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2018-06-26
Sembra Cary Grant ma è come Zapatero: con Pedro Sánchez la Spagna è nei guai
ANSA
Quasi non bastassero Emmanuel Macron e Angela Merkel, ora a incrementare il tasso di antipatia dei governi europei si è aggiunto pure il neopremier spagnolo Pedro Sánchez. Alla prima uscita - in margine al vertice europeo sull'immigrazione - ha subito bollato gli italiani come «antieuropei ed egoisti», sostenendo di voler creare «un esclusivo asse ispano-franco-tedesco». Perciò ha allungato grandi sorrisi a Francia e Germania (i sorrisi da rotocalco assieme alle pose etiche sono il cuore della politica socialista di Sánchez). Che il suo governo sia di minoranza (con appena 84 seggi su 350, cosa che comporterà una continua questua di voti) e che il ministro dell'Economia - Nadia Calviño - sia per curricolo una ligia creatura comunitaria, sono per lui dei trascurabili dettagli.
Se dunque in Europa l'esordio è a dir poco improvvido e irreale, sul fronte interno non è da meno. La prima idea di Sánchez per una nuova Spagna consiste nel rimuovere la salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos, il vasto complesso architettonico religioso in memoria della guerra civile spagnola. Sánchez vorrebbe riadattare quel luogo, quasi fosse un monolocale, per trasformarlo in un solenne monumento all'antifranchismo (storicamente sarebbe come voler adibire il Colosseo a chiesa cristiana). Ma il neopremier non si ferma qui: vuole pure l'istituzione di una commissione per «la verità sul franchismo», nonché l'introduzione nel codice penale del reato di «apologia del falangismo».
Gli inciampi però, oltre ai numeri in Parlamento, sono tanti: l'area e gli edifici della Valle sono di proprietà della chiesa cattolica (con cui Sánchez, ateo e irreligioso, non fila); a voler inumare lì il Caudillo fu l'ex re Juan Carlos I; inoltre cancellare la storia del franchismo dalla Spagna, addirittura volerla incriminare, significa di fatto cancellare e incriminare mezza Spagna, corona inclusa. Non basta ramazzar via spagnolescamente un mucchietto d'ossa, facendolo sparire sotto il tappeto, come pensa Sánchez, per far i conti con il fascismo. Noi italiani lo sappiamo.
Sicché quello del neopremier pare in realtà un proclama a perdere. È lo stile di Sánchez. Il nuovo bello e possibile della politica europea (Le Monde l'ha definito «il Cary Grant latino») è un gran furbastro, attento a massimizzare l'eco dei media. L'ha dimostrato appena insediato con il gesto - da sborone - con cui ha accolto la nave Aquarius, nonché poco prima varando un governo di donne (mossa astuta in tempi di Me too e femminismo coatto). Si può esser certi che in futuro Sánchez procederà allo stesso modo, cioè a colpi di trovate vistose e inconcludenti (forse la prossima sarà l'abolizione delle fiestas de toros giusto per far felici gli animalisti a dispetto di secoli di tradizione).
La sua politica riparte esattamente da dove José Luis Zapatero aveva lasciato. Ve lo ricordate Zapatero? Il dolce bambi dagli occhi azzurri (i maligni però ci vedevano Mr. Bean) come finì? A furia di voler trasformare la Spagna in un'Ibiza lassista e pansessuale quasi la mandò sul lastrico peggio della Grecia.
Comunque gli spagnoli d'oggi sembrano aver sviluppato qualche anticorpo in più verso questi estrosi sinistrati di sinistra. La cosa divertente infatti è che sfogliando i giornali ispanici (da Abc a La Vanguardia), intenti a riportare la dichiarazione di Matteo Salvini - il quale sui migranti aveva detto «charlatánes» a Sánchez e Macron - ebbene, pur criticandone i modi poco istituzionali, nel merito e dati alla mano, danno ragione al nostro ministro. Implicitamente riconoscono che quello del governo spagnolo con l'Aquarius, quanto a numeri d'accoglimento, è stato solo un bel gesto. Se - invece di quei quattro gatti sull'Aquarius - la Spagna iniziasse a sobbarcarsi gli arrivi sostenuti dall'Italia in qualche mese, il bel Sánchez andrebbe politicamente a gambe all'aria. Perché tale è il sentimento - di puro buon senso - di tutti i popoli europei, di là dai buonismi e dalle fantasticherie dei politici alla Sánchez. Chi non lo capisce, perde voti.
Nonostante ciò (o forse in ragione di ciò), la sinistra italiana, di cui sono noti autolesionismo e pochezza di personalità, si è già innamorata di Sánchez, tanto da elevarlo a modello. A imitare lo spagnolo sta pensando il reggente Pd Maurizio Martina (il quale però, più che un Cary Grant della politica, pare Lurch il maggiordomo della famiglia Addams). Ma soprattutto ci sta pensando Matteo Renzi. Per rilanciare una carriera politica ormai allo sbando, Renzi ha accantonato l'esempio del tignoso Macron (il quale piccinamente esige il saluto militare persino dai ragazzini) per darsi a el guapo Sánchez. Dopotutto - argomenta tra sé Renzi - «guapo» in italiano si traduce anche con «bullo». È proprio vero: quando si è al lumicino ci si accontenta davvero con niente.
Marco Lanterna
Pure il «tenero» Macron ha il suo Matteo Salvini
Il presidente francese Emmanuel Macron si è ormai fatto conoscere come il salvatore di naufraghi con i porti degli altri. Corsica e Sud della Francia si sono guardati bene dal far sbarcare i migranti della nave Aquarius, mentre a Ventimiglia e Bardonecchia la Gendarmerie si è resa protagonista di svariati atti di violenza nei confronti dei nordafricani (secondo Oxfam, i poliziotti tagliano le suole delle scarpe dei malcapitati, per evitare che si rimettano in marcia verso la Francia). Senza contare gli sconfinamenti in Italia dei poliziotti di frontiera. Ma se Macron, con la scusa del diritto internazionale, aspira a congelare lo status quo che scarica sul nostro Paese l'onere dei soccorsi in mare, non si può dire che il governo presieduto dal suo sodale Édouard Philippe sia immune da quella che lo stesso Monsieur le président ha definito la «lebbra» populista.
Ci riferiamo al ministro dell'Interno, Gérard Collomb, esponente del Partito socialista francese e al contempo indomito manganellatore degli immigrati economici. Al suo insediamento, Le Monde sostenne che Collomb puntava a concretizzare «il desiderio di attuare una politica migratoria repressiva». Giusto un anno fa, i soprusi dei gendarmi vennero denunciati persino da Jacques Toubon, il Difensore dei diritti, una figura introdotta dalla riforma costituzionale del 2008 a garanzia di discriminazioni o abusi perpetrati dalle forze di sicurezza.
È noto, d'altra parte, che i transalpini non sono andati per il sottile nella gestione dei campi in cui stazionano i migranti. A Calais, dove si ammassavano migliaia di disgraziati nella speranza di poter raggiungere il Regno Unito, a febbraio era scoppiata improvvisamente una rissa. Erano stati esplosi dei colpi d'arma da fuoco e quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni erano stati feriti gravemente. Mentre la situazione della cosiddetta «giungla» di Calais diventava ingestibile, il ministro Collomb non invocava né obblighi umanitari né principi di responsabilità in capo al governo francese. Al contrario, precisava come «il messaggio» da trasmettere agli immigrati fosse che «se si vuole andare in Gran Bretagna, non è qui che bisogna venire». Un approccio peraltro condivisibile, ma che presupporrebbe, da parte di Parigi, l'onestà intellettuale di non puntare il dito sull'Italia.
È per lo meno singolare, effettivamente, che l'esecutivo transalpino faccia affidamento su un ministro dell'Interno che, in teoria, proviene da sinistra, è stato uno dei primi sostenitori di «En Marche!», ma alla prova dei fatti agisce come un Matteo Salvini in salsa parigina. Meno di un mese fa, ad esempio, le forze di sicurezza avevano smantellato nella capitale francese un enorme insediamento di immigrati, allestito a Porte de la Villette, lungo la Senna. All'alba del 30 maggio la polizia, con alcuni drappelli giunti in barca dal fiume, aveva fatto sgomberare 1.500 persone, ufficialmente per trasferirle in centri di accoglienza situati in altre venti località della regione di Parigi e per sottoporle a controlli d'identità. Pochi giorni dopo, il 4 giugno, è stata la volta di altri due accampamenti nelle zone di Saint denis e del Canal Saint Martin: circa mille immigrati, quasi tutti afgani, sono stati allontanati dai bivacchi soltanto una settimana prima che scoppiasse la polemica sulla condotta italiana nei confronti della Aquarius, giudicata dal portavoce di «En Marche!», Gabriel Attal, «vomitevole».
Certo, in patria qualche esponente politico di maggioranza si è scontrato con la linea dura del ministro Collomb. Jean Michel Clément, deputato del movimento di Macron, nel mese di aprile era stato l'unico di «En Marche!» a votare contro un disegno di legge su asilo e immigrazione promosso proprio da Collomb e che mirava ad accelerare le procedure di rimpatrio per chi non ha diritto a rimanere sul suolo francese, aumentando il periodo di permanenza nei centri di detenzione da 45 a 90 giorni. Clément aveva infine deciso di lasciare il gruppo parlamentare di «En Marche!» dopo l'inequivocabile ultimatum ricevuto dal suo capogruppo, Richard Ferrand: «Se l'astensione è un peccato veniale, votare contro un testo è un peccato mortale che merita la pena dell'esclusione».
Alla faccia delle critiche di Macron alle «tattiche di respingimento», riferimento non troppo velato sia all'idea di Giuseppe Conte di realizzare degli hotspot in Africa, sia alle minacce rivolte da Horst Seehofer (che ha affidato al dobermann Hans Eckhard Sommer l'ufficio federale per la migrazione e i rifugiati) alla cancelliera tedesca Angela Merkel in merito ai rimpatri degli immigrati già registrati in altri Paesi Ue. La verità è che l'Europa ha due facce e porterà tutta la sua ambiguità al prossimo vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles. I francesi sono preoccupati dai movimenti secondari e per contenerne l'impatto sono pronti a impiegare gli stessi strumenti che poi condannano. Parigi contesta la pagliuzza nel Viminale altrui, ma ignora la trave del Salvini francese che occupa l'hôtel de Beauvau.
Alessandro Rico
Il professor Saviano sui crimini dei migranti è proprio un asino
Avevo lasciato quattro anni fa Roberto Saviano visiting professor a Princeton e me lo ritrovo supplente in una quinta al Giordano Bruno di Maddaloni. Se qualcuno dovesse temere qualcosa, può tirare un respiro di sollievo, il ruolo di docente liceale di rimpiazzo è stato per un giorno solo e non è in programma la prosecuzione. In teoria la supplenza di Saviano avrebbe dovuto riguardare la storia, roba che ha che fare col congresso di Vienna, Cavour, Mazzini, Metternich, il Piave e l'8 settembre, ma il nostro ha preferito discettare di droga, argomento notoriamente compreso nel programma ministeriale della materia. Non so se è ancora così, ma ai miei tempi se capitava che il prof. consentisse che in classe si parlasse d'attualità, eravamo certi che per quella mattina l'avevamo scampata.
La prospettiva dispensata agli studenti da Saviano è quella antiproibizionista, secondo cui se lo Stato producesse e mettesse in vendita la marijuana, ci sarebbe più controllo e la criminalità vedrebbe i propri guadagni, è il caso di dirlo, andare in fumo. Certo, quando si dice la scalogna, manco passa una settimana e l'Istituto superiore di sanità dichiara che i canapa shop dovrebbero essere chiusi. Non solo: 6 giugno 2018, rivista Journal of cardiovascular medicine: il consumo di cannabis si associa a un incremento del rischio di scompenso cardiaco e a un +24% di accidenti cerebrovascolari; 21 maggio 2018, rivista Journal trauma acute care surgery: dopo la legalizzazione della cannabis nel 2000, nelle Hawaii la positività al tetraidrocannabinolo negli incidenti stradali è triplicata; 30 marzo 2018, rivista Journal of adolescent health: dopo la legalizzazione in Colorado, le visite al pronto soccorso pediatrico per uso di cannabis sono quasi triplicate; febbraio 2017, rivista Jama pediatrics: dopo la legalizzazione nello Stato di Washington, tra gli adolescenti la percezione di pericolosità della marijuana è diminuita e il divario nell'uso è aumentato di 4-5 punti percentuali rispetto agli Stati che hanno mantenuto il divieto.
Vabbé, a Saviano è sfuggito di raccontare questa parte della storia, ma come si dice, a volte si deve abbozzare, mica si può rischiare di apparire antipatici contestando 'o professore. Dunque, lasciamo da parte la docenza ad interim e passiamo alla querelle immigrazione. Saviano è un grande conoscitore di criminalità mafiosa, un'industria che ancora si occupa di liquidare le persone scomode con manodopera prettamente nostrana: nel 2016 264 omicidi di tipo mafioso commessi da italiani e soltanto 4 da stranieri. Però si deve dire che nello stesso anno gli omicidi volontari di qualsiasi matrice, che hanno visto come autore una persona straniera sono stati 204, mica bruscolini. Ma com'è che di questi il professor Saviano non si sente mai parlare? Lui, un paladino della legalità che non parla mai dell'illegalità commessa da cittadini stranieri, come può essere? Eppure appena l'8,3% della popolazione residente, elevata al 9% sommando gli irregolari, si è resa responsabile lo scorso anno del 29,2% dei reati penali denunciati (fonte: Relazione al Parlamento sull'attività delle forze di polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata). Nella sua invettiva contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, il carismatico riferimento dei no borders ha chiarito di non volere il martirio, di non tenere a morire. Ne siamo lieti. Ma forse che le 204 vittime della mano omicida di stranieri del 2016, le 266 del 2015, le 218 del 2014, le 240 e 271 nei due anni precedenti, forse che queste 1.199 persone che molte, troppe volte, non avrebbero dovuto incontrare chi non avrebbe dovuto stare sul nostro territorio se solo il buonismo immigrazionista di cui Saviano è voce tonante non avesse imperversato al governo, forse costoro avevano chiesto di essere assassinate? Quante di loro oggi sarebbero vive se quel cattivone del capo leghista si fosse potuto sedere al Viminale in tempo utile per rispedire al mittente i carichi dei mercanti di uomini tra cui si annidava il loro assassino? Il professor Saviano dichiara urbi et orbi di tenerci alla propria pelle, ma dalla sua pagina Facebook dichiara l'obiezione di coscienza all'aborto una piaga, una rivendicazione di totale disinteresse per la vita dei suoi simili più inermi e innocenti, eliminati non con le pistole, né con le bombe, ma con la cannula e le pillole abortive. Certo, sono quegli esseri umani che non possono fuggire, né lamentarsi della propria sorte, che non possono marciare, digiunare, chiedere asilo, salire su un barcone, domandare la protezione delle convenzioni internazionali, quelli che il professore ignora essere le vittime di una soppressione seriale protetta dall'ingiustizia legale. Eppure quei 7 milioni che Saviano non prende nemmeno in considerazione sono solo una parte di quelli che mancano all'appello (6 milioni mancanti perché abortiti, più un altro milione che sarebbero oggi vivi se i loro genitori non fossero stati abortiti) e lo costringono ad ammettere che «siamo un Paese con una crisi demografica immensa» che rende necessaria l'immigrazione in atto.
Eppure non era il Paleocele, ma meno di 4 anni fa quando lo stesso Saviano saliva sul pulpito del suo profilo Fb per dispensare ai suoi discepoli una lezioncina tranquillizzante: «Quando venne introdotta la pillola anticoncezionale, una parte di mondo tuonò che non si sarebbero fatti più figli e che tutto sarebbe finito in una sorta d'estinzione», scriveva allora, aggiungendo che «quando arrivò la legge sull'aborto, fu ribadita la medesima fobia». Quand'era docente a Princeton preoccuparsi per le culle vuote era una fobia da cui Saviano era immune, oggi, divenuto supplente a Maddaloni, le stesse culle vuote rendono l'invasione africana una necessità. E poi vatti a lamentare della quasi laurea della Fedeli.
Renzo Puccetti
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I primi passi del premier iberico riportano indietro il Paese. Immigrazionismo e antifranchismo sono la bussola del governo.L'Ue a due facce prepara il vertice sui migranti. Per Parigi siamo «vomitevoli» anche se il ministro Gérard Collomb applica il pugno di ferro. Berlino fa lo stesso e schiera Hans Eckhard Sommer.Roberto Saviano ha tenuto una lezione a favore della legalizzazione della marijuana in un liceo. Sulle conseguenze della cannabis e sulle vittime degli stranieri però dimostra di non sapere nulla.Lo speciale contiene tre articoliQuasi non bastassero Emmanuel Macron e Angela Merkel, ora a incrementare il tasso di antipatia dei governi europei si è aggiunto pure il neopremier spagnolo Pedro Sánchez. Alla prima uscita - in margine al vertice europeo sull'immigrazione - ha subito bollato gli italiani come «antieuropei ed egoisti», sostenendo di voler creare «un esclusivo asse ispano-franco-tedesco». Perciò ha allungato grandi sorrisi a Francia e Germania (i sorrisi da rotocalco assieme alle pose etiche sono il cuore della politica socialista di Sánchez). Che il suo governo sia di minoranza (con appena 84 seggi su 350, cosa che comporterà una continua questua di voti) e che il ministro dell'Economia - Nadia Calviño - sia per curricolo una ligia creatura comunitaria, sono per lui dei trascurabili dettagli.Se dunque in Europa l'esordio è a dir poco improvvido e irreale, sul fronte interno non è da meno. La prima idea di Sánchez per una nuova Spagna consiste nel rimuovere la salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos, il vasto complesso architettonico religioso in memoria della guerra civile spagnola. Sánchez vorrebbe riadattare quel luogo, quasi fosse un monolocale, per trasformarlo in un solenne monumento all'antifranchismo (storicamente sarebbe come voler adibire il Colosseo a chiesa cristiana). Ma il neopremier non si ferma qui: vuole pure l'istituzione di una commissione per «la verità sul franchismo», nonché l'introduzione nel codice penale del reato di «apologia del falangismo». Gli inciampi però, oltre ai numeri in Parlamento, sono tanti: l'area e gli edifici della Valle sono di proprietà della chiesa cattolica (con cui Sánchez, ateo e irreligioso, non fila); a voler inumare lì il Caudillo fu l'ex re Juan Carlos I; inoltre cancellare la storia del franchismo dalla Spagna, addirittura volerla incriminare, significa di fatto cancellare e incriminare mezza Spagna, corona inclusa. Non basta ramazzar via spagnolescamente un mucchietto d'ossa, facendolo sparire sotto il tappeto, come pensa Sánchez, per far i conti con il fascismo. Noi italiani lo sappiamo.Sicché quello del neopremier pare in realtà un proclama a perdere. È lo stile di Sánchez. Il nuovo bello e possibile della politica europea (Le Monde l'ha definito «il Cary Grant latino») è un gran furbastro, attento a massimizzare l'eco dei media. L'ha dimostrato appena insediato con il gesto - da sborone - con cui ha accolto la nave Aquarius, nonché poco prima varando un governo di donne (mossa astuta in tempi di Me too e femminismo coatto). Si può esser certi che in futuro Sánchez procederà allo stesso modo, cioè a colpi di trovate vistose e inconcludenti (forse la prossima sarà l'abolizione delle fiestas de toros giusto per far felici gli animalisti a dispetto di secoli di tradizione).La sua politica riparte esattamente da dove José Luis Zapatero aveva lasciato. Ve lo ricordate Zapatero? Il dolce bambi dagli occhi azzurri (i maligni però ci vedevano Mr. Bean) come finì? A furia di voler trasformare la Spagna in un'Ibiza lassista e pansessuale quasi la mandò sul lastrico peggio della Grecia.Comunque gli spagnoli d'oggi sembrano aver sviluppato qualche anticorpo in più verso questi estrosi sinistrati di sinistra. La cosa divertente infatti è che sfogliando i giornali ispanici (da Abc a La Vanguardia), intenti a riportare la dichiarazione di Matteo Salvini - il quale sui migranti aveva detto «charlatánes» a Sánchez e Macron - ebbene, pur criticandone i modi poco istituzionali, nel merito e dati alla mano, danno ragione al nostro ministro. Implicitamente riconoscono che quello del governo spagnolo con l'Aquarius, quanto a numeri d'accoglimento, è stato solo un bel gesto. Se - invece di quei quattro gatti sull'Aquarius - la Spagna iniziasse a sobbarcarsi gli arrivi sostenuti dall'Italia in qualche mese, il bel Sánchez andrebbe politicamente a gambe all'aria. Perché tale è il sentimento - di puro buon senso - di tutti i popoli europei, di là dai buonismi e dalle fantasticherie dei politici alla Sánchez. Chi non lo capisce, perde voti.Nonostante ciò (o forse in ragione di ciò), la sinistra italiana, di cui sono noti autolesionismo e pochezza di personalità, si è già innamorata di Sánchez, tanto da elevarlo a modello. A imitare lo spagnolo sta pensando il reggente Pd Maurizio Martina (il quale però, più che un Cary Grant della politica, pare Lurch il maggiordomo della famiglia Addams). Ma soprattutto ci sta pensando Matteo Renzi. Per rilanciare una carriera politica ormai allo sbando, Renzi ha accantonato l'esempio del tignoso Macron (il quale piccinamente esige il saluto militare persino dai ragazzini) per darsi a el guapo Sánchez. Dopotutto - argomenta tra sé Renzi - «guapo» in italiano si traduce anche con «bullo». È proprio vero: quando si è al lumicino ci si accontenta davvero con niente.Marco Lanterna<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sembra-cary-grant-e-come-zapatero-con-pedro-sanchez-spagna-nei-guai-2581263566.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-tenero-macron-ha-il-suo-matteo-salvini" data-post-id="2581263566" data-published-at="1780044057" data-use-pagination="False"> Pure il «tenero» Macron ha il suo Matteo Salvini Il presidente francese Emmanuel Macron si è ormai fatto conoscere come il salvatore di naufraghi con i porti degli altri. Corsica e Sud della Francia si sono guardati bene dal far sbarcare i migranti della nave Aquarius, mentre a Ventimiglia e Bardonecchia la Gendarmerie si è resa protagonista di svariati atti di violenza nei confronti dei nordafricani (secondo Oxfam, i poliziotti tagliano le suole delle scarpe dei malcapitati, per evitare che si rimettano in marcia verso la Francia). Senza contare gli sconfinamenti in Italia dei poliziotti di frontiera. Ma se Macron, con la scusa del diritto internazionale, aspira a congelare lo status quo che scarica sul nostro Paese l'onere dei soccorsi in mare, non si può dire che il governo presieduto dal suo sodale Édouard Philippe sia immune da quella che lo stesso Monsieur le président ha definito la «lebbra» populista. Ci riferiamo al ministro dell'Interno, Gérard Collomb, esponente del Partito socialista francese e al contempo indomito manganellatore degli immigrati economici. Al suo insediamento, Le Monde sostenne che Collomb puntava a concretizzare «il desiderio di attuare una politica migratoria repressiva». Giusto un anno fa, i soprusi dei gendarmi vennero denunciati persino da Jacques Toubon, il Difensore dei diritti, una figura introdotta dalla riforma costituzionale del 2008 a garanzia di discriminazioni o abusi perpetrati dalle forze di sicurezza. È noto, d'altra parte, che i transalpini non sono andati per il sottile nella gestione dei campi in cui stazionano i migranti. A Calais, dove si ammassavano migliaia di disgraziati nella speranza di poter raggiungere il Regno Unito, a febbraio era scoppiata improvvisamente una rissa. Erano stati esplosi dei colpi d'arma da fuoco e quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni erano stati feriti gravemente. Mentre la situazione della cosiddetta «giungla» di Calais diventava ingestibile, il ministro Collomb non invocava né obblighi umanitari né principi di responsabilità in capo al governo francese. Al contrario, precisava come «il messaggio» da trasmettere agli immigrati fosse che «se si vuole andare in Gran Bretagna, non è qui che bisogna venire». Un approccio peraltro condivisibile, ma che presupporrebbe, da parte di Parigi, l'onestà intellettuale di non puntare il dito sull'Italia. È per lo meno singolare, effettivamente, che l'esecutivo transalpino faccia affidamento su un ministro dell'Interno che, in teoria, proviene da sinistra, è stato uno dei primi sostenitori di «En Marche!», ma alla prova dei fatti agisce come un Matteo Salvini in salsa parigina. Meno di un mese fa, ad esempio, le forze di sicurezza avevano smantellato nella capitale francese un enorme insediamento di immigrati, allestito a Porte de la Villette, lungo la Senna. All'alba del 30 maggio la polizia, con alcuni drappelli giunti in barca dal fiume, aveva fatto sgomberare 1.500 persone, ufficialmente per trasferirle in centri di accoglienza situati in altre venti località della regione di Parigi e per sottoporle a controlli d'identità. Pochi giorni dopo, il 4 giugno, è stata la volta di altri due accampamenti nelle zone di Saint denis e del Canal Saint Martin: circa mille immigrati, quasi tutti afgani, sono stati allontanati dai bivacchi soltanto una settimana prima che scoppiasse la polemica sulla condotta italiana nei confronti della Aquarius, giudicata dal portavoce di «En Marche!», Gabriel Attal, «vomitevole». Certo, in patria qualche esponente politico di maggioranza si è scontrato con la linea dura del ministro Collomb. Jean Michel Clément, deputato del movimento di Macron, nel mese di aprile era stato l'unico di «En Marche!» a votare contro un disegno di legge su asilo e immigrazione promosso proprio da Collomb e che mirava ad accelerare le procedure di rimpatrio per chi non ha diritto a rimanere sul suolo francese, aumentando il periodo di permanenza nei centri di detenzione da 45 a 90 giorni. Clément aveva infine deciso di lasciare il gruppo parlamentare di «En Marche!» dopo l'inequivocabile ultimatum ricevuto dal suo capogruppo, Richard Ferrand: «Se l'astensione è un peccato veniale, votare contro un testo è un peccato mortale che merita la pena dell'esclusione». Alla faccia delle critiche di Macron alle «tattiche di respingimento», riferimento non troppo velato sia all'idea di Giuseppe Conte di realizzare degli hotspot in Africa, sia alle minacce rivolte da Horst Seehofer (che ha affidato al dobermann Hans Eckhard Sommer l'ufficio federale per la migrazione e i rifugiati) alla cancelliera tedesca Angela Merkel in merito ai rimpatri degli immigrati già registrati in altri Paesi Ue. La verità è che l'Europa ha due facce e porterà tutta la sua ambiguità al prossimo vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles. I francesi sono preoccupati dai movimenti secondari e per contenerne l'impatto sono pronti a impiegare gli stessi strumenti che poi condannano. Parigi contesta la pagliuzza nel Viminale altrui, ma ignora la trave del Salvini francese che occupa l'hôtel de Beauvau. 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In teoria la supplenza di Saviano avrebbe dovuto riguardare la storia, roba che ha che fare col congresso di Vienna, Cavour, Mazzini, Metternich, il Piave e l'8 settembre, ma il nostro ha preferito discettare di droga, argomento notoriamente compreso nel programma ministeriale della materia. Non so se è ancora così, ma ai miei tempi se capitava che il prof. consentisse che in classe si parlasse d'attualità, eravamo certi che per quella mattina l'avevamo scampata. La prospettiva dispensata agli studenti da Saviano è quella antiproibizionista, secondo cui se lo Stato producesse e mettesse in vendita la marijuana, ci sarebbe più controllo e la criminalità vedrebbe i propri guadagni, è il caso di dirlo, andare in fumo. Certo, quando si dice la scalogna, manco passa una settimana e l'Istituto superiore di sanità dichiara che i canapa shop dovrebbero essere chiusi. Non solo: 6 giugno 2018, rivista Journal of cardiovascular medicine: il consumo di cannabis si associa a un incremento del rischio di scompenso cardiaco e a un +24% di accidenti cerebrovascolari; 21 maggio 2018, rivista Journal trauma acute care surgery: dopo la legalizzazione della cannabis nel 2000, nelle Hawaii la positività al tetraidrocannabinolo negli incidenti stradali è triplicata; 30 marzo 2018, rivista Journal of adolescent health: dopo la legalizzazione in Colorado, le visite al pronto soccorso pediatrico per uso di cannabis sono quasi triplicate; febbraio 2017, rivista Jama pediatrics: dopo la legalizzazione nello Stato di Washington, tra gli adolescenti la percezione di pericolosità della marijuana è diminuita e il divario nell'uso è aumentato di 4-5 punti percentuali rispetto agli Stati che hanno mantenuto il divieto. Vabbé, a Saviano è sfuggito di raccontare questa parte della storia, ma come si dice, a volte si deve abbozzare, mica si può rischiare di apparire antipatici contestando 'o professore. Dunque, lasciamo da parte la docenza ad interim e passiamo alla querelle immigrazione. Saviano è un grande conoscitore di criminalità mafiosa, un'industria che ancora si occupa di liquidare le persone scomode con manodopera prettamente nostrana: nel 2016 264 omicidi di tipo mafioso commessi da italiani e soltanto 4 da stranieri. Però si deve dire che nello stesso anno gli omicidi volontari di qualsiasi matrice, che hanno visto come autore una persona straniera sono stati 204, mica bruscolini. Ma com'è che di questi il professor Saviano non si sente mai parlare? Lui, un paladino della legalità che non parla mai dell'illegalità commessa da cittadini stranieri, come può essere? Eppure appena l'8,3% della popolazione residente, elevata al 9% sommando gli irregolari, si è resa responsabile lo scorso anno del 29,2% dei reati penali denunciati (fonte: Relazione al Parlamento sull'attività delle forze di polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata). Nella sua invettiva contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, il carismatico riferimento dei no borders ha chiarito di non volere il martirio, di non tenere a morire. Ne siamo lieti. Ma forse che le 204 vittime della mano omicida di stranieri del 2016, le 266 del 2015, le 218 del 2014, le 240 e 271 nei due anni precedenti, forse che queste 1.199 persone che molte, troppe volte, non avrebbero dovuto incontrare chi non avrebbe dovuto stare sul nostro territorio se solo il buonismo immigrazionista di cui Saviano è voce tonante non avesse imperversato al governo, forse costoro avevano chiesto di essere assassinate? Quante di loro oggi sarebbero vive se quel cattivone del capo leghista si fosse potuto sedere al Viminale in tempo utile per rispedire al mittente i carichi dei mercanti di uomini tra cui si annidava il loro assassino? Il professor Saviano dichiara urbi et orbi di tenerci alla propria pelle, ma dalla sua pagina Facebook dichiara l'obiezione di coscienza all'aborto una piaga, una rivendicazione di totale disinteresse per la vita dei suoi simili più inermi e innocenti, eliminati non con le pistole, né con le bombe, ma con la cannula e le pillole abortive. Certo, sono quegli esseri umani che non possono fuggire, né lamentarsi della propria sorte, che non possono marciare, digiunare, chiedere asilo, salire su un barcone, domandare la protezione delle convenzioni internazionali, quelli che il professore ignora essere le vittime di una soppressione seriale protetta dall'ingiustizia legale. Eppure quei 7 milioni che Saviano non prende nemmeno in considerazione sono solo una parte di quelli che mancano all'appello (6 milioni mancanti perché abortiti, più un altro milione che sarebbero oggi vivi se i loro genitori non fossero stati abortiti) e lo costringono ad ammettere che «siamo un Paese con una crisi demografica immensa» che rende necessaria l'immigrazione in atto. Eppure non era il Paleocele, ma meno di 4 anni fa quando lo stesso Saviano saliva sul pulpito del suo profilo Fb per dispensare ai suoi discepoli una lezioncina tranquillizzante: «Quando venne introdotta la pillola anticoncezionale, una parte di mondo tuonò che non si sarebbero fatti più figli e che tutto sarebbe finito in una sorta d'estinzione», scriveva allora, aggiungendo che «quando arrivò la legge sull'aborto, fu ribadita la medesima fobia». Quand'era docente a Princeton preoccuparsi per le culle vuote era una fobia da cui Saviano era immune, oggi, divenuto supplente a Maddaloni, le stesse culle vuote rendono l'invasione africana una necessità. E poi vatti a lamentare della quasi laurea della Fedeli. Renzo Puccetti
Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro (Ansa)
Sul disavanzo della spesa sanitaria in Puglia e sulla conseguente decisione del presidente Antonio Decaro di aumentare le tasse ai pugliesi, lo scontro è al calor bianco.
Mercoledì le forze di opposizione di centrodestra sono scese in strada per protestare contro l’aumento dell’Irpef che da giugno inciderà, con aliquote progressive per scaglioni, sui redditi di lavoratori e pensionati e poi presenterà un conto ancora più salato in sede di conguaglio del dovuto per il periodo gennaio-maggio.
Nelle stesse ore, Decaro riceveva i nuovi dieci direttori generali delle Asl (tre riconfermati e sette di nuova nomina) che saranno incaricati di tenere in linea i conti e il livello delle prestazioni sanitarie della Regione. Da una parte, Decaro e il centrosinistra sostengono che «è colpa di Roma», perché il fondo sanitario nazionale, che poi viene ripartito tra le Regioni, è insufficiente; inoltre, evidenziano che negli ultimi anni il disavanzo e le conseguenti maggiori tasse hanno riguardato numerose altre Regioni, anche governate dal centrodestra.
Dall’altra parte, l’opposizione non va oltre la denuncia delle fuorvianti rassicurazioni nella campagna elettorale di novembre scorso, quando l’assessore al bilancio, Fabiano Amati, e Decaro stesso avevano parlato di «conti in ordine». Facendo facile ironia sulle parole del presidente uscente Michele Emiliano («Ho fatto tutto quello che potevo. La Puglia è una Ferrari, ora deve continuare a correre»).
Proviamo a spiegare ai cittadini pugliesi (ma non solo, perché la vicenda ha riflessi analoghi in altre Regioni), cos’è accaduto e le probabili responsabilità. Sono proprio le parole di Decaro di mercoledì, rivolgendosi ai nuovi dg, a fornirci un indizio perché «provano troppo», cioè si spingono così oltre da essere un boomerang. Infatti, ieri, la Gazzetta del Mezzogiorno ha riferito di un Decaro risoluto nel chiedere ai suoi manager di «non prendere ordini dai politici […] siete stati scelti da me, occupatevi solo dei bisogni dei pazienti, non di chi chiede favori […] non voglio vedere politici nelle direzioni strategiche delle Asl».
Parole che non possono non far sorgere almeno il dubbio che fino a ieri accadesse esattamente ciò che oggi Decaro descrive. Altrimenti perché parlarne? Forse perché Decaro attribuisce a questo andazzo i pessimi risultati gestionali della sanità pugliese, sfociati nel disavanzo di circa 350 milioni? Alcuni dati forniscono robuste prove in questa direzione. Cominciamo col dire che quel disavanzo è il risultato della somma algebrica di diversi addendi: maggiori spese per 433 milioni, il disavanzo del 2024 di 131 milioni, compensati da 139 milioni di aumento del Fsn e altre voci minori. Tra i 433 milioni spiccano ben 188 milioni (43%) di maggiori costi per stabilizzazioni e nuove assunzioni di personale sanitario. Poi seguono 117 milioni per la spesa farmaceutica e altri sforamenti, tra cui primeggia la mobilità passiva, cioè i costi sostenuti per i pugliesi che si curano nelle altre Regioni. Una voce difficile da contenere che pesa per circa 350 milioni nel bilancio della sanità regionale di circa 9 miliardi. Quei 188 milioni sono a loro volta il risultato di 104 milioni per assunzioni/stabilizzazioni di circa 2.400 persone, 44 milioni per rinnovo dei Ccnl e altre voci residuali. Il costo del personale, per natura, è prevedibile e monitorabile nei report obbligatori per legge (mensili e trimestrali). Ma c’è di più. A fine 2024, il presidente Michele Emiliano e l’assessore alla Sanità annunciarono con dovizia di particolari l’intenzione di assumere o stabilizzare 2.500 persone (alla fine sono arrivati a 2.400) e avevano quindi ben chiaro l’impatto deflagrante sui conti, sin da allora.
Nessuna sorpresa, qui parliamo di una variabile sotto il controllo della politica e dei manager che però possono solo segnalare gli sforamenti, non bloccarne le cause. Quindi - a meno di un clamoroso fallimento del sistema di controllo di gestione - è ipotizzabile che la forte volontà politica della giunta Emiliano abbia prevalso sul rigore contabile, perseguendo l’obiettivo, di per sé apprezzabile, di spendere per migliorare le carenze del sistema. Ma sarebbe bastato dire, sin da allora, che quelle persone erano necessarie per garantire i livelli essenziali di assistenza (Lea) e il diritto alla salute tutelato dalla Costituzione e che, data la rilevanza della cifra, era prevedibile che sarebbero state messe le mani nelle tasche dei pugliesi, assumendosi la relativa responsabilità politica.
Tuttavia, è notoriamente improbabile vincere le elezioni promettendo nuove tasse in un anno elettorale. Anche perché la legge (311/2004) tollera di fatto la creazione di un disavanzo, ma poi entro il 30 aprile dell’anno successivo esso deve essere ripianato e, in assenza di rimedi, scatta il commissario ad acta che entro il 31 maggio deve fare sostanzialmente le stesse cose, munito di poteri straordinari e senza passare da impopolari discussioni in Consiglio regionale. Una sorta di copertura finanziaria ex-post. Esattamente quanto accaduto in Puglia, con rilevante differenza rispetto ad altre Regioni, dove almeno c’è stato il dibattito e l’assunzione di responsabilità politica. Oggi, il «cruscotto» per il futuro minuzioso controllo delle spese, di cui si è vantato Decaro, non è una facoltà ma un obbligo a carico del commissario, che opera sotto vincoli e responsabilità molto stringenti.
Tra i costi del personale, spicca la sproporzione assunzioni/stabilizzazioni (circa 600 su 2.400) relative alla provincia di Foggia, da cui proveniva l’assessore alla Sanità della giunta Emiliano, con un’incidenza sulla popolazione residente doppia rispetto alle altre province pugliesi (circa 11 persone ogni 10.000 abitanti contro le 4/6 delle altre province). In Capitanata, per una curiosa coincidenza, alle successive elezioni regionali il centrosinistra ha aumentato i propri consensi di 13,7 punti percentuali rispetto al 2020, il più alto incremento tra tutte le province.
Di fronte a tali costi (aggiuntivi ma prevedibili), non regge l’argomento di Decaro sull’insufficienza dei fondi statali, perché le variabili all’origine dello sforamento erano in parte controllabili (il personale ma in parte anche il costo dei farmaci innovativi) e note al controllo di gestione, quasi in tempo reale. Così come era noto, per tabulas, che il conto sarebbe stato saldato dai contribuenti. Il sistema, rozzo e draconiano finché si vuole, è là da anni. Troppo comodo spendere senza limiti e poi lamentarsi dell’insufficienza della «paghetta», oppure tagliare in modo lineare lasciando i cittadini per strada. Contano i ritorni di quelle spese. Cioè non la spesa in assoluto, ma i risultati a valle misurati in termini di efficienza ed efficacia, ed è su questo che Decaro dovrà misurarsi e rendere conto, trattando i cittadini pugliesi da adulti, come ha promesso, al netto di alcuni passaggi «Cicero pro domo sua», nell’ultimo videomessaggio.
Il caso Emilia-Romagna: «Solo il 22% della spesa è davvero leggibile»

Il vecchio ingresso della Clinica Medica dell'Ospedale Sant'Orsola di Bologna (iStock)
Se in Puglia il problema è esploso sotto forma di aumento delle tasse per coprire il disavanzo sanitario, in Emilia-Romagna il nodo riguarda soprattutto la trasparenza dei conti e il funzionamento del sistema. A sostenerlo è uno studio pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, che analizza la governance sanitaria regionale concentrandosi sui bilanci delle strutture pubbliche e sul ruolo del privato accreditato.
Il paper parte da un dato: secondo gli autori, solo il 22% della spesa ospedaliera dell’Emilia-Romagna sarebbe realmente osservabile attraverso i bilanci degli enti autonomi. Un valore inferiore anche alla media nazionale, fissata al 24%. Il motivo, spiegano, è legato alla struttura stessa del sistema sanitario regionale. Gran parte degli ospedali pubblici, infatti, non pubblica un proprio conto economico separato perché la gestione resta incorporata nelle Ausl. Questo rende difficile capire nel dettaglio costi, ricavi e risultati delle singole strutture.
Lo studio si concentra in particolare sui cinque ospedali universitari pubblici della regione: Parma, Modena, Sant’Orsola di Bologna, Ferrara e Rizzoli. Analizzando i loro bilanci, gli autori individuano circa 318 milioni di euro di risorse non direttamente riconducibili a prestazioni sanitarie, attività di ricerca o altre funzioni finanziate separatamente. Nel paper vengono definiti “ripiani impliciti” e rappresentano circa il 12-13% dei ricavi complessivi delle strutture considerate. Gli autori precisano che non si tratta di somme mancanti, ma di contributi regionali che non trovano una corrispondenza immediata con le prestazioni erogate. Secondo l’Istituto Bruno Leoni, una maggiore trasparenza dei conti consentirebbe di distinguere meglio gli ospedali in equilibrio da quelli che necessitano di sostegni aggiuntivi da parte della Regione. Lo studio affronta anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato.
In Emilia-Romagna le strutture private rappresentano una quota minoritaria del sistema sanitario regionale, ma in alcuni settori hanno un peso rilevante. È il caso dell’ortopedia programmata, dove, secondo i dati riportati nel paper, il privato accreditato arriva a coprire circa la metà dei ricoveri complessivi e intercetta una parte significativa della mobilità sanitaria da fuori regione. Secondo gli autori, il problema non è la presenza del privato in sé, ma il modo in cui viene regolato. Nel documento vengono richiamati alcuni atti regionali recenti che introducono tetti di spesa, limiti alla crescita della mobilità extra-regionale e vincoli programmatori per le strutture accreditate. Misure che, secondo il paper, finiscono per limitare una capacità produttiva già presente nel sistema, soprattutto in un contesto segnato da liste d’attesa elevate. Nel lavoro si citano anche i dati regionali sulle attese: al 3 marzo 2026, il 61,8% dei pazienti inseriti in lista con priorità «entro 30 giorni» risultava oltre i tempi massimi previsti. Per le prestazioni da eseguire entro 60 giorni, la quota saliva al 66,5%.
La conclusione degli autori è che i due problemi – la scarsa leggibilità dei bilanci pubblici e il ruolo limitato del privato accreditato – abbiano una radice comune: un sistema nel quale la Regione concentra contemporaneamente le funzioni di finanziamento, controllo ed erogazione delle prestazioni sanitarie. Da qui la proposta avanzata nel paper: rendere pubblici i conti economici dei singoli ospedali, separare in modo più netto le funzioni di committenza da quelle di produzione sanitaria e utilizzare maggiormente il privato accreditato nei settori dove i risultati, in termini di volumi ed esiti, risultano competitivi rispetto al pubblico.
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Dall’inizio dell’invasione russa, l’Unione europea in effetti è stata molto generosa verso Kiev. Dal febbraio 2022 a oggi l’Ue ha erogato 200,6 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. In particolare, secondo i dati del Consiglio europeo, 104,6 miliardi sono andati in sostegno finanziario, economico e umanitario, 75,2 miliardi in sostegno militare, 17 miliardi in sostegno ai rifugiati all’interno dell’Ue, 3,8 miliardi in proventi derivanti da beni russi bloccati.
A questa cifra si aggiunge il prestito da 90 miliardi approvato dal Parlamento europeo nel febbraio 2026 per il biennio 2026-2027, di cui 60 miliardi destinati alla difesa e 30 al funzionamento dello Stato e alle riforme. Il totale supera i 290 miliardi, cioè 100 miliardi in più dell’intero bilancio annuale dell’Unione europea, che si aggira sui 190 miliardi.
Il rimborso del prestito da 90 miliardi è però condizionato all’ottenimento da parte dell’Ucraina delle riparazioni di guerra dalla Russia, un evento la cui realizzazione resta molto poco probabile, per usare un eufemismo. Nel 2025 l’Ue ha prorogato per altri tre anni la sospensione delle misure di salvaguardia (dazi e quote) sulle esportazioni ucraine di ferro e acciaio.
L’Ucraina è un Paese in guerra che ha subito un’invasione e la solidarietà internazionale è un gesto di umanità. Infatti, il tema riguarda poco l’Ucraina in sé. Il problema è invece l’incoerenza del quadro europeo, che applica criteri radicalmente diversi a seconda della posta in gioco politica. Mentre Bruxelles mobilitava queste risorse, i governi nazionali ricevevano indicazioni opposte. L’Italia opera con margini di bilancio già ridottissimi e sta negoziando una difficile flessibilità per affrontare la crisi energetica. La Francia è sotto procedura per disavanzo eccessivo. La Commissione europea ha continuato ad applicare le regole del Patto di Stabilità, sia pure nella versione riformata del 2024, chiedendo rigore fiscale agli Stati membri per le spese interne mentre trovava centinaia di miliardi per Kiev attraverso debito. Se la crescita europea rallenta (e ci vuole già una certa dose di coraggio per chiamarla crescita), i governi nazionali avranno sempre meno spazio per ammorbidire l’impatto della crisi economica sui propri cittadini.
A parte i sostegni concreti erogati sinora, è il capitolo dei costi dell’adesione dell’Ucraina all’Ue a essere pesante. Se l’Ucraina dovesse entrare nell’Unione europea, secondo stime del Financial Times riprese dall’Ispi nel 2023, il costo d’ingresso per gli altri Paesi ammonterebbe a circa 186 miliardi di euro, con 97 miliardi assorbiti dalla sola Politica agricola comune (Pac), una cifra superiore ai 72 miliardi allocati alla Francia, e con gli altri Stati membri costretti a cedere circa il 20% delle loro quote Pac, una rinuncia che per l’Italia vale 9 miliardi. Con circa 40 milioni di ettari di superficie agricola, l’Ucraina diventerebbe lo Stato con la più vasta estensione coltivata d’Europa, superando la Francia, e il principale destinatario dei fondi della Pac.
Stime più recenti del think tank europeo Bruegel, citate dall’Ispi, indicano un impatto complessivo sulla Pac di 85 miliardi di euro, considerando i confini pre-guerra e il quadro finanziario europeo relativo al 2021-2027. Sul piano delle politiche di coesione, l’Ucraina diventerebbe il principale destinatario dei fondi europei destinati alla riduzione delle disparità economiche e sociali, per una spesa europea di 32 miliardi di euro. Il costo complessivo sarebbe quindi di almeno 115-120 miliardi di euro.
Sulla competizione europea con l’agricoltura ucraina ci sono già state reazioni in passato. Le proteste degli agricoltori europei sono iniziate nel dicembre 2023 in Germania, nel gennaio 2024 in Francia e Italia. Il 1° febbraio 2024 mille trattori hanno bloccato le strade di Bruxelles, con agricoltori arrivati da tutta Europa a protestare contro la concorrenza dei prodotti ucraini importati a prezzi bassi, agevolata dalle sospensioni dei dazi decise dall’Ue. Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno dichiarato che le importazioni ucraine hanno sconvolto i loro mercati agricoli. A dicembre 2025 è arrivata una terza ondata di proteste, con una manifestazione a Bruxelles che ha portato oltre 20.000 persone e un migliaio di trattori nel centro della città.
Il quadro è dunque complesso. L’Ucraina in Ue sarebbe percettore di fondi europei per oltre un centinaio di miliardi, a carico dei contributori netti ma anche degli attuali percettori, che riceverebbero meno risorse. La cosa più preoccupante è però che mentre si pensa a come spartirsi la torta, pochi sembrano accorgersi che se l’Ue non cambia rotta immediatamente, la predetta torta è destinata ad essere sempre più piccola.
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Mentre sul lato della fiducia nelle istituzioni, il presidente della Repubblica è sempre in testa, ma viene sorpassato ampiamente da carabinieri, polizia e Guardia di finanza. Sono questi alcuni dei risultati delle ricerche condotte dall’Eurispes e condensate nel trentaseiesimo Rapporto Italia, presentato ieri dall’ente di ricerca guidato dal sociologo Gian Maria Fara. L’Italia del 2026 viene descritta come un Paese a «fragilità diffusa», dove il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto all’anno scorso). Ma prima di addentrarsi nella parte economica, vale la pena vedere i risultati dei sondaggi condotti dai ricercatori Eurispes anche in ambito politico, perché alcuni sono abbastanza sorprendenti, almeno per chi dà credito alle narrazioni dominanti.
Se si prende il bilancio Ue, con quel micidiale nuovo pilastro di ReArm Europe, un piano da 800 miliardi di investimenti in armamenti e infrastrutture da difesa da qui al 2030, si capisce quali sono le nuove priorità di Bruxelles. Dopo aver praticamente ammazzato l’automotive continentale con il Green deal e aver aperto le praterie europee alle case cinesi, la seconda Commissione Von der Leyen ha virato sulla produzione bellica, per la gioia delle esigenze di riconversione industriale degli amici tedeschi. Un’operazione così imponente aveva bisogno di un grande spavento e allora ci si è inventati che la Russia sta per invaderci. Giusto il tempo di spianare l’Ucraina e poi il progetto Erasmus e la Champions League, le due maggiori prove dell’esistenza dell’Ue, verranno interrotte dall’arrivo dell’Armata Rossa.
Ebbene, interpellata dal’Eurispes, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% convive con questa paura. Il 52% pensa comunque che con l’invasione del febbraio 2022 Mosca abbia inaugurato un nuovo espansionismo, ma verso altri territori. L’altra faccia di questa enorme diffidenza per le priorità di Bruxelles è un giudizio negativo sull’Ue. Fara sostiene che «i lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi». Sono i governi nazionali, avari nella devoluzione di potere concreto, e le burocrazie di Bruxelles, «che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto». Insomma, non è colpa del diritto di veto.
Tornando in Italia, sempre sul fronte delle istituzioni, il Rapporto registra il primato del presidente della Repubblica (61,8% di giudizi positivi) sul fronte della fiducia, mentre il Parlamento segue ben lontano (26,1%) e il governo si attesta al 32,1%. Sulla magistratura, il giudizio dei cittadini è spaccato a metà, come per la Chiesa cattolica, mentre c’è chi è anche più amato del Quirinale. Si tratta di carabinieri (70,2%), Guardia di finanza (71,7%), Polizia di Stato (66,8%) e forze armate in generale. Tra le altre istituzioni, quella che convince di più è l’università (73,7%). Ancora sul Colle, dice l’Eurispes che «gli italiani chiedono più potere al presidente della Repubblica per una democrazia più moderna». Voglia di presidenzialismo? Ah, saperlo.
Il lungo capitolo economico è probabilmente il meno sorprendente. Ma alcuni dati aiuteranno sicuramente la politica e i grandi decisori privati a farsi due conti e a capire le priorità.
Quasi la metà dei cittadini si aspetta per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese, anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve intaccare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%), il vero incubo degli italiani. E poi ci sono coloro che vanno in crisi per il pagamento delle utenze (28,7%), del mutuo (27,2%) e per le spese mediche (25,5%). Ne consegue che per Eurispes il 60% dei nuclei familiari arriva a fine mese con il fiato corto e un terzo deve usare risparmi o somme ereditate, mentre due su dieci chiede prestiti. Confermata la crescente rinuncia a visite specialistiche, di prevenzione (uno su tre) e perfino alle spese veterinarie.
Tra i fenomeni sociali, infine, da segnalare che il maggior numero di divorzi ormai si concentra nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, e che tra il 2008 e il 2022 sono triplicati i divorziati ultracinquantenni. Non ci sono evidenze che anche l’attacco al matrimonio sia imputabile a Mosca.
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