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2024-08-06
La Senna intossica un’atleta belga. Due malori anche tra gli svizzeri
Claire Michel (Ansa)
Chiamatelo Emmanuel Marròn: altro che green, le acque della Senna sono marroni, inquinate e pericolose, e così le manie di grandezza del presidente francese annegano tra le polemiche. «Correreste il rischio di entrare nella Senna due giorni prima della gara, magari per poi ammalarvi il giorno prima della competizione?», Si era chiesto l’irlandese Daniel Wiffen, record europeo negli 800 metri stile libero, prima dell’inizio dei Giochi. Ed è stato buon profeta: Claire Michel, una atleta belga del triathlon che aveva nuotato nella Senna in occasione della gara individuale, è stata ricoverata per aver contratto il batterio Escherichia coli, presente nel fiume. La poveretta lamenta problemi di stomaco e intestinali: «Sono stata curata bene e mi riprenderò», scrive la Michel su Instagram, «sono però davvero devastata per la squadra e mi dispiace finire i Giochi in questo modo».
Il Belgio è letteralmente furioso con l’organizzazione, tanto che ieri mattina ha deciso di ritirare la sua squadra dalla staffetta mista di triathlon. Nella nota ufficiale diffusa dai vertici dello sport belga si spiega che la rinuncia alla staffetta è stata presa «nei colloqui con gli atleti e lo staff. Il Comitato olimpico belga e la Federazione triathlon sperano che la lezione venga appresa in vista delle prossime competizioni di triathlon alle Olimpiadi». Va sottolineato che nei giorni scorsi diversi allenamenti dei triatleti erano stati annullati proprio perché il livello di Escherichia coli superava le soglie di guardia. Cronaca di un ricovero annunciato, anzi di più: due triatleti svizzeri, Adrien Brifford e Simon Westermann, accusano sintomi di gastroenterite, ma non confermano ufficialmente che si tratti della Senna, mentre un atleta norvegese ha accusato dolore addominale e vomito il giorno seguente alla gara. Il direttore sportivo della Federtriathlon norvegese, Arild Tveiten, spiega che la causa del malore non è ancora nota, ma aggiunge: «Stiamo pensando quello che pensano tutti: che probabilmente è il fiume. Ma non lo sappiamo».
Parliamoci chiaro: l’Escherichia coli è un indicatore di contaminazione fecale, la Senna per farla breve è ancora troppo piena (ci si perdoni, è il caso di dirlo, il francesismo) di cacca, come ha fatto intuire pochi giorni fa un’altra atleta belga, Jolien Vermeylen: «Ho bevuto molta acqua», ha detto la Vermeylen, «e non ha il sapore della Coca-cola o della Sprite. Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non dovremmo pensare troppo». Cosa avrà visto e sentito, sotto i ponti, la belga? Non si sa, ma è facile pensare a qualche topolone olimpico. Un film horror, queste gare nella Senna, che Macron ha voluto a tutti i costi per autocelebrare la propria grandezza (il fiume non è balneabile da 100 anni). Un film costato 1,4 miliardi di euro per gli interventi di bonifica che non hanno bonificato niente, e a rivederle ore fanno francamente ridere le immagini del sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, del prefetto della Regione Ile-de-France, Marc Guillaume, e del presidente del Comitato organizzatore olimpico, Tony Estanguet, che si sono fatti un tuffetto a favore di telecamere, prima dell’inizio dei Giochi, per dimostrare la balneabilità della Senna, non solo agli atleti ma anche ai cittadini della capitale, infuriati per gli altissimi costi dell’intervento, e ai quali era stata fatta intravedere la possibilità di farsi il bagnetto sotto casa. Detto del malcapitato triatleta canadese Tyler Mislawchuk, le cui immagini mentre vomita dieci volte hanno fatto il giro del mondo, torniamo al Marròn: il nostro Greg Paltrinieri, argento nei 1.500 (in piscina), e appena diventato il nuotatore italiano con più medaglie olimpiche (cinque), è atteso alla prova dei 10 km in acque libere, ovvero nella Senna. «Sì, siamo preoccupati», ha detto qualche giorno fa alla Gazzetta, «è una location mai provata. Non puoi organizzare una gara così senza averla mai provata. Probabilmente l’acqua è fredda e con corrente da fiume. Molto probabilmente è sporco perché non ci sono le condizioni per nuotare, ma sono quasi sicuro che la faranno lì perché ci hanno investito troppo. Mi sembra un po’ una presa in giro». Per chiarire bene il concetto, Paltrinieri ha citato Carlo Verdone in Troppo forte, che racconta dell’avventura in una palude in Rhodesia: «Mi sarò bevuto dai sei a sette litri di merda». Le prossime gare sono comunque appese a un filo. Nessuno può sapere se ci saranno le condizioni affinché vengano disputate nella Senna, anche perché c’è l’incubo di altre patologie: «I rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024», spiega il presidente della Società italiana di medicina ambientale, Alessandro Miani, «legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. La presenza nelle acque dei fiumi di batteri fecali, come ad esempio l’Escherichia coli, può provocare infezioni gastrointestinali nell’uomo con sintomi come diarrea e vomito. Si possono verificare poi infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari. Occorre poi considerare», aggiunge Miani, «le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi, come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati ma si riscontrano sul lungo termine». Così ieri la portavoce delle Olimpiadi, Anne Descamps, ha voluto rassicurare: «Abbiamo un’altra sede come possibile piano di riserva» per il nuoto in acque libere. Il piano B per non affogare nella melma.
Le virostar si tuffano nella melma
Disoccupati da mesi, con la prossima epidemia biblica che tarda ad arrivare, le ultime varianti del Covid che non interessano più a nessuno e in più Novak Djokovic che spadroneggia, i virologi italiani erano ormai sull’orlo dell’insano gesto: dopo una stagione da Ferragnez, è dura tornare in corsia a curare i bimbi con la varicella.
Ma, all’improvviso, ecco arrivare da Parigi una possibilità per tornare alla ribalta: i liquami della Senna. Come non tuffarcisi (metaforicamente parlando)? «Oggi Louis Pasteur, padre della moderna microbiologia, si rivolta nella tomba. Far nuotare gli atleti nella Senna ha riportato il mondo indietro di 100 anni», scrive su X, goloso d’attenzione, l’infettivologo Matteo Bassetti.
Contattato dall’Adnkronos, il primario del Policlinico San Martino di Genova si lascia andare a un’analisi a tutto tondo: «Alla fine l’E. coli è il minore dei problemi infettivologici che si possono contrarre nella Senna», dato che, in quelle «acque putride, popolate da topi e chissà quale altro animale», si può andare incontro a ben di peggio: «dalla leptospirosi alla salmonella, alla shigella e alla yersinia. Per non parlare poi di tutti quelli che sono i protozoi o gli altri parassiti che possono arrivare attraverso l’acqua: dall’ameba alla giardia». Per Bassetti «è davvero incomprensibile come si possa aver consentito a degli atleti di nuotare in un fiume tanto inquinato che rappresenta un rischio per la loro salute, nonostante la comunità scientifica avesse chiaramente avvisato gli organizzatori dei potenziali rischi».
Anche il virologo Fabrizio Pregliasco fiuta l’aria, non delle rive che bagnano Parigi ma di una possibile occasione per tornare a pontificare. Eccolo allora a salmodiare l’elenco dei possibili sintomi di intossicazione da nuotata improvvida: «Problemi urinari con bruciori e cistite, specialmente nelle donne. Ma soprattutto forme gastroenteriche pesanti con dolore, nausea e vomito, febbre alta, diarrea a volte associata a perdite di sangue». Ah, quel bel terrorismo di una volta, quanti ricordi...
Anche per Pregliasco, la scelta della Senna per le gare olimpiche in acque libere «lascia di per sé perplessi rispetto alla qualità che possono avere le sue acque», anche «al di là dei controlli»: infatti «è chiaro che le analisi sono periodiche e bastano degli sversamenti, legali o meno, per cambiare le cose. È sufficiente che lungo un affluente della Senna ci sia un impianto di depurazione che non funziona bene, magari perché in questo periodo in quella regione c’è un eccesso di persone e quindi l’impianto non riesce a bonificare le acque come dovrebbe. Anche a me, in Italia è successo di seguire un caso legato a un’inefficienza temporanea dei sistemi di bonifica che ha determinato uno sversamento di virus nelle acque».
Insomma, per il momento bisogna accontentarsi della diarrea da E.coli, per le piaghe bibliche in arrivo c’è ancora tempo. Va però spezzata almeno una lancia in favore delle virostar: se non altro sono coerenti. Lo stesso non si può dire per quei dirigenti politici che due anni fa volevano farci salutare col gomito e ora ci invitano a fare nuotate in mezzo alle pantegane.
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Claire Michel ricoverata per un’infezione da Escherichia coli. La sua squadra si ritira dal triathlon: «Speriamo sia di lezione». Due elvetici e un norvegese hanno sintomi. «Si valuta altra sede per le prove in acque libere».Le virostar si tuffano nella melma. In crisi di notorietà, Matteo Bassetti evoca Louis Pasteur: «A vedere queste gare, si rivolterebbe nella tomba». E Fabrizio Pregliasco elenca le malattie che si rischiano a immergersi nei liquami.Lo speciale contiene due articoli.Chiamatelo Emmanuel Marròn: altro che green, le acque della Senna sono marroni, inquinate e pericolose, e così le manie di grandezza del presidente francese annegano tra le polemiche. «Correreste il rischio di entrare nella Senna due giorni prima della gara, magari per poi ammalarvi il giorno prima della competizione?», Si era chiesto l’irlandese Daniel Wiffen, record europeo negli 800 metri stile libero, prima dell’inizio dei Giochi. Ed è stato buon profeta: Claire Michel, una atleta belga del triathlon che aveva nuotato nella Senna in occasione della gara individuale, è stata ricoverata per aver contratto il batterio Escherichia coli, presente nel fiume. La poveretta lamenta problemi di stomaco e intestinali: «Sono stata curata bene e mi riprenderò», scrive la Michel su Instagram, «sono però davvero devastata per la squadra e mi dispiace finire i Giochi in questo modo».Il Belgio è letteralmente furioso con l’organizzazione, tanto che ieri mattina ha deciso di ritirare la sua squadra dalla staffetta mista di triathlon. Nella nota ufficiale diffusa dai vertici dello sport belga si spiega che la rinuncia alla staffetta è stata presa «nei colloqui con gli atleti e lo staff. Il Comitato olimpico belga e la Federazione triathlon sperano che la lezione venga appresa in vista delle prossime competizioni di triathlon alle Olimpiadi». Va sottolineato che nei giorni scorsi diversi allenamenti dei triatleti erano stati annullati proprio perché il livello di Escherichia coli superava le soglie di guardia. Cronaca di un ricovero annunciato, anzi di più: due triatleti svizzeri, Adrien Brifford e Simon Westermann, accusano sintomi di gastroenterite, ma non confermano ufficialmente che si tratti della Senna, mentre un atleta norvegese ha accusato dolore addominale e vomito il giorno seguente alla gara. Il direttore sportivo della Federtriathlon norvegese, Arild Tveiten, spiega che la causa del malore non è ancora nota, ma aggiunge: «Stiamo pensando quello che pensano tutti: che probabilmente è il fiume. Ma non lo sappiamo». Parliamoci chiaro: l’Escherichia coli è un indicatore di contaminazione fecale, la Senna per farla breve è ancora troppo piena (ci si perdoni, è il caso di dirlo, il francesismo) di cacca, come ha fatto intuire pochi giorni fa un’altra atleta belga, Jolien Vermeylen: «Ho bevuto molta acqua», ha detto la Vermeylen, «e non ha il sapore della Coca-cola o della Sprite. Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non dovremmo pensare troppo». Cosa avrà visto e sentito, sotto i ponti, la belga? Non si sa, ma è facile pensare a qualche topolone olimpico. Un film horror, queste gare nella Senna, che Macron ha voluto a tutti i costi per autocelebrare la propria grandezza (il fiume non è balneabile da 100 anni). Un film costato 1,4 miliardi di euro per gli interventi di bonifica che non hanno bonificato niente, e a rivederle ore fanno francamente ridere le immagini del sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, del prefetto della Regione Ile-de-France, Marc Guillaume, e del presidente del Comitato organizzatore olimpico, Tony Estanguet, che si sono fatti un tuffetto a favore di telecamere, prima dell’inizio dei Giochi, per dimostrare la balneabilità della Senna, non solo agli atleti ma anche ai cittadini della capitale, infuriati per gli altissimi costi dell’intervento, e ai quali era stata fatta intravedere la possibilità di farsi il bagnetto sotto casa. Detto del malcapitato triatleta canadese Tyler Mislawchuk, le cui immagini mentre vomita dieci volte hanno fatto il giro del mondo, torniamo al Marròn: il nostro Greg Paltrinieri, argento nei 1.500 (in piscina), e appena diventato il nuotatore italiano con più medaglie olimpiche (cinque), è atteso alla prova dei 10 km in acque libere, ovvero nella Senna. «Sì, siamo preoccupati», ha detto qualche giorno fa alla Gazzetta, «è una location mai provata. Non puoi organizzare una gara così senza averla mai provata. Probabilmente l’acqua è fredda e con corrente da fiume. Molto probabilmente è sporco perché non ci sono le condizioni per nuotare, ma sono quasi sicuro che la faranno lì perché ci hanno investito troppo. Mi sembra un po’ una presa in giro». Per chiarire bene il concetto, Paltrinieri ha citato Carlo Verdone in Troppo forte, che racconta dell’avventura in una palude in Rhodesia: «Mi sarò bevuto dai sei a sette litri di merda». Le prossime gare sono comunque appese a un filo. Nessuno può sapere se ci saranno le condizioni affinché vengano disputate nella Senna, anche perché c’è l’incubo di altre patologie: «I rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024», spiega il presidente della Società italiana di medicina ambientale, Alessandro Miani, «legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. La presenza nelle acque dei fiumi di batteri fecali, come ad esempio l’Escherichia coli, può provocare infezioni gastrointestinali nell’uomo con sintomi come diarrea e vomito. Si possono verificare poi infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari. Occorre poi considerare», aggiunge Miani, «le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi, come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati ma si riscontrano sul lungo termine». Così ieri la portavoce delle Olimpiadi, Anne Descamps, ha voluto rassicurare: «Abbiamo un’altra sede come possibile piano di riserva» per il nuoto in acque libere. Il piano B per non affogare nella melma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/senna-intossica-atleta-belga-2668900253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-virostar-si-tuffano-nella-melma" data-post-id="2668900253" data-published-at="1722912675" data-use-pagination="False"> Le virostar si tuffano nella melma Disoccupati da mesi, con la prossima epidemia biblica che tarda ad arrivare, le ultime varianti del Covid che non interessano più a nessuno e in più Novak Djokovic che spadroneggia, i virologi italiani erano ormai sull’orlo dell’insano gesto: dopo una stagione da Ferragnez, è dura tornare in corsia a curare i bimbi con la varicella. Ma, all’improvviso, ecco arrivare da Parigi una possibilità per tornare alla ribalta: i liquami della Senna. Come non tuffarcisi (metaforicamente parlando)? «Oggi Louis Pasteur, padre della moderna microbiologia, si rivolta nella tomba. Far nuotare gli atleti nella Senna ha riportato il mondo indietro di 100 anni», scrive su X, goloso d’attenzione, l’infettivologo Matteo Bassetti. Contattato dall’Adnkronos, il primario del Policlinico San Martino di Genova si lascia andare a un’analisi a tutto tondo: «Alla fine l’E. coli è il minore dei problemi infettivologici che si possono contrarre nella Senna», dato che, in quelle «acque putride, popolate da topi e chissà quale altro animale», si può andare incontro a ben di peggio: «dalla leptospirosi alla salmonella, alla shigella e alla yersinia. Per non parlare poi di tutti quelli che sono i protozoi o gli altri parassiti che possono arrivare attraverso l’acqua: dall’ameba alla giardia». Per Bassetti «è davvero incomprensibile come si possa aver consentito a degli atleti di nuotare in un fiume tanto inquinato che rappresenta un rischio per la loro salute, nonostante la comunità scientifica avesse chiaramente avvisato gli organizzatori dei potenziali rischi». Anche il virologo Fabrizio Pregliasco fiuta l’aria, non delle rive che bagnano Parigi ma di una possibile occasione per tornare a pontificare. Eccolo allora a salmodiare l’elenco dei possibili sintomi di intossicazione da nuotata improvvida: «Problemi urinari con bruciori e cistite, specialmente nelle donne. Ma soprattutto forme gastroenteriche pesanti con dolore, nausea e vomito, febbre alta, diarrea a volte associata a perdite di sangue». Ah, quel bel terrorismo di una volta, quanti ricordi... Anche per Pregliasco, la scelta della Senna per le gare olimpiche in acque libere «lascia di per sé perplessi rispetto alla qualità che possono avere le sue acque», anche «al di là dei controlli»: infatti «è chiaro che le analisi sono periodiche e bastano degli sversamenti, legali o meno, per cambiare le cose. È sufficiente che lungo un affluente della Senna ci sia un impianto di depurazione che non funziona bene, magari perché in questo periodo in quella regione c’è un eccesso di persone e quindi l’impianto non riesce a bonificare le acque come dovrebbe. Anche a me, in Italia è successo di seguire un caso legato a un’inefficienza temporanea dei sistemi di bonifica che ha determinato uno sversamento di virus nelle acque». Insomma, per il momento bisogna accontentarsi della diarrea da E.coli, per le piaghe bibliche in arrivo c’è ancora tempo. Va però spezzata almeno una lancia in favore delle virostar: se non altro sono coerenti. Lo stesso non si può dire per quei dirigenti politici che due anni fa volevano farci salutare col gomito e ora ci invitano a fare nuotate in mezzo alle pantegane.
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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