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2018-06-26
Sembra Cary Grant ma è come Zapatero: con Pedro Sánchez la Spagna è nei guai
ANSA
Quasi non bastassero Emmanuel Macron e Angela Merkel, ora a incrementare il tasso di antipatia dei governi europei si è aggiunto pure il neopremier spagnolo Pedro Sánchez. Alla prima uscita - in margine al vertice europeo sull'immigrazione - ha subito bollato gli italiani come «antieuropei ed egoisti», sostenendo di voler creare «un esclusivo asse ispano-franco-tedesco». Perciò ha allungato grandi sorrisi a Francia e Germania (i sorrisi da rotocalco assieme alle pose etiche sono il cuore della politica socialista di Sánchez). Che il suo governo sia di minoranza (con appena 84 seggi su 350, cosa che comporterà una continua questua di voti) e che il ministro dell'Economia - Nadia Calviño - sia per curricolo una ligia creatura comunitaria, sono per lui dei trascurabili dettagli.
Se dunque in Europa l'esordio è a dir poco improvvido e irreale, sul fronte interno non è da meno. La prima idea di Sánchez per una nuova Spagna consiste nel rimuovere la salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos, il vasto complesso architettonico religioso in memoria della guerra civile spagnola. Sánchez vorrebbe riadattare quel luogo, quasi fosse un monolocale, per trasformarlo in un solenne monumento all'antifranchismo (storicamente sarebbe come voler adibire il Colosseo a chiesa cristiana). Ma il neopremier non si ferma qui: vuole pure l'istituzione di una commissione per «la verità sul franchismo», nonché l'introduzione nel codice penale del reato di «apologia del falangismo».
Gli inciampi però, oltre ai numeri in Parlamento, sono tanti: l'area e gli edifici della Valle sono di proprietà della chiesa cattolica (con cui Sánchez, ateo e irreligioso, non fila); a voler inumare lì il Caudillo fu l'ex re Juan Carlos I; inoltre cancellare la storia del franchismo dalla Spagna, addirittura volerla incriminare, significa di fatto cancellare e incriminare mezza Spagna, corona inclusa. Non basta ramazzar via spagnolescamente un mucchietto d'ossa, facendolo sparire sotto il tappeto, come pensa Sánchez, per far i conti con il fascismo. Noi italiani lo sappiamo.
Sicché quello del neopremier pare in realtà un proclama a perdere. È lo stile di Sánchez. Il nuovo bello e possibile della politica europea (Le Monde l'ha definito «il Cary Grant latino») è un gran furbastro, attento a massimizzare l'eco dei media. L'ha dimostrato appena insediato con il gesto - da sborone - con cui ha accolto la nave Aquarius, nonché poco prima varando un governo di donne (mossa astuta in tempi di Me too e femminismo coatto). Si può esser certi che in futuro Sánchez procederà allo stesso modo, cioè a colpi di trovate vistose e inconcludenti (forse la prossima sarà l'abolizione delle fiestas de toros giusto per far felici gli animalisti a dispetto di secoli di tradizione).
La sua politica riparte esattamente da dove José Luis Zapatero aveva lasciato. Ve lo ricordate Zapatero? Il dolce bambi dagli occhi azzurri (i maligni però ci vedevano Mr. Bean) come finì? A furia di voler trasformare la Spagna in un'Ibiza lassista e pansessuale quasi la mandò sul lastrico peggio della Grecia.
Comunque gli spagnoli d'oggi sembrano aver sviluppato qualche anticorpo in più verso questi estrosi sinistrati di sinistra. La cosa divertente infatti è che sfogliando i giornali ispanici (da Abc a La Vanguardia), intenti a riportare la dichiarazione di Matteo Salvini - il quale sui migranti aveva detto «charlatánes» a Sánchez e Macron - ebbene, pur criticandone i modi poco istituzionali, nel merito e dati alla mano, danno ragione al nostro ministro. Implicitamente riconoscono che quello del governo spagnolo con l'Aquarius, quanto a numeri d'accoglimento, è stato solo un bel gesto. Se - invece di quei quattro gatti sull'Aquarius - la Spagna iniziasse a sobbarcarsi gli arrivi sostenuti dall'Italia in qualche mese, il bel Sánchez andrebbe politicamente a gambe all'aria. Perché tale è il sentimento - di puro buon senso - di tutti i popoli europei, di là dai buonismi e dalle fantasticherie dei politici alla Sánchez. Chi non lo capisce, perde voti.
Nonostante ciò (o forse in ragione di ciò), la sinistra italiana, di cui sono noti autolesionismo e pochezza di personalità, si è già innamorata di Sánchez, tanto da elevarlo a modello. A imitare lo spagnolo sta pensando il reggente Pd Maurizio Martina (il quale però, più che un Cary Grant della politica, pare Lurch il maggiordomo della famiglia Addams). Ma soprattutto ci sta pensando Matteo Renzi. Per rilanciare una carriera politica ormai allo sbando, Renzi ha accantonato l'esempio del tignoso Macron (il quale piccinamente esige il saluto militare persino dai ragazzini) per darsi a el guapo Sánchez. Dopotutto - argomenta tra sé Renzi - «guapo» in italiano si traduce anche con «bullo». È proprio vero: quando si è al lumicino ci si accontenta davvero con niente.
Marco Lanterna
Pure il «tenero» Macron ha il suo Matteo Salvini
Il presidente francese Emmanuel Macron si è ormai fatto conoscere come il salvatore di naufraghi con i porti degli altri. Corsica e Sud della Francia si sono guardati bene dal far sbarcare i migranti della nave Aquarius, mentre a Ventimiglia e Bardonecchia la Gendarmerie si è resa protagonista di svariati atti di violenza nei confronti dei nordafricani (secondo Oxfam, i poliziotti tagliano le suole delle scarpe dei malcapitati, per evitare che si rimettano in marcia verso la Francia). Senza contare gli sconfinamenti in Italia dei poliziotti di frontiera. Ma se Macron, con la scusa del diritto internazionale, aspira a congelare lo status quo che scarica sul nostro Paese l'onere dei soccorsi in mare, non si può dire che il governo presieduto dal suo sodale Édouard Philippe sia immune da quella che lo stesso Monsieur le président ha definito la «lebbra» populista.
Ci riferiamo al ministro dell'Interno, Gérard Collomb, esponente del Partito socialista francese e al contempo indomito manganellatore degli immigrati economici. Al suo insediamento, Le Monde sostenne che Collomb puntava a concretizzare «il desiderio di attuare una politica migratoria repressiva». Giusto un anno fa, i soprusi dei gendarmi vennero denunciati persino da Jacques Toubon, il Difensore dei diritti, una figura introdotta dalla riforma costituzionale del 2008 a garanzia di discriminazioni o abusi perpetrati dalle forze di sicurezza.
È noto, d'altra parte, che i transalpini non sono andati per il sottile nella gestione dei campi in cui stazionano i migranti. A Calais, dove si ammassavano migliaia di disgraziati nella speranza di poter raggiungere il Regno Unito, a febbraio era scoppiata improvvisamente una rissa. Erano stati esplosi dei colpi d'arma da fuoco e quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni erano stati feriti gravemente. Mentre la situazione della cosiddetta «giungla» di Calais diventava ingestibile, il ministro Collomb non invocava né obblighi umanitari né principi di responsabilità in capo al governo francese. Al contrario, precisava come «il messaggio» da trasmettere agli immigrati fosse che «se si vuole andare in Gran Bretagna, non è qui che bisogna venire». Un approccio peraltro condivisibile, ma che presupporrebbe, da parte di Parigi, l'onestà intellettuale di non puntare il dito sull'Italia.
È per lo meno singolare, effettivamente, che l'esecutivo transalpino faccia affidamento su un ministro dell'Interno che, in teoria, proviene da sinistra, è stato uno dei primi sostenitori di «En Marche!», ma alla prova dei fatti agisce come un Matteo Salvini in salsa parigina. Meno di un mese fa, ad esempio, le forze di sicurezza avevano smantellato nella capitale francese un enorme insediamento di immigrati, allestito a Porte de la Villette, lungo la Senna. All'alba del 30 maggio la polizia, con alcuni drappelli giunti in barca dal fiume, aveva fatto sgomberare 1.500 persone, ufficialmente per trasferirle in centri di accoglienza situati in altre venti località della regione di Parigi e per sottoporle a controlli d'identità. Pochi giorni dopo, il 4 giugno, è stata la volta di altri due accampamenti nelle zone di Saint denis e del Canal Saint Martin: circa mille immigrati, quasi tutti afgani, sono stati allontanati dai bivacchi soltanto una settimana prima che scoppiasse la polemica sulla condotta italiana nei confronti della Aquarius, giudicata dal portavoce di «En Marche!», Gabriel Attal, «vomitevole».
Certo, in patria qualche esponente politico di maggioranza si è scontrato con la linea dura del ministro Collomb. Jean Michel Clément, deputato del movimento di Macron, nel mese di aprile era stato l'unico di «En Marche!» a votare contro un disegno di legge su asilo e immigrazione promosso proprio da Collomb e che mirava ad accelerare le procedure di rimpatrio per chi non ha diritto a rimanere sul suolo francese, aumentando il periodo di permanenza nei centri di detenzione da 45 a 90 giorni. Clément aveva infine deciso di lasciare il gruppo parlamentare di «En Marche!» dopo l'inequivocabile ultimatum ricevuto dal suo capogruppo, Richard Ferrand: «Se l'astensione è un peccato veniale, votare contro un testo è un peccato mortale che merita la pena dell'esclusione».
Alla faccia delle critiche di Macron alle «tattiche di respingimento», riferimento non troppo velato sia all'idea di Giuseppe Conte di realizzare degli hotspot in Africa, sia alle minacce rivolte da Horst Seehofer (che ha affidato al dobermann Hans Eckhard Sommer l'ufficio federale per la migrazione e i rifugiati) alla cancelliera tedesca Angela Merkel in merito ai rimpatri degli immigrati già registrati in altri Paesi Ue. La verità è che l'Europa ha due facce e porterà tutta la sua ambiguità al prossimo vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles. I francesi sono preoccupati dai movimenti secondari e per contenerne l'impatto sono pronti a impiegare gli stessi strumenti che poi condannano. Parigi contesta la pagliuzza nel Viminale altrui, ma ignora la trave del Salvini francese che occupa l'hôtel de Beauvau.
Alessandro Rico
Il professor Saviano sui crimini dei migranti è proprio un asino
Avevo lasciato quattro anni fa Roberto Saviano visiting professor a Princeton e me lo ritrovo supplente in una quinta al Giordano Bruno di Maddaloni. Se qualcuno dovesse temere qualcosa, può tirare un respiro di sollievo, il ruolo di docente liceale di rimpiazzo è stato per un giorno solo e non è in programma la prosecuzione. In teoria la supplenza di Saviano avrebbe dovuto riguardare la storia, roba che ha che fare col congresso di Vienna, Cavour, Mazzini, Metternich, il Piave e l'8 settembre, ma il nostro ha preferito discettare di droga, argomento notoriamente compreso nel programma ministeriale della materia. Non so se è ancora così, ma ai miei tempi se capitava che il prof. consentisse che in classe si parlasse d'attualità, eravamo certi che per quella mattina l'avevamo scampata.
La prospettiva dispensata agli studenti da Saviano è quella antiproibizionista, secondo cui se lo Stato producesse e mettesse in vendita la marijuana, ci sarebbe più controllo e la criminalità vedrebbe i propri guadagni, è il caso di dirlo, andare in fumo. Certo, quando si dice la scalogna, manco passa una settimana e l'Istituto superiore di sanità dichiara che i canapa shop dovrebbero essere chiusi. Non solo: 6 giugno 2018, rivista Journal of cardiovascular medicine: il consumo di cannabis si associa a un incremento del rischio di scompenso cardiaco e a un +24% di accidenti cerebrovascolari; 21 maggio 2018, rivista Journal trauma acute care surgery: dopo la legalizzazione della cannabis nel 2000, nelle Hawaii la positività al tetraidrocannabinolo negli incidenti stradali è triplicata; 30 marzo 2018, rivista Journal of adolescent health: dopo la legalizzazione in Colorado, le visite al pronto soccorso pediatrico per uso di cannabis sono quasi triplicate; febbraio 2017, rivista Jama pediatrics: dopo la legalizzazione nello Stato di Washington, tra gli adolescenti la percezione di pericolosità della marijuana è diminuita e il divario nell'uso è aumentato di 4-5 punti percentuali rispetto agli Stati che hanno mantenuto il divieto.
Vabbé, a Saviano è sfuggito di raccontare questa parte della storia, ma come si dice, a volte si deve abbozzare, mica si può rischiare di apparire antipatici contestando 'o professore. Dunque, lasciamo da parte la docenza ad interim e passiamo alla querelle immigrazione. Saviano è un grande conoscitore di criminalità mafiosa, un'industria che ancora si occupa di liquidare le persone scomode con manodopera prettamente nostrana: nel 2016 264 omicidi di tipo mafioso commessi da italiani e soltanto 4 da stranieri. Però si deve dire che nello stesso anno gli omicidi volontari di qualsiasi matrice, che hanno visto come autore una persona straniera sono stati 204, mica bruscolini. Ma com'è che di questi il professor Saviano non si sente mai parlare? Lui, un paladino della legalità che non parla mai dell'illegalità commessa da cittadini stranieri, come può essere? Eppure appena l'8,3% della popolazione residente, elevata al 9% sommando gli irregolari, si è resa responsabile lo scorso anno del 29,2% dei reati penali denunciati (fonte: Relazione al Parlamento sull'attività delle forze di polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata). Nella sua invettiva contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, il carismatico riferimento dei no borders ha chiarito di non volere il martirio, di non tenere a morire. Ne siamo lieti. Ma forse che le 204 vittime della mano omicida di stranieri del 2016, le 266 del 2015, le 218 del 2014, le 240 e 271 nei due anni precedenti, forse che queste 1.199 persone che molte, troppe volte, non avrebbero dovuto incontrare chi non avrebbe dovuto stare sul nostro territorio se solo il buonismo immigrazionista di cui Saviano è voce tonante non avesse imperversato al governo, forse costoro avevano chiesto di essere assassinate? Quante di loro oggi sarebbero vive se quel cattivone del capo leghista si fosse potuto sedere al Viminale in tempo utile per rispedire al mittente i carichi dei mercanti di uomini tra cui si annidava il loro assassino? Il professor Saviano dichiara urbi et orbi di tenerci alla propria pelle, ma dalla sua pagina Facebook dichiara l'obiezione di coscienza all'aborto una piaga, una rivendicazione di totale disinteresse per la vita dei suoi simili più inermi e innocenti, eliminati non con le pistole, né con le bombe, ma con la cannula e le pillole abortive. Certo, sono quegli esseri umani che non possono fuggire, né lamentarsi della propria sorte, che non possono marciare, digiunare, chiedere asilo, salire su un barcone, domandare la protezione delle convenzioni internazionali, quelli che il professore ignora essere le vittime di una soppressione seriale protetta dall'ingiustizia legale. Eppure quei 7 milioni che Saviano non prende nemmeno in considerazione sono solo una parte di quelli che mancano all'appello (6 milioni mancanti perché abortiti, più un altro milione che sarebbero oggi vivi se i loro genitori non fossero stati abortiti) e lo costringono ad ammettere che «siamo un Paese con una crisi demografica immensa» che rende necessaria l'immigrazione in atto.
Eppure non era il Paleocele, ma meno di 4 anni fa quando lo stesso Saviano saliva sul pulpito del suo profilo Fb per dispensare ai suoi discepoli una lezioncina tranquillizzante: «Quando venne introdotta la pillola anticoncezionale, una parte di mondo tuonò che non si sarebbero fatti più figli e che tutto sarebbe finito in una sorta d'estinzione», scriveva allora, aggiungendo che «quando arrivò la legge sull'aborto, fu ribadita la medesima fobia». Quand'era docente a Princeton preoccuparsi per le culle vuote era una fobia da cui Saviano era immune, oggi, divenuto supplente a Maddaloni, le stesse culle vuote rendono l'invasione africana una necessità. E poi vatti a lamentare della quasi laurea della Fedeli.
Renzo Puccetti
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I primi passi del premier iberico riportano indietro il Paese. Immigrazionismo e antifranchismo sono la bussola del governo.L'Ue a due facce prepara il vertice sui migranti. Per Parigi siamo «vomitevoli» anche se il ministro Gérard Collomb applica il pugno di ferro. Berlino fa lo stesso e schiera Hans Eckhard Sommer.Roberto Saviano ha tenuto una lezione a favore della legalizzazione della marijuana in un liceo. Sulle conseguenze della cannabis e sulle vittime degli stranieri però dimostra di non sapere nulla.Lo speciale contiene tre articoliQuasi non bastassero Emmanuel Macron e Angela Merkel, ora a incrementare il tasso di antipatia dei governi europei si è aggiunto pure il neopremier spagnolo Pedro Sánchez. Alla prima uscita - in margine al vertice europeo sull'immigrazione - ha subito bollato gli italiani come «antieuropei ed egoisti», sostenendo di voler creare «un esclusivo asse ispano-franco-tedesco». Perciò ha allungato grandi sorrisi a Francia e Germania (i sorrisi da rotocalco assieme alle pose etiche sono il cuore della politica socialista di Sánchez). Che il suo governo sia di minoranza (con appena 84 seggi su 350, cosa che comporterà una continua questua di voti) e che il ministro dell'Economia - Nadia Calviño - sia per curricolo una ligia creatura comunitaria, sono per lui dei trascurabili dettagli.Se dunque in Europa l'esordio è a dir poco improvvido e irreale, sul fronte interno non è da meno. La prima idea di Sánchez per una nuova Spagna consiste nel rimuovere la salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos, il vasto complesso architettonico religioso in memoria della guerra civile spagnola. Sánchez vorrebbe riadattare quel luogo, quasi fosse un monolocale, per trasformarlo in un solenne monumento all'antifranchismo (storicamente sarebbe come voler adibire il Colosseo a chiesa cristiana). Ma il neopremier non si ferma qui: vuole pure l'istituzione di una commissione per «la verità sul franchismo», nonché l'introduzione nel codice penale del reato di «apologia del falangismo». Gli inciampi però, oltre ai numeri in Parlamento, sono tanti: l'area e gli edifici della Valle sono di proprietà della chiesa cattolica (con cui Sánchez, ateo e irreligioso, non fila); a voler inumare lì il Caudillo fu l'ex re Juan Carlos I; inoltre cancellare la storia del franchismo dalla Spagna, addirittura volerla incriminare, significa di fatto cancellare e incriminare mezza Spagna, corona inclusa. Non basta ramazzar via spagnolescamente un mucchietto d'ossa, facendolo sparire sotto il tappeto, come pensa Sánchez, per far i conti con il fascismo. Noi italiani lo sappiamo.Sicché quello del neopremier pare in realtà un proclama a perdere. È lo stile di Sánchez. Il nuovo bello e possibile della politica europea (Le Monde l'ha definito «il Cary Grant latino») è un gran furbastro, attento a massimizzare l'eco dei media. L'ha dimostrato appena insediato con il gesto - da sborone - con cui ha accolto la nave Aquarius, nonché poco prima varando un governo di donne (mossa astuta in tempi di Me too e femminismo coatto). Si può esser certi che in futuro Sánchez procederà allo stesso modo, cioè a colpi di trovate vistose e inconcludenti (forse la prossima sarà l'abolizione delle fiestas de toros giusto per far felici gli animalisti a dispetto di secoli di tradizione).La sua politica riparte esattamente da dove José Luis Zapatero aveva lasciato. Ve lo ricordate Zapatero? Il dolce bambi dagli occhi azzurri (i maligni però ci vedevano Mr. Bean) come finì? A furia di voler trasformare la Spagna in un'Ibiza lassista e pansessuale quasi la mandò sul lastrico peggio della Grecia.Comunque gli spagnoli d'oggi sembrano aver sviluppato qualche anticorpo in più verso questi estrosi sinistrati di sinistra. La cosa divertente infatti è che sfogliando i giornali ispanici (da Abc a La Vanguardia), intenti a riportare la dichiarazione di Matteo Salvini - il quale sui migranti aveva detto «charlatánes» a Sánchez e Macron - ebbene, pur criticandone i modi poco istituzionali, nel merito e dati alla mano, danno ragione al nostro ministro. Implicitamente riconoscono che quello del governo spagnolo con l'Aquarius, quanto a numeri d'accoglimento, è stato solo un bel gesto. Se - invece di quei quattro gatti sull'Aquarius - la Spagna iniziasse a sobbarcarsi gli arrivi sostenuti dall'Italia in qualche mese, il bel Sánchez andrebbe politicamente a gambe all'aria. Perché tale è il sentimento - di puro buon senso - di tutti i popoli europei, di là dai buonismi e dalle fantasticherie dei politici alla Sánchez. Chi non lo capisce, perde voti.Nonostante ciò (o forse in ragione di ciò), la sinistra italiana, di cui sono noti autolesionismo e pochezza di personalità, si è già innamorata di Sánchez, tanto da elevarlo a modello. A imitare lo spagnolo sta pensando il reggente Pd Maurizio Martina (il quale però, più che un Cary Grant della politica, pare Lurch il maggiordomo della famiglia Addams). Ma soprattutto ci sta pensando Matteo Renzi. Per rilanciare una carriera politica ormai allo sbando, Renzi ha accantonato l'esempio del tignoso Macron (il quale piccinamente esige il saluto militare persino dai ragazzini) per darsi a el guapo Sánchez. Dopotutto - argomenta tra sé Renzi - «guapo» in italiano si traduce anche con «bullo». È proprio vero: quando si è al lumicino ci si accontenta davvero con niente.Marco Lanterna<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sembra-cary-grant-e-come-zapatero-con-pedro-sanchez-spagna-nei-guai-2581263566.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-tenero-macron-ha-il-suo-matteo-salvini" data-post-id="2581263566" data-published-at="1771438455" data-use-pagination="False"> Pure il «tenero» Macron ha il suo Matteo Salvini Il presidente francese Emmanuel Macron si è ormai fatto conoscere come il salvatore di naufraghi con i porti degli altri. Corsica e Sud della Francia si sono guardati bene dal far sbarcare i migranti della nave Aquarius, mentre a Ventimiglia e Bardonecchia la Gendarmerie si è resa protagonista di svariati atti di violenza nei confronti dei nordafricani (secondo Oxfam, i poliziotti tagliano le suole delle scarpe dei malcapitati, per evitare che si rimettano in marcia verso la Francia). Senza contare gli sconfinamenti in Italia dei poliziotti di frontiera. Ma se Macron, con la scusa del diritto internazionale, aspira a congelare lo status quo che scarica sul nostro Paese l'onere dei soccorsi in mare, non si può dire che il governo presieduto dal suo sodale Édouard Philippe sia immune da quella che lo stesso Monsieur le président ha definito la «lebbra» populista. Ci riferiamo al ministro dell'Interno, Gérard Collomb, esponente del Partito socialista francese e al contempo indomito manganellatore degli immigrati economici. Al suo insediamento, Le Monde sostenne che Collomb puntava a concretizzare «il desiderio di attuare una politica migratoria repressiva». Giusto un anno fa, i soprusi dei gendarmi vennero denunciati persino da Jacques Toubon, il Difensore dei diritti, una figura introdotta dalla riforma costituzionale del 2008 a garanzia di discriminazioni o abusi perpetrati dalle forze di sicurezza. È noto, d'altra parte, che i transalpini non sono andati per il sottile nella gestione dei campi in cui stazionano i migranti. A Calais, dove si ammassavano migliaia di disgraziati nella speranza di poter raggiungere il Regno Unito, a febbraio era scoppiata improvvisamente una rissa. Erano stati esplosi dei colpi d'arma da fuoco e quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni erano stati feriti gravemente. Mentre la situazione della cosiddetta «giungla» di Calais diventava ingestibile, il ministro Collomb non invocava né obblighi umanitari né principi di responsabilità in capo al governo francese. Al contrario, precisava come «il messaggio» da trasmettere agli immigrati fosse che «se si vuole andare in Gran Bretagna, non è qui che bisogna venire». Un approccio peraltro condivisibile, ma che presupporrebbe, da parte di Parigi, l'onestà intellettuale di non puntare il dito sull'Italia. È per lo meno singolare, effettivamente, che l'esecutivo transalpino faccia affidamento su un ministro dell'Interno che, in teoria, proviene da sinistra, è stato uno dei primi sostenitori di «En Marche!», ma alla prova dei fatti agisce come un Matteo Salvini in salsa parigina. Meno di un mese fa, ad esempio, le forze di sicurezza avevano smantellato nella capitale francese un enorme insediamento di immigrati, allestito a Porte de la Villette, lungo la Senna. All'alba del 30 maggio la polizia, con alcuni drappelli giunti in barca dal fiume, aveva fatto sgomberare 1.500 persone, ufficialmente per trasferirle in centri di accoglienza situati in altre venti località della regione di Parigi e per sottoporle a controlli d'identità. Pochi giorni dopo, il 4 giugno, è stata la volta di altri due accampamenti nelle zone di Saint denis e del Canal Saint Martin: circa mille immigrati, quasi tutti afgani, sono stati allontanati dai bivacchi soltanto una settimana prima che scoppiasse la polemica sulla condotta italiana nei confronti della Aquarius, giudicata dal portavoce di «En Marche!», Gabriel Attal, «vomitevole». Certo, in patria qualche esponente politico di maggioranza si è scontrato con la linea dura del ministro Collomb. Jean Michel Clément, deputato del movimento di Macron, nel mese di aprile era stato l'unico di «En Marche!» a votare contro un disegno di legge su asilo e immigrazione promosso proprio da Collomb e che mirava ad accelerare le procedure di rimpatrio per chi non ha diritto a rimanere sul suolo francese, aumentando il periodo di permanenza nei centri di detenzione da 45 a 90 giorni. Clément aveva infine deciso di lasciare il gruppo parlamentare di «En Marche!» dopo l'inequivocabile ultimatum ricevuto dal suo capogruppo, Richard Ferrand: «Se l'astensione è un peccato veniale, votare contro un testo è un peccato mortale che merita la pena dell'esclusione». Alla faccia delle critiche di Macron alle «tattiche di respingimento», riferimento non troppo velato sia all'idea di Giuseppe Conte di realizzare degli hotspot in Africa, sia alle minacce rivolte da Horst Seehofer (che ha affidato al dobermann Hans Eckhard Sommer l'ufficio federale per la migrazione e i rifugiati) alla cancelliera tedesca Angela Merkel in merito ai rimpatri degli immigrati già registrati in altri Paesi Ue. La verità è che l'Europa ha due facce e porterà tutta la sua ambiguità al prossimo vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles. I francesi sono preoccupati dai movimenti secondari e per contenerne l'impatto sono pronti a impiegare gli stessi strumenti che poi condannano. Parigi contesta la pagliuzza nel Viminale altrui, ma ignora la trave del Salvini francese che occupa l'hôtel de Beauvau. 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In teoria la supplenza di Saviano avrebbe dovuto riguardare la storia, roba che ha che fare col congresso di Vienna, Cavour, Mazzini, Metternich, il Piave e l'8 settembre, ma il nostro ha preferito discettare di droga, argomento notoriamente compreso nel programma ministeriale della materia. Non so se è ancora così, ma ai miei tempi se capitava che il prof. consentisse che in classe si parlasse d'attualità, eravamo certi che per quella mattina l'avevamo scampata. La prospettiva dispensata agli studenti da Saviano è quella antiproibizionista, secondo cui se lo Stato producesse e mettesse in vendita la marijuana, ci sarebbe più controllo e la criminalità vedrebbe i propri guadagni, è il caso di dirlo, andare in fumo. Certo, quando si dice la scalogna, manco passa una settimana e l'Istituto superiore di sanità dichiara che i canapa shop dovrebbero essere chiusi. Non solo: 6 giugno 2018, rivista Journal of cardiovascular medicine: il consumo di cannabis si associa a un incremento del rischio di scompenso cardiaco e a un +24% di accidenti cerebrovascolari; 21 maggio 2018, rivista Journal trauma acute care surgery: dopo la legalizzazione della cannabis nel 2000, nelle Hawaii la positività al tetraidrocannabinolo negli incidenti stradali è triplicata; 30 marzo 2018, rivista Journal of adolescent health: dopo la legalizzazione in Colorado, le visite al pronto soccorso pediatrico per uso di cannabis sono quasi triplicate; febbraio 2017, rivista Jama pediatrics: dopo la legalizzazione nello Stato di Washington, tra gli adolescenti la percezione di pericolosità della marijuana è diminuita e il divario nell'uso è aumentato di 4-5 punti percentuali rispetto agli Stati che hanno mantenuto il divieto. Vabbé, a Saviano è sfuggito di raccontare questa parte della storia, ma come si dice, a volte si deve abbozzare, mica si può rischiare di apparire antipatici contestando 'o professore. Dunque, lasciamo da parte la docenza ad interim e passiamo alla querelle immigrazione. Saviano è un grande conoscitore di criminalità mafiosa, un'industria che ancora si occupa di liquidare le persone scomode con manodopera prettamente nostrana: nel 2016 264 omicidi di tipo mafioso commessi da italiani e soltanto 4 da stranieri. Però si deve dire che nello stesso anno gli omicidi volontari di qualsiasi matrice, che hanno visto come autore una persona straniera sono stati 204, mica bruscolini. Ma com'è che di questi il professor Saviano non si sente mai parlare? Lui, un paladino della legalità che non parla mai dell'illegalità commessa da cittadini stranieri, come può essere? Eppure appena l'8,3% della popolazione residente, elevata al 9% sommando gli irregolari, si è resa responsabile lo scorso anno del 29,2% dei reati penali denunciati (fonte: Relazione al Parlamento sull'attività delle forze di polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata). Nella sua invettiva contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, il carismatico riferimento dei no borders ha chiarito di non volere il martirio, di non tenere a morire. Ne siamo lieti. Ma forse che le 204 vittime della mano omicida di stranieri del 2016, le 266 del 2015, le 218 del 2014, le 240 e 271 nei due anni precedenti, forse che queste 1.199 persone che molte, troppe volte, non avrebbero dovuto incontrare chi non avrebbe dovuto stare sul nostro territorio se solo il buonismo immigrazionista di cui Saviano è voce tonante non avesse imperversato al governo, forse costoro avevano chiesto di essere assassinate? Quante di loro oggi sarebbero vive se quel cattivone del capo leghista si fosse potuto sedere al Viminale in tempo utile per rispedire al mittente i carichi dei mercanti di uomini tra cui si annidava il loro assassino? Il professor Saviano dichiara urbi et orbi di tenerci alla propria pelle, ma dalla sua pagina Facebook dichiara l'obiezione di coscienza all'aborto una piaga, una rivendicazione di totale disinteresse per la vita dei suoi simili più inermi e innocenti, eliminati non con le pistole, né con le bombe, ma con la cannula e le pillole abortive. Certo, sono quegli esseri umani che non possono fuggire, né lamentarsi della propria sorte, che non possono marciare, digiunare, chiedere asilo, salire su un barcone, domandare la protezione delle convenzioni internazionali, quelli che il professore ignora essere le vittime di una soppressione seriale protetta dall'ingiustizia legale. Eppure quei 7 milioni che Saviano non prende nemmeno in considerazione sono solo una parte di quelli che mancano all'appello (6 milioni mancanti perché abortiti, più un altro milione che sarebbero oggi vivi se i loro genitori non fossero stati abortiti) e lo costringono ad ammettere che «siamo un Paese con una crisi demografica immensa» che rende necessaria l'immigrazione in atto. Eppure non era il Paleocele, ma meno di 4 anni fa quando lo stesso Saviano saliva sul pulpito del suo profilo Fb per dispensare ai suoi discepoli una lezioncina tranquillizzante: «Quando venne introdotta la pillola anticoncezionale, una parte di mondo tuonò che non si sarebbero fatti più figli e che tutto sarebbe finito in una sorta d'estinzione», scriveva allora, aggiungendo che «quando arrivò la legge sull'aborto, fu ribadita la medesima fobia». Quand'era docente a Princeton preoccuparsi per le culle vuote era una fobia da cui Saviano era immune, oggi, divenuto supplente a Maddaloni, le stesse culle vuote rendono l'invasione africana una necessità. E poi vatti a lamentare della quasi laurea della Fedeli. Renzo Puccetti
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Ricapitoliamo: il governo italiano ha pronto un decreto-legge che dovrebbe intervenire sul costo dell’energia, con l’intenzione di abbassarlo. Oltre ad alcuni sgravi per i bassi redditi, che complessivamente potrebbero valere tra i 2 e i 3 miliardi di euro, l’articolato prevede un intervento sul sistema che oggi obbliga i produttori termoelettrici a pagare per la CO2 emessa dalla combustione del gas per produrre energia elettrica, ovvero il sistema Ets. Tale intervento consiste nel rimborso ai produttori termoelettrici dei costi sostenuti per l’Ets, tramite l’applicazione di una nuova componente in bolletta su tutti i consumatori. In tal modo, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso potrebbe scendere di qualcosa come 25-30 euro/MWh, mentre l’onere medio sulla platea complessiva gravata dalla nuova componente sarebbe molto inferiore. Ai produttori termoelettrici verrebbero rimborsate anche alcune voci di costo accessorie che gravano sul trasporto del gas.
L’effetto netto, dunque, dovrebbe essere quello di un generale abbassamento delle bollette per famiglie e imprese, almeno di quella parte dei consumatori che ha prezzi indicizzati al prezzo spot. Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini il decreto energia «è indispensabile perché essere competitivi in un’Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico europeo dell’energia è un problema enorme». Ovviamente i consumatori sono molto favorevoli a qualunque forma di abbassamento dei costi dell’energia. Per una azienda che consuma 2 GWh all’anno di energia il risparmio può arrivare a 50-60.000 euro all’anno, sulla parte energia in un contratto indicizzato al prezzo spot.
Ma il dispositivo pensato dal governo non è di facile applicazione e vede un fronte contrario piuttosto compatto. Posto che ancora si sta discutendo di ipotesi perché il decreto ufficialmente non esiste ancora, sono soprattutto le imprese attive nelle fonti rinnovabili ad opporsi all’articolo 5 della bozza di decreto, quello contenente la norma sul rimborso dei costi Ets ai termoelettrici.
L’Ets deriva da una normativa europea e dunque la sua sospensione de facto contenuta del decreto (peraltro limitata solo ad una parte degli obbligati) potrebbe essere rigettata dalla Commissione. Bruxelles ha fatto sapere ieri, tramite una portavoce, che valuterà «la compatibilità» del decreto energia con la legislazione Ue una volta che questo sarà approvato. «Si tratta ancora di un progetto di legge e non ho commenti da fare. Non abbiamo visto i contenuti e non ne conosciamo i dettagli», ha concluso la portavoce. Stando a queste parole non ci sarebbe dunque stata una interlocuzione preventiva con gli uffici della Commissione sul tema. Il che apre a scenari di una futura discussione con Bruxelles. Una discussione che potrebbe anche avere esito positivo, considerato che a livello di Consiglio il tema di un allentamento dell’Ets è all’ordine del giorno. Il problema in questo caso sarebbe rappresentato da tempi e modi. A livello europeo si parla infatti di una riduzione del prezzo dei permessi di emissione Ets attraverso un meccanismo di corridoio per confinare i prezzi della CO2 tra i 20 e i 40 euro a tonnellata, la metà del valore attuale. A questo meccanismo si affiancherebbe un allungamento del periodo di concessione delle quote gratuite.
Diversa è la questione dell’impatto sugli investimenti in fonti rinnovabili. È questo il punto che vede la maggiore opposizione da parte degli operatori del settore.
L’Associazione nazionale energia del vento, Aenev, ha stigmatizzato «l’ennesimo intervento retroattivo che rischia di indebolire il sistema Paese e ridurre l’attrattività per gli investitori nazionali e stranieri, con conseguenze negative per il sistema produttivo italiano e con il rischio di ridurre sensibilmente la possibilità di raggiungere gli obiettivi settoriali in materia di indipendenza energetica, competitività e decarbonizzazione».
Agostino Re Rebaudengo, presidente Asja Energy ed ex presidente di Energia Futura, ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica». La questione è delicata e riguarda la certezza del quadro normativo in un settore che ha un orizzonte temporale lungo. E del resto, l’Ets, che i produttori da fonte rinnovabile non pagano per definizione, rappresenta per essi un margine puro.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha raggiunto un accordo con Edison e A2A per il rinnovo delle concessioni idroelettriche, che prevede la cessione del 15% di energia a prezzi calmierati alle aziende energivore. Il decreto in approvazione però potrebbe precludere l’applicazione dell’accordo, rileva criticamente la Regione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Rifiuti tessili sequestrati nell'operazione congiunta (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli)
Si sono svolte, rispettivamente, dal 6 al 26 ottobre 2025 e dal 17 al 30 novembre 2025 le due fasi operative della «Jco Demeter XI» operazione doganale congiunta finalizzata alla repressione dei traffici transfrontalieri illegali di rifiuti ai sensi della Convenzione di Basilea e del commercio illegale di sostanze che riducono lo strato di ozono (ODS) e F-GAS controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal.
L’Operazione, coordinata dall’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD), in collaborazione con l’Amministrazione doganale cinese e con l’Ufficio di collegamento di intelligence regionale dell’OMD per l'Asia/Pacifico (RILO AP), giunta alla sua undicesima edizione, ha visto la partecipazione di un numero record di 120 Paesi.
Le attività di controllo doganale operate sul territorio nazionale, con il coordinamento della Direzione Antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e del Comando Generale della Guardia di Finanza, hanno consentito di constatare presso gli Uffici doganali violazioni per circa 1.037.137 kg di rifiuti, di cui la quota prevalente — pari a 905.237 kg — costituita da rifiuti tessili.
L’edizione appena conclusa dell’Operazione congiunta ha fatto emergere la crescita esponenziale nel commercio illegale di merce dichiarata di seconda mano, invece di essere classificata come rifiuto tessile, evidenziando una situazione di forte criticità legata principalmente alla cosiddetta fast fashion e alle sfide dell’economia circolare.
Traffici illeciti che, per loro natura, incidono prevalentemente sui Paesi in via di sviluppo, in particolare sulle nazioni del Sud-Est asiatico — tra cui la Thailandia — nonché su altre aree di destinazione come il Pakistan e la Tunisia. I controlli hanno interessato anche i rifiuti derivanti da veicoli e loro componenti, oltre a cascami di acciaio, mettendo in risalto, anche in ambito JCO, un incremento significativo in termini di sequestri rispetto alle precedenti edizioni dell’Operazione.
Le violazioni sono state rilevate dagli Uffici dell’Agenzia e dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza di Livorno, Genova, Venezia, Prato e Milano. Complessivamente, a livello globale, la collaborazione tra le amministrazioni dei 120 Paesi coinvolti ha consentito il sequestro di: 15.509 tonnellate di rifiuti sequestrati e 220.716 pezzi di rifiuti non pesati; 168 tonnellate di ODS e HFC; 13 tonnellate e oltre 5.700 apparecchiature contenenti sostanze controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal; 8 tonnellate e più di 30.000 pezzi di altre sostanze chimiche pericolose, tra cui pesticidi e mercurio.
Risultati eccellenti che costituiscono una testimonianza diretta dell’efficace collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza, una sinergia ulteriormente consolidata alla luce della stipula del protocollo d’intesa siglato tra le due Istituzioni nel maggio 2025.
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Nel riquadro la copertina del volume scritto da Michele Surian «Mental training per sportivi - Strategie e abilità mentali per la performance atletica» (iStock)
Non basta allenare i muscoli. Chi fa sport, sia amatoriale sia agonistico, e desidera ottenere risultati concreti ma a un certo punto con ce la fa più, lo sa: il limite non è fisico, è mentale. Saper gestire ansia, emozioni e concentrazione e fissare obiettivi chiari e realistici, può fare la differenza tra un buon allenamento e uno mediocre, tra una performance vincente e una deludente sconfitta. Ma anche, più banalmente, un semplice allenamento di uno sportivo medio che pratica corsa outdoor, tanto per citare un esempio, e che a un certo punto si trova a fare i conti con la routine dell'allenamento e fatica a trovare dentro se stesso la giusta motivazione per non mollare. È lì, nei meandri della mente che si gioca una partita decisiva e spesso invisibile. Ed è proprio qui che può diventare fondamentale il supporto di un allenatore o un trainer in grado di toccare le corde giuste nel momento in cui chiunque vorrebbe mollare. Ricordo, per esempio, quando praticavo calcio agonistico, avevo un allenatore che insisteva parecchio sulla parte fisica dell'allenamento ad alta intensità con veri circuiti da crossfit. Quando qualcuno del gruppo non ce la faceva più, arrivava puntuale la frase magica: «Ricordate: non è il vostro corpo che sta mollando, ma la vostra mente». E chiunque trovava le forze e le energie per completare l'esercizio.
A spiegarlo è Michele Surian, maestro di numerosi campioni del mondo, nel libro Mental training per sportivi - Strategie e abilità mentali per la performance atletica (Edizioni Lswr). «Le stesse leggi che regolano lo sviluppo delle capacità fisiche valgono anche per quelle mentali – scrive Surian –. Con ripetizione, carichi progressivi e pratica di qualità, è possibile far crescere l’atleta come un sistema integrato, dove mente e corpo, tecnica e tattica si influenzano a vicenda». Il volume di Surian, pubblicato nel 2021, oggi torna particolarmente attuale alla luce del periodo di grande fermento sportivo con le gare delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 in primo piano e le imprese che gli atleti ci stanno regalando ogni giorno, ma anche in concomitanza dell’imminente arrivo della primavera. Una stagione in cui molti decidono di iniziare – o riprendere – a fare attività fisica. Senza una strategia chiara, però, l’entusiasmo iniziale rischia di spegnersi in fretta. Ed è qui che il mental training può rappresentare uno strumento concreto per dare continuità e direzione ai propri obiettivi.
Concentrazione, controllo emotivo e gestione dello stress non sono doti innate: si costruiscono e si consolidano attraverso un percorso graduale. Come nel gesto tecnico, l’apprendimento mentale passa da una fase iniziale di comprensione, alla ripetizione corretta, fino all’automatizzazione. Solo così le competenze mentali diventano affidabili, pronte a emergere nei momenti decisivi della gara. «Chi pensa di ottenere subito risultati concreti con una tecnica mentale appena appresa – avverte Surian – rischia di restare deluso. Serve tempo, pratica e integrazione tra mente e corpo».
Al centro del mental training c’è il goal-setting, la capacità di stabilire e perseguire obiettivi specifici e misurabili. Obiettivi chiari danno una direzione alle azioni, permettono di valutare i progressi e mantengono alta la motivazione. Devono essere sfidanti ma realistici, aggiornati continuamente e suddivisi in tappe brevi, medie e lunghe. Per rendere efficace il processo, Surian suggerisce il modello SMARTER: ogni obiettivo deve essere Specifico, Misurabile, Accessibile, Realistico, Temporalmente definito, Emozionante e Registrato. Così si costruisce una mappa concreta dei propri progressi, con piccoli successi che alimentano fiducia e senso di autoefficacia. La strategia del goal-setting non si limita alla performance atletica: può migliorare la qualità della vita, lo studio, il lavoro e le relazioni. Obiettivi ben formulati aiutano a diventare più consapevoli e a crescere, senza trascurare equilibrio e valori personali. Concetti molto cari a Surian, che ha alle spalle una lunga esperienza maturata prima sul tatami e poi in palestra. Ex atleta della Nazionale italiana di kickboxing, campione europeo e nove volte campione italiano, oggi è professore di Scienze motorie e tecnico di IV livello europeo Coni, oltre che Maestro 7° dan, negli anni ha seguito e formato numerosi campioni del mondo, portando nel lavoro quotidiano con gli atleti non solo competenze tecniche, ma una visione che mette al centro la crescita mentale oltre a quella fisica.
Da Jacobs a Federer: gli sportivi e non solo che hanno puntato sul mental coach

Roger Federer (Ansa)
Dietro le grandi vittorie non c’è solo talento o preparazione fisica. Sempre più spesso, al fianco degli atleti di alto livello c’è una figura invisibile ma fondamentale: il mental coach. La sua missione è lavorare sulla mente, su tutti quei processi interni che influenzano la performance ma che non si vedono in campo. Attenzione, dialogo interno, gestione delle emozioni e risposta allo stress competitivo diventano così strumenti concreti per raggiungere il massimo potenziale.
A differenza dello psicologo dello sport, professionista sanitario abilitato e in grado di trattare anche disturbi e patologie, il mental coach si concentra sull’allenamento pratico della mente. Non ha formazione clinica e non può fare diagnosi, ma sa guidare l’atleta nel migliorare la concentrazione, gestire l’ansia, rafforzare la fiducia in sé stesso e costruire autostima. In altre parole, trasforma la forza mentale in prestazioni eccellenti.
Molti atleti famosi, infatti, hanno scelto di affidarsi a questa figura. In Italia, Marcell Jacobs ha riconosciuto il ruolo determinante della sua mental coach Nicoletta Romanazzi nel successo ai 100 metri olimpici di Tokyo, mentre Federica Pellegrini ha lavorato sulla propria mente per ritrovare sicurezza dopo le sconfitte. La sciatrice Sofia Goggia, protagonista a Milano-Cortina 2026, ha dichiarato di aver potuto contare sul supporto psicologico di un mental coach per restare concentrata e motivata e superare infortuni e pressioni mediatiche. Anche nel tennis mondiale, campioni come Roger Federer e Serena Williams hanno sottolineato quanto la preparazione mentale sia fondamentale per mantenere costanza e gestire la pressione delle competizioni. Non solo singoli atleti: intere squadre e allenatori hanno integrato il mental coaching nel loro lavoro. Nel calcio, Roberto Mancini e club come il Barcellona e la Lazio hanno inserito questa figura nei propri staff per supportare giocatori e squadre a gestire l’ansia e le sfide della stagione. Tecniche come la visualizzazione, la meditazione mindfulness, che si pratica rimanendo in assoluto silenzio e rimanendo concentrati esclusivamente sul flusso del proprio respiro, o il self-talk positivo, una sorta di dialogo interiore in grado di convertire pensieri limitanti in affermazioni potenzianti, migliorando così non solo la motivazione, ma anche l'autostima e le prestazioni, aiutano gli sportivi a modulare la propria risposta mentale ed emotiva, facendo la differenza tra una buona prestazione e un risultato eccellente.
Il mental coaching, tuttavia, non si limita allo sport. Vip, musicisti, attori e personaggi pubblici di fama mondiale si affidano sempre più a questa figura per migliorare le proprie performance e raggiungere obiettivi precisi. Da Oprah Winfrey ad Adele, da Madonna a George Michael, passando per attori come Ben Affleck, Tom Hanks e Hugh Jackman, il coaching mentale aiuta a superare limiti personali e mantenere il focus anche in contesti di grande pressione. Nel mondo dello sport, anche figure come Serena Williams, Marcell Jacobs e Matteo Berrettini hanno riconosciuto l’importanza di avere un alleato invisibile ma strategico al proprio fianco.
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