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2025-04-21
I sette giorni che rivoluzioneranno la finanza italiana
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Il palazzo che ospita la sede di Mediobanca in piazzetta Cuccia a Milano (Ansa)
In sette giorni, si giocano contemporaneamente due partite che, sebbene distinte, sono profondamente connesse e determineranno il futuro assetto del credito, dell’investimento e delle alleanze strategiche nel Paese. Ci sarà una coda il 30 aprile con l’assemblea della Banca Popolare di Sondrio da cui emergerà l’orientamento dei soci in ordine all’Ops lanciata dai cugini di Bper. Il governo ha appena dato il via libera e le due banche hanno Unipol come azionista di riferimento. Unipol.
Difficile pensare a un fallimento. Sullo sfondo c’è l’Opas di Banca Ifis su Illimity Bank che, viste le condizioni in cui si trova l’istituto fondato da Corrado Passera somiglia molto ad un salvataggio. Poi a luglio ci sarà l’Opa di Mps su Mediobanca. Ma si tratta di un capitolo delicato che merita un capitolo a parte. Così i riflettori del risiko si concentrano sull’asse Milano-Trieste. Tra il possibile naufragio dell’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit su Banco Bpm e l’assemblea di Generali per il rinnovo della governance, si ridefinisce l’equilibrio del potere finanziario italiano. Il primo snodo, attesissimo, è fissato per mercoledì 23 aprile, data cruciale per Unicredit, chiamata a decidere se andare avanti o meno con l’Ops su Banco Bpm. Il governo ha dato il via libera all’operazione, ma ha imposto condizioni stringenti attraverso il meccanismo della golden power, che rischiano di svuotare l’offerta di valore strategico e finanziario. In particolare, tra i paletti imposti vi è l’obbligo di una completa uscita dal mercato russo entro nove mesi — un passaggio delicatissimo, se non impraticabile, data la complessità delle condizioni geopolitiche e normative sul campo. Unicredit ha già ridotto significativamente le proprie attività in Russia, ma non ha ancora completato la dismissione in attesa di sviluppi legati al conflitto tra Mosca e Kiev. L’ordine del governo è di vendere la filiale moscovita entro nove mesi. Scadenza assai difficile da rispettare considerando che l’eventuale dismissione dovrà essere approvata anche dal governo russo Una vendita obbligata normalmente incide negativamente sul prezzo.
Come andrà a finire visto che sarà il Cremlino a dire l’ultima parola in mani a chi finiranno gli otto miliardi di depositi? Che cosa finanzieranno? Traffico d’armi, narcotraffico? In questo contesto, la proposta di Unicredit — già percepita dai mercati come poco allettante, con uno sconto implicito del 5% sul valore di mercato — appare sempre più fragile. L’offerta ufficialmente partirà il 28 aprile e si chiuderà il 23 giugno, ma la banca guidata da Andrea Orcel ha tempo fino al 30 giugno per decidere un eventuale ritiro. Una cosa è certa: senza un rilancio da parte di Uncredit l’offerta è destinata al fallimento perché alle attuali condizioni di mercato non c’è alcun interesse ad aderire
«L'operazione deve avere senso da un punto di vista di creazione di valore, altrimenti non la faremo», ha dichiarato Orcel, lasciando intendere che la probabilità di un passo indietro è concreta, specie dopo il freddo rigetto da parte del consiglio di amministrazione di Banco Bpm, che si esprimerà definitivamente proprio tra il 23 e il 24 aprile.
Ed è proprio il 24 aprile che andrà in scena un’altra tappa fondamentale di questa settimana decisiva: l’assemblea di Generali a Trieste, in cui gli azionisti saranno chiamati a rinnovare il consiglio d’amministrazione. Sul tavolo c’è la conferma o meno del tandem composto dal presidente Andrea Sironi e dall’ad Philippe Donnet. Mediobanca ha presentato l’unica lista di maggioranza, mentre la minoranza guidata da Francesco Gaetano Caltagirone si oppone, criticando l’operazione con Natixis. Decisivi saranno i grandi fondi, che hanno già lasciato intendere di essere favorevoli alla continuità, ma in uno scenario così polarizzato, nulla può essere dato per scontato. Non va dimenticato che anche Unicredit ha un ruolo rilevante in questa partita, possedendo il 5% del capitale di Generali, una quota che le consente di esercitare un peso non indifferente nella composizione del nuovo board. Vista la situazione Orcel potrebbe decidere di schierare le sue azioni a fianco di Mediobanca per marcare una distanza rispetto alla cordata Delfin-Caltagirone considerata molto vicina ad un governo che in casa Unicredit considerano ostile. Questa settimana segna dunque un punto di svolta storico per il settore bancario italiano. Non è solo una questione di operazioni finanziarie o rinnovi di governance: è in discussione l’intero modello di controllo e sviluppo del sistema creditizio nazionale. I riflettori sono puntati su due eventi che, con ogni probabilità, determineranno nuove gerarchie tra i colossi bancari, assicurativi e di gestione del risparmio. Si chiude un ciclo iniziato con le grandi aggregazioni degli anni Duemila e si apre una nuova stagione, in cui la presenza dello Stato, le logiche geopolitiche e la pressione dei fondi internazionali giocheranno un ruolo sempre più centrale.
Dal 23 al 30 aprile, il sistema finanziario italiano affronta il suo banco di prova più grande da quasi novant’anni. E all’orizzonte non c’è solo il cambiamento: c’è la possibilità concreta di una vera rifondazione.
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La settimana che si apre domani sui mercati rappresenta un momento di svolta per il sistema bancario e finanziario italiano. Ops e contro Ops, assemblee bollenti. Una trasformazione che per profondità e rapidità di esecuzione ha come precedente solo la riforma bancaria del 1936 che portò alla nascita di Comit, Credit e Banco di Roma.In sette giorni, si giocano contemporaneamente due partite che, sebbene distinte, sono profondamente connesse e determineranno il futuro assetto del credito, dell’investimento e delle alleanze strategiche nel Paese. Ci sarà una coda il 30 aprile con l’assemblea della Banca Popolare di Sondrio da cui emergerà l’orientamento dei soci in ordine all’Ops lanciata dai cugini di Bper. Il governo ha appena dato il via libera e le due banche hanno Unipol come azionista di riferimento. Unipol.Difficile pensare a un fallimento. Sullo sfondo c’è l’Opas di Banca Ifis su Illimity Bank che, viste le condizioni in cui si trova l’istituto fondato da Corrado Passera somiglia molto ad un salvataggio. Poi a luglio ci sarà l’Opa di Mps su Mediobanca. Ma si tratta di un capitolo delicato che merita un capitolo a parte. Così i riflettori del risiko si concentrano sull’asse Milano-Trieste. Tra il possibile naufragio dell’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit su Banco Bpm e l’assemblea di Generali per il rinnovo della governance, si ridefinisce l’equilibrio del potere finanziario italiano. Il primo snodo, attesissimo, è fissato per mercoledì 23 aprile, data cruciale per Unicredit, chiamata a decidere se andare avanti o meno con l’Ops su Banco Bpm. Il governo ha dato il via libera all’operazione, ma ha imposto condizioni stringenti attraverso il meccanismo della golden power, che rischiano di svuotare l’offerta di valore strategico e finanziario. In particolare, tra i paletti imposti vi è l’obbligo di una completa uscita dal mercato russo entro nove mesi — un passaggio delicatissimo, se non impraticabile, data la complessità delle condizioni geopolitiche e normative sul campo. Unicredit ha già ridotto significativamente le proprie attività in Russia, ma non ha ancora completato la dismissione in attesa di sviluppi legati al conflitto tra Mosca e Kiev. L’ordine del governo è di vendere la filiale moscovita entro nove mesi. Scadenza assai difficile da rispettare considerando che l’eventuale dismissione dovrà essere approvata anche dal governo russo Una vendita obbligata normalmente incide negativamente sul prezzo.Come andrà a finire visto che sarà il Cremlino a dire l’ultima parola in mani a chi finiranno gli otto miliardi di depositi? Che cosa finanzieranno? Traffico d’armi, narcotraffico? In questo contesto, la proposta di Unicredit — già percepita dai mercati come poco allettante, con uno sconto implicito del 5% sul valore di mercato — appare sempre più fragile. L’offerta ufficialmente partirà il 28 aprile e si chiuderà il 23 giugno, ma la banca guidata da Andrea Orcel ha tempo fino al 30 giugno per decidere un eventuale ritiro. Una cosa è certa: senza un rilancio da parte di Uncredit l’offerta è destinata al fallimento perché alle attuali condizioni di mercato non c’è alcun interesse ad aderire «L'operazione deve avere senso da un punto di vista di creazione di valore, altrimenti non la faremo», ha dichiarato Orcel, lasciando intendere che la probabilità di un passo indietro è concreta, specie dopo il freddo rigetto da parte del consiglio di amministrazione di Banco Bpm, che si esprimerà definitivamente proprio tra il 23 e il 24 aprile.Ed è proprio il 24 aprile che andrà in scena un’altra tappa fondamentale di questa settimana decisiva: l’assemblea di Generali a Trieste, in cui gli azionisti saranno chiamati a rinnovare il consiglio d’amministrazione. Sul tavolo c’è la conferma o meno del tandem composto dal presidente Andrea Sironi e dall’ad Philippe Donnet. Mediobanca ha presentato l’unica lista di maggioranza, mentre la minoranza guidata da Francesco Gaetano Caltagirone si oppone, criticando l’operazione con Natixis. Decisivi saranno i grandi fondi, che hanno già lasciato intendere di essere favorevoli alla continuità, ma in uno scenario così polarizzato, nulla può essere dato per scontato. Non va dimenticato che anche Unicredit ha un ruolo rilevante in questa partita, possedendo il 5% del capitale di Generali, una quota che le consente di esercitare un peso non indifferente nella composizione del nuovo board. Vista la situazione Orcel potrebbe decidere di schierare le sue azioni a fianco di Mediobanca per marcare una distanza rispetto alla cordata Delfin-Caltagirone considerata molto vicina ad un governo che in casa Unicredit considerano ostile. Questa settimana segna dunque un punto di svolta storico per il settore bancario italiano. Non è solo una questione di operazioni finanziarie o rinnovi di governance: è in discussione l’intero modello di controllo e sviluppo del sistema creditizio nazionale. I riflettori sono puntati su due eventi che, con ogni probabilità, determineranno nuove gerarchie tra i colossi bancari, assicurativi e di gestione del risparmio. Si chiude un ciclo iniziato con le grandi aggregazioni degli anni Duemila e si apre una nuova stagione, in cui la presenza dello Stato, le logiche geopolitiche e la pressione dei fondi internazionali giocheranno un ruolo sempre più centrale.Dal 23 al 30 aprile, il sistema finanziario italiano affronta il suo banco di prova più grande da quasi novant’anni. E all’orizzonte non c’è solo il cambiamento: c’è la possibilità concreta di una vera rifondazione.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.