2023-11-24
Giudici contro i diktat
(Getty Images)
Annullate le sospensioni dei portuali a Trieste
Il 26 ottobre, i portuali di Trieste hanno ricevuto giustizia. Ricordate la protesta del 15 ottobre 2021, quando migliaia di cittadini raggiunsero il capoluogo friulano per manifestare contro l’obbligo di Green pass? Le Forze dell’ordine usarono la mano pensante sugli operai che presidiavano lo scalo navale. Utilizzarono persino gli idranti. Al leader dei portuali, Stefano Puzzer, sarebbe stato comminato anche un Daspo: aveva osato allestire un banchetto abusivo in piazza del Popolo, a Roma, con le foto del Papa e di Mario Draghi, per esprimere il proprio dissenso verso il passaporto vaccinale. L’assenza dal lavoro dei suoi colleghi fu ritenuta ingiustificata da parte dell’azienda. Ma il giudice del lavoro di Trieste, Paolo Ancora, ha annullato le sospensioni disposte dalla ditta, costate altrettante trattenute dallo stipendio. Il legale degli undici portuali coinvolti, Nicola Sponzi, alla Verità ha parlato di «vittoria agrodolce». In primis, perché i provvedimenti disciplinari erano parsi da subito eccessivi; in più, perché «non c’è casistica», almeno non prima degli anni Settanta, di misure imposte per punire severamente uno sciopero. «Ci hanno accusato di aver organizzato manifestazioni non autorizzate», ha lamentato l’avvocato, «ma non erano manifestazioni, era uno sciopero! Che poi migliaia di cittadini siano giunti da tutta Italia per darci sostegno, non è certo imputabile» ai dipendenti poi sospesi. Così come non era colpa dei no pass se, nonostante l’elevatissima percentuale di vaccinati, i contagi da Covid continuassero a galoppare. Il sindaco forzista di Trieste se la prese proprio con i sit in dei portuali, ignorando l’effetto che potevano aver avuto le adunate in occasione della Barcolana, abituale e frequentatissima rassegna velistica triestina.
Militare senza pass: non luogo a procedere
Andrea Cruciani è il gup del tribunale militare di Napoli che ha sfidato le leggi del governo Draghi sull’obbligo vaccinale. Lo scorso 13 marzo ha stabilito il non luogo a procedere per un soldato che era entrato in caserma pur non essendo vaccinato e, dunque, non avendo il Green pass. Secondo il magistrato, la presenza fisica di quell’uomo in divisa non costituiva un pericolo, visto che anche i vaccinati potevano contagiare e contagiarsi. A ben vedere, «l’idoneità dei vaccini» a schermare dal virus si era «di fatto rivelata prossima allo zero». In più, militare aveva agito «in stato di necessità», cioè per proteggersi dai potenziali effetti collaterali dei farmaci anti Covid. Cruciani ha sferzato le sentenze della Consulta che hanno salvato l’iniezione coatta imposta da Mr Bce, sottolineando anche che considerare tollerabile la sospensione dello stipendio dava adito a un’interpretazione «esasperatamente formalistica e cinica», tale da svilire «la centralità che la stessa Costituzione attribuisce al lavoro». Poche settimane prima, il 20 febbraio, la Corte aveva dato ragione proprio al magistrato di Napoli, giudicando incostituzionale l’obbligo di vaccinazione per i soldati da impiegare in particolari condizioni operative, fissato all’articolo 206 bis del Codice dell’ordinamento militare. La sentenza riguardava qualunque tipo di medicinale, ma Cruciani aveva citato esplicitamente i preparati anti Covid. L’aspetto interessante era che, stando alla Consulta, per varare un obbligo si dovrebbe determinare quale infezione il vaccino previene. Peccato che i rimedi a mRna non fossero idonei a schermare gli inoculati dal virus. E che la Corte, su questo punto, abbia poi fatto spallucce.
Divieto di uscire: bambino risarcito con 1.000 euro
La Regione Sicilia gli aveva vietato persino di giocare all’aperto. La sua famiglia ha fatto ricorso e l’ha vinto. E ha riconosciuto un indennizzo simbolico a un ragazzino, undicenne all’epoca dell’ordinanza emessa dall’allora presidente, Nello Musumeci: 200 euro ogni 24 ore di illegittima prigionia. Totale: 1.000 euro. La sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa siculo è arrivata a marzo, ma le motivazioni sono state pubblicate alla fine di ottobre. I magistrati hanno bocciato l’ordinanza dell’11 aprile 2020, con la quale l’attuale ministro della Protezione civile ed ex governatore vietava anche ai minorenni di uscire di casa, senza alcuna deroga, neppure per svolgere attività fisica. A differenza di quanto previsto dalla normativa nazionale, che ammetteva almeno una sgambata consolatoria «nei pressi della propria abitazione». Fu il successivo balletto di circolari del Viminale a stabilire che i «pressi» equivalevano a 500 metri dal proprio appartamento. Le toghe della Sicilia hanno ribadito che le scelte in materia di difesa dal Sars-Cov-2 erano di competenza esclusiva statale, come specifica la Costituzione quando si occupa di «profilassi internazionale». In più, il collegio ha bacchettato il comportamento delle Regioni, le quali «perseguivano il consenso semplicemente cercando di primeggiare quanto a imposizioni di divieti alla popolazione». Anche quando i diktat minacciavano di pregiudicare «crescita» e «formazione psicologica» dei più piccoli. Di mezzo ci è capitato Musumeci, ma come non ricordare i «lanciafiamme» e gli strali contro i «cinghialoni» dello Sceriffo campano, Vincenzo De Luca, campione di divieti e fautore della chiusura delle scuole?
Nessun licenziamento per il no alla mascherina
Lo scorso ottobre ha ottenuto giustizia Lorenzo Minzoni, 61 anni, cassiere all’Extracoop di Ravenna prima di finire licenziato per non aver obbedito alla disposizione aziendale di indossare le Ffp2. Quell’imposizione «era illegittima», scrive il giudice del lavoro Dario Bernardi, in quanto il quel periodo non c’era più l’obbligo di mascherina, era stato tolto col decreto legge 83 del 15 giugno 2022. Il protocollo tra governo e parti sociali stabiliva la possibilità di imporre la Ffp2 in condizioni di rischio, ma non era quella la situazione all’interno di un supermercato dove i clienti entravano senza dispositivi di protezione facciale. La dirigenza Coop aveva cercato in tutti i modi di obbligarlo ad andare al lavoro mascherato, chiamando perfino i carabinieri per farlo allontanare quando si presentava a volto scoperto. I militari non poterono far nulla, proprio perché non stava violando alcuna regola. E c’era anche una barriera di plexiglass tra i cassieri e i clienti, osserva il giudice nella sentenza, quindi non c’erano scuse di protezione necessaria. La Coop è stata condannata a pagare tutti gli stipendi arretrati, i contributi e a reintegralo nel posto di lavoro. Ha dovuto accollarsi anche le spese legali, sostenute dal povero cassiere per arrivare dimostrare che aveva ragione.
Ricorsi accolti sulle multe agli over 50 non vaccinati
Due sentenze della scorsa estate hanno definito illegittima la multa di 100 euro inflitta agli ultracinquantenni che al 15 giugno 2022 non avevano rispettato l’obbligo vaccinale anti Covid primario o di richiamo. Il giudice di pace di Padova, Davide Piccinni, e quello di Fano, Pericle Tajariol, hanno accolto il ricorso di due over 50 che si erano visti recapitare l’ingiunzione di pagamento. Avviso illegittimo, dal momento che il 31 dicembre 2022 era entrata in vigore la legge che sospendeva i pagamenti delle sanzioni (per un obbligo vaccinale ormai decaduto), quindi anche l’attività di riscossione doveva risultare congelata. Entrambe le sentenze pongono l’accento sulla discriminazione anticostituzionale dell’obbligatorietà, sulla mancanza di condizioni che giustificassero un trattamento sanitario obbligatorio e sul fatto che i vaccini non possono essere considerati strumenti di prevenzione in quanto non impediscono di contagiare e di contagiarsi. La sanzione era dunque illegittima e l’Agenzia delle entrate riscossione è stata condannata al pagamento delle spese processuali. Tajariol dichiarava anche di «discostarsi dalle recenti pronunce sugli obblighi vaccinali della Corte costituzionale in quanto esse non hanno effetto vincolante a livello interpretativo per i giudici di merito».
Scagionato l’uomo sul treno privo di tampone negativo
È da tempo che i giudici mettono in dubbio la costituzionalità dei divieti introdotti durante la pandemia. Il 4 gennaio di quest’anno, il tribunale di Milano ha assolto un trentottenne che, un anno prima, fu fatto scendere da un treno partito dal capoluogo lombardo e diretto a Bari, perché non aveva con sé un tampone che ne dimostrasse la negatività al Covid, in seguito all’esecuzione di un test positivo che risaliva a tre giorni prima. La Procura chiedeva la condanna per la violazione dell’obbligo di quarantena, ma la giudice, Sofia Fioretta, ha stabilito che «il fatto non sussiste». L’indiziato, infatti, era asintomatico e non era in grado di mettere a repentaglio la salute pubblica. Inoltre, l’azienda sanitaria di competenza non lo aveva mai messo in isolamento. La sanzione, però, presupponeva un ordine ad personam; quello generalizzato costituiva una violazione della libertà personale: «Un regolamento generale e indifferenziato che impone la quarantena ai positivi Covid», si leggeva nella sentenza, «appare illegittimo e dunque incostituzionale». Ad aver sbagliato, insomma, non era quell’uomo; semmai, il governo, che con un dpcm aveva calpestato i diritti individuali, sanciti dalla Carta fondamentale. Con l’inevitabile ritardo, attribuibile all’espletamento delle normali procedure giudiziarie, abbiamo così appreso che le restrizioni di Giuseppe Conte e Roberto Speranza rappresentavano un abuso. Il «modello italiano» era un modello da non imitare.
Era positivo al funerale della fidanzata: assolto
Il 6 aprile scorso, il giudice monocratico Nidia Genovese del tribunale di Lucca assolve Emanuele, 30 anni, di Torre del Lago, che nell’agosto del 2021 era stato denunciato per non aver rispettato la quarantena. Voleva partecipare al funerale di Katia, la fidanzata con cui viveva, morta di Covid. Era disperato, si era presentato con la mascherina ma non intendeva rinunciare a darle l’ultimo saluto. Anche il giovane era positivo, avrebbe dovuto non uscire di casa. Le esequie della donna furono trasmesse da Rai3 perché allora il decesso di un non vaccinato faceva notizia, non si perdeva occasione per amplificare un evento luttuoso. I carabinieri, dopo aver visto le immagini della cerimonia, chiesero conferma alla Asl e la ottennero: Emanuele doveva sottostare alla quarantena. L’uomo fu denunciato, non aveva rispettato il diktat dell’allora ministro Roberto Speranza. Non per andare in discoteca, si era limitato a una presenza in chiesa e al camposanto che nemmeno a un detenuto si nega. Ma i lockdown sortirono anche l’effetto di alimentare sospetti e delazioni, si toccò il fondo nel denunciare il vicino di casa che non obbediva ai dpcm. Le forze dell’ordine purtroppo eseguirono ordini scellerati. Due anni dopo, un giudice ha accolto la tesi difensiva dell’avvocato del giovane, Fernando Pierantoni, che sottolineava la piccolezza della trasgressione in un contesto così drammatico. Emanuele aveva violato le regole solo per dare l’ultimo saluto alla sua fidanzata. Per questo è stato assolto.
Prof, veterinari, dottori. Le rivincite dei renitenti
L’accanimento contro i non vaccinati è stato sconfessato in più occasioni. A maggio 2022, il giudice Giuseppe Grosso della sezione lavoro del tribunale di Grosseto accoglie il ricorso di un’insegnante che era stata allontanata dalla cattedra. Per il preside, non bastava che fosse guarita dal Covid, doveva anche vaccinarsi, perciò l’aveva confinata in biblioteca. Il giudice ritenne illegittimo il provvedimento, perché per la docente che aveva contratto l’infezione non era ancora scaduto il termine entro il quale iniziare il ciclo vaccinale. Pochi mesi dopo, a luglio, un altro giudice del lavoro, Lorenzo Audisio del tribunale di Torino, impone il reintegro di un veterinario che da gennaio era stato sospeso, senza retribuzione. Nell’Asl svolgeva funzioni meramente amministrative, non forniva un servizio sanitario o socio sanitario. All’azienda sanitaria fu imposto di farlo tornare a lavorare pagando gli arretrati non versati. A settembre 2022 arriva un’altra sentenza che riammette al lavoro una persona guarita dal Covid, ma non vaccinata. Il giudice Eleonora Carsana del tribunale di Tempio, in Sardegna, ordina che torni al suo incarico una dottoressa mamma di quattro bimbi, contraria a inocularsi nei tre mesi successivi all’infezione che l’aveva colpita. Paga le spese legali anche l’Ordine dei medici di Sassari, che l’aveva sospesa due volte. Questo novembre, il tribunale del lavoro di Parma ha disposto il risarcimento di una docente di italiano, allontanata dall’istituto in cui lavorava perché il preside non accettava il certificato medico di impossibilità a vaccinarsi.
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Annullate le sospensioni dei portuali a Trieste, non luogo a procedere per il militare senza green pass, nessun licenziamento per il no alla mascherina, scagionato l’uomo sul treno privo di tampone, bambino risarcito per il divieto di uscita, ricorsi accolti sulle multe agli over 50 non vaccinati. Ecco tutte le sentenze. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenze-covid-assoluzioni-2666344640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="annullate-le-sospensioni-dei-portuali-a-trieste" data-post-id="2666344640" data-published-at="1700779567" data-use-pagination="False"> Annullate le sospensioni dei portuali a Trieste Il 26 ottobre, i portuali di Trieste hanno ricevuto giustizia. Ricordate la protesta del 15 ottobre 2021, quando migliaia di cittadini raggiunsero il capoluogo friulano per manifestare contro l’obbligo di Green pass? Le Forze dell’ordine usarono la mano pensante sugli operai che presidiavano lo scalo navale. Utilizzarono persino gli idranti. Al leader dei portuali, Stefano Puzzer, sarebbe stato comminato anche un Daspo: aveva osato allestire un banchetto abusivo in piazza del Popolo, a Roma, con le foto del Papa e di Mario Draghi, per esprimere il proprio dissenso verso il passaporto vaccinale. L’assenza dal lavoro dei suoi colleghi fu ritenuta ingiustificata da parte dell’azienda. Ma il giudice del lavoro di Trieste, Paolo Ancora, ha annullato le sospensioni disposte dalla ditta, costate altrettante trattenute dallo stipendio. Il legale degli undici portuali coinvolti, Nicola Sponzi, alla Verità ha parlato di «vittoria agrodolce». In primis, perché i provvedimenti disciplinari erano parsi da subito eccessivi; in più, perché «non c’è casistica», almeno non prima degli anni Settanta, di misure imposte per punire severamente uno sciopero. «Ci hanno accusato di aver organizzato manifestazioni non autorizzate», ha lamentato l’avvocato, «ma non erano manifestazioni, era uno sciopero! Che poi migliaia di cittadini siano giunti da tutta Italia per darci sostegno, non è certo imputabile» ai dipendenti poi sospesi. Così come non era colpa dei no pass se, nonostante l’elevatissima percentuale di vaccinati, i contagi da Covid continuassero a galoppare. Il sindaco forzista di Trieste se la prese proprio con i sit in dei portuali, ignorando l’effetto che potevano aver avuto le adunate in occasione della Barcolana, abituale e frequentatissima rassegna velistica triestina.Militare senza pass: non luogo a procedereAndrea Cruciani è il gup del tribunale militare di Napoli che ha sfidato le leggi del governo Draghi sull’obbligo vaccinale. Lo scorso 13 marzo ha stabilito il non luogo a procedere per un soldato che era entrato in caserma pur non essendo vaccinato e, dunque, non avendo il Green pass. Secondo il magistrato, la presenza fisica di quell’uomo in divisa non costituiva un pericolo, visto che anche i vaccinati potevano contagiare e contagiarsi. A ben vedere, «l’idoneità dei vaccini» a schermare dal virus si era «di fatto rivelata prossima allo zero». In più, militare aveva agito «in stato di necessità», cioè per proteggersi dai potenziali effetti collaterali dei farmaci anti Covid. Cruciani ha sferzato le sentenze della Consulta che hanno salvato l’iniezione coatta imposta da Mr Bce, sottolineando anche che considerare tollerabile la sospensione dello stipendio dava adito a un’interpretazione «esasperatamente formalistica e cinica», tale da svilire «la centralità che la stessa Costituzione attribuisce al lavoro». Poche settimane prima, il 20 febbraio, la Corte aveva dato ragione proprio al magistrato di Napoli, giudicando incostituzionale l’obbligo di vaccinazione per i soldati da impiegare in particolari condizioni operative, fissato all’articolo 206 bis del Codice dell’ordinamento militare. La sentenza riguardava qualunque tipo di medicinale, ma Cruciani aveva citato esplicitamente i preparati anti Covid. L’aspetto interessante era che, stando alla Consulta, per varare un obbligo si dovrebbe determinare quale infezione il vaccino previene. Peccato che i rimedi a mRna non fossero idonei a schermare gli inoculati dal virus. E che la Corte, su questo punto, abbia poi fatto spallucce. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenze-covid-assoluzioni-2666344640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="divieto-di-uscire-bambino-risarcito-con-1-000-euro" data-post-id="2666344640" data-published-at="1700779567" data-use-pagination="False"> Divieto di uscire: bambino risarcito con 1.000 euro La Regione Sicilia gli aveva vietato persino di giocare all’aperto. La sua famiglia ha fatto ricorso e l’ha vinto. E ha riconosciuto un indennizzo simbolico a un ragazzino, undicenne all’epoca dell’ordinanza emessa dall’allora presidente, Nello Musumeci: 200 euro ogni 24 ore di illegittima prigionia. Totale: 1.000 euro. La sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa siculo è arrivata a marzo, ma le motivazioni sono state pubblicate alla fine di ottobre. I magistrati hanno bocciato l’ordinanza dell’11 aprile 2020, con la quale l’attuale ministro della Protezione civile ed ex governatore vietava anche ai minorenni di uscire di casa, senza alcuna deroga, neppure per svolgere attività fisica. A differenza di quanto previsto dalla normativa nazionale, che ammetteva almeno una sgambata consolatoria «nei pressi della propria abitazione». Fu il successivo balletto di circolari del Viminale a stabilire che i «pressi» equivalevano a 500 metri dal proprio appartamento. Le toghe della Sicilia hanno ribadito che le scelte in materia di difesa dal Sars-Cov-2 erano di competenza esclusiva statale, come specifica la Costituzione quando si occupa di «profilassi internazionale». In più, il collegio ha bacchettato il comportamento delle Regioni, le quali «perseguivano il consenso semplicemente cercando di primeggiare quanto a imposizioni di divieti alla popolazione». Anche quando i diktat minacciavano di pregiudicare «crescita» e «formazione psicologica» dei più piccoli. Di mezzo ci è capitato Musumeci, ma come non ricordare i «lanciafiamme» e gli strali contro i «cinghialoni» dello Sceriffo campano, Vincenzo De Luca, campione di divieti e fautore della chiusura delle scuole?Nessun licenziamento per il no alla mascherinaLo scorso ottobre ha ottenuto giustizia Lorenzo Minzoni, 61 anni, cassiere all’Extracoop di Ravenna prima di finire licenziato per non aver obbedito alla disposizione aziendale di indossare le Ffp2. Quell’imposizione «era illegittima», scrive il giudice del lavoro Dario Bernardi, in quanto il quel periodo non c’era più l’obbligo di mascherina, era stato tolto col decreto legge 83 del 15 giugno 2022. Il protocollo tra governo e parti sociali stabiliva la possibilità di imporre la Ffp2 in condizioni di rischio, ma non era quella la situazione all’interno di un supermercato dove i clienti entravano senza dispositivi di protezione facciale. La dirigenza Coop aveva cercato in tutti i modi di obbligarlo ad andare al lavoro mascherato, chiamando perfino i carabinieri per farlo allontanare quando si presentava a volto scoperto. I militari non poterono far nulla, proprio perché non stava violando alcuna regola. E c’era anche una barriera di plexiglass tra i cassieri e i clienti, osserva il giudice nella sentenza, quindi non c’erano scuse di protezione necessaria. La Coop è stata condannata a pagare tutti gli stipendi arretrati, i contributi e a reintegralo nel posto di lavoro. Ha dovuto accollarsi anche le spese legali, sostenute dal povero cassiere per arrivare dimostrare che aveva ragione.Ricorsi accolti sulle multe agli over 50 non vaccinatiDue sentenze della scorsa estate hanno definito illegittima la multa di 100 euro inflitta agli ultracinquantenni che al 15 giugno 2022 non avevano rispettato l’obbligo vaccinale anti Covid primario o di richiamo. Il giudice di pace di Padova, Davide Piccinni, e quello di Fano, Pericle Tajariol, hanno accolto il ricorso di due over 50 che si erano visti recapitare l’ingiunzione di pagamento. Avviso illegittimo, dal momento che il 31 dicembre 2022 era entrata in vigore la legge che sospendeva i pagamenti delle sanzioni (per un obbligo vaccinale ormai decaduto), quindi anche l’attività di riscossione doveva risultare congelata. Entrambe le sentenze pongono l’accento sulla discriminazione anticostituzionale dell’obbligatorietà, sulla mancanza di condizioni che giustificassero un trattamento sanitario obbligatorio e sul fatto che i vaccini non possono essere considerati strumenti di prevenzione in quanto non impediscono di contagiare e di contagiarsi. La sanzione era dunque illegittima e l’Agenzia delle entrate riscossione è stata condannata al pagamento delle spese processuali. Tajariol dichiarava anche di «discostarsi dalle recenti pronunce sugli obblighi vaccinali della Corte costituzionale in quanto esse non hanno effetto vincolante a livello interpretativo per i giudici di merito». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenze-covid-assoluzioni-2666344640.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="scagionato-luomo-sul-treno-privo-di-tampone-negativo" data-post-id="2666344640" data-published-at="1700779567" data-use-pagination="False"> Scagionato l’uomo sul treno privo di tampone negativo È da tempo che i giudici mettono in dubbio la costituzionalità dei divieti introdotti durante la pandemia. Il 4 gennaio di quest’anno, il tribunale di Milano ha assolto un trentottenne che, un anno prima, fu fatto scendere da un treno partito dal capoluogo lombardo e diretto a Bari, perché non aveva con sé un tampone che ne dimostrasse la negatività al Covid, in seguito all’esecuzione di un test positivo che risaliva a tre giorni prima. La Procura chiedeva la condanna per la violazione dell’obbligo di quarantena, ma la giudice, Sofia Fioretta, ha stabilito che «il fatto non sussiste». L’indiziato, infatti, era asintomatico e non era in grado di mettere a repentaglio la salute pubblica. Inoltre, l’azienda sanitaria di competenza non lo aveva mai messo in isolamento. La sanzione, però, presupponeva un ordine ad personam; quello generalizzato costituiva una violazione della libertà personale: «Un regolamento generale e indifferenziato che impone la quarantena ai positivi Covid», si leggeva nella sentenza, «appare illegittimo e dunque incostituzionale». Ad aver sbagliato, insomma, non era quell’uomo; semmai, il governo, che con un dpcm aveva calpestato i diritti individuali, sanciti dalla Carta fondamentale. Con l’inevitabile ritardo, attribuibile all’espletamento delle normali procedure giudiziarie, abbiamo così appreso che le restrizioni di Giuseppe Conte e Roberto Speranza rappresentavano un abuso. Il «modello italiano» era un modello da non imitare.Era positivo al funerale della fidanzata: assoltoIl 6 aprile scorso, il giudice monocratico Nidia Genovese del tribunale di Lucca assolve Emanuele, 30 anni, di Torre del Lago, che nell’agosto del 2021 era stato denunciato per non aver rispettato la quarantena. Voleva partecipare al funerale di Katia, la fidanzata con cui viveva, morta di Covid. Era disperato, si era presentato con la mascherina ma non intendeva rinunciare a darle l’ultimo saluto. Anche il giovane era positivo, avrebbe dovuto non uscire di casa. Le esequie della donna furono trasmesse da Rai3 perché allora il decesso di un non vaccinato faceva notizia, non si perdeva occasione per amplificare un evento luttuoso. I carabinieri, dopo aver visto le immagini della cerimonia, chiesero conferma alla Asl e la ottennero: Emanuele doveva sottostare alla quarantena. L’uomo fu denunciato, non aveva rispettato il diktat dell’allora ministro Roberto Speranza. Non per andare in discoteca, si era limitato a una presenza in chiesa e al camposanto che nemmeno a un detenuto si nega. Ma i lockdown sortirono anche l’effetto di alimentare sospetti e delazioni, si toccò il fondo nel denunciare il vicino di casa che non obbediva ai dpcm. Le forze dell’ordine purtroppo eseguirono ordini scellerati. Due anni dopo, un giudice ha accolto la tesi difensiva dell’avvocato del giovane, Fernando Pierantoni, che sottolineava la piccolezza della trasgressione in un contesto così drammatico. Emanuele aveva violato le regole solo per dare l’ultimo saluto alla sua fidanzata. Per questo è stato assolto.Prof, veterinari, dottori. Le rivincite dei renitentiL’accanimento contro i non vaccinati è stato sconfessato in più occasioni. A maggio 2022, il giudice Giuseppe Grosso della sezione lavoro del tribunale di Grosseto accoglie il ricorso di un’insegnante che era stata allontanata dalla cattedra. Per il preside, non bastava che fosse guarita dal Covid, doveva anche vaccinarsi, perciò l’aveva confinata in biblioteca. Il giudice ritenne illegittimo il provvedimento, perché per la docente che aveva contratto l’infezione non era ancora scaduto il termine entro il quale iniziare il ciclo vaccinale. Pochi mesi dopo, a luglio, un altro giudice del lavoro, Lorenzo Audisio del tribunale di Torino, impone il reintegro di un veterinario che da gennaio era stato sospeso, senza retribuzione. Nell’Asl svolgeva funzioni meramente amministrative, non forniva un servizio sanitario o socio sanitario. All’azienda sanitaria fu imposto di farlo tornare a lavorare pagando gli arretrati non versati. A settembre 2022 arriva un’altra sentenza che riammette al lavoro una persona guarita dal Covid, ma non vaccinata. Il giudice Eleonora Carsana del tribunale di Tempio, in Sardegna, ordina che torni al suo incarico una dottoressa mamma di quattro bimbi, contraria a inocularsi nei tre mesi successivi all’infezione che l’aveva colpita. Paga le spese legali anche l’Ordine dei medici di Sassari, che l’aveva sospesa due volte. Questo novembre, il tribunale del lavoro di Parma ha disposto il risarcimento di una docente di italiano, allontanata dall’istituto in cui lavorava perché il preside non accettava il certificato medico di impossibilità a vaccinarsi.
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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