotti dello stesso settore. Ci auguriamo che i sex toy diventino onnipresenti quasi come gli smartphone (o qualunque sia l'equivalente futuristico di uno smartphone)».
Avete anche creato una linea di preservativi. Ci potete raccontare di più su questa scelta?
«Ci sono due motivi principali per cui abbiamo deciso di sviluppare Lelo Hex. Innanzitutto, l'obiettivo era quello di iniziare una conversazione con il consumatore per confrontarsi con una realtà difficile: le malattie sessualmente trasmissibili (Mst) continuano a registrare allarmanti dati in crescita, più velocemente di quanto ci si immagini. Parte di ciò è dovuto al calo nell'uso del preservativo, in particolare tra i giovani. Questo ci porta al secondo obiettivo: creare un preservativo abbastanza attraente da incoraggiare le persone a ricominciare a usarlo. Perché il sesso sicuro può e dovrebbe essere bellissimo. Questo è quello che abbiamo fatto per anni a Lelo, e i preservativi Hex sono l'apice di questa esperienza. Il preservativo non è cambiato dall'introduzione del serbatoio 70 anni fa. Il problema è che il mercato dei preservativi è rimasto stabile per anni, senza alcuna pulsione all'innovazione. Le persone usano meno i preservativi, anche per una mancanza di innovazione concreta nel settore. Hex non è solo progettato per migliorare il sesso sicuro, ma è anche progettato per dare nuova vita al settore nel suo complesso».
Quali sono i vostri best seller?
«Ciò che è interessante nel portfolio di Lelo è che non c'è un singolo prodotto di spicco a livello globale. Tuttavia, l'anno scorso il più grande prodotto venduto è stato Sona: il primo massaggiatore clitorideo a onde soniche, con batteria ricaricabile via Usb, impermeabile e con tecnologia Cruise Control. Sona è completamente in silicone lucido, con linee sinuose: un prodotto innovativo nel settore. Nel mare degli stimolatori clitoridei, Lelo Sona si è distinto e ha avuto un grande successo quando è stato lanciato nell'ottobre del 2017, ottenendo consensi in tutto il mondo. È diventato ben presto un sex toy molto richiesto e apprezzato, ma ogni nostro cliente ha il proprio prodotto Lelo preferito».
Qual è la vostra missione?
«Lelo è un brand che unisce le persone: vicinanza, intimità, passione, sessualità, Lelo è tutto questo e molto altro. I nostri progetti offrono un quid in più a tutti coloro che cercano il piacere, in un mondo pervaso dall'ordinarietà. Mentre il mondo si spinge verso i limiti del sesso e della sessualità, Lelo continua a lottare contro i tabù, ponendo le basi su cui il consumatore potrà tracciare il proprio percorso. Il sesso è divertente. Ecco perché Lelo è un parco giochi per i più curiosi».
M. Baroli
Non chiamatelo sexy shop. C'è Sex Sade, la prima «fetish boutique» d'Italia

Facebook Sex Sade
Sex Sade è una piccola realtà milanese dalla lunga storia. Nasce nel 1998 come prima «fetish boutique» italiana, ben prima che milioni di donne sentissero parlare di Christian Grey e le sue 50 sfumature. Le titolari si chiamano Arianna e Martina e da anni collezionano clienti - e recensioni a cinque stelle - per il loro mondo ironico e cortese di raccontare un mondo che agli occhi di molti è ancora tabù. Sex Sade è una realtà unica, «una risposta alternativa alle esigenze delle persone che cercano qualcosa di irriverente, audace e divertente». Vi starete chiedendo cosa differenzi questo tipo di boutique da un sexy shop. La risposta è semplice: la clientela. Mentre i principali frequentatori dei secondi sono uomini alla ricerca di prodotti per l'autoerotismo, in una «fetish boutique» le clienti sono donne e i prodotti sono soprattutto destinati al rapporto di coppia. Per questo motivo tra gli oggetti in vendita si possono trovare costumi sexy, completi intimi più o meno aggressivi e qualsiasi tipo di sex o soft toy.
In 17 anni il negozio è molto cambiato. Non in fatto di look, che rimane un po' vintage e fa l'occhiolino all'universo delle pin up, ma in merito all'offerta. Martina spiega infatti che inizialmente si trovavano a servire una clientela esperta nel bondage e quindi disposta a pagare per prodotti di qualità. È stato l'avvento di internet e la diffusione del concetto di feticismo che ha aiutato il negozio a vendere oggetti di generi diversi a prezzi decisamente più accessibili. È così che la clientela è aumentata - e ora spazia da adolescenti a donne più mature - e Sex Sade è diventata una delle «fetish boutique» di maggiore successo. Il loro segreto? Dare vita a un'ambiente dove chiunque possa sentirsi a proprio agio e, nonostante l'argomento trattato, evitare un linguaggio volgare.
Quale messaggio lancia quindi Sex Sade alle loro clienti? «Nell'attuale periodo storico, dove noi donne siamo costantemente messe alla prova dai canoni che la società e i media ci impongono, siamo convinte che imparare a conoscere noi stesse, valorizzando il nostro aspetto e facendo trasparire con armonia le diverse sfumature di se, sia l'arma giusta per essere competitive. Ed è la sicurezza raggiunta, la chiave per sentirsi belle, autentiche e irresistibili».
Mariella Baroli
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L'Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno. In tutta Italia, a fine 2018, presenti 323 negozi e poi c'è l'ecommerce.Vince l'estetica: i vibratori diventano oggetti d'arredo. Luka Matutinovic, global marketing director dell'azienda svedese Lelo: «In questo momento, c'è un trend verso device molto più hi tech e rivolti alla coppia».Sex Sade è il primo negozio di Milano a proporre, tra i banchi di biancheria intima, prodotti destinati al rapporto a due.Oltre il 40% dei giapponesi tra i 18 e i 32 anni è vergine. In un Paese ipermoderno, dove robot e intelligenza artificiale sono all'ordine del giorno, il sesso rimane un tabù. Viaggio all'interno di M's, il centro commerciale più grande al mondo che vende solo giochi erotici.Lo speciale contiene quattro articoli.Dire «ti amo», in giapponese, non è per nulla semplice. Se in ogni lingua, infatti, esiste una frase specifica per manifestare i propri sentimenti, nel paese del Sol Levante confessare i propri sentimenti è talmente imbarazzante da aver abolito i «ti amo» e averli sostituiti con dei più innocui e modesti «suki da yo», letteralmente «mi piaci». Se l'amore è un tabù, il sesso è esattamente l'opposto. Non lasciatevi ingannare da chi ripete, da anni, che in Giappone la sessualità non è contemplata, il sesso a Tokyo e dintorni è letteralmente ovunque. E non parliamo di riviste o siti web specializzati. Parliamo piuttosto di combini (negozi simili ai nostri minimarket aperti 24 ore su 24. Ndr.), di centri commerciali, di famosissimi negozi low cost, come i 100 yen o i Donki, in cui tutto viene venduto per qualche monetina. Il sesso è così diffuso che, nei vicoli di Kabukicho, il quartiere a luci rosse nei pressi di Shinjuku gestito dalla yakuza (la mafia locale) non si fatica a trovare distributori automatici che vendono slip usati da studentesse in cerca di sbarcare il lunario o sex toy da tenere in tasca o in borsetta. Un distributore di slip usati. A Tokyo se ne trovano molteplici, il prezzo per un paio di mutande oscilla tra i 500 e i 1.000 yen (4-8 euro)PinterestNon illudetevi però: il sesso in Giappone non si pratica. Per nulla. O quasi. Se ne parla, si guarda, si ascolta, ma non si fa. Sono le statistiche a confermare quella che a tratti può sembrare una leggenda metropolitana. Secondo il governo Giapponese, circa il 60% delle donne tra i 18 e i 34 anni è single. Di queste, il 42% non ha mai avuto rapporti sessuali. La percentuale sale per gli uomini con un 70% di single nella fascia d'età 18-34 e un 44% di vergini. Il problema, secondo molti esperti del settore, è la sovraesposizione al sesso che avviene nel Paese. Non il lavoro, i turni massacranti, la voglia solo di dormire per recuperare le forze dopo ore passate in ufficio. Bensì la continua possibilità di trovare stimoli ovunque ci si trovi: in metrò, nel supermercato sotto casa, in taxi e addirittura negli uffici. Questo bombardamento continuo porterebbe a un calo del desiderio così elevato da aver allarmato i vertici governativi del Paese. Una delle maid che si possono incontrare nel quartiere nerd della capitale del GiapponeiStockAd Akihabara, il quartiere otaku per eccellenza, il sesso è di casa in ogni angolo. Non per niente, nelle strade coloratissime di questa area di Tokyo ci si imbatte ogni dieci passi in una ragazzetta, perlopiù minorenne, travestita da cameriera con autoreggenti e crestina, che invita a recarsi in uno dei tanti maid café dell'area. Questi locali sono frequentati da uomini di ogni età, in giacca e cravatta, che pagano per farsi intrattenere dalla cameriera preferita. Ma attenzione: in questa pratica non c'è niente di sessuale. I giochi in questione sono davvero giochi: forza 4, palline colorate da far rimbalzare, e così via. L'eccitazione sta tutta nel vedersi dedicare attenzioni da una giovinetta carina, truccata e sorridente. Nei maid cafe si paga tutto: la consumazione è obbligatoria e l'ingresso costa circa 15 euro. Poi c'è il cibo, la foto, il momento di gioco. Il tutto va consumato nel giro di 45 minuti, a volte 1 ora. Poi si torna alla realtà.Tra un negozio di manga e un café, spicca nei pressi della stazione della metropolitana dell'area un palazzo altissimo verde pisello. Guardandolo con il naso all'insù, si scorgono nelle vetrine poster di ragazze manga e costumi. A primo acchito, dunque, potrebbe sembrare uno dei mille negozi simili ad Animate e Mandarake che si trovano nell'area e che vendono oggettistica e fumetti. L'errore, in questo caso, non potrebbe essere che dei più madornali. Quel grande palazzo racchiude al suo interno, spalmato per sette piani, il paradiso del sesso di Tokyo. Si chiama M's pop department store e non è altri che il più grande sex shop della città. Aperto nel 2001 a Ueno, si è trasferito nello stesso anno ad Akihabara, in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Mecca dei nerd. Una volta varcate le porte di M's ci si trova immersi in quello che è un vero e proprio centro commerciale del sesso. Al piano terra i prodotti sono tra i più vari: si spazia da preservativi in scatole di legno di Hakone a quelli nelle confezioni con il monte Fuji o i sakura. Non mancano, ovviamente, scaffali interi di condom con i personaggi di manga e anime o racchiusi in pacchetti che ricordano i dolci tipici nipponici. Sullo stesso piano sono disponibili anche lozioni e lubrificanti al profumo di the macha, il famoso the verde in polvere giapponese, o in bottiglie simili alle botti di sake. Tra le bottigliette più gettonate ci sono quelle che aiuterebbero a eccitarsi con profumi di parti intime o di zone erogene (femminili e maschili). In questo caso a giocare il ruolo principale è lo storytelling all'interno della confezione in cui si racconta, in un breve estratto erotico, l'origine del profumo. Il secondo piano è dedicato agli uomini. Qui si trovano bambole gonfiabili di ogni fattezza e dimensione (da quelle piccolissime che misurano solo 20 centimetri a quelle a grandezza naturale e persino le oversize), vagine in silicone modellato ispirate alle idol locali e vibratori che si muovono al ritmo dei videogiochi. Un'intera area del piano è dedicata invece l Tenga, un tubo in silicone utilizzato per la masturbazione e così venduto e apprezzato in Giappone da avere addirittura merchandise dedicato. Oltre infatti al prodotto, possiamo trovare magliette, felpe, cappellini, polsini, slip, tazze e borse in tessuto personalizzate con il logo dei questo sex toy. «Il secondo piano è il più visitato.» ci racconta il responsabile del negozio Yasojima «La maggior parte delle persone che acquistano sono giapponesi, di sesso femminile. Solo il 20% è composto da stranieri che arrivano per sentito dire e, generalmente, sono molto appassionati della cultura giapponese». Incredibilmente, invece, gli uomini sono una minoranza «il cliente tipo ha tra i 30 e i 45 anni, è un business man o lavora in ufficio, non ha una relazione e spesso non ne ha mai avute». Tornando al negozio, il terzo piano è invece l'universo delle donne. Qui è presente, oltre a una vasta selezione di vibratori di design, un angolo dedicato al sadomaso. «Il prodotto più venduto» ci spiega Yasojima «sono le corde per lo shibari (l'antica arte giapponese di legare il partner durante giochi erotici, evoluzione dell'hojojutsu, un'arte marziale nata per immobilizzare i prigionieri di guerra. Ndr). Vengono acquistate dalle coppie, anche straniere. È un ottimo regalo». Se il quarto piano con la sua lingerie sexy è molto più simile ai sex shop occidentali, il quinto piano è il vero regno del sesso giapponese. Lungo le pareti si trovano infatti centinaia di costumi per il cosplay, di ogni tipologia e dimensione. Sulle scale che portano a questo piano si trovano polaroid e foto di ragazze giapponesi che indossano i costumi venduti. «In questo caso i turisti sono più numerosi dei giapponesi» ci spiegano «circa l'80% dei visitatori stranieri acquisti in questo piano con tax free. I "locals" invece comprano solo per occasioni particolari o per feste a tema e Halloween». Gli ultimi due piani di M's sono dedicati ai video pornografici, ai manga hentai e a riviste specializzate, alcune anche piuttosto estreme. Con una particolarità: i genitali maschili in Giappone vengono sempre censurati, con pixel o sagome nere. L'esterno di M's pop department store, il centro commerciale di sette piani dedicato interamente al sessoiStockPur essendo un Paese estremamente moderno e sviluppato, il modo di vivere il sesso è ancora molto old fashion, a tratti antiquato. Le donne vivono il piacere come un'onta, gli uomini come qualcosa da non raccontare e da sperimentare in solitaria. M's prova da anni a rimuovere questa patina di vergogna dai giapponesi mostrando tutto, alla luce del sole, senza nascondere nulla. Marianna Baroli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="emilia-romagna-sul-podio-delle-regioni-con-piu-sexy-shop-il-settore-cresce-del-23-ogni-anno" data-post-id="2628359675" data-published-at="1774832740" data-use-pagination="False"> Emilia Romagna sul podio delle regioni con più sexy shop. Il settore cresce del 2,3% ogni anno Gifer Secondo le previsioni più aggiornate il Pil italiano crescerà nel 2019 di appena lo 0,2%. Bene. Anzi, male. Ma c'è un settore industriale (perché che si tratti di un'industria non c'è alcun dubbio) che cresce molto, ma molto più velocemente di tutto il resto dell'Italia. Sì, è quello, il sesso. Basti pensare che il numero dei sexy shop è aumentato del 23,3% in 10 anni. Cioè, mediamente, del 2,3% ogni anno.Cercheremo di evitare facili giochi di parole (come, per esempio, che il mercato "tira" o che le vendite "si impennano") e proviamo a considerare il mercato del sesso come un qualunque altro comparto industriale. I numeri dicono che la crescita del numero dei negozi è sintomo di una domanda sempre più intensa di oggetti per il piacere, sia femminile che maschile. Quali? Lo vediamo tra un momento. Intanto diamo un'occhiata a quali sono le Regioni dove i sexy shop sono aumentati maggiormente di numero.Complessivamente in Italia ci sono 61 negozi in più rispetto al 2009: da 262 a 323 a fine dicembre 2018. La Regione che ne ha visti spuntare di più è l'Emilia Romagna, dove, evidentemente, sanno bene che cosa è il divertimento. Qui, in 10 anni, il saldo fa segnare 17 sexy shop in più: da 14 del 2009 ora sono 31 con un incremento sbalorditivo del 121,4%. Seguono poi il Lazio, con 14 negozi in più (da 19 a 33, +73,7%), e la Lombardia con 11 in più (da 60 a 71, +18,3%). Ma ci sono anche Regioni che mostrano un saldo negativo, ovvero regioni dove, tra il 2009 e il 2018, i sexy shop che hanno aperto non hanno compensato il numero di quelli che hanno chiuso. E' il caso del Friuli Venezia Giulia, -2 negozi (da 14 a 12); della Liguria, -5 (da 11 a 6); delle Marche, -2 (da 8 a 6); del Piemonte, -4, (da 39 a 35) e del Trentino Alto Adige, -1 (da 5 a 4). Particolare il caso della Val d'Aosta, anch'essa con saldo negativo, con la differenza che, avendo perso due sexy shop tra il 2009 e il 2018, ha...perso tutti i sexy shop esistenti. E a livello provinciale? Le province più affollate di sexy shop sono Milano, Roma e Torino, rispettivamente con 34, 26 e 23 negozi. In tutta Italia sono solo 9 le province che, a fine 2018, non avevano sul proprio territorio nessun sexy shop: Potenza, Viterbo, Lodi, Sondrio, Macerata, Verbania, Nuoro, Agrigento e Aosta. Non esistono dati ufficiali sul fatturato generato da questi negozi, né è possibile sapere con certezza che cosa gli italiani comprano nei sexy shop sotto casa, ma esistono precisi numeri a livello mondiale. Il valore di questo comparto industriale è pari a circa 8 miliardi di dollari e, così come il numero dei sexy shop in Italia, è destinato a salire in modo rapidissimo. Nel 2021, cioè tra soli due anni, il fatturato mondiale sarà di 8,5 miliardi di dollari. Per dare un'idea delle cifre in gioco basti dire che 8,5 miliardi di dollari è il valore del mercato mondiale delle stampanti 3d; è quanto Microsoft ha pagato per comprare Skype ed è anche il valore del mercato mondiale delle cialde da caffè. La differenza con le cialde è che cresce più velocemente.Torniamo ai numeri. L'oggetto più venduto al mondo è il "classico" vibratore, che conquista il 21,46% dell'intero fatturato mondiale. A distanza segue il pene di gomma che è al 15,61%. Al terzo posto viene l'anello per il pene, con il 12,68% del mercato degli oggetti più comprati. Dalla quarta posizione in poi si scende in un campo minato. Le perline anali, infatti, sono al 9,76%, mentre le vagine di gomma all'8,78%. A seguire, ultimo articolo sopra il 5% di fetta di mercato, ci sono le bende col 5,61%. Il restante 26,1% dei sex toy venduti sono articoli come gli attrezzi per la pratica del bondage, le manette, sostegni di vario genere, palline vaginali... La fantasia non manca, e i soldi neppure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="non-solo-gratificanti-ma-anche-belli-i-vibratori-di-lelo-sono-oggetti-di-design" data-post-id="2628359675" data-published-at="1774832740" data-use-pagination="False"> Non solo gratificanti ma anche belli: i vibratori di Lelo sono oggetti di design Lelo Nel periodo di San Valentino, i dati registrati su Lelo mostrano un interessante aumento delle vendite e che ben il 60% degli acquisti sono stati effettuati da donne. Candele per massaggi, manette di seta, frustini in suede, ma anche sex toy in silicone liscio o placcati in oro, sono tra gli oggetti più acquistati online dal sesso femminile in cerca di una serata stuzzicante. Per chi non lo conoscesse, Lelo è il brand svedese che ha rivoluzionato il mondo dell'erotismo e dei sex toy introducendo linee sinuose e oggetti di alto design, ben lontani dal classico dildo in gomma. Il Global marketing director Luka Matutinovic racconta a La Verità quali sono state le chiavi del successo che hanno permesso al marchio di conquistare una fetta importante del mercato dei vibratori. Quali sono gli aspetti più importanti per un'azienda di sex toy? «Costruire un brand nell'industria per adulti è difficile. Ma è possibile. Fare marketing nel settore dei sex toy a livello globale è impegnativo e richiede tempo, ma risulta poi essere gratificante e altrettanto molto divertente sperimentare. Se hai una solida offerta di prodotti e un messaggio forte, non c'è motivo per cui non puoi avere successo. Ciò che contraddistingue Lelo come azienda è la coerenza. I fondatori di Lelo provenivano tutti da ambienti creativi, come design e ingegneria; e per questo, Lelo fonda l'intero processo di produzione, sviluppo e lavorazione di un prodotto su concetti di design concreti e lineari, immutabili nel tempo e riconoscibili grazie ad uno stile inconfondibile, anche se non si ha familiarità con il brand. Il linguaggio visivo di Lelo è stato coerente dal primissimo prodotto, Lily, fino a quelli che sono stati lanciati quest'anno. Ogni prodotto Lelo è immediatamente riconoscibile dal design e parte della stessa famiglia. Lo stesso vale per il packaging, l'artwork, il pos (punti vendita): tutto è progettato sotto un insieme di linee guida di stile strettamente garantite, che assicurano un prodotto degno di portare il logo Lelo. E ciò che stabilisce ogni attività del nostro brand come brand effettivo è la coerenza». Com'è il mercato in questo momento? «Ogni giorno l'industria dei sex toy assiste a un crescente atteggiamento positivo da parte dei propri consumatori, che stanno man mano accettando prodotti per la vita intima come parte della quotidianità. Il brand Lelo sta guidando questa propensione: i prodotti che progettiamo sono studiati per essere belli ed eleganti. Il mercato si sta espandendo periodicamente. Ci sono molte più persone attratte dalla curiosità di provare i sex toy e quest'ultimi stanno diventando sempre meno un tabù. Per questo, speriamo che il mercato dei sex toy e il mercato mainstream andranno di pari passo: al momento non sembra così irrealistico affermare che succederà entro i prossimi 20 anni (su certi aspetti sta già iniziando)». Parlare di sex toy è ancora visto come un tabù? «L'atteggiamento nei confronti dei sex toy sta cambiando. È un processo lento, ma stiamo assistendo a un "disgelo" nella concezione dell'intimità e della sessualità, così come parlare di sesso e piacere. Le persone stanno diventando più aperte, più curiose e più disponibili a scoprire nuovi piaceri». Qual è il cliente ideale Lelo? «Non esiste il cliente Lelo perfetto, vogliamo dare il meglio a chiunque sia interessato all'acquisto di un sex toy. Ogni prodotto può essere maggiormente adatto a un gruppo di persone, ma non esiste l'archetipo del cliente Lelo. Ci muoviamo su una fascia di età compresa tra 18 e 64 anni e la suddivisione tra acquirenti di sesso femminile e di sesso maschile è pressoché identica». Lelo pone grande attenzione nel design dei suoi prodotti. Come mai questa scelta? «Quando Lelo ha lanciato i suoi primi prodotti più di dieci anni fa, questi si sono distinti perché non assomigliavano ad alcuno dei sex toy fino ad allora conosciuti. Sembravano oggetti d'arte, ornamentali, eleganti e belli, come un pezzo di design o un'installazione artistica. Lo stile Lelo, miglioratosi nel tempo, si basa su linee sinuose e levigate, forme eleganti e seducenti. Se noi stessi non ci sorprendiamo, allora non stiamo facendo il nostro lavoro nel modo giusto». Qual è il futuro dei sex toy? «La natura dell'innovazione nell'industria dei sex toy è la stessa di ogni industria tecnologica: le tendenze sono dettate dal consumatore. In questo momento, c'è un trend verso sex toy molto più inclusivi e sessualmente progressivi. I prodotti non sono più giudicati solo su quanto siano piacevoli, ma su quanto sia positivo l'atteggiamento del brand che li ha creati. Speriamo che questa tendenza continui e cresca: i brand con messaggi positivi come Lelo perseguono l'obiettivo di abbattere i tradizionali tabù, un obiettivo davvero importante e impegnativo. In futuro, possiamo solo aspettarci che l'uomo e la tecnologia vivano in sinergia, intersecandosi sempre più. Un sex toy oggigiorno è già una connessione tra l'innovazione e l'uomo e nello specifico i sex toy Lelo sono molto più avanti rispetto alla maggior parte di altri prodotti dello stesso settore. Ci auguriamo che i sex toy diventino onnipresenti quasi come gli smartphone (o qualunque sia l'equivalente futuristico di uno smartphone)». Avete anche creato una linea di preservativi. Ci potete raccontare di più su questa scelta? «Ci sono due motivi principali per cui abbiamo deciso di sviluppare Lelo Hex. Innanzitutto, l'obiettivo era quello di iniziare una conversazione con il consumatore per confrontarsi con una realtà difficile: le malattie sessualmente trasmissibili (Mst) continuano a registrare allarmanti dati in crescita, più velocemente di quanto ci si immagini. Parte di ciò è dovuto al calo nell'uso del preservativo, in particolare tra i giovani. Questo ci porta al secondo obiettivo: creare un preservativo abbastanza attraente da incoraggiare le persone a ricominciare a usarlo. Perché il sesso sicuro può e dovrebbe essere bellissimo. Questo è quello che abbiamo fatto per anni a Lelo, e i preservativi Hex sono l'apice di questa esperienza. Il preservativo non è cambiato dall'introduzione del serbatoio 70 anni fa. Il problema è che il mercato dei preservativi è rimasto stabile per anni, senza alcuna pulsione all'innovazione. Le persone usano meno i preservativi, anche per una mancanza di innovazione concreta nel settore. Hex non è solo progettato per migliorare il sesso sicuro, ma è anche progettato per dare nuova vita al settore nel suo complesso». Quali sono i vostri best seller? «Ciò che è interessante nel portfolio di Lelo è che non c'è un singolo prodotto di spicco a livello globale. Tuttavia, l'anno scorso il più grande prodotto venduto è stato Sona: il primo massaggiatore clitorideo a onde soniche, con batteria ricaricabile via Usb, impermeabile e con tecnologia Cruise Control. Sona è completamente in silicone lucido, con linee sinuose: un prodotto innovativo nel settore. Nel mare degli stimolatori clitoridei, Lelo Sona si è distinto e ha avuto un grande successo quando è stato lanciato nell'ottobre del 2017, ottenendo consensi in tutto il mondo. È diventato ben presto un sex toy molto richiesto e apprezzato, ma ogni nostro cliente ha il proprio prodotto Lelo preferito». Qual è la vostra missione? «Lelo è un brand che unisce le persone: vicinanza, intimità, passione, sessualità, Lelo è tutto questo e molto altro. I nostri progetti offrono un quid in più a tutti coloro che cercano il piacere, in un mondo pervaso dall'ordinarietà. Mentre il mondo si spinge verso i limiti del sesso e della sessualità, Lelo continua a lottare contro i tabù, ponendo le basi su cui il consumatore potrà tracciare il proprio percorso. Il sesso è divertente. Ecco perché Lelo è un parco giochi per i più curiosi». M. Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sex-toys-2628359675.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="non-chiamatelo-sexy-shop-c-e-sex-sade-la-prima-fetish-boutique-d-italia" data-post-id="2628359675" data-published-at="1774832740" data-use-pagination="False"> Non chiamatelo sexy shop. C'è Sex Sade, la prima «fetish boutique» d'Italia Facebook Sex Sade Sex Sade è una piccola realtà milanese dalla lunga storia. Nasce nel 1998 come prima «fetish boutique» italiana, ben prima che milioni di donne sentissero parlare di Christian Grey e le sue 50 sfumature. Le titolari si chiamano Arianna e Martina e da anni collezionano clienti - e recensioni a cinque stelle - per il loro mondo ironico e cortese di raccontare un mondo che agli occhi di molti è ancora tabù. Sex Sade è una realtà unica, «una risposta alternativa alle esigenze delle persone che cercano qualcosa di irriverente, audace e divertente». Vi starete chiedendo cosa differenzi questo tipo di boutique da un sexy shop. La risposta è semplice: la clientela. Mentre i principali frequentatori dei secondi sono uomini alla ricerca di prodotti per l'autoerotismo, in una «fetish boutique» le clienti sono donne e i prodotti sono soprattutto destinati al rapporto di coppia. Per questo motivo tra gli oggetti in vendita si possono trovare costumi sexy, completi intimi più o meno aggressivi e qualsiasi tipo di sex o soft toy. In 17 anni il negozio è molto cambiato. Non in fatto di look, che rimane un po' vintage e fa l'occhiolino all'universo delle pin up, ma in merito all'offerta. Martina spiega infatti che inizialmente si trovavano a servire una clientela esperta nel bondage e quindi disposta a pagare per prodotti di qualità. È stato l'avvento di internet e la diffusione del concetto di feticismo che ha aiutato il negozio a vendere oggetti di generi diversi a prezzi decisamente più accessibili. È così che la clientela è aumentata - e ora spazia da adolescenti a donne più mature - e Sex Sade è diventata una delle «fetish boutique» di maggiore successo. Il loro segreto? Dare vita a un'ambiente dove chiunque possa sentirsi a proprio agio e, nonostante l'argomento trattato, evitare un linguaggio volgare. Quale messaggio lancia quindi Sex Sade alle loro clienti? «Nell'attuale periodo storico, dove noi donne siamo costantemente messe alla prova dai canoni che la società e i media ci impongono, siamo convinte che imparare a conoscere noi stesse, valorizzando il nostro aspetto e facendo trasparire con armonia le diverse sfumature di se, sia l'arma giusta per essere competitive. Ed è la sicurezza raggiunta, la chiave per sentirsi belle, autentiche e irresistibili».Mariella Baroli
Villa Cortine Palace
Sull’estrema propaggine arborea della penisola di Sirmione, fu il dono d’amore alla moglie tubercolotica del conte Von Koseritz, ministro del ducato germanico di Anhalt durante l’occupazione austriaca del Lombardo-Veneto. L’anima romantica della dimora vivacizza dal 1898 la compostezza neoclassica con l’armonia lussureggiante di un parco secolare di cinque ettari di conifere, palme, cipressi, cedri, rose e specchi d’acqua che riflettono il lago e il suo guardiano, il Monte Baldo. Un balsamo di bellezza che protegge l’anima e ricostituisce il fisico, ne era certo tanto il nobile proprietario tedesco, quanto il general manager Giacomo Grossi, che fa tesoro di questo «lusso intimo, personalizzato, autentico, contenuto e intriso di territorio».
La connotazione storica, l’importante presenza dell’enogastronomia e la connessione con il tessuto locale sono le cifre di affiliazione a R&c: «Lavoriamo sui dettagli che cesellano un soggiorno di valore a tutti i livelli dell’albergo e promuoviamo l’interazione con il circondario in modo naturale, dall’universo delle cantine locali, fonte della ricchezza culturale vitivinicola dell’area, al vivere il lago dalla barca», spiega il general manager. Nessuna innovazione roboante, dunque, ma radicamento alla verità locale senza forzature. Come Mina in sottofondo durante il pranzo al sole al Molo grill, sul pontile privato. O le note del pianoforte, che ritmavano le danze delle dame sul lucido marmo rosso veronese nelle soirées aristocratiche, e oggi allietano i brindisi sulle terrazze che riflettono la tavolozza delle onde e del cielo. I cocktail ispirati ai venti del lago e ai colori delle vetrate liberty del Koseritz var & vistrot sono «Ora», mix di gin, zafferano locale, sciroppo di miele, limone e Ferrari Perlé, e «Peler» all’olio del Garda. La premura nutre i desideri culinari degli ospiti nel salone verandato del ristorante Le Gardenie, riletto con grazia moderna dallo studio d’architettura Paterlini. Assomiglia a un museo dalla classicità solida ma ariosa, dove il taglio della luce scolpisce le proporzioni delle teste in gesso, a richiamo delle statue esterne, in dialogo con specchi e tavoli. Chef Mattia Bartoli impiatta la tradizionale pasta fresca e i prodotti di terra e lago con qualche goccia di mare. Gustare i tagliolini all’astice con lime e santoreggia e assistere alla preparazione al tavolo dei classici flambé, come la crêpe suzette all’arancia, significa vivere l’eleganza rituale dell’hôtellerie, scevra di formalità.
Giorno e notte, i protagonisti di affreschi, sculture, leggende e fontane di foggia toscana, come il Dio Nettuno e la personificazione del Monte Baldo, copia dal Colosso dell’Appennino del Giambologna, sussurrano allo staff le intenzioni degli ospiti. Desiderio comune è non interrompere l’idillio tra le mura dell’antica roccaforte romana - il nome Cortine deriva dalle Cortes a difesa della domus del I secolo a.C - prima di recarsi all’Opera, a una colazione veronese con gli attori o a bordo del motoscafo Riva per ammirare i profili scaligeri, le sequenze calcaree e la passeggiata delle Muse fino alle Grotte di Catullo; esperienze organizzate dalla struttura.
Adagiarsi nella contemplazione in un complesso artistico monumentale, che ospita anche un mulino medievale ad acqua in attività, è il vanto dell’albergo. Insieme al piacere di indugiare sul design che riverisce lo stile artigianale italiano, già di per sé un’esperienza culturale: mobili intarsiati, marmi venati policromi, chandelier veneziani, salotti rivestiti in prezioso raso dorato e velluto blu, parati Dedar e stampe degli elementi della villa sono i tesori delle suite recentemente rinfrescate. Info: www.relaischateaux.com.
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Robert Carsen
Parigi, 17 luglio 1794. Il Terrore regna, ma 16 donne che si lasciano decapitare senza un lamento levano il fiato alla folla accorsa per godersi l’ennesima esecuzione offerta dalla Rivoluzione francese. E continuano a interrogare il mondo dell’opera, che però, dal 1997, ha trovato una regia di riferimento. È quella del canadese Robert Carsen (classe 1954) che martedì 31 marzo, per la prima volta, la porterà al Regio di Torino, il teatro reduce dal trionfo del Macbeth di Giuseppe Verdi diretto da Riccardo Muti. Questa volta toccherà alla bacchetta franco-canadese di Yves Abel, mentre nel cast brilla il ritorno del soprano russo Ekaterina Bakanova (repliche fino al 12 aprile). «Per me è come se quella scena riaccadesse in questo momento», ci confida il regista durante una pausa. «È un lavoro del 1957, ma lo guardo come se fosse stato appena scritto. Il mio compito è far rivivere lo choc originale, non esporre un reperto da museo».
Il libretto è tratto dall’omonimo testo postumo di Georges Bernanos, inizialmente pensato per il cinema e a sua volta ispirato da L’ultima al patibolo di Gertrud von Le Fort. Lei da cosa iniziò a lavorare quasi 30 anni fa?
«Indagare sulla genesi è il primo passo. Cerco sempre le motivazioni profonde di chi ha scritto il testo e il background personale e storico di chi ha composto la musica. Poi però provo a dimenticare tutto. È l’unico modo per costruire un ponte tra l’opera e il pubblico del nostro tempo».
Dopo il successo degli esordi, Dialogues des carmélites finì nell’ombra, affossata dalla nomea di pagina «reazionaria», sia per il tema, sia per il linguaggio musicale che andava in direzione contraria alle avanguardie.
«Non ho mai pensato che fosse reazionaria, anzi fui io a farmi avanti con Pierre Audi quando guidava la Dutch National Opera di Amsterdam. È un’opera sulla fede, non c’è dubbio, ma non è necessario provenire dalla tradizione cristiano-cattolica per apprezzarla. Parla a tutti: a un islamico, a un ebreo, a un ateo... E ci conduce in un viaggio profondo nel travaglio interiore di Poulenc. Oltre alla strada accidentata che dovette percorrere per portare a termine questo lavoro, il compositore parigino affrontò una lotta durissima tra ciò in cui credeva e l’amore per il suo compagno, poi colpito da una terribile malattia che lo avrebbe condotto alla morte. Tutto questo scatenò nel compositore una crisi violenta che lo portò a identificarsi con la figura di Blanche».
La più piccola e indifesa delle martiri di Compiègne, l’unico personaggio di fantasia della vicenda. È lei l’«ultima al patibolo», Bianca dell’Agonia di Gesù, che prima fugge davanti al pericolo e poi, inaspettatamente, si presenta al cospetto del boia. Ogni volta che vede riaccadere questo sacrificio riesce a trovarne il senso?
«Blanche modifica la traiettoria della sua vita unendosi alle sorelle che stanno trasformando la loro esecuzione in un’offerta a Dio, per la Chiesa e per la Francia. È una scelta toccante anche per me. Dopo un’esistenza passata a scappare, qualcosa in lei cambia nel profondo».
Cosa intende dire?
«La Chiesa, che fino a quel momento era stata il suo rifugio dai pericoli, diventa il posto meno sicuro al mondo. Eppure in essa alla fine trova misteriosamente un luogo di pace. Senza la fede tutto questo non sarebbe spiegabile. Per quanto mi riguarda, mi ripeto spesso una domanda: perché andiamo a teatro a vedere delle persone che muoiono di continuo?».
Che risposta si dà?
«Ci aiuta a riflettere sulle nostre stesse vite, nelle quali è già implicita una condanna. La gioia dell’esistenza sta nel fatto che sicuramente ci verrà strappata. Non possiamo farci nulla, ma le esperienze altrui ci donano conforto».
Una testimonianza di fede riesce ancora a dire qualcosa all’uomo contemporaneo?
«Fede e santità, non dimentichiamoci che papa Francesco nel 2024 ha canonizzato le carmelitane scalze di Compiègne. Io credo che l’arte - in ogni sua forma - sia ciò che di divino abita nel nostro animo. Grazie a essa possiamo diventare parte di quel fiume di creatività che ci ha preceduto. Quella dell’uomo, in questo senso, è una sorta di meta-creazione. Parlando di Dialoghi delle carmelitane, amo l’idea di un’opera che non si concentri su emozioni di portata colossale, ma che sia più sottile».
Mi spieghi meglio.
«Il convenzionale elemento dell’amore erotico, che contraddistingue tutto il teatro musicale, per una volta è del tutto assente. C’è l’agape, l’amore per Dio, per la comunità e per il prossimo, ma non l’eros. Eppure Poulenc riesce a forgiare una forma musicale di straordinaria intensità passionale per indagare questi dialoghi e questi conflitti. Dai disaccordi nella famiglia di Blanche, alle prese con una giovane terrorizzata dalla realtà, alla comunità di suore dove convivono sensibilità diverse, fino alla totale incomprensione della folla e dei rivoluzionari nei confronti di questa esperienza religiosa, che viene annientata per rimuovere ogni traccia dell’ancien régime. Trovo che la struttura sia assolutamente moderna».
Le sue scelte registiche partono da qui?
«L’opera è analitica, sobria, astratta. Ho capito fin da subito che serviva una rappresentazione “a vista”, senza elementi scenografici che salgono e scendono, o che scorrono dentro e fuori dal palcoscenico. L’altro intento che avevo a cuore in questo allestimento è stato quello di rifuggire ogni forma di teatralità fine a sé stessa».
In scena non si vedono simboli religiosi.
«L’iconografia tipica di una chiesa o di un convento, se viene trasposta sul palco, perde la sua essenza e si riduce a elemento scenico. Non volevo nulla che potesse interferire con la manifestazione autentica e concreta della fede di queste sorelle: la loro dedizione a Dio, al lavoro e alla preghiera. È questo l’aspetto fondamentale che il pubblico deve percepire, cercando di condividere, almeno per un istante, l’esperienza di questa comunità».
C’è un passaggio del libretto che secondo lei è illuminante per capire tutto il resto?
«Bernanos mette in dialogo Constance e Blanche. La prima ha un approccio alla vita gioioso, quasi ingenuo nella sua semplicità, ma che possiede al contempo una visione affascinante. È lei a chiedersi se la morte della Madre superiora sia avvenuta affinché qualcun altro potesse affrontare una fine più serena».
Bianca non capisce.
«All’inizio ne rimane profondamente inorridita, non comprende come si possa morire per gli altri. Eppure Constance le sta indicando ciò che Gesù Cristo ha fatto per l’umanità».
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Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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