True
2024-08-06
La Senna intossica un’atleta belga. Due malori anche tra gli svizzeri
Claire Michel (Ansa)
Chiamatelo Emmanuel Marròn: altro che green, le acque della Senna sono marroni, inquinate e pericolose, e così le manie di grandezza del presidente francese annegano tra le polemiche. «Correreste il rischio di entrare nella Senna due giorni prima della gara, magari per poi ammalarvi il giorno prima della competizione?», Si era chiesto l’irlandese Daniel Wiffen, record europeo negli 800 metri stile libero, prima dell’inizio dei Giochi. Ed è stato buon profeta: Claire Michel, una atleta belga del triathlon che aveva nuotato nella Senna in occasione della gara individuale, è stata ricoverata per aver contratto il batterio Escherichia coli, presente nel fiume. La poveretta lamenta problemi di stomaco e intestinali: «Sono stata curata bene e mi riprenderò», scrive la Michel su Instagram, «sono però davvero devastata per la squadra e mi dispiace finire i Giochi in questo modo».
Il Belgio è letteralmente furioso con l’organizzazione, tanto che ieri mattina ha deciso di ritirare la sua squadra dalla staffetta mista di triathlon. Nella nota ufficiale diffusa dai vertici dello sport belga si spiega che la rinuncia alla staffetta è stata presa «nei colloqui con gli atleti e lo staff. Il Comitato olimpico belga e la Federazione triathlon sperano che la lezione venga appresa in vista delle prossime competizioni di triathlon alle Olimpiadi». Va sottolineato che nei giorni scorsi diversi allenamenti dei triatleti erano stati annullati proprio perché il livello di Escherichia coli superava le soglie di guardia. Cronaca di un ricovero annunciato, anzi di più: due triatleti svizzeri, Adrien Brifford e Simon Westermann, accusano sintomi di gastroenterite, ma non confermano ufficialmente che si tratti della Senna, mentre un atleta norvegese ha accusato dolore addominale e vomito il giorno seguente alla gara. Il direttore sportivo della Federtriathlon norvegese, Arild Tveiten, spiega che la causa del malore non è ancora nota, ma aggiunge: «Stiamo pensando quello che pensano tutti: che probabilmente è il fiume. Ma non lo sappiamo».
Parliamoci chiaro: l’Escherichia coli è un indicatore di contaminazione fecale, la Senna per farla breve è ancora troppo piena (ci si perdoni, è il caso di dirlo, il francesismo) di cacca, come ha fatto intuire pochi giorni fa un’altra atleta belga, Jolien Vermeylen: «Ho bevuto molta acqua», ha detto la Vermeylen, «e non ha il sapore della Coca-cola o della Sprite. Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non dovremmo pensare troppo». Cosa avrà visto e sentito, sotto i ponti, la belga? Non si sa, ma è facile pensare a qualche topolone olimpico. Un film horror, queste gare nella Senna, che Macron ha voluto a tutti i costi per autocelebrare la propria grandezza (il fiume non è balneabile da 100 anni). Un film costato 1,4 miliardi di euro per gli interventi di bonifica che non hanno bonificato niente, e a rivederle ore fanno francamente ridere le immagini del sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, del prefetto della Regione Ile-de-France, Marc Guillaume, e del presidente del Comitato organizzatore olimpico, Tony Estanguet, che si sono fatti un tuffetto a favore di telecamere, prima dell’inizio dei Giochi, per dimostrare la balneabilità della Senna, non solo agli atleti ma anche ai cittadini della capitale, infuriati per gli altissimi costi dell’intervento, e ai quali era stata fatta intravedere la possibilità di farsi il bagnetto sotto casa. Detto del malcapitato triatleta canadese Tyler Mislawchuk, le cui immagini mentre vomita dieci volte hanno fatto il giro del mondo, torniamo al Marròn: il nostro Greg Paltrinieri, argento nei 1.500 (in piscina), e appena diventato il nuotatore italiano con più medaglie olimpiche (cinque), è atteso alla prova dei 10 km in acque libere, ovvero nella Senna. «Sì, siamo preoccupati», ha detto qualche giorno fa alla Gazzetta, «è una location mai provata. Non puoi organizzare una gara così senza averla mai provata. Probabilmente l’acqua è fredda e con corrente da fiume. Molto probabilmente è sporco perché non ci sono le condizioni per nuotare, ma sono quasi sicuro che la faranno lì perché ci hanno investito troppo. Mi sembra un po’ una presa in giro». Per chiarire bene il concetto, Paltrinieri ha citato Carlo Verdone in Troppo forte, che racconta dell’avventura in una palude in Rhodesia: «Mi sarò bevuto dai sei a sette litri di merda». Le prossime gare sono comunque appese a un filo. Nessuno può sapere se ci saranno le condizioni affinché vengano disputate nella Senna, anche perché c’è l’incubo di altre patologie: «I rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024», spiega il presidente della Società italiana di medicina ambientale, Alessandro Miani, «legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. La presenza nelle acque dei fiumi di batteri fecali, come ad esempio l’Escherichia coli, può provocare infezioni gastrointestinali nell’uomo con sintomi come diarrea e vomito. Si possono verificare poi infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari. Occorre poi considerare», aggiunge Miani, «le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi, come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati ma si riscontrano sul lungo termine». Così ieri la portavoce delle Olimpiadi, Anne Descamps, ha voluto rassicurare: «Abbiamo un’altra sede come possibile piano di riserva» per il nuoto in acque libere. Il piano B per non affogare nella melma.
Le virostar si tuffano nella melma
Disoccupati da mesi, con la prossima epidemia biblica che tarda ad arrivare, le ultime varianti del Covid che non interessano più a nessuno e in più Novak Djokovic che spadroneggia, i virologi italiani erano ormai sull’orlo dell’insano gesto: dopo una stagione da Ferragnez, è dura tornare in corsia a curare i bimbi con la varicella.
Ma, all’improvviso, ecco arrivare da Parigi una possibilità per tornare alla ribalta: i liquami della Senna. Come non tuffarcisi (metaforicamente parlando)? «Oggi Louis Pasteur, padre della moderna microbiologia, si rivolta nella tomba. Far nuotare gli atleti nella Senna ha riportato il mondo indietro di 100 anni», scrive su X, goloso d’attenzione, l’infettivologo Matteo Bassetti.
Contattato dall’Adnkronos, il primario del Policlinico San Martino di Genova si lascia andare a un’analisi a tutto tondo: «Alla fine l’E. coli è il minore dei problemi infettivologici che si possono contrarre nella Senna», dato che, in quelle «acque putride, popolate da topi e chissà quale altro animale», si può andare incontro a ben di peggio: «dalla leptospirosi alla salmonella, alla shigella e alla yersinia. Per non parlare poi di tutti quelli che sono i protozoi o gli altri parassiti che possono arrivare attraverso l’acqua: dall’ameba alla giardia». Per Bassetti «è davvero incomprensibile come si possa aver consentito a degli atleti di nuotare in un fiume tanto inquinato che rappresenta un rischio per la loro salute, nonostante la comunità scientifica avesse chiaramente avvisato gli organizzatori dei potenziali rischi».
Anche il virologo Fabrizio Pregliasco fiuta l’aria, non delle rive che bagnano Parigi ma di una possibile occasione per tornare a pontificare. Eccolo allora a salmodiare l’elenco dei possibili sintomi di intossicazione da nuotata improvvida: «Problemi urinari con bruciori e cistite, specialmente nelle donne. Ma soprattutto forme gastroenteriche pesanti con dolore, nausea e vomito, febbre alta, diarrea a volte associata a perdite di sangue». Ah, quel bel terrorismo di una volta, quanti ricordi...
Anche per Pregliasco, la scelta della Senna per le gare olimpiche in acque libere «lascia di per sé perplessi rispetto alla qualità che possono avere le sue acque», anche «al di là dei controlli»: infatti «è chiaro che le analisi sono periodiche e bastano degli sversamenti, legali o meno, per cambiare le cose. È sufficiente che lungo un affluente della Senna ci sia un impianto di depurazione che non funziona bene, magari perché in questo periodo in quella regione c’è un eccesso di persone e quindi l’impianto non riesce a bonificare le acque come dovrebbe. Anche a me, in Italia è successo di seguire un caso legato a un’inefficienza temporanea dei sistemi di bonifica che ha determinato uno sversamento di virus nelle acque».
Insomma, per il momento bisogna accontentarsi della diarrea da E.coli, per le piaghe bibliche in arrivo c’è ancora tempo. Va però spezzata almeno una lancia in favore delle virostar: se non altro sono coerenti. Lo stesso non si può dire per quei dirigenti politici che due anni fa volevano farci salutare col gomito e ora ci invitano a fare nuotate in mezzo alle pantegane.
Continua a leggereRiduci
Claire Michel ricoverata per un’infezione da Escherichia coli. La sua squadra si ritira dal triathlon: «Speriamo sia di lezione». Due elvetici e un norvegese hanno sintomi. «Si valuta altra sede per le prove in acque libere».Le virostar si tuffano nella melma. In crisi di notorietà, Matteo Bassetti evoca Louis Pasteur: «A vedere queste gare, si rivolterebbe nella tomba». E Fabrizio Pregliasco elenca le malattie che si rischiano a immergersi nei liquami.Lo speciale contiene due articoli.Chiamatelo Emmanuel Marròn: altro che green, le acque della Senna sono marroni, inquinate e pericolose, e così le manie di grandezza del presidente francese annegano tra le polemiche. «Correreste il rischio di entrare nella Senna due giorni prima della gara, magari per poi ammalarvi il giorno prima della competizione?», Si era chiesto l’irlandese Daniel Wiffen, record europeo negli 800 metri stile libero, prima dell’inizio dei Giochi. Ed è stato buon profeta: Claire Michel, una atleta belga del triathlon che aveva nuotato nella Senna in occasione della gara individuale, è stata ricoverata per aver contratto il batterio Escherichia coli, presente nel fiume. La poveretta lamenta problemi di stomaco e intestinali: «Sono stata curata bene e mi riprenderò», scrive la Michel su Instagram, «sono però davvero devastata per la squadra e mi dispiace finire i Giochi in questo modo».Il Belgio è letteralmente furioso con l’organizzazione, tanto che ieri mattina ha deciso di ritirare la sua squadra dalla staffetta mista di triathlon. Nella nota ufficiale diffusa dai vertici dello sport belga si spiega che la rinuncia alla staffetta è stata presa «nei colloqui con gli atleti e lo staff. Il Comitato olimpico belga e la Federazione triathlon sperano che la lezione venga appresa in vista delle prossime competizioni di triathlon alle Olimpiadi». Va sottolineato che nei giorni scorsi diversi allenamenti dei triatleti erano stati annullati proprio perché il livello di Escherichia coli superava le soglie di guardia. Cronaca di un ricovero annunciato, anzi di più: due triatleti svizzeri, Adrien Brifford e Simon Westermann, accusano sintomi di gastroenterite, ma non confermano ufficialmente che si tratti della Senna, mentre un atleta norvegese ha accusato dolore addominale e vomito il giorno seguente alla gara. Il direttore sportivo della Federtriathlon norvegese, Arild Tveiten, spiega che la causa del malore non è ancora nota, ma aggiunge: «Stiamo pensando quello che pensano tutti: che probabilmente è il fiume. Ma non lo sappiamo». Parliamoci chiaro: l’Escherichia coli è un indicatore di contaminazione fecale, la Senna per farla breve è ancora troppo piena (ci si perdoni, è il caso di dirlo, il francesismo) di cacca, come ha fatto intuire pochi giorni fa un’altra atleta belga, Jolien Vermeylen: «Ho bevuto molta acqua», ha detto la Vermeylen, «e non ha il sapore della Coca-cola o della Sprite. Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non dovremmo pensare troppo». Cosa avrà visto e sentito, sotto i ponti, la belga? Non si sa, ma è facile pensare a qualche topolone olimpico. Un film horror, queste gare nella Senna, che Macron ha voluto a tutti i costi per autocelebrare la propria grandezza (il fiume non è balneabile da 100 anni). Un film costato 1,4 miliardi di euro per gli interventi di bonifica che non hanno bonificato niente, e a rivederle ore fanno francamente ridere le immagini del sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, del prefetto della Regione Ile-de-France, Marc Guillaume, e del presidente del Comitato organizzatore olimpico, Tony Estanguet, che si sono fatti un tuffetto a favore di telecamere, prima dell’inizio dei Giochi, per dimostrare la balneabilità della Senna, non solo agli atleti ma anche ai cittadini della capitale, infuriati per gli altissimi costi dell’intervento, e ai quali era stata fatta intravedere la possibilità di farsi il bagnetto sotto casa. Detto del malcapitato triatleta canadese Tyler Mislawchuk, le cui immagini mentre vomita dieci volte hanno fatto il giro del mondo, torniamo al Marròn: il nostro Greg Paltrinieri, argento nei 1.500 (in piscina), e appena diventato il nuotatore italiano con più medaglie olimpiche (cinque), è atteso alla prova dei 10 km in acque libere, ovvero nella Senna. «Sì, siamo preoccupati», ha detto qualche giorno fa alla Gazzetta, «è una location mai provata. Non puoi organizzare una gara così senza averla mai provata. Probabilmente l’acqua è fredda e con corrente da fiume. Molto probabilmente è sporco perché non ci sono le condizioni per nuotare, ma sono quasi sicuro che la faranno lì perché ci hanno investito troppo. Mi sembra un po’ una presa in giro». Per chiarire bene il concetto, Paltrinieri ha citato Carlo Verdone in Troppo forte, che racconta dell’avventura in una palude in Rhodesia: «Mi sarò bevuto dai sei a sette litri di merda». Le prossime gare sono comunque appese a un filo. Nessuno può sapere se ci saranno le condizioni affinché vengano disputate nella Senna, anche perché c’è l’incubo di altre patologie: «I rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024», spiega il presidente della Società italiana di medicina ambientale, Alessandro Miani, «legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. La presenza nelle acque dei fiumi di batteri fecali, come ad esempio l’Escherichia coli, può provocare infezioni gastrointestinali nell’uomo con sintomi come diarrea e vomito. Si possono verificare poi infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari. Occorre poi considerare», aggiunge Miani, «le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi, come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati ma si riscontrano sul lungo termine». Così ieri la portavoce delle Olimpiadi, Anne Descamps, ha voluto rassicurare: «Abbiamo un’altra sede come possibile piano di riserva» per il nuoto in acque libere. Il piano B per non affogare nella melma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/senna-intossica-atleta-belga-2668900253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-virostar-si-tuffano-nella-melma" data-post-id="2668900253" data-published-at="1722912675" data-use-pagination="False"> Le virostar si tuffano nella melma Disoccupati da mesi, con la prossima epidemia biblica che tarda ad arrivare, le ultime varianti del Covid che non interessano più a nessuno e in più Novak Djokovic che spadroneggia, i virologi italiani erano ormai sull’orlo dell’insano gesto: dopo una stagione da Ferragnez, è dura tornare in corsia a curare i bimbi con la varicella. Ma, all’improvviso, ecco arrivare da Parigi una possibilità per tornare alla ribalta: i liquami della Senna. Come non tuffarcisi (metaforicamente parlando)? «Oggi Louis Pasteur, padre della moderna microbiologia, si rivolta nella tomba. Far nuotare gli atleti nella Senna ha riportato il mondo indietro di 100 anni», scrive su X, goloso d’attenzione, l’infettivologo Matteo Bassetti. Contattato dall’Adnkronos, il primario del Policlinico San Martino di Genova si lascia andare a un’analisi a tutto tondo: «Alla fine l’E. coli è il minore dei problemi infettivologici che si possono contrarre nella Senna», dato che, in quelle «acque putride, popolate da topi e chissà quale altro animale», si può andare incontro a ben di peggio: «dalla leptospirosi alla salmonella, alla shigella e alla yersinia. Per non parlare poi di tutti quelli che sono i protozoi o gli altri parassiti che possono arrivare attraverso l’acqua: dall’ameba alla giardia». Per Bassetti «è davvero incomprensibile come si possa aver consentito a degli atleti di nuotare in un fiume tanto inquinato che rappresenta un rischio per la loro salute, nonostante la comunità scientifica avesse chiaramente avvisato gli organizzatori dei potenziali rischi». Anche il virologo Fabrizio Pregliasco fiuta l’aria, non delle rive che bagnano Parigi ma di una possibile occasione per tornare a pontificare. Eccolo allora a salmodiare l’elenco dei possibili sintomi di intossicazione da nuotata improvvida: «Problemi urinari con bruciori e cistite, specialmente nelle donne. Ma soprattutto forme gastroenteriche pesanti con dolore, nausea e vomito, febbre alta, diarrea a volte associata a perdite di sangue». Ah, quel bel terrorismo di una volta, quanti ricordi... Anche per Pregliasco, la scelta della Senna per le gare olimpiche in acque libere «lascia di per sé perplessi rispetto alla qualità che possono avere le sue acque», anche «al di là dei controlli»: infatti «è chiaro che le analisi sono periodiche e bastano degli sversamenti, legali o meno, per cambiare le cose. È sufficiente che lungo un affluente della Senna ci sia un impianto di depurazione che non funziona bene, magari perché in questo periodo in quella regione c’è un eccesso di persone e quindi l’impianto non riesce a bonificare le acque come dovrebbe. Anche a me, in Italia è successo di seguire un caso legato a un’inefficienza temporanea dei sistemi di bonifica che ha determinato uno sversamento di virus nelle acque». Insomma, per il momento bisogna accontentarsi della diarrea da E.coli, per le piaghe bibliche in arrivo c’è ancora tempo. Va però spezzata almeno una lancia in favore delle virostar: se non altro sono coerenti. Lo stesso non si può dire per quei dirigenti politici che due anni fa volevano farci salutare col gomito e ora ci invitano a fare nuotate in mezzo alle pantegane.
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
Continua a leggereRiduci
Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.