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2018-06-26
Sembra Cary Grant ma è come Zapatero: con Pedro Sánchez la Spagna è nei guai
ANSA
Quasi non bastassero Emmanuel Macron e Angela Merkel, ora a incrementare il tasso di antipatia dei governi europei si è aggiunto pure il neopremier spagnolo Pedro Sánchez. Alla prima uscita - in margine al vertice europeo sull'immigrazione - ha subito bollato gli italiani come «antieuropei ed egoisti», sostenendo di voler creare «un esclusivo asse ispano-franco-tedesco». Perciò ha allungato grandi sorrisi a Francia e Germania (i sorrisi da rotocalco assieme alle pose etiche sono il cuore della politica socialista di Sánchez). Che il suo governo sia di minoranza (con appena 84 seggi su 350, cosa che comporterà una continua questua di voti) e che il ministro dell'Economia - Nadia Calviño - sia per curricolo una ligia creatura comunitaria, sono per lui dei trascurabili dettagli.
Se dunque in Europa l'esordio è a dir poco improvvido e irreale, sul fronte interno non è da meno. La prima idea di Sánchez per una nuova Spagna consiste nel rimuovere la salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos, il vasto complesso architettonico religioso in memoria della guerra civile spagnola. Sánchez vorrebbe riadattare quel luogo, quasi fosse un monolocale, per trasformarlo in un solenne monumento all'antifranchismo (storicamente sarebbe come voler adibire il Colosseo a chiesa cristiana). Ma il neopremier non si ferma qui: vuole pure l'istituzione di una commissione per «la verità sul franchismo», nonché l'introduzione nel codice penale del reato di «apologia del falangismo».
Gli inciampi però, oltre ai numeri in Parlamento, sono tanti: l'area e gli edifici della Valle sono di proprietà della chiesa cattolica (con cui Sánchez, ateo e irreligioso, non fila); a voler inumare lì il Caudillo fu l'ex re Juan Carlos I; inoltre cancellare la storia del franchismo dalla Spagna, addirittura volerla incriminare, significa di fatto cancellare e incriminare mezza Spagna, corona inclusa. Non basta ramazzar via spagnolescamente un mucchietto d'ossa, facendolo sparire sotto il tappeto, come pensa Sánchez, per far i conti con il fascismo. Noi italiani lo sappiamo.
Sicché quello del neopremier pare in realtà un proclama a perdere. È lo stile di Sánchez. Il nuovo bello e possibile della politica europea (Le Monde l'ha definito «il Cary Grant latino») è un gran furbastro, attento a massimizzare l'eco dei media. L'ha dimostrato appena insediato con il gesto - da sborone - con cui ha accolto la nave Aquarius, nonché poco prima varando un governo di donne (mossa astuta in tempi di Me too e femminismo coatto). Si può esser certi che in futuro Sánchez procederà allo stesso modo, cioè a colpi di trovate vistose e inconcludenti (forse la prossima sarà l'abolizione delle fiestas de toros giusto per far felici gli animalisti a dispetto di secoli di tradizione).
La sua politica riparte esattamente da dove José Luis Zapatero aveva lasciato. Ve lo ricordate Zapatero? Il dolce bambi dagli occhi azzurri (i maligni però ci vedevano Mr. Bean) come finì? A furia di voler trasformare la Spagna in un'Ibiza lassista e pansessuale quasi la mandò sul lastrico peggio della Grecia.
Comunque gli spagnoli d'oggi sembrano aver sviluppato qualche anticorpo in più verso questi estrosi sinistrati di sinistra. La cosa divertente infatti è che sfogliando i giornali ispanici (da Abc a La Vanguardia), intenti a riportare la dichiarazione di Matteo Salvini - il quale sui migranti aveva detto «charlatánes» a Sánchez e Macron - ebbene, pur criticandone i modi poco istituzionali, nel merito e dati alla mano, danno ragione al nostro ministro. Implicitamente riconoscono che quello del governo spagnolo con l'Aquarius, quanto a numeri d'accoglimento, è stato solo un bel gesto. Se - invece di quei quattro gatti sull'Aquarius - la Spagna iniziasse a sobbarcarsi gli arrivi sostenuti dall'Italia in qualche mese, il bel Sánchez andrebbe politicamente a gambe all'aria. Perché tale è il sentimento - di puro buon senso - di tutti i popoli europei, di là dai buonismi e dalle fantasticherie dei politici alla Sánchez. Chi non lo capisce, perde voti.
Nonostante ciò (o forse in ragione di ciò), la sinistra italiana, di cui sono noti autolesionismo e pochezza di personalità, si è già innamorata di Sánchez, tanto da elevarlo a modello. A imitare lo spagnolo sta pensando il reggente Pd Maurizio Martina (il quale però, più che un Cary Grant della politica, pare Lurch il maggiordomo della famiglia Addams). Ma soprattutto ci sta pensando Matteo Renzi. Per rilanciare una carriera politica ormai allo sbando, Renzi ha accantonato l'esempio del tignoso Macron (il quale piccinamente esige il saluto militare persino dai ragazzini) per darsi a el guapo Sánchez. Dopotutto - argomenta tra sé Renzi - «guapo» in italiano si traduce anche con «bullo». È proprio vero: quando si è al lumicino ci si accontenta davvero con niente.
Marco Lanterna
Pure il «tenero» Macron ha il suo Matteo Salvini
Il presidente francese Emmanuel Macron si è ormai fatto conoscere come il salvatore di naufraghi con i porti degli altri. Corsica e Sud della Francia si sono guardati bene dal far sbarcare i migranti della nave Aquarius, mentre a Ventimiglia e Bardonecchia la Gendarmerie si è resa protagonista di svariati atti di violenza nei confronti dei nordafricani (secondo Oxfam, i poliziotti tagliano le suole delle scarpe dei malcapitati, per evitare che si rimettano in marcia verso la Francia). Senza contare gli sconfinamenti in Italia dei poliziotti di frontiera. Ma se Macron, con la scusa del diritto internazionale, aspira a congelare lo status quo che scarica sul nostro Paese l'onere dei soccorsi in mare, non si può dire che il governo presieduto dal suo sodale Édouard Philippe sia immune da quella che lo stesso Monsieur le président ha definito la «lebbra» populista.
Ci riferiamo al ministro dell'Interno, Gérard Collomb, esponente del Partito socialista francese e al contempo indomito manganellatore degli immigrati economici. Al suo insediamento, Le Monde sostenne che Collomb puntava a concretizzare «il desiderio di attuare una politica migratoria repressiva». Giusto un anno fa, i soprusi dei gendarmi vennero denunciati persino da Jacques Toubon, il Difensore dei diritti, una figura introdotta dalla riforma costituzionale del 2008 a garanzia di discriminazioni o abusi perpetrati dalle forze di sicurezza.
È noto, d'altra parte, che i transalpini non sono andati per il sottile nella gestione dei campi in cui stazionano i migranti. A Calais, dove si ammassavano migliaia di disgraziati nella speranza di poter raggiungere il Regno Unito, a febbraio era scoppiata improvvisamente una rissa. Erano stati esplosi dei colpi d'arma da fuoco e quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni erano stati feriti gravemente. Mentre la situazione della cosiddetta «giungla» di Calais diventava ingestibile, il ministro Collomb non invocava né obblighi umanitari né principi di responsabilità in capo al governo francese. Al contrario, precisava come «il messaggio» da trasmettere agli immigrati fosse che «se si vuole andare in Gran Bretagna, non è qui che bisogna venire». Un approccio peraltro condivisibile, ma che presupporrebbe, da parte di Parigi, l'onestà intellettuale di non puntare il dito sull'Italia.
È per lo meno singolare, effettivamente, che l'esecutivo transalpino faccia affidamento su un ministro dell'Interno che, in teoria, proviene da sinistra, è stato uno dei primi sostenitori di «En Marche!», ma alla prova dei fatti agisce come un Matteo Salvini in salsa parigina. Meno di un mese fa, ad esempio, le forze di sicurezza avevano smantellato nella capitale francese un enorme insediamento di immigrati, allestito a Porte de la Villette, lungo la Senna. All'alba del 30 maggio la polizia, con alcuni drappelli giunti in barca dal fiume, aveva fatto sgomberare 1.500 persone, ufficialmente per trasferirle in centri di accoglienza situati in altre venti località della regione di Parigi e per sottoporle a controlli d'identità. Pochi giorni dopo, il 4 giugno, è stata la volta di altri due accampamenti nelle zone di Saint denis e del Canal Saint Martin: circa mille immigrati, quasi tutti afgani, sono stati allontanati dai bivacchi soltanto una settimana prima che scoppiasse la polemica sulla condotta italiana nei confronti della Aquarius, giudicata dal portavoce di «En Marche!», Gabriel Attal, «vomitevole».
Certo, in patria qualche esponente politico di maggioranza si è scontrato con la linea dura del ministro Collomb. Jean Michel Clément, deputato del movimento di Macron, nel mese di aprile era stato l'unico di «En Marche!» a votare contro un disegno di legge su asilo e immigrazione promosso proprio da Collomb e che mirava ad accelerare le procedure di rimpatrio per chi non ha diritto a rimanere sul suolo francese, aumentando il periodo di permanenza nei centri di detenzione da 45 a 90 giorni. Clément aveva infine deciso di lasciare il gruppo parlamentare di «En Marche!» dopo l'inequivocabile ultimatum ricevuto dal suo capogruppo, Richard Ferrand: «Se l'astensione è un peccato veniale, votare contro un testo è un peccato mortale che merita la pena dell'esclusione».
Alla faccia delle critiche di Macron alle «tattiche di respingimento», riferimento non troppo velato sia all'idea di Giuseppe Conte di realizzare degli hotspot in Africa, sia alle minacce rivolte da Horst Seehofer (che ha affidato al dobermann Hans Eckhard Sommer l'ufficio federale per la migrazione e i rifugiati) alla cancelliera tedesca Angela Merkel in merito ai rimpatri degli immigrati già registrati in altri Paesi Ue. La verità è che l'Europa ha due facce e porterà tutta la sua ambiguità al prossimo vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles. I francesi sono preoccupati dai movimenti secondari e per contenerne l'impatto sono pronti a impiegare gli stessi strumenti che poi condannano. Parigi contesta la pagliuzza nel Viminale altrui, ma ignora la trave del Salvini francese che occupa l'hôtel de Beauvau.
Alessandro Rico
Il professor Saviano sui crimini dei migranti è proprio un asino
Avevo lasciato quattro anni fa Roberto Saviano visiting professor a Princeton e me lo ritrovo supplente in una quinta al Giordano Bruno di Maddaloni. Se qualcuno dovesse temere qualcosa, può tirare un respiro di sollievo, il ruolo di docente liceale di rimpiazzo è stato per un giorno solo e non è in programma la prosecuzione. In teoria la supplenza di Saviano avrebbe dovuto riguardare la storia, roba che ha che fare col congresso di Vienna, Cavour, Mazzini, Metternich, il Piave e l'8 settembre, ma il nostro ha preferito discettare di droga, argomento notoriamente compreso nel programma ministeriale della materia. Non so se è ancora così, ma ai miei tempi se capitava che il prof. consentisse che in classe si parlasse d'attualità, eravamo certi che per quella mattina l'avevamo scampata.
La prospettiva dispensata agli studenti da Saviano è quella antiproibizionista, secondo cui se lo Stato producesse e mettesse in vendita la marijuana, ci sarebbe più controllo e la criminalità vedrebbe i propri guadagni, è il caso di dirlo, andare in fumo. Certo, quando si dice la scalogna, manco passa una settimana e l'Istituto superiore di sanità dichiara che i canapa shop dovrebbero essere chiusi. Non solo: 6 giugno 2018, rivista Journal of cardiovascular medicine: il consumo di cannabis si associa a un incremento del rischio di scompenso cardiaco e a un +24% di accidenti cerebrovascolari; 21 maggio 2018, rivista Journal trauma acute care surgery: dopo la legalizzazione della cannabis nel 2000, nelle Hawaii la positività al tetraidrocannabinolo negli incidenti stradali è triplicata; 30 marzo 2018, rivista Journal of adolescent health: dopo la legalizzazione in Colorado, le visite al pronto soccorso pediatrico per uso di cannabis sono quasi triplicate; febbraio 2017, rivista Jama pediatrics: dopo la legalizzazione nello Stato di Washington, tra gli adolescenti la percezione di pericolosità della marijuana è diminuita e il divario nell'uso è aumentato di 4-5 punti percentuali rispetto agli Stati che hanno mantenuto il divieto.
Vabbé, a Saviano è sfuggito di raccontare questa parte della storia, ma come si dice, a volte si deve abbozzare, mica si può rischiare di apparire antipatici contestando 'o professore. Dunque, lasciamo da parte la docenza ad interim e passiamo alla querelle immigrazione. Saviano è un grande conoscitore di criminalità mafiosa, un'industria che ancora si occupa di liquidare le persone scomode con manodopera prettamente nostrana: nel 2016 264 omicidi di tipo mafioso commessi da italiani e soltanto 4 da stranieri. Però si deve dire che nello stesso anno gli omicidi volontari di qualsiasi matrice, che hanno visto come autore una persona straniera sono stati 204, mica bruscolini. Ma com'è che di questi il professor Saviano non si sente mai parlare? Lui, un paladino della legalità che non parla mai dell'illegalità commessa da cittadini stranieri, come può essere? Eppure appena l'8,3% della popolazione residente, elevata al 9% sommando gli irregolari, si è resa responsabile lo scorso anno del 29,2% dei reati penali denunciati (fonte: Relazione al Parlamento sull'attività delle forze di polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata). Nella sua invettiva contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, il carismatico riferimento dei no borders ha chiarito di non volere il martirio, di non tenere a morire. Ne siamo lieti. Ma forse che le 204 vittime della mano omicida di stranieri del 2016, le 266 del 2015, le 218 del 2014, le 240 e 271 nei due anni precedenti, forse che queste 1.199 persone che molte, troppe volte, non avrebbero dovuto incontrare chi non avrebbe dovuto stare sul nostro territorio se solo il buonismo immigrazionista di cui Saviano è voce tonante non avesse imperversato al governo, forse costoro avevano chiesto di essere assassinate? Quante di loro oggi sarebbero vive se quel cattivone del capo leghista si fosse potuto sedere al Viminale in tempo utile per rispedire al mittente i carichi dei mercanti di uomini tra cui si annidava il loro assassino? Il professor Saviano dichiara urbi et orbi di tenerci alla propria pelle, ma dalla sua pagina Facebook dichiara l'obiezione di coscienza all'aborto una piaga, una rivendicazione di totale disinteresse per la vita dei suoi simili più inermi e innocenti, eliminati non con le pistole, né con le bombe, ma con la cannula e le pillole abortive. Certo, sono quegli esseri umani che non possono fuggire, né lamentarsi della propria sorte, che non possono marciare, digiunare, chiedere asilo, salire su un barcone, domandare la protezione delle convenzioni internazionali, quelli che il professore ignora essere le vittime di una soppressione seriale protetta dall'ingiustizia legale. Eppure quei 7 milioni che Saviano non prende nemmeno in considerazione sono solo una parte di quelli che mancano all'appello (6 milioni mancanti perché abortiti, più un altro milione che sarebbero oggi vivi se i loro genitori non fossero stati abortiti) e lo costringono ad ammettere che «siamo un Paese con una crisi demografica immensa» che rende necessaria l'immigrazione in atto.
Eppure non era il Paleocele, ma meno di 4 anni fa quando lo stesso Saviano saliva sul pulpito del suo profilo Fb per dispensare ai suoi discepoli una lezioncina tranquillizzante: «Quando venne introdotta la pillola anticoncezionale, una parte di mondo tuonò che non si sarebbero fatti più figli e che tutto sarebbe finito in una sorta d'estinzione», scriveva allora, aggiungendo che «quando arrivò la legge sull'aborto, fu ribadita la medesima fobia». Quand'era docente a Princeton preoccuparsi per le culle vuote era una fobia da cui Saviano era immune, oggi, divenuto supplente a Maddaloni, le stesse culle vuote rendono l'invasione africana una necessità. E poi vatti a lamentare della quasi laurea della Fedeli.
Renzo Puccetti
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I primi passi del premier iberico riportano indietro il Paese. Immigrazionismo e antifranchismo sono la bussola del governo.L'Ue a due facce prepara il vertice sui migranti. Per Parigi siamo «vomitevoli» anche se il ministro Gérard Collomb applica il pugno di ferro. Berlino fa lo stesso e schiera Hans Eckhard Sommer.Roberto Saviano ha tenuto una lezione a favore della legalizzazione della marijuana in un liceo. Sulle conseguenze della cannabis e sulle vittime degli stranieri però dimostra di non sapere nulla.Lo speciale contiene tre articoliQuasi non bastassero Emmanuel Macron e Angela Merkel, ora a incrementare il tasso di antipatia dei governi europei si è aggiunto pure il neopremier spagnolo Pedro Sánchez. Alla prima uscita - in margine al vertice europeo sull'immigrazione - ha subito bollato gli italiani come «antieuropei ed egoisti», sostenendo di voler creare «un esclusivo asse ispano-franco-tedesco». Perciò ha allungato grandi sorrisi a Francia e Germania (i sorrisi da rotocalco assieme alle pose etiche sono il cuore della politica socialista di Sánchez). Che il suo governo sia di minoranza (con appena 84 seggi su 350, cosa che comporterà una continua questua di voti) e che il ministro dell'Economia - Nadia Calviño - sia per curricolo una ligia creatura comunitaria, sono per lui dei trascurabili dettagli.Se dunque in Europa l'esordio è a dir poco improvvido e irreale, sul fronte interno non è da meno. La prima idea di Sánchez per una nuova Spagna consiste nel rimuovere la salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos, il vasto complesso architettonico religioso in memoria della guerra civile spagnola. Sánchez vorrebbe riadattare quel luogo, quasi fosse un monolocale, per trasformarlo in un solenne monumento all'antifranchismo (storicamente sarebbe come voler adibire il Colosseo a chiesa cristiana). Ma il neopremier non si ferma qui: vuole pure l'istituzione di una commissione per «la verità sul franchismo», nonché l'introduzione nel codice penale del reato di «apologia del falangismo». Gli inciampi però, oltre ai numeri in Parlamento, sono tanti: l'area e gli edifici della Valle sono di proprietà della chiesa cattolica (con cui Sánchez, ateo e irreligioso, non fila); a voler inumare lì il Caudillo fu l'ex re Juan Carlos I; inoltre cancellare la storia del franchismo dalla Spagna, addirittura volerla incriminare, significa di fatto cancellare e incriminare mezza Spagna, corona inclusa. Non basta ramazzar via spagnolescamente un mucchietto d'ossa, facendolo sparire sotto il tappeto, come pensa Sánchez, per far i conti con il fascismo. Noi italiani lo sappiamo.Sicché quello del neopremier pare in realtà un proclama a perdere. È lo stile di Sánchez. Il nuovo bello e possibile della politica europea (Le Monde l'ha definito «il Cary Grant latino») è un gran furbastro, attento a massimizzare l'eco dei media. L'ha dimostrato appena insediato con il gesto - da sborone - con cui ha accolto la nave Aquarius, nonché poco prima varando un governo di donne (mossa astuta in tempi di Me too e femminismo coatto). Si può esser certi che in futuro Sánchez procederà allo stesso modo, cioè a colpi di trovate vistose e inconcludenti (forse la prossima sarà l'abolizione delle fiestas de toros giusto per far felici gli animalisti a dispetto di secoli di tradizione).La sua politica riparte esattamente da dove José Luis Zapatero aveva lasciato. Ve lo ricordate Zapatero? Il dolce bambi dagli occhi azzurri (i maligni però ci vedevano Mr. Bean) come finì? A furia di voler trasformare la Spagna in un'Ibiza lassista e pansessuale quasi la mandò sul lastrico peggio della Grecia.Comunque gli spagnoli d'oggi sembrano aver sviluppato qualche anticorpo in più verso questi estrosi sinistrati di sinistra. La cosa divertente infatti è che sfogliando i giornali ispanici (da Abc a La Vanguardia), intenti a riportare la dichiarazione di Matteo Salvini - il quale sui migranti aveva detto «charlatánes» a Sánchez e Macron - ebbene, pur criticandone i modi poco istituzionali, nel merito e dati alla mano, danno ragione al nostro ministro. Implicitamente riconoscono che quello del governo spagnolo con l'Aquarius, quanto a numeri d'accoglimento, è stato solo un bel gesto. Se - invece di quei quattro gatti sull'Aquarius - la Spagna iniziasse a sobbarcarsi gli arrivi sostenuti dall'Italia in qualche mese, il bel Sánchez andrebbe politicamente a gambe all'aria. Perché tale è il sentimento - di puro buon senso - di tutti i popoli europei, di là dai buonismi e dalle fantasticherie dei politici alla Sánchez. Chi non lo capisce, perde voti.Nonostante ciò (o forse in ragione di ciò), la sinistra italiana, di cui sono noti autolesionismo e pochezza di personalità, si è già innamorata di Sánchez, tanto da elevarlo a modello. A imitare lo spagnolo sta pensando il reggente Pd Maurizio Martina (il quale però, più che un Cary Grant della politica, pare Lurch il maggiordomo della famiglia Addams). Ma soprattutto ci sta pensando Matteo Renzi. Per rilanciare una carriera politica ormai allo sbando, Renzi ha accantonato l'esempio del tignoso Macron (il quale piccinamente esige il saluto militare persino dai ragazzini) per darsi a el guapo Sánchez. Dopotutto - argomenta tra sé Renzi - «guapo» in italiano si traduce anche con «bullo». È proprio vero: quando si è al lumicino ci si accontenta davvero con niente.Marco Lanterna<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sembra-cary-grant-e-come-zapatero-con-pedro-sanchez-spagna-nei-guai-2581263566.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-tenero-macron-ha-il-suo-matteo-salvini" data-post-id="2581263566" data-published-at="1781589916" data-use-pagination="False"> Pure il «tenero» Macron ha il suo Matteo Salvini Il presidente francese Emmanuel Macron si è ormai fatto conoscere come il salvatore di naufraghi con i porti degli altri. Corsica e Sud della Francia si sono guardati bene dal far sbarcare i migranti della nave Aquarius, mentre a Ventimiglia e Bardonecchia la Gendarmerie si è resa protagonista di svariati atti di violenza nei confronti dei nordafricani (secondo Oxfam, i poliziotti tagliano le suole delle scarpe dei malcapitati, per evitare che si rimettano in marcia verso la Francia). Senza contare gli sconfinamenti in Italia dei poliziotti di frontiera. Ma se Macron, con la scusa del diritto internazionale, aspira a congelare lo status quo che scarica sul nostro Paese l'onere dei soccorsi in mare, non si può dire che il governo presieduto dal suo sodale Édouard Philippe sia immune da quella che lo stesso Monsieur le président ha definito la «lebbra» populista. Ci riferiamo al ministro dell'Interno, Gérard Collomb, esponente del Partito socialista francese e al contempo indomito manganellatore degli immigrati economici. Al suo insediamento, Le Monde sostenne che Collomb puntava a concretizzare «il desiderio di attuare una politica migratoria repressiva». Giusto un anno fa, i soprusi dei gendarmi vennero denunciati persino da Jacques Toubon, il Difensore dei diritti, una figura introdotta dalla riforma costituzionale del 2008 a garanzia di discriminazioni o abusi perpetrati dalle forze di sicurezza. È noto, d'altra parte, che i transalpini non sono andati per il sottile nella gestione dei campi in cui stazionano i migranti. A Calais, dove si ammassavano migliaia di disgraziati nella speranza di poter raggiungere il Regno Unito, a febbraio era scoppiata improvvisamente una rissa. Erano stati esplosi dei colpi d'arma da fuoco e quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni erano stati feriti gravemente. Mentre la situazione della cosiddetta «giungla» di Calais diventava ingestibile, il ministro Collomb non invocava né obblighi umanitari né principi di responsabilità in capo al governo francese. Al contrario, precisava come «il messaggio» da trasmettere agli immigrati fosse che «se si vuole andare in Gran Bretagna, non è qui che bisogna venire». Un approccio peraltro condivisibile, ma che presupporrebbe, da parte di Parigi, l'onestà intellettuale di non puntare il dito sull'Italia. È per lo meno singolare, effettivamente, che l'esecutivo transalpino faccia affidamento su un ministro dell'Interno che, in teoria, proviene da sinistra, è stato uno dei primi sostenitori di «En Marche!», ma alla prova dei fatti agisce come un Matteo Salvini in salsa parigina. Meno di un mese fa, ad esempio, le forze di sicurezza avevano smantellato nella capitale francese un enorme insediamento di immigrati, allestito a Porte de la Villette, lungo la Senna. All'alba del 30 maggio la polizia, con alcuni drappelli giunti in barca dal fiume, aveva fatto sgomberare 1.500 persone, ufficialmente per trasferirle in centri di accoglienza situati in altre venti località della regione di Parigi e per sottoporle a controlli d'identità. Pochi giorni dopo, il 4 giugno, è stata la volta di altri due accampamenti nelle zone di Saint denis e del Canal Saint Martin: circa mille immigrati, quasi tutti afgani, sono stati allontanati dai bivacchi soltanto una settimana prima che scoppiasse la polemica sulla condotta italiana nei confronti della Aquarius, giudicata dal portavoce di «En Marche!», Gabriel Attal, «vomitevole». Certo, in patria qualche esponente politico di maggioranza si è scontrato con la linea dura del ministro Collomb. Jean Michel Clément, deputato del movimento di Macron, nel mese di aprile era stato l'unico di «En Marche!» a votare contro un disegno di legge su asilo e immigrazione promosso proprio da Collomb e che mirava ad accelerare le procedure di rimpatrio per chi non ha diritto a rimanere sul suolo francese, aumentando il periodo di permanenza nei centri di detenzione da 45 a 90 giorni. Clément aveva infine deciso di lasciare il gruppo parlamentare di «En Marche!» dopo l'inequivocabile ultimatum ricevuto dal suo capogruppo, Richard Ferrand: «Se l'astensione è un peccato veniale, votare contro un testo è un peccato mortale che merita la pena dell'esclusione». Alla faccia delle critiche di Macron alle «tattiche di respingimento», riferimento non troppo velato sia all'idea di Giuseppe Conte di realizzare degli hotspot in Africa, sia alle minacce rivolte da Horst Seehofer (che ha affidato al dobermann Hans Eckhard Sommer l'ufficio federale per la migrazione e i rifugiati) alla cancelliera tedesca Angela Merkel in merito ai rimpatri degli immigrati già registrati in altri Paesi Ue. La verità è che l'Europa ha due facce e porterà tutta la sua ambiguità al prossimo vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles. I francesi sono preoccupati dai movimenti secondari e per contenerne l'impatto sono pronti a impiegare gli stessi strumenti che poi condannano. Parigi contesta la pagliuzza nel Viminale altrui, ma ignora la trave del Salvini francese che occupa l'hôtel de Beauvau. 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In teoria la supplenza di Saviano avrebbe dovuto riguardare la storia, roba che ha che fare col congresso di Vienna, Cavour, Mazzini, Metternich, il Piave e l'8 settembre, ma il nostro ha preferito discettare di droga, argomento notoriamente compreso nel programma ministeriale della materia. Non so se è ancora così, ma ai miei tempi se capitava che il prof. consentisse che in classe si parlasse d'attualità, eravamo certi che per quella mattina l'avevamo scampata. La prospettiva dispensata agli studenti da Saviano è quella antiproibizionista, secondo cui se lo Stato producesse e mettesse in vendita la marijuana, ci sarebbe più controllo e la criminalità vedrebbe i propri guadagni, è il caso di dirlo, andare in fumo. Certo, quando si dice la scalogna, manco passa una settimana e l'Istituto superiore di sanità dichiara che i canapa shop dovrebbero essere chiusi. Non solo: 6 giugno 2018, rivista Journal of cardiovascular medicine: il consumo di cannabis si associa a un incremento del rischio di scompenso cardiaco e a un +24% di accidenti cerebrovascolari; 21 maggio 2018, rivista Journal trauma acute care surgery: dopo la legalizzazione della cannabis nel 2000, nelle Hawaii la positività al tetraidrocannabinolo negli incidenti stradali è triplicata; 30 marzo 2018, rivista Journal of adolescent health: dopo la legalizzazione in Colorado, le visite al pronto soccorso pediatrico per uso di cannabis sono quasi triplicate; febbraio 2017, rivista Jama pediatrics: dopo la legalizzazione nello Stato di Washington, tra gli adolescenti la percezione di pericolosità della marijuana è diminuita e il divario nell'uso è aumentato di 4-5 punti percentuali rispetto agli Stati che hanno mantenuto il divieto. Vabbé, a Saviano è sfuggito di raccontare questa parte della storia, ma come si dice, a volte si deve abbozzare, mica si può rischiare di apparire antipatici contestando 'o professore. Dunque, lasciamo da parte la docenza ad interim e passiamo alla querelle immigrazione. Saviano è un grande conoscitore di criminalità mafiosa, un'industria che ancora si occupa di liquidare le persone scomode con manodopera prettamente nostrana: nel 2016 264 omicidi di tipo mafioso commessi da italiani e soltanto 4 da stranieri. Però si deve dire che nello stesso anno gli omicidi volontari di qualsiasi matrice, che hanno visto come autore una persona straniera sono stati 204, mica bruscolini. Ma com'è che di questi il professor Saviano non si sente mai parlare? Lui, un paladino della legalità che non parla mai dell'illegalità commessa da cittadini stranieri, come può essere? Eppure appena l'8,3% della popolazione residente, elevata al 9% sommando gli irregolari, si è resa responsabile lo scorso anno del 29,2% dei reati penali denunciati (fonte: Relazione al Parlamento sull'attività delle forze di polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata). Nella sua invettiva contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, il carismatico riferimento dei no borders ha chiarito di non volere il martirio, di non tenere a morire. Ne siamo lieti. Ma forse che le 204 vittime della mano omicida di stranieri del 2016, le 266 del 2015, le 218 del 2014, le 240 e 271 nei due anni precedenti, forse che queste 1.199 persone che molte, troppe volte, non avrebbero dovuto incontrare chi non avrebbe dovuto stare sul nostro territorio se solo il buonismo immigrazionista di cui Saviano è voce tonante non avesse imperversato al governo, forse costoro avevano chiesto di essere assassinate? Quante di loro oggi sarebbero vive se quel cattivone del capo leghista si fosse potuto sedere al Viminale in tempo utile per rispedire al mittente i carichi dei mercanti di uomini tra cui si annidava il loro assassino? Il professor Saviano dichiara urbi et orbi di tenerci alla propria pelle, ma dalla sua pagina Facebook dichiara l'obiezione di coscienza all'aborto una piaga, una rivendicazione di totale disinteresse per la vita dei suoi simili più inermi e innocenti, eliminati non con le pistole, né con le bombe, ma con la cannula e le pillole abortive. Certo, sono quegli esseri umani che non possono fuggire, né lamentarsi della propria sorte, che non possono marciare, digiunare, chiedere asilo, salire su un barcone, domandare la protezione delle convenzioni internazionali, quelli che il professore ignora essere le vittime di una soppressione seriale protetta dall'ingiustizia legale. Eppure quei 7 milioni che Saviano non prende nemmeno in considerazione sono solo una parte di quelli che mancano all'appello (6 milioni mancanti perché abortiti, più un altro milione che sarebbero oggi vivi se i loro genitori non fossero stati abortiti) e lo costringono ad ammettere che «siamo un Paese con una crisi demografica immensa» che rende necessaria l'immigrazione in atto. Eppure non era il Paleocele, ma meno di 4 anni fa quando lo stesso Saviano saliva sul pulpito del suo profilo Fb per dispensare ai suoi discepoli una lezioncina tranquillizzante: «Quando venne introdotta la pillola anticoncezionale, una parte di mondo tuonò che non si sarebbero fatti più figli e che tutto sarebbe finito in una sorta d'estinzione», scriveva allora, aggiungendo che «quando arrivò la legge sull'aborto, fu ribadita la medesima fobia». Quand'era docente a Princeton preoccuparsi per le culle vuote era una fobia da cui Saviano era immune, oggi, divenuto supplente a Maddaloni, le stesse culle vuote rendono l'invasione africana una necessità. E poi vatti a lamentare della quasi laurea della Fedeli. Renzo Puccetti
Roberto Vannacci (Ansa)
Come il nostro giornale va ripetendo da qualche tempo, per il centrodestra un pungolo come quello di Futuro nazionale non può che essere salutare. A un anno dalle elezioni politiche, infatti, la maggioranza, che forse si stava un po’ adagiando sulla assenza di avversari credibili, ora si trova a fare i conti con un probabile, o quantomeno possibile, alleato che però ha la libertà di ricordare al centrodestra che alcuni degli impegni elettorali non sono stati pienamente mantenuti che sia per colpa dei vincoli europei, dei magistrati, delle crisi internazionali o delle congiunture astrali. Vannacci attua un pressing alto sul governo, che può rispondere in due modi: lanciare la palla più lontano possibile (tattica ch, però, serve solo a prendere tempo) o costruire gioco con impegno, precisione e determinazione, per vincere la partita. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, come abbiamo scritto ieri, ha scelto questa seconda strada, promettendo, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia», aggiungendo di aver già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari. Lo stesso Piantedosi ha aggiunto che ci saranno difficoltà dovute a ricorsi e cavilli, ma insomma: il messaggio di Vannacci sul piano della lotta alla immigrazione clandestina sembra essere stato recepito come stimolo, in positivo.
Ieri, altra conferma, arrivata stavolta da Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e soprattutto leader di Forza Italia, bersaglio polemico preferito del generale e della sua «sporca dozzina». Mentre i suoi avversari interni, come ad esempio Roberto Occhiuto, rilasciano interviste al vetriolo contro il generale, Tajani, che sa bene che un accordo con Vannacci è quasi indispensabile, va sul concreto: «Io mi occupo», risponde il leader di Fi all’ennesima domanda su Futuro nazionale, «non mi preoccupo, mi occupo di quello che devo fare. Quindi, non ho mai problemi, cerco di fare tutto ciò che serve e dare risposte ai cittadini. Se il centrodestra sarà in grado di dare risposte concrete, come stiamo facendo, perché i dati dell’export dimostrano che il governo sta lavorando bene, sta sostenendo il mondo delle imprese. Questi sono risultati che sono convinto che gli italiani premieranno. Il resto sono chiacchiere, sono un po’ un teatrino della politica. Io credo che sia questo quello che noi dobbiamo fare: dare risposte concrete ai cittadini italiani, questo governo lo sta facendo e vogliamo farlo sempre di più».
Traduzione: Vannacci non è la malattia ma il sintomo, se cresce nei consensi attirando gli elettori delusi dal governo centrodestra, deve essere il governo di centrodestra a recuperare questi elettori, attraverso i fatti. Del resto, mentre chi non ha ruoli di governo o alte responsabilità di partito fa ragionamenti sui massimi sistemi, chi è impegnato ogni giorno su problemi concreti non considera Vannacci un avversario del centrodestra. È il caso del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, pure lui di Forza Italia, che non solo condivide con il generale l’esigenza di puntare sul nucleare di ultima generazione, ma in una intervista alla Verità fa sfoggio di sano realismo rispondendo a una domanda sull’eventuale accordo con Fn: «Le alleanze politiche tra partiti si fanno su programmi e posizioni condivise. Al momento», risponde Pichetto Fratin, «mi sembra che siamo ancora lontani da questa valutazione, ma manca ancora un anno. Non escludo nulla: quando si costruisce un programma di governo bisogna essere concreti, e le posizioni che si leggono sui manifesti tendono ad ammorbidirsi».
Dunque, Vannacci pungola il centrodestra, ma quello che nessuno di noi poteva aspettarsi è che pungolasse pure il centrosinistra. Incredibile ma vero, nel Pd c’è chi si dissocia dagli insulti al grido di «Fascista!» e invita i suoi compagni di partito a darsi una sveglia commentando il fenomeno-generale. Trattasi di Stefano Bonaccini, sconfitto da Elly Schlein alle primarie per la segreteria del Pd, alleatosi prontamente con la sua avversaria e diventato presidente del partito: «Con l’antifascismo», dice Bonaccini a La Stampa, «non abbiamo sconfitto Giorgia Meloni, né basterà a sconfiggere Vannacci. Il Paese è alle soglie della recessione, le bollette energetiche e il caro carburante erodono il potere d’acquisto delle famiglie e colpiscono le imprese: l’estrema destra si nutre di questo malessere e lo trasforma in rancore militante. Il nostro compito è offrire risposte concrete, non fare liste di proscrizione. Sottovalutare la destra», aggiunge Bonaccini, «va evitato come la peste: non vinceremo solo per il fallimento del governo Meloni. In questo considero Vannacci davvero un campanello per tutti».
Futuro nazionale, intanto, incassa il pareggio con la Lega nei sondaggi (5,3% per entrambi i partiti secondo Swg per il Tg di La7) e Vannacci pubblica un video da Bruxelles: «Remigrazione! Grazie anche al mio voto in commissione Libe del Parlamento europeo», dice il generale, «abbiamo approvato il nuovo regolamento per il rimpatrio degli immigrati illegali. La remigrazione inizia anche da Bruxelles». Gli applausi in sottofondo ovviamente non sono per lui, ma l’effetto, occorre riconoscerlo, è scenicamente notevole.
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Il portiere di Capo Verde, Vozinha, sventola la bandiera nazionale dopo lo 0-0 contro la Spagna (Ansa)
D’accordo, non sarà il Mondiale più bello di sempre e nemmeno quello più semplice da raccontare. Le polemiche sul format allargato, le partite sbilanciate sulla carta e un’organizzazione che continua a far discutere fanno da cornice a una competizione che molti osservano con diffidenza. Eppure, quando il pallone inizia a rotolare, il torneo trova sempre il modo di produrre storie che sfuggono a qualsiasi schema.
Ieri, in una giornata in cui ogni pronostico è saltato e nazionali più quotate han dovuto fare i conti con l'organizzazione e la vivacità di vere e proprie cenerentole, è successo ancora. La Spagna campione d’Europa si è fermata sullo 0-0 contro Capo Verde, alla prima partita della sua storia ai Mondiali. E a prendersi la scena è stato Vozinha. Il portiere della nazionale capoverdiana ha chiuso la serata più importante della sua carriera con sette parate, il premio di migliore in campo e le lacrime agli occhi. Josimar José Évora Dias, questo il suo nome completo, è diventato il simbolo dell'impresa di Capo Verde contro la Spagna. Anche il suo nome racchiude un piccolo pezzo di storia del calcio: il padre avrebbe voluto chiamarlo Valdano, in omaggio all'argentino Jorge Valdano, ma le autorità di Capo Verde non approvarono la scelta. Alla fine divenne Josimar, come il difensore brasiliano che si mise in luce ai Mondiali del 1986, l'anno della sua nascita.
A quarant'anni, al debutto assoluto del suo Paese in un Mondiale, è riuscito a mantenere la porta inviolata contro i campioni d'Europa in carica, diventando il portiere più anziano di sempre a riuscirci all'esordio nella competizione. Al fischio finale, mentre sventolava la bandiera di Capo Verde, il quarantenne non è riuscito a trattenere la commozione. «Ho pianto perché pensavo ai miei nonni: mi hanno cresciuto ma sono mancati qualche anno fa», ha spiegato. Nemmeno sua madre era sugli spalti di Atlanta: problemi legati al visto le hanno impedito di raggiungere gli Stati Uniti. «Nemmeno da bambino ho mai sognato un momento del genere. Ora posso dire che ne è valsa la pena», ha aggiunto l'eroe degli Squali Blu. Se il campo lo ha consacrato a sorpresa tra i protagonisti del torneo, i social hanno fatto il resto. Prima del fischio d'inizio Vozinha aveva circa 50.000 follower su Instagram; poche ore dopo il pareggio contro la Spagna aveva già superato quota 2,5 milioni. Una crescita vertiginosa che racconta meglio di tante parole l'impatto avuto dalla sua prestazione.
Ma quella di Capo Verde è una storia collettiva. In difesa, ad esempio, si è distinto Roberto Pico Lopes, autore di un salvataggio decisivo nel finale su Oyarzabal. Nato a Dublino da madre irlandese e padre capoverdiano, il centrale dello Shamrock Rovers deve la propria avventura internazionale a LinkedIn. Nel 2019 ricevette un messaggio in portoghese dall'allora commissario tecnico Rui Águas. Lo ignorò per mesi, convinto che si trattasse di spam. Solo dopo un secondo tentativo decise di tradurlo con Google Translate, scoprendo che Capo Verde stava cercando giocatori con origini nel Paese. Accettò senza esitazione. Sei anni dopo si è ritrovato a fermare l'attacco della Spagna in una partita destinata a entrare nella storia del calcio capoverdiano.
Perché se il risultato più clamoroso della giornata è arrivato da Atlanta, le sorprese non sono finite lì. A Seattle, il Belgio ha evitato la sconfitta soltanto grazie all'ingresso di Romelu Lukaku. I Diavoli Rossi allenati da Rudi Garcia erano andati sotto nel primo tempo per effetto della rete di Ashour, servito dall'intramontabile Mohamed Salah nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno. Poi il palo colpito da De Bruyne su punizione e, al 66', la svolta: Lukaku entra in campo e dieci secondi dopo propizia l'autogol di Hany che vale l'1-1 finale. Ha dovuto rincorrere anche l'Uruguay di Marcelo Bielsa, fermato sull'1-1 dall'Arabia Saudita a Miami. Dopo il vantaggio saudita firmato da Al Amri, la Celeste ha sbattuto a più riprese contro Mohammed Al Owais, già protagonista nella storica vittoria contro l'Argentina ai Mondiali del Qatar. Il portiere saudita ha tenuto in piedi i suoi con una serie di interventi decisivi, arrendendosi soltanto nel finale alla rete del pareggio di Araujo. La nazionale sudamericana, dopo anni in cui si è goduta centravanti come Diego Forlan, Luis Suarez ed Edinson Cavani, paga come non mai l'assenza di un vero bomber. Darwin Nunez, dopo quella stagione brillante al Benfica e il passaggio milionario al Liverpool si è letteralmente perso e il passaggio nel campionato saudita non lo ha di certo aiutato.
Tra la serata e la notte italiana toccherà esordire ad alcune delle favorite per il titolo. Alle 21 sarà il momento della Francia di Kylian Mbappé contro il Senegal. A mezzanotte debutterà la Norvegia di Erling Haaland contro l'Iraq. Infine, alle 3 del mattino, entreranno in scena i campioni del mondo in carica dell'Argentina, guidati ancora una volta da Lionel Messi, attesi dalla sfida contro l'Algeria. Dopo quanto visto nelle ultime ventiquattr'ore, però, una certezza sembra essere venuta meno: ai Mondiali, almeno per una sera, nessuno è davvero imbattibile.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis (Getty Images)
Sta diventando la Mara Maionchi della Lanterna. Più che una sindaca, una grande organizzatrice di eventi. Stiamo parlando della prima cittadina di Genova, Silvia Salis, maritata con Fausto Brizzi, noto regista cinematografico. L’ultima kermesse battezzata dall’ex campionessa di lancio del martello è stata la tappa del Summer festival di Radio dimensione suono, con cantanti del calibro di Annalisa, Sayf, Irama, Dito nella piaga e i Pinguini tattici nucleari. L’ennesima grande festa offerta ai genovesi da quando c’è lei, la sindaca che piace alla gente che piace. Con posti garantiti sotto il palco per tutta la maggioranza. Amici e parenti compresi.
Ieri nella chat dell’opposizione comunale ha iniziato a girare questo messaggio, verosimilmente inviato dai piani alti di Palazzo Tursi: «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza, permettono di stare in una zona riservata davanti al palco (ingresso Pit). La sindaca farà un saluto sul palco alle 21. I biglietti arriveranno in Comune venerdì mattina e vanno tassativamente ritirati durante la giornata al sesto piano di Tursi (a qualsiasi ora)». L’ex assessore alla Sicurezza della giunta di centrodestra Sergio Gambino ha pubblicato lo screenshot su Facebook e ha commentato: «Se fai parte della maggioranza Salis hai posti riservati. Concerto Rds a Genova ieri sera “accessibile a tutte e tutti” ha detto la Sindaca Salis. Però i posti riservati sotto il palco sono per i consiglieri di maggioranza e loro amici. A Genova l’inclusione vale per tutti o solo per gli amici della maggioranza».
La Salis da tempo usa la musica come strumento per raggiungere i giovani e mostrarsi fresca e al passo con i tempi. E quando sul palco salgono gli artisti, lei è sempre al loro fianco, pronta a prendersi l’applauso. Sotto la sua amministrazione l’Arena del mare ha ospitato due dei protagonisti di Sanremo 2025, Lucio Corsi e Brunori Sas. A Capodanno ha regalato alla città il concerto gratuito dei Pinguini tattici nucleari, che ha riempito Piazza della Vittoria. Quindi, l’11 aprile, c’è stato l’exploit della dj Charlotte De Witte, che ha fatto ballare più di 10.000 persone davanti a Palazzo Ducale. Il 18 e il 20 giugno, con il patrocinio del Comune, che ha concesso lo stadio Luigi Ferraris, il capoluogo ligure ospiterà il doppio concerto di Olly, genovese e sampdoriano come la prima cittadina (titolo dell’evento «Tutti a casa»).
Ma nonostante il successo di tali eventi, non sono mancate le beghe mediatiche e, anche, giudiziarie. Infatti la gara indetta per l’organizzazione del concerto di Capodanno e per altri eventi da realizzare nel successivo triennio è finita sub iudice dopo il ricorso della Duemila grandi eventi, esclusa a discapito della Rst events. La prima è stata tagliata fuori «in esito alla verifica di congruità dell’offerta» e a determinare la decisione è stata «in particolare la mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti che costituiscono l’elemento principale della prestazione».
La Commissione, dopo avere eliminato la Duemila grandi eventi, «ha disposto la proposta di aggiudicazione a favore» della Rst. L’azienda bocciata ha fatto ricorso e, allora, la Commissione «ha ammesso la presentazione in “tempi adeguati” di eventuali contratti di ingaggio con gli artisti “al fine di valutare in autotutela la riammissione alla gara”». La ricorrente «non ha esibito tali contratti affermando che, in seguito all’esclusione dalla selezione, nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione», mentre la Rst, «dopo la citata proposta di aggiudicazione del 30 ottobre 2025, ha sottoscritto i contratti con gli artisti», i Pinguini tattici nucleari. A questo punto la Duemila grandi eventi si è rivolta al Tribunale amministrativo regionale che ha ritenuto «fondate le censure» della ricorrente. Infatti, per i magistrati, il «presupposto dell’esclusione della “mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti, che costituiscono l’elemento principale della prestazione” contrasta con l’articolo 9 del Disciplinare secondo cui l’esistenza dei contratti di ingaggio/opzione degli artisti deve sussistere solo al momento dell’aggiudicazione e non in fasi anteriori di gara». In più «l’esclusione è stata disposta senza la previa attivazione del contraddittorio procedimentale».
Nella loro sentenza i giudici scrivono anche: «L’esistenza di tali contratti costituisce pertanto un requisito di esecuzione (e non di partecipazione) la cui esistenza non può essere pretesa né in sede di presentazione delle offerte, né in una fase anteriore all’aggiudicazione». Le toghe, nella decisione, fanno notare anche che la Rst, come era normale, «ha stipulato il contratto di ingaggio degli artisti il 31 ottobre 2025, ossia solo dopo la proposta di aggiudicazione» e non prima, come si pretendeva dalla Duemila grandi eventi. Per questo il Tar, il 10 aprile, ha ordinato il «rinnovo delle operazioni di gara […] con conclusione delle operazioni entro trenta giorni». Ovviamente la nuova valutazione di congruità non riguarderà la proposta per il Capodanno 2025, ormai andato in cavalleria, ma l’eventuale «subentro nel contratto per la parte di residua efficacia dello stesso ove consente all’aggiudicatario di ottenere nuovi affidamenti diretti nel triennio». Che, invece, come vedremo, stanno andando ancora alla Rst o, meglio alla sua società gemella, la Ops.
Intanto il Comune ha fatto ricorso e, la settimana scorsa, ha ottenuto una sospensiva della nuova valutazione di congruità. I giudici, però, decideranno nel merito solo a ottobre. Le opposizioni, in Comune, hanno immediatamente protestato, soprattutto dopo avere scoperto che il concerto di Capodanno è costato più di 1 milione di euro, tutto compreso, cifra che il centrodestra aveva impegnato per organizzare tre diverse serate durante le festività natalizie del 2024, con tanto di diretta Mediaset. I giornali locali hanno riportato quanto detto in aula dal vicesindaco dem Alessandro Terrile, di professione avvocato: «Siamo convinti del corretto operato dell’amministrazione e degli uffici» ha chiarito, come già aveva ribadito la sindaca Salis. Il braccio destro della ex campionessa ha aggiunto che per quanto riguarda gli altri eventi, «a oggi non sono previsti né sono stati affidati, dopo il Capodanno, ulteriori eventi alla Rst events», specificando che la Rst events non avrebbe gestito né il dj set di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, né il doppio concerto di Olly allo stadio Ferraris in programma a giugno, quest’ultimo oltretutto evento non organizzato dal Comune. In realtà nella locandina di Olly, sono presenti i nomi della Rst e della Ops eventi.
Mentre nel manifestino della De Witte solo quello della Ops. Che pare ottenere affidamenti con la nota tecnica del frazionamento per mantenere il singolo incarico sotto soglia. Ma è utile sapere chi ci sia dietro la Ops. L’amministratore e socio di maggioranza, con il 34%, è Nicolò Sasso. Le altre quote della società appartengono ad Alessandro Orlando e a Luca Pietronave (33% a testa). Orlando e Sasso sono anche, rispettivamente con il 49,5 e il 45% delle quote, i soci di maggioranza della Rst che, in teoria, secondo il vicesindaco non sarebbe più stata coinvolta negli eventi sopra citati. Dunque Sasso e Orlando, quando non prendono gli appalti con la Rst, li ottengono con la Ops, nata a gennaio del 2025. Sasso, tra l’altro, sino al gennaio del 2025 era dipendente della Duemila grandi eventi. «Abbiamo scoperto da una sua intervista che si trova in Rete che Sasso era da ottobre 2024, che organizzava cose al di fuori della Duemila grandi eventi, quando era ancora nostro dipendente e avrebbe dovuto operare sotto le nostre direttive» commenta, con un po’ di amarezza, Paola Donati, socia della Duemila grandi eventi, azienda fondata dall’ex presidente di Assomusica Vincenzo Spera. Noi siamo andati a bussare alla sede ufficiale della Ops, in corso Martinetti, nel quartiere operaio di Sampierdarena. La via in cui si trova non fa venire in mente Broadway e le attività della zona non hanno nulla a che vedere con la musica. All’indirizzo indicato sul sito della società abbiamo trovato un palazzone della prima metà del Novecento un po’ fatiscente. Siamo saliti al secondo piano e ci siamo trovati di fronte uno studio legale. Abbiamo chiesto della Ops e una segretaria ci ha guardato un po’ stupita: «Qui c’è solo la sede legale». E dove è quella operativa? La ragazza, perplessa, ha iniziato a cercare informazioni prima sul computer e poi sul cellulare. Ma mentre armeggiava un collega è venuto in suo soccorso: «Via Giovanni Tommaso Invrea 9/13, lo stesso indirizzo della Rst. Questa è la sede legale, quella è la sede operativa, la stessa della Rst».
Dunque il Comune non darà più appalti alla Rst, ma li dà alla società gemella: stessi soci, stessa sede operativa. Ma anche a Genova the show must go on.
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Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
E a svantaggio del ceto medio, perché - come è noto - i grandi capitali non stanno certo ad aspettare che qualcuno li tartassi. Da quando a sinistra ne hanno iniziato a parlare, gli studi legali specializzati in legislazione fiscale sono già al lavoro per trovare le scappatoie che evitino ai propri clienti di vedersi svuotare il portafogli. Così come è successo in Francia, quando i socialisti inventarono una patrimoniale, e così come è accaduto in altri Paesi europei, chi ha i soldi non li tiene sotto il materasso in attesa che arrivino Prodi, Schlein, Conte e compagni. La fuga dei capitali o anche solo il trasferimento all’estero della residenza fiscale di ricconi e holding è nei fatti. Dal Lussemburgo all’Olanda, dall’Irlanda al Delaware, il mondo è pieno di posti pronti a stendere tappeti rossi a milionari e miliardari.
Dunque, nella rete dell’Agenzia delle entrate rischiano di finire solo i pesci piccoli, ovvero quelli che non hanno schiere di consulenti in grado di inventarsi trust e scatole cinesi per sfuggire agli agenti del Fisco. E attenzione, siccome ormai anche a sinistra hanno capito che a parlare di tasse si rischia solo di perdere voti, il passaparola che da qualche giorno va di moda nel Campo largo impone di tenere la bocca chiusa sulla patrimoniale, anche perché per essere efficace un’imposta sulla proprietà deve necessariamente raschiare il fondo del barile, ovvero colpire dai 500.000 euro in su. Al che nel mirino finirebbero moltissimi contribuenti i quali, pur non essendo ricchi nel vero senso della parola, magari a prezzo di svariati sacrifici sono riusciti a comprarsi una casa, oppure l’hanno ricevuta in eredità dai genitori. E adesso la coppia Bonelli e Fratoianni batte cassa, con i rischi recessivi che nel passato, quando Mario Monti introdusse l’Imu, ben conosciamo.
Il silenzio auto imposto tuttavia, vale solo sulla casa, che è il grande amore degli italiani. Perché se si gratta un po’ si capisce che a mettere tutti i compagni d’accordo è la tassazione delle rendite. Invece di colpire il mattone si colpiscono gli investimenti. Del resto, nel passato la sinistra ha spesso colpito i risparmi. È a tutti noto quello che accadde nel 1992, quando nella notte fra il 9 e il 10 luglio il governo di Giuliano Amato fece un prelievo forzoso sui risparmi degli italiani. Un sei per mille sottratto a tutti, ricchi e poveri, industriali e pensionati. Da lì in poi è stato un crescendo. Con Prodi è arrivata l’Eurotassa, imposta di scopo per avere la moneta unica, che colpì i redditi ma anche il Tfr. Quindi ci sono state l’imposta di bollo di Mario Monti (insieme con l’Imu) e la razionalizzazione del prelievo sul capital gain, con l’istituzione di un’aliquota fissa al 20% (al posto di quella precedente al 12,5%). Infine, ecco Matteo Renzi, che adesso accusa Giorgia Meloni di essere Lady tax pensando che gli italiani si siano dimenticati delle sue acrobazie fiscali. Con lui al governo il prelievo sul capital gain fu portato al 26%, ma senza consentire di dedurre le perdite. Adesso Stefano Patuanelli, luogotenente di Giuseppe Conte, dice che si deve spostare il carico di tasse dal lavoro alle rendite. Dunque, col Campo largo al governo è immaginabile che si arrivi al 30% o forse anche più. Siccome in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si paga tra il 10 e il 20, e in generale la media europea colloca il capital gain al 19, è facile immaginare, che se vincesse la sinistra, la prima cosa che faranno i ricconi sarà traslocare all’estero e spostare anche le proprie attività finanziare.
A pagare dunque saranno i soliti noti. Ovvero, come è già accaduto ai tempi di Monti, a essere colpiti saranno soprattutto i piccoli patrimoni, con un effetto regressivo. Quando l’ex rettore della Bocconi introdusse l’imposta di bollo ci fu chi parlò di mostro fiscale che agiva come un Robin Hood alla rovescia. Nel prossimo futuro, se vincessero Schlein e Conte come li definiranno? I Bonnie & Clyde dei risparmi, che prendono al ceto medio e lasciano ai ricchi?
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