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2019-05-02
Le cinque serie tv più attese dell'estate
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Ansa
Bernardo Bertolucci era solito dire che il cinema, al giorno d'oggi, lo si può trovare con maggiore facilità in una serie televisiva anziché nel buio di una sala. La qualità, diceva, che convoglia nei prodotti formato tv non ha alcun corrispettivo a Hollywood. Non più. Perciò, amava Breaking Bad e Mad Men, seguiva House of Cards con la trepidazione di un fan qualsiasi. Bernardo Bertolucci adorava le serie televisive, piccole opere di letteratura che, al pari di un bel romanzo, tornano con il primo caldo per alleviare le pene di un'estate in città. Da Netflix a Sky, sono diverse le serie televisive che prenderanno il via tra maggio e i mesi estivi. Cinque, però, sono quelle che nemmeno Bertolucci avrebbe voluto perdere.
Catch-22
Catch-22 è l'adattamento del romanzo omonimo che Joseph Heller scrisse nei primi anni Sessanta. Come il libro dal quale è tratto, racconta la storia di un giovane bombardiere dell'aviazione americana, John Yossarian (Christopher Abbott), costretto, durante la seconda guerra mondiale, a scegliere tra la propria dignità di soldato e la truffa. Le missioni, sul fronte italiano, sembrano non finire mai. E a ogni richiesta di congedo, puntuale, arriva l'ordine di un ultimo volo, in una spirale infinita che solo l'infermità mentale potrebbe spezzare. Potrebbe, però, perché nel romanzo di Heller, che durante la seconda guerra mondiale è stato soldato, esiste un tranello. Il Comma 22 al quale un militare potrebbe appellarsi per essere riconosciuto pazzo e ottenere con ciò il congedo nasconde un paradosso. Chiunque si dica pazzo, pazzo non potrà essere, perché solo un vero pazzo vorrebbe continuare a volare.
Yossarian, dunque, dovrà fare altrimenti, ma, delle cinque puntate previste dalla serie Sky Original, al via su Sky Atlantic il prossimo 21 maggio, non è la strategia del bombardiere a destare l'interesse maggiore. È George Clooney. Il premio Oscar, che nella storia ha una particina, è insieme produttore e regista di Catch-22. Una serie per la quale l'hype è alle stesse, anche perché Clooney, accanto a sé, ha voluto tra gli altri Giancarlo Giannini e Hugh Laurie.
Chernobyl
Nessun romanzo, questa volta, ma la storia a fare da guida. Chernobyl, in esclusiva su Sky a partire dal 10 giugno prossimo, è una serie documento, atta a ricostruire la più grande catastrofe nucleare che il mondo ricordi. A 33 anni dal disastro ucraino, avvenuto a 120 chilometri da Kiev il 26 aprile 1986, sono state Sky e Hbo a decidere di affidare alla narrazione televisiva la cronaca di quegli eventi. La serie tv dovrà, perciò, ricostruire il come e il perché di quanto accaduto nella centrale nucleare, raccontando, insieme, le storie straordinarie di quegli eroi comuni che, all'indomani della tragedia, hanno rischiato la vita per limitarne la portata. Fallimento e nobiltà umano dovranno coesistere, l'una al fianco dell'altra in una produzione nella quale Jared Harris, già caro a Bertolucci per il suo ruolo in Mad Men, è stato chiamato a interpretare Valery Legasov, lo scienziato sovietico scelto dal Cremlino per indagare sull'incidente. Al proprio fianco l'attore ha poi avuto un cast d'eccezione. Stellan Skarsgård si è calato nei panni di Boris Shcherbina, l'uomo messo a capo della commissione governativa istituita dal Cremlino nelle prime ore successive al disastro, mentre Emily Watson è stata scelta per dare un volto a Ulana Khomyuk, la fisica nucleare sovietica impegnata a risolvere il mistero che, in quell'aprile 1986, ha portato al disastro.
Dark 2
Dark, la cui seconda stagione debutterà online il 21 giugno prossimo, è la testimonianza più vivida di come Netflix abbia allargato il mercato televisivo. A produrla, infatti, non è stata qualche blasonata casa americana, ma una casa tedesca. Un'azienda sconosciuta, che nel cast ha messo attori sconosciuti, gente che fuori dai confini nazionali non avrebbe un volto e nemmeno un nome. Eppure, quella serie altrimenti ignota s'è rivelata un gioiellino. Al centro di Dark c'è una storia cupa, di destini incrociati, esperimenti e omicidi. E c'è il tempo, la teoria del relativismo, una grotta all'interno della quale confluiscono le dimensioni che l'uomo ha imparato a conoscere come passato, presente e futuro. In Dark, prima stagione, il futuro è stato appena accennato e tutto s'è risolto in un continuo viaggiare tra il passato e il trapassato, nel disperato tentativo di dare un senso al presente spiegando la cruenta scia di morte che ha colpito una cittadina tedesca e quattro delle famiglie che l'abitano. In Dark, seconda stagione, i confini promettono di ampliarsi fino a toccare il futuro. Sempre, però, con la speranza di aggiustare il presente e far sì che i loschi figuri introdotti nel finale della stagione passata non arrivino a controllare i viaggi nel tempo.
Big little lies 2
Big little lies è una di quelle serie che, ad una prima quanto veloce occhiata, potrebbero sembrare prettamente femminili. Ci sono quattro madri, piccoli drammi familiari, Reese Whiterspoon con la gonna a fiori e Nicole Kidman, prigioniera di quella sua immagine da moglie perfetta. L'estetica è quella di un prodotto atto a sollazzare gruppi di donne, più e meno adulte. E qui sta il genio di Big little lies. La serie, la cui seconda stagione debutterà su Sky Atlantic nei primi giorni di giugno, è un giallo intriso di elementi psicologici. Un giallo, la cui prima stagione si è chiusa con la morte di un marito violento e l'omertà delle quattro madri amiche, colpevoli di aver dato all'uomo la spinta fatale. Un giallo che, nella seconda stagione della serie, dovrebbe dilungarsi sulle indagini, restituendo però tutto il tormento interiore delle donne. Le quattro hanno da nascondere un omicidio, a se stesse e alle proprie famiglie, alla comunità di Monterey, piccola perla californiana, e alla madre del morto, giunta in città per fare chiarezza. La madre, novità di Big little lies 2, nient'altro è se non Meryl Streep, aggiunta blasonata ad un cast d'eccezione. Oltre alla Whiterspoon e alla Kidman, la serie Sky vede tra i protagonisti Zoe Isabella Kravitz, straordinaria figlia di Lenny, e Alexander Skarsgård, interprete del picchiatore morto.
La casa di carta 3
È l'ultima, in linea temporale, a fare il proprio debutto. Ma, forse, è la più attesa delle cinque. La casa di carta 3, terzo atto della serie Netflix che si è trasformata in mania, arriverà online il 19 luglio prossimo, raccontando quanto successo al gruppo di scapestrati che ha beffato la Spagna, e pure il mondo. La serie, una produzione iberica, s'è chiesta se un manipolo di delinquenti guidato da una mente geniale, Il Professore, avrebbe mai potuto rapinare la Zecca di Stato. Senza morti, senza violenza. Come moderni Robin Hood, decisi ad accattivarsi la simpatia del popolo spagnolo. La risposta è arrivata solo con il finale della seconda stagione, quando la banda, provata dagli imprevisti che l'assedio s'è portato appresso, ha preso la via della fuga. Il colpo è riuscito e cosa attenda questi ladri divenuti eroi è compito della terza stagione spiegarlo. Ma, mentre gli affezionati de La casa di carta se ne stanno buoni, in trepidante attesa, i detrattori non si danno pace. Qualcuno s'è lanciato contro la serie. "Gentista", l'ha definita, lamentando un eccessivo populismo. Una sorta di demagogia in nome della quale verrebbe turlupinato un pubblico caprone, provato dalla crisi economica. La casa di carta sarebbe un'operazione furba, studiata per ingolosire chi ha fame di riscatto. E sia pure, se tanto basta a tacere le polemiche. Per noi, La casa di carta è un gioiello: la prima serie, dopo tante, a meritare il cosiddetto binge-watching, una puntata via l'altra, in una maratona resa più familiare da suono (inaspettato) di Bella Ciao.
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Tra maggio e giugno partono su Sky Catch-22, che segna il debutto alla regia televisiva di George Clooney, Chernobyl e Big little lies 2, dove la new entry si chiama Meryl Streep. Su Netflix, invece, c'è grande attesa per la terza stagione della serie La casa di carta e per il secondo capitolo di Dark. Lo speciale contiene il trailer e l'approfondimento per ciascuna serie tv. Bernardo Bertolucci era solito dire che il cinema, al giorno d'oggi, lo si può trovare con maggiore facilità in una serie televisiva anziché nel buio di una sala. La qualità, diceva, che convoglia nei prodotti formato tv non ha alcun corrispettivo a Hollywood. Non più. Perciò, amava Breaking Bad e Mad Men, seguiva House of Cards con la trepidazione di un fan qualsiasi. Bernardo Bertolucci adorava le serie televisive, piccole opere di letteratura che, al pari di un bel romanzo, tornano con il primo caldo per alleviare le pene di un'estate in città. Da Netflix a Sky, sono diverse le serie televisive che prenderanno il via tra maggio e i mesi estivi. Cinque, però, sono quelle che nemmeno Bertolucci avrebbe voluto perdere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/serie-tv-2635906708.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="catch-22" data-post-id="2635906708" data-published-at="1774634963" data-use-pagination="False"> Catch-22 Catch-22 è l'adattamento del romanzo omonimo che Joseph Heller scrisse nei primi anni Sessanta. Come il libro dal quale è tratto, racconta la storia di un giovane bombardiere dell'aviazione americana, John Yossarian (Christopher Abbott), costretto, durante la seconda guerra mondiale, a scegliere tra la propria dignità di soldato e la truffa. Le missioni, sul fronte italiano, sembrano non finire mai. E a ogni richiesta di congedo, puntuale, arriva l'ordine di un ultimo volo, in una spirale infinita che solo l'infermità mentale potrebbe spezzare. Potrebbe, però, perché nel romanzo di Heller, che durante la seconda guerra mondiale è stato soldato, esiste un tranello. Il Comma 22 al quale un militare potrebbe appellarsi per essere riconosciuto pazzo e ottenere con ciò il congedo nasconde un paradosso. Chiunque si dica pazzo, pazzo non potrà essere, perché solo un vero pazzo vorrebbe continuare a volare. Yossarian, dunque, dovrà fare altrimenti, ma, delle cinque puntate previste dalla serie Sky Original, al via su Sky Atlantic il prossimo 21 maggio, non è la strategia del bombardiere a destare l'interesse maggiore. È George Clooney. Il premio Oscar, che nella storia ha una particina, è insieme produttore e regista di Catch-22. Una serie per la quale l'hype è alle stesse, anche perché Clooney, accanto a sé, ha voluto tra gli altri Giancarlo Giannini e Hugh Laurie. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/serie-tv-2635906708.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="chernobyl" data-post-id="2635906708" data-published-at="1774634963" data-use-pagination="False"> Chernobyl Nessun romanzo, questa volta, ma la storia a fare da guida. Chernobyl, in esclusiva su Sky a partire dal 10 giugno prossimo, è una serie documento, atta a ricostruire la più grande catastrofe nucleare che il mondo ricordi. A 33 anni dal disastro ucraino, avvenuto a 120 chilometri da Kiev il 26 aprile 1986, sono state Sky e Hbo a decidere di affidare alla narrazione televisiva la cronaca di quegli eventi. La serie tv dovrà, perciò, ricostruire il come e il perché di quanto accaduto nella centrale nucleare, raccontando, insieme, le storie straordinarie di quegli eroi comuni che, all'indomani della tragedia, hanno rischiato la vita per limitarne la portata. Fallimento e nobiltà umano dovranno coesistere, l'una al fianco dell'altra in una produzione nella quale Jared Harris, già caro a Bertolucci per il suo ruolo in Mad Men, è stato chiamato a interpretare Valery Legasov, lo scienziato sovietico scelto dal Cremlino per indagare sull'incidente. Al proprio fianco l'attore ha poi avuto un cast d'eccezione. Stellan Skarsgård si è calato nei panni di Boris Shcherbina, l'uomo messo a capo della commissione governativa istituita dal Cremlino nelle prime ore successive al disastro, mentre Emily Watson è stata scelta per dare un volto a Ulana Khomyuk, la fisica nucleare sovietica impegnata a risolvere il mistero che, in quell'aprile 1986, ha portato al disastro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/serie-tv-2635906708.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="dark-2" data-post-id="2635906708" data-published-at="1774634963" data-use-pagination="False"> Dark 2 Dark, la cui seconda stagione debutterà online il 21 giugno prossimo, è la testimonianza più vivida di come Netflix abbia allargato il mercato televisivo. A produrla, infatti, non è stata qualche blasonata casa americana, ma una casa tedesca. Un'azienda sconosciuta, che nel cast ha messo attori sconosciuti, gente che fuori dai confini nazionali non avrebbe un volto e nemmeno un nome. Eppure, quella serie altrimenti ignota s'è rivelata un gioiellino. Al centro di Dark c'è una storia cupa, di destini incrociati, esperimenti e omicidi. E c'è il tempo, la teoria del relativismo, una grotta all'interno della quale confluiscono le dimensioni che l'uomo ha imparato a conoscere come passato, presente e futuro. In Dark, prima stagione, il futuro è stato appena accennato e tutto s'è risolto in un continuo viaggiare tra il passato e il trapassato, nel disperato tentativo di dare un senso al presente spiegando la cruenta scia di morte che ha colpito una cittadina tedesca e quattro delle famiglie che l'abitano. In Dark, seconda stagione, i confini promettono di ampliarsi fino a toccare il futuro. Sempre, però, con la speranza di aggiustare il presente e far sì che i loschi figuri introdotti nel finale della stagione passata non arrivino a controllare i viaggi nel tempo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/serie-tv-2635906708.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="big-little-lies-2" data-post-id="2635906708" data-published-at="1774634963" data-use-pagination="False"> Big little lies 2 Big little lies è una di quelle serie che, ad una prima quanto veloce occhiata, potrebbero sembrare prettamente femminili. Ci sono quattro madri, piccoli drammi familiari, Reese Whiterspoon con la gonna a fiori e Nicole Kidman, prigioniera di quella sua immagine da moglie perfetta. L'estetica è quella di un prodotto atto a sollazzare gruppi di donne, più e meno adulte. E qui sta il genio di Big little lies. La serie, la cui seconda stagione debutterà su Sky Atlantic nei primi giorni di giugno, è un giallo intriso di elementi psicologici. Un giallo, la cui prima stagione si è chiusa con la morte di un marito violento e l'omertà delle quattro madri amiche, colpevoli di aver dato all'uomo la spinta fatale. Un giallo che, nella seconda stagione della serie, dovrebbe dilungarsi sulle indagini, restituendo però tutto il tormento interiore delle donne. Le quattro hanno da nascondere un omicidio, a se stesse e alle proprie famiglie, alla comunità di Monterey, piccola perla californiana, e alla madre del morto, giunta in città per fare chiarezza. La madre, novità di Big little lies 2, nient'altro è se non Meryl Streep, aggiunta blasonata ad un cast d'eccezione. Oltre alla Whiterspoon e alla Kidman, la serie Sky vede tra i protagonisti Zoe Isabella Kravitz, straordinaria figlia di Lenny, e Alexander Skarsgård, interprete del picchiatore morto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/serie-tv-2635906708.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="la-casa-di-carta-3" data-post-id="2635906708" data-published-at="1774634963" data-use-pagination="False"> La casa di carta 3 È l'ultima, in linea temporale, a fare il proprio debutto. Ma, forse, è la più attesa delle cinque. La casa di carta 3, terzo atto della serie Netflix che si è trasformata in mania, arriverà online il 19 luglio prossimo, raccontando quanto successo al gruppo di scapestrati che ha beffato la Spagna, e pure il mondo. La serie, una produzione iberica, s'è chiesta se un manipolo di delinquenti guidato da una mente geniale, Il Professore, avrebbe mai potuto rapinare la Zecca di Stato. Senza morti, senza violenza. Come moderni Robin Hood, decisi ad accattivarsi la simpatia del popolo spagnolo. La risposta è arrivata solo con il finale della seconda stagione, quando la banda, provata dagli imprevisti che l'assedio s'è portato appresso, ha preso la via della fuga. Il colpo è riuscito e cosa attenda questi ladri divenuti eroi è compito della terza stagione spiegarlo. Ma, mentre gli affezionati de La casa di carta se ne stanno buoni, in trepidante attesa, i detrattori non si danno pace. Qualcuno s'è lanciato contro la serie. "Gentista", l'ha definita, lamentando un eccessivo populismo. Una sorta di demagogia in nome della quale verrebbe turlupinato un pubblico caprone, provato dalla crisi economica. La casa di carta sarebbe un'operazione furba, studiata per ingolosire chi ha fame di riscatto. E sia pure, se tanto basta a tacere le polemiche. Per noi, La casa di carta è un gioiello: la prima serie, dopo tante, a meritare il cosiddetto binge-watching, una puntata via l'altra, in una maratona resa più familiare da suono (inaspettato) di Bella Ciao.
Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 marzo 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo le prospettive della guerra in Iran.
Noelia (iStock)
Sono seguiti due anni di battaglie, di ricorsi e udienze. Alla fine l’Alta corte catalana, la Corte costituzionale spagnola e pure la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso che Noelia, ancora giovanissima e con disturbi psichici, poteva liberamente scegliere di suicidarsi medicalmente. Nell’intervista concessa al programma Y ahora Sonsoles di Antena 3, Noelia ha voluto spiegare le sue ragioni: «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». Nella stessa conversazione, la ragazza dice di essersi sentita «sola per tutta la vita», spiega che non le «piace la direzione che sta prendendo il mondo». Dice di avere dolori cronici ma aggiunge anche: «Non sono costretta a letto; mi lavo e mi trucco da sola».
Che soffra non vi è dubbio. Il problema è che secondo le perizie a cui è stata sottoposta nel tempo Noelia presenta sintomi depressivi cronici nonché un disturbo dell’adattamento con sintomi di ansia e depressione. È dimostrato poi che soffra di disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) e disturbo borderline di personalità. Eppure tutto questo, per i giudici spagnoli, non compromette la sua capacità decisionale. Noi non abbiamo certo le competenze per sostituirci a psichiatri e giuristi, e non vogliamo nemmeno permetterci di giudicare chi ha trascorso anni e anni nella sofferenza, prima morale e poi fisica. Sappiamo che importanti associazioni come Christian Lawyers hanno presentato vari e fondati ricorsi, tirando in ballo anche i conflitti di interessi di alcuni decisori spagnoli, la corruzione e la falsificazione di documenti, e in alcuni casi hanno anche ottenuto ragione dalle corti, senza che questo bastasse per impedire la morte di Noelia. Possiamo concludere che di sicuro si tratta di un caso che presenta diverse ombre, non tutte fugate in questi anni dalle autorità ispaniche.
Ma ancora prima di esaminare le carte giudiziarie e di sindacare su torti e ragioni ci sono altre e più pressanti considerazioni da fare, in larga parte riassunte dalla Conferenza episcopale spagnola. «Contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette una accumulazione di sofferenze personali e carenze istituzionali, che interpellano tutta la società», dicono i vescovi in una nota, sostenendo che la situazione della ragazza «non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale». Per i vescovi spagnoli, «l’eutanasia e il suicidio assistito non solo solo un atto medico, ma la rottura deliberata del legame di cura e costituiscono una sconfitta sociale. Non siamo di fronte a una malattia terminale, ma a ferite profonde che richiedono attenzione, trattamento e speranza. Ignorare questo significherebbe ridurre la dignità umana, che non dipende dallo stato di salute o dall’autonomia. La risposta al dolore non può essere provocare la morte, ma offrire vicinanza, accompagnamento e sostegno integrale».
Sono frasi delicate e dolenti che non si possono non condividere. È mostruoso pensare che la civiltà che si vanta delle sue strepitose conquiste tecnologiche e umane non sia in grado di sostenere una ragazza sofferente ma giovane, che non sappia alleviare il suo dolore - spirituale prima che fisico - e se la cavi soltanto consentendole di levarsi di mezzo per sempre. La tragedia di Noelia è la storia di un fallimento che inizia con l’allontanamento dai genitori e si conclude con il suicidio istituzionalizzato. Noelia non era malata terminale. Lo è la società che la accompagnata così presto alla fine.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.