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2024-08-06
La Senna intossica un’atleta belga. Due malori anche tra gli svizzeri
Claire Michel (Ansa)
Chiamatelo Emmanuel Marròn: altro che green, le acque della Senna sono marroni, inquinate e pericolose, e così le manie di grandezza del presidente francese annegano tra le polemiche. «Correreste il rischio di entrare nella Senna due giorni prima della gara, magari per poi ammalarvi il giorno prima della competizione?», Si era chiesto l’irlandese Daniel Wiffen, record europeo negli 800 metri stile libero, prima dell’inizio dei Giochi. Ed è stato buon profeta: Claire Michel, una atleta belga del triathlon che aveva nuotato nella Senna in occasione della gara individuale, è stata ricoverata per aver contratto il batterio Escherichia coli, presente nel fiume. La poveretta lamenta problemi di stomaco e intestinali: «Sono stata curata bene e mi riprenderò», scrive la Michel su Instagram, «sono però davvero devastata per la squadra e mi dispiace finire i Giochi in questo modo».
Il Belgio è letteralmente furioso con l’organizzazione, tanto che ieri mattina ha deciso di ritirare la sua squadra dalla staffetta mista di triathlon. Nella nota ufficiale diffusa dai vertici dello sport belga si spiega che la rinuncia alla staffetta è stata presa «nei colloqui con gli atleti e lo staff. Il Comitato olimpico belga e la Federazione triathlon sperano che la lezione venga appresa in vista delle prossime competizioni di triathlon alle Olimpiadi». Va sottolineato che nei giorni scorsi diversi allenamenti dei triatleti erano stati annullati proprio perché il livello di Escherichia coli superava le soglie di guardia. Cronaca di un ricovero annunciato, anzi di più: due triatleti svizzeri, Adrien Brifford e Simon Westermann, accusano sintomi di gastroenterite, ma non confermano ufficialmente che si tratti della Senna, mentre un atleta norvegese ha accusato dolore addominale e vomito il giorno seguente alla gara. Il direttore sportivo della Federtriathlon norvegese, Arild Tveiten, spiega che la causa del malore non è ancora nota, ma aggiunge: «Stiamo pensando quello che pensano tutti: che probabilmente è il fiume. Ma non lo sappiamo».
Parliamoci chiaro: l’Escherichia coli è un indicatore di contaminazione fecale, la Senna per farla breve è ancora troppo piena (ci si perdoni, è il caso di dirlo, il francesismo) di cacca, come ha fatto intuire pochi giorni fa un’altra atleta belga, Jolien Vermeylen: «Ho bevuto molta acqua», ha detto la Vermeylen, «e non ha il sapore della Coca-cola o della Sprite. Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non dovremmo pensare troppo». Cosa avrà visto e sentito, sotto i ponti, la belga? Non si sa, ma è facile pensare a qualche topolone olimpico. Un film horror, queste gare nella Senna, che Macron ha voluto a tutti i costi per autocelebrare la propria grandezza (il fiume non è balneabile da 100 anni). Un film costato 1,4 miliardi di euro per gli interventi di bonifica che non hanno bonificato niente, e a rivederle ore fanno francamente ridere le immagini del sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, del prefetto della Regione Ile-de-France, Marc Guillaume, e del presidente del Comitato organizzatore olimpico, Tony Estanguet, che si sono fatti un tuffetto a favore di telecamere, prima dell’inizio dei Giochi, per dimostrare la balneabilità della Senna, non solo agli atleti ma anche ai cittadini della capitale, infuriati per gli altissimi costi dell’intervento, e ai quali era stata fatta intravedere la possibilità di farsi il bagnetto sotto casa. Detto del malcapitato triatleta canadese Tyler Mislawchuk, le cui immagini mentre vomita dieci volte hanno fatto il giro del mondo, torniamo al Marròn: il nostro Greg Paltrinieri, argento nei 1.500 (in piscina), e appena diventato il nuotatore italiano con più medaglie olimpiche (cinque), è atteso alla prova dei 10 km in acque libere, ovvero nella Senna. «Sì, siamo preoccupati», ha detto qualche giorno fa alla Gazzetta, «è una location mai provata. Non puoi organizzare una gara così senza averla mai provata. Probabilmente l’acqua è fredda e con corrente da fiume. Molto probabilmente è sporco perché non ci sono le condizioni per nuotare, ma sono quasi sicuro che la faranno lì perché ci hanno investito troppo. Mi sembra un po’ una presa in giro». Per chiarire bene il concetto, Paltrinieri ha citato Carlo Verdone in Troppo forte, che racconta dell’avventura in una palude in Rhodesia: «Mi sarò bevuto dai sei a sette litri di merda». Le prossime gare sono comunque appese a un filo. Nessuno può sapere se ci saranno le condizioni affinché vengano disputate nella Senna, anche perché c’è l’incubo di altre patologie: «I rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024», spiega il presidente della Società italiana di medicina ambientale, Alessandro Miani, «legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. La presenza nelle acque dei fiumi di batteri fecali, come ad esempio l’Escherichia coli, può provocare infezioni gastrointestinali nell’uomo con sintomi come diarrea e vomito. Si possono verificare poi infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari. Occorre poi considerare», aggiunge Miani, «le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi, come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati ma si riscontrano sul lungo termine». Così ieri la portavoce delle Olimpiadi, Anne Descamps, ha voluto rassicurare: «Abbiamo un’altra sede come possibile piano di riserva» per il nuoto in acque libere. Il piano B per non affogare nella melma.
Le virostar si tuffano nella melma
Disoccupati da mesi, con la prossima epidemia biblica che tarda ad arrivare, le ultime varianti del Covid che non interessano più a nessuno e in più Novak Djokovic che spadroneggia, i virologi italiani erano ormai sull’orlo dell’insano gesto: dopo una stagione da Ferragnez, è dura tornare in corsia a curare i bimbi con la varicella.
Ma, all’improvviso, ecco arrivare da Parigi una possibilità per tornare alla ribalta: i liquami della Senna. Come non tuffarcisi (metaforicamente parlando)? «Oggi Louis Pasteur, padre della moderna microbiologia, si rivolta nella tomba. Far nuotare gli atleti nella Senna ha riportato il mondo indietro di 100 anni», scrive su X, goloso d’attenzione, l’infettivologo Matteo Bassetti.
Contattato dall’Adnkronos, il primario del Policlinico San Martino di Genova si lascia andare a un’analisi a tutto tondo: «Alla fine l’E. coli è il minore dei problemi infettivologici che si possono contrarre nella Senna», dato che, in quelle «acque putride, popolate da topi e chissà quale altro animale», si può andare incontro a ben di peggio: «dalla leptospirosi alla salmonella, alla shigella e alla yersinia. Per non parlare poi di tutti quelli che sono i protozoi o gli altri parassiti che possono arrivare attraverso l’acqua: dall’ameba alla giardia». Per Bassetti «è davvero incomprensibile come si possa aver consentito a degli atleti di nuotare in un fiume tanto inquinato che rappresenta un rischio per la loro salute, nonostante la comunità scientifica avesse chiaramente avvisato gli organizzatori dei potenziali rischi».
Anche il virologo Fabrizio Pregliasco fiuta l’aria, non delle rive che bagnano Parigi ma di una possibile occasione per tornare a pontificare. Eccolo allora a salmodiare l’elenco dei possibili sintomi di intossicazione da nuotata improvvida: «Problemi urinari con bruciori e cistite, specialmente nelle donne. Ma soprattutto forme gastroenteriche pesanti con dolore, nausea e vomito, febbre alta, diarrea a volte associata a perdite di sangue». Ah, quel bel terrorismo di una volta, quanti ricordi...
Anche per Pregliasco, la scelta della Senna per le gare olimpiche in acque libere «lascia di per sé perplessi rispetto alla qualità che possono avere le sue acque», anche «al di là dei controlli»: infatti «è chiaro che le analisi sono periodiche e bastano degli sversamenti, legali o meno, per cambiare le cose. È sufficiente che lungo un affluente della Senna ci sia un impianto di depurazione che non funziona bene, magari perché in questo periodo in quella regione c’è un eccesso di persone e quindi l’impianto non riesce a bonificare le acque come dovrebbe. Anche a me, in Italia è successo di seguire un caso legato a un’inefficienza temporanea dei sistemi di bonifica che ha determinato uno sversamento di virus nelle acque».
Insomma, per il momento bisogna accontentarsi della diarrea da E.coli, per le piaghe bibliche in arrivo c’è ancora tempo. Va però spezzata almeno una lancia in favore delle virostar: se non altro sono coerenti. Lo stesso non si può dire per quei dirigenti politici che due anni fa volevano farci salutare col gomito e ora ci invitano a fare nuotate in mezzo alle pantegane.
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Claire Michel ricoverata per un’infezione da Escherichia coli. La sua squadra si ritira dal triathlon: «Speriamo sia di lezione». Due elvetici e un norvegese hanno sintomi. «Si valuta altra sede per le prove in acque libere».Le virostar si tuffano nella melma. In crisi di notorietà, Matteo Bassetti evoca Louis Pasteur: «A vedere queste gare, si rivolterebbe nella tomba». E Fabrizio Pregliasco elenca le malattie che si rischiano a immergersi nei liquami.Lo speciale contiene due articoli.Chiamatelo Emmanuel Marròn: altro che green, le acque della Senna sono marroni, inquinate e pericolose, e così le manie di grandezza del presidente francese annegano tra le polemiche. «Correreste il rischio di entrare nella Senna due giorni prima della gara, magari per poi ammalarvi il giorno prima della competizione?», Si era chiesto l’irlandese Daniel Wiffen, record europeo negli 800 metri stile libero, prima dell’inizio dei Giochi. Ed è stato buon profeta: Claire Michel, una atleta belga del triathlon che aveva nuotato nella Senna in occasione della gara individuale, è stata ricoverata per aver contratto il batterio Escherichia coli, presente nel fiume. La poveretta lamenta problemi di stomaco e intestinali: «Sono stata curata bene e mi riprenderò», scrive la Michel su Instagram, «sono però davvero devastata per la squadra e mi dispiace finire i Giochi in questo modo».Il Belgio è letteralmente furioso con l’organizzazione, tanto che ieri mattina ha deciso di ritirare la sua squadra dalla staffetta mista di triathlon. Nella nota ufficiale diffusa dai vertici dello sport belga si spiega che la rinuncia alla staffetta è stata presa «nei colloqui con gli atleti e lo staff. Il Comitato olimpico belga e la Federazione triathlon sperano che la lezione venga appresa in vista delle prossime competizioni di triathlon alle Olimpiadi». Va sottolineato che nei giorni scorsi diversi allenamenti dei triatleti erano stati annullati proprio perché il livello di Escherichia coli superava le soglie di guardia. Cronaca di un ricovero annunciato, anzi di più: due triatleti svizzeri, Adrien Brifford e Simon Westermann, accusano sintomi di gastroenterite, ma non confermano ufficialmente che si tratti della Senna, mentre un atleta norvegese ha accusato dolore addominale e vomito il giorno seguente alla gara. Il direttore sportivo della Federtriathlon norvegese, Arild Tveiten, spiega che la causa del malore non è ancora nota, ma aggiunge: «Stiamo pensando quello che pensano tutti: che probabilmente è il fiume. Ma non lo sappiamo». Parliamoci chiaro: l’Escherichia coli è un indicatore di contaminazione fecale, la Senna per farla breve è ancora troppo piena (ci si perdoni, è il caso di dirlo, il francesismo) di cacca, come ha fatto intuire pochi giorni fa un’altra atleta belga, Jolien Vermeylen: «Ho bevuto molta acqua», ha detto la Vermeylen, «e non ha il sapore della Coca-cola o della Sprite. Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non dovremmo pensare troppo». Cosa avrà visto e sentito, sotto i ponti, la belga? Non si sa, ma è facile pensare a qualche topolone olimpico. Un film horror, queste gare nella Senna, che Macron ha voluto a tutti i costi per autocelebrare la propria grandezza (il fiume non è balneabile da 100 anni). Un film costato 1,4 miliardi di euro per gli interventi di bonifica che non hanno bonificato niente, e a rivederle ore fanno francamente ridere le immagini del sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, del prefetto della Regione Ile-de-France, Marc Guillaume, e del presidente del Comitato organizzatore olimpico, Tony Estanguet, che si sono fatti un tuffetto a favore di telecamere, prima dell’inizio dei Giochi, per dimostrare la balneabilità della Senna, non solo agli atleti ma anche ai cittadini della capitale, infuriati per gli altissimi costi dell’intervento, e ai quali era stata fatta intravedere la possibilità di farsi il bagnetto sotto casa. Detto del malcapitato triatleta canadese Tyler Mislawchuk, le cui immagini mentre vomita dieci volte hanno fatto il giro del mondo, torniamo al Marròn: il nostro Greg Paltrinieri, argento nei 1.500 (in piscina), e appena diventato il nuotatore italiano con più medaglie olimpiche (cinque), è atteso alla prova dei 10 km in acque libere, ovvero nella Senna. «Sì, siamo preoccupati», ha detto qualche giorno fa alla Gazzetta, «è una location mai provata. Non puoi organizzare una gara così senza averla mai provata. Probabilmente l’acqua è fredda e con corrente da fiume. Molto probabilmente è sporco perché non ci sono le condizioni per nuotare, ma sono quasi sicuro che la faranno lì perché ci hanno investito troppo. Mi sembra un po’ una presa in giro». Per chiarire bene il concetto, Paltrinieri ha citato Carlo Verdone in Troppo forte, che racconta dell’avventura in una palude in Rhodesia: «Mi sarò bevuto dai sei a sette litri di merda». Le prossime gare sono comunque appese a un filo. Nessuno può sapere se ci saranno le condizioni affinché vengano disputate nella Senna, anche perché c’è l’incubo di altre patologie: «I rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024», spiega il presidente della Società italiana di medicina ambientale, Alessandro Miani, «legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. La presenza nelle acque dei fiumi di batteri fecali, come ad esempio l’Escherichia coli, può provocare infezioni gastrointestinali nell’uomo con sintomi come diarrea e vomito. Si possono verificare poi infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari. Occorre poi considerare», aggiunge Miani, «le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi, come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati ma si riscontrano sul lungo termine». Così ieri la portavoce delle Olimpiadi, Anne Descamps, ha voluto rassicurare: «Abbiamo un’altra sede come possibile piano di riserva» per il nuoto in acque libere. Il piano B per non affogare nella melma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/senna-intossica-atleta-belga-2668900253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-virostar-si-tuffano-nella-melma" data-post-id="2668900253" data-published-at="1722912675" data-use-pagination="False"> Le virostar si tuffano nella melma Disoccupati da mesi, con la prossima epidemia biblica che tarda ad arrivare, le ultime varianti del Covid che non interessano più a nessuno e in più Novak Djokovic che spadroneggia, i virologi italiani erano ormai sull’orlo dell’insano gesto: dopo una stagione da Ferragnez, è dura tornare in corsia a curare i bimbi con la varicella. Ma, all’improvviso, ecco arrivare da Parigi una possibilità per tornare alla ribalta: i liquami della Senna. Come non tuffarcisi (metaforicamente parlando)? «Oggi Louis Pasteur, padre della moderna microbiologia, si rivolta nella tomba. Far nuotare gli atleti nella Senna ha riportato il mondo indietro di 100 anni», scrive su X, goloso d’attenzione, l’infettivologo Matteo Bassetti. Contattato dall’Adnkronos, il primario del Policlinico San Martino di Genova si lascia andare a un’analisi a tutto tondo: «Alla fine l’E. coli è il minore dei problemi infettivologici che si possono contrarre nella Senna», dato che, in quelle «acque putride, popolate da topi e chissà quale altro animale», si può andare incontro a ben di peggio: «dalla leptospirosi alla salmonella, alla shigella e alla yersinia. Per non parlare poi di tutti quelli che sono i protozoi o gli altri parassiti che possono arrivare attraverso l’acqua: dall’ameba alla giardia». Per Bassetti «è davvero incomprensibile come si possa aver consentito a degli atleti di nuotare in un fiume tanto inquinato che rappresenta un rischio per la loro salute, nonostante la comunità scientifica avesse chiaramente avvisato gli organizzatori dei potenziali rischi». Anche il virologo Fabrizio Pregliasco fiuta l’aria, non delle rive che bagnano Parigi ma di una possibile occasione per tornare a pontificare. Eccolo allora a salmodiare l’elenco dei possibili sintomi di intossicazione da nuotata improvvida: «Problemi urinari con bruciori e cistite, specialmente nelle donne. Ma soprattutto forme gastroenteriche pesanti con dolore, nausea e vomito, febbre alta, diarrea a volte associata a perdite di sangue». Ah, quel bel terrorismo di una volta, quanti ricordi... Anche per Pregliasco, la scelta della Senna per le gare olimpiche in acque libere «lascia di per sé perplessi rispetto alla qualità che possono avere le sue acque», anche «al di là dei controlli»: infatti «è chiaro che le analisi sono periodiche e bastano degli sversamenti, legali o meno, per cambiare le cose. È sufficiente che lungo un affluente della Senna ci sia un impianto di depurazione che non funziona bene, magari perché in questo periodo in quella regione c’è un eccesso di persone e quindi l’impianto non riesce a bonificare le acque come dovrebbe. Anche a me, in Italia è successo di seguire un caso legato a un’inefficienza temporanea dei sistemi di bonifica che ha determinato uno sversamento di virus nelle acque». Insomma, per il momento bisogna accontentarsi della diarrea da E.coli, per le piaghe bibliche in arrivo c’è ancora tempo. Va però spezzata almeno una lancia in favore delle virostar: se non altro sono coerenti. Lo stesso non si può dire per quei dirigenti politici che due anni fa volevano farci salutare col gomito e ora ci invitano a fare nuotate in mezzo alle pantegane.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.