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2020-03-09
Secondi al mondo anche per contagi: 7.375
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Abbiamo superato la Corea del Sud e siamo secondi al mondo per numero di contagiati, dopo la Cina. All'indomani della chiusura di Lombardia e di 14 province, l'emergenza coronavirus si è confermata una drammatica priorità per il nostro Paese. I colpiti dal Covid-19 ieri erano 1.314 in più rispetto a sabato, portando il totale a 6.387 casi. I pazienti in isolamento domiciliare sono 2.180, 3.557 quelli ricoverati in ospedale, 650 risultano in terapia intensiva. Dall'inizio della diffusione, 7.375 persone hanno dunque contratto il coronavirus nel nostro Paese. In Corea del Sud sono 7.314, siamo secondi dopo la Cina che ne conta 80.699. Impennata ieri anche dei decessi, le vittime sono 366 (+133), i guariti 622 (+ 33).
Il tasso di mortalità è salito al 4,96%, mentre quello delle persone ricoverate in terapia intensiva è sceso all'8,87 malgrado la disponibilità di accoglienza sia sempre insufficiente. «Stiamo ricavando 497 posti, è una corsa contro il tempo», ha spiegato l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Giulio Gallera. La Lombardia registra sempre percentuali altissime di positività con 769 nuovi casi in ventiquattr'ore (ora sono 4.189), e di persone che non ce l'hanno fatta, ben 113 in un giorno arrivando al triste primato di 267 decessi nella sola Regione. Commentando l'alto numero di vittime, il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha spiegato che si trattava per il 60% di ultraottantenni e di pazienti già sofferenti per diverse patologie. Il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha garantito che dal 12 marzo arriveranno 22 milioni di mascherine e che un altro fornitore potrà assicurare fino a 1 milione di pezzi al giorno.
Borrelli non ha voluto commentare il decreto per contenere l'epidemia firmato sabato notte dal premier Giuseppe Conte: «Lo stiamo applicando», sono state le sue uniche parole. Per il professor Brusaferro, invece, sono misure che servono per «rallentare la trasmissione del virus», riducendo la pericolosità dei focolai. Si è allungata anche la lista dei contagiati «eccellenti». Dopo Nicola Zingaretti, segretario del Pd nonché presidente della Regione Lazio, risultato positivo sabato, ieri il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio (che aveva partecipato con Zingaretti a una riunione mercoledì scorso a Palazzo Chigi), e il generale Salvatore Farina, capo di stato maggiore dell'esercito hanno comunicato di essersi sottoposti al test che è risultato positivo. «Continuerò a svolgere le mie funzioni e verrò sostituito, per le attività alle quali non posso prendere parte, dal generale Bonato», ha fatto sapere Farina. Positivo al tampone anche il prefetto di Lodi, Marcello Cardona.
Da domenica fino al 3 aprile, il decreto ha dunque chiuso gli spostamenti in Lombardia e nelle province di Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Alessandria, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vercelli e Asti. In realtà si è parlato di «ridotta mobilità», non di chiusura, limitando le entrate e le uscite a dai territori elencati a meno che non siano motivate «da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza». Ma è un blocco a tutti gli effetti per circa un quarto della popolazione italiana, le forze di polizia sono «legittimate a chiedere conto» ai cittadini del perché si vogliono muovere in auto, treno o aereo. I nuovi provvedimenti hanno annullato il cordone sanitario nelle zone rosse di Vo' Euganeo e del Lodigiano, che adesso risultano comprese in un'unica «zona di sicurezza». Ieri sono stati tolti i posti di blocco ed è ripresa la circolazione stradale.
In tutto il territorio nazionale, oltre alle attività didattiche in scuole e università sono sospese cerimonie funebri, manifestazioni, feste, eventi e competizioni sportive, chiusi gli impianti sciistici, le palestre. Stop a teatri, musei, cinema, discoteche, sale da gioco, bar e ristoranti aperti solo se possono garantire una distanza di sicurezza di almeno un metro da un cliente all'altro. Stesso obbligo da rispettare nei supermercati e nei centri commerciali.
Per chi non rispetta i provvedimenti contenuti nel decreto è previsto l'arresto fino a tre mesi e un'ammenda fino a 206 euro. Quando si risulta positivi al virus scatta il «divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora». La quarantena non va sottovalutata, è un obbligo. «Il virus non è uno scherzo», ha ricordato il ministro della Salute, Roberto Speranza, alla trasmissione di Lucia Annunziata «Mezz'ora in più» su Rai3. Aggiungendo: «Abbiamo bisogno di comportamenti corretti dappertutto». Il ministro è stato chiaro: «Sono anche per avere un pugno duro rispetto ad atteggiamenti che non sono tollerabili. Per esempio persone che risultano positive che se ne vanno in giro».
Ieri si è continuato a protestare nelle carceri, con rivolte in alcuni casi molto violente ai danni di agenti di polizia penitenziaria e delle strutture. Rivolte sono avvenute nei penitenziari di Modena, Frosinone e Salerno. I detenuti chiedono provvedimenti contro il rischio contagi ma non accettano limitazioni nei colloqui con i familiari.
La Germania ha sempre più paura. Vietate le piccole manifestazioni
L'epidemia di coronavirus ha colpito oltre 100 Paesi nel mondo, ha spiegato ieri via Twitter il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus. La situazione è «molto seria» ma «non dobbiamo scoraggiarci», ha aggiunto: «Ci sono molte cose che tutti, ovunque possono e dovrebbero fare ora». Intanto, però, il bilancio di vittime e contagiati continua a crescere in tutto il mondo: sono 106 gli Stati nei quali il virus si è diffuso, secondo l'ultimo aggiornamento dell'università Johns Hopkins. I casi confermati 106.378, le persone vittime del virus 3.594, quelle guarite 60.013.
E la prestigiosa rivista scientifica Lancet attacca l'operato dell'Europa, mentre oggi sarà il primo giorno di telelavoro per i circa 3.700 dipendenti della sede di Francoforte della Banca centrale europea. «Troppo poco, troppo tardi», ha scritto Lancet. Bene, invece, la Cina che ha messo in atto «il più ambizioso agile e aggressivo sforzo mai visto nella storia» contro l'epidemia. Un successo, quello cinese, scrive la rivista, figlio di un sistema amministrativo forte e capace di mobilitarsi velocemente in caso di minaccia grazie a una politica di «comando e controllo». Un solo appunto ci permettiamo di fare agli esperti di Lancet: è risaputo che i regimi hanno vita molto più facile nei casi di emergenza non dovendo rispondere al loro popolo e potendo anche usare la mano pesante sull'informazione. E sarebbero almeno dieci le vittime nel disastro dell'hotel usato per la quarantena e crollato sabato. L'ultimo bollettino da Pechino parla di 3.097 vittime con 44 nuovi casi di contagio, in particolare nella provincia dell'Hubei.
In Germania il numero di contagi da coronavirus ha superato le 1.000 unità così il ministro della Salute federale Jens Spahn, secondo cui il Paese è «all'inizio di un'epidemia», ha consigliato di cancellare gli eventi con minimo 1.000 partecipanti, almeno per il momento. Colpiti fiere, partite e grandi concerti.
In Francia, invece, i casi di infezione sono ben 1.126 con 19 morti. In un giorno, quindi, il coronavirus ha mietuto tre nuove vittime e contagiato altre 177 persone. Eventi sportivi a porte chiuse e altre misure per l'emergenza ha annunciato anche la Grecia. Tre nuove vittime a Madrid e il totale in Spagna è salito a 13: 589, invece, i contagi ora con un aumento di 159 in 24 ore.
A quota 273 contagiati (67 in più in 24 ore) è arrivato il Regno Unito e il ministro della Salute Matt Hancock ha delineato il piano di emergenza per far fronte all'impatto dell'epidemia di coronavirus. È atteso in Parlamento entro la fine del mese e dovrebbe includere misure che consentano di svolgere i procedimenti giudiziari via telefono o video e che permettano alle persone di lasciare momentaneamente il lavoro per prendersi cura delle persone colpite dal virus.
Il primo caso in Moldavia è di una quarantottenne moldava che aveva lasciato l'ospedale dov'era ricoverata in Italia perché positiva al coronavirus ed è rientrata in patria con un aereo da Milano. Primo caso anche a Washington (si tratta del reverendo Timothy Cole) e nello Stato di New York, che ha dichiarato l'emergenza, sono 103. E mentre le vittime salgono a 19 e i contagi a circa 450, è emerso che una persona che ha partecipato a una conferenza con il presidente Donald Trump la scorsa settimana è risultata positiva. Intanto, l'esercito statunitense ha disposto il divieto per i soldati e le loro famiglie di spostarsi in Italia per i prossimi 60 giorni.
Primo morto anche in Argentina (e quindi primo anche in America Latina) e in Egitto: secondo il ministero della Salute egiziano è un sessantenne tedesco che si trovava a Luxor per turismo ed era stato ricoverato presso l'ospedale generale di Hurghada. Infine, l'Iran, epicentro del Medio Oriente, ha deciso di bloccare tutti i voli per l'Europa a causa dell'emergenza. Nel Paese i morti sono 194, 49 nelle ultime 24 ore, mentre i contagi 6.566 (743 nell'ultimo giorno). Superati i 7.000 contagi, invece, in Corea del Sud.
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Nelle ultime 24 ore registrati 133 morti e soltanto 33 guariti. Proteste e rivolte nelle carceri di Modena, Frosinone e Salerno. Infettato anche il capo di stato maggiore dell'esercito così come il presidente della Regione Piemonte e il prefetto di Lodi.La Germania ha sempre più paura. Vietate le piccole manifestazioni. Una moldava malata lascia l'ospedale italiano e vola in patria: primo caso nazionale.Lo speciale comprende due articoli.Abbiamo superato la Corea del Sud e siamo secondi al mondo per numero di contagiati, dopo la Cina. All'indomani della chiusura di Lombardia e di 14 province, l'emergenza coronavirus si è confermata una drammatica priorità per il nostro Paese. I colpiti dal Covid-19 ieri erano 1.314 in più rispetto a sabato, portando il totale a 6.387 casi. I pazienti in isolamento domiciliare sono 2.180, 3.557 quelli ricoverati in ospedale, 650 risultano in terapia intensiva. Dall'inizio della diffusione, 7.375 persone hanno dunque contratto il coronavirus nel nostro Paese. In Corea del Sud sono 7.314, siamo secondi dopo la Cina che ne conta 80.699. Impennata ieri anche dei decessi, le vittime sono 366 (+133), i guariti 622 (+ 33). Il tasso di mortalità è salito al 4,96%, mentre quello delle persone ricoverate in terapia intensiva è sceso all'8,87 malgrado la disponibilità di accoglienza sia sempre insufficiente. «Stiamo ricavando 497 posti, è una corsa contro il tempo», ha spiegato l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Giulio Gallera. La Lombardia registra sempre percentuali altissime di positività con 769 nuovi casi in ventiquattr'ore (ora sono 4.189), e di persone che non ce l'hanno fatta, ben 113 in un giorno arrivando al triste primato di 267 decessi nella sola Regione. Commentando l'alto numero di vittime, il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha spiegato che si trattava per il 60% di ultraottantenni e di pazienti già sofferenti per diverse patologie. Il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha garantito che dal 12 marzo arriveranno 22 milioni di mascherine e che un altro fornitore potrà assicurare fino a 1 milione di pezzi al giorno. Borrelli non ha voluto commentare il decreto per contenere l'epidemia firmato sabato notte dal premier Giuseppe Conte: «Lo stiamo applicando», sono state le sue uniche parole. Per il professor Brusaferro, invece, sono misure che servono per «rallentare la trasmissione del virus», riducendo la pericolosità dei focolai. Si è allungata anche la lista dei contagiati «eccellenti». Dopo Nicola Zingaretti, segretario del Pd nonché presidente della Regione Lazio, risultato positivo sabato, ieri il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio (che aveva partecipato con Zingaretti a una riunione mercoledì scorso a Palazzo Chigi), e il generale Salvatore Farina, capo di stato maggiore dell'esercito hanno comunicato di essersi sottoposti al test che è risultato positivo. «Continuerò a svolgere le mie funzioni e verrò sostituito, per le attività alle quali non posso prendere parte, dal generale Bonato», ha fatto sapere Farina. Positivo al tampone anche il prefetto di Lodi, Marcello Cardona.Da domenica fino al 3 aprile, il decreto ha dunque chiuso gli spostamenti in Lombardia e nelle province di Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Alessandria, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vercelli e Asti. In realtà si è parlato di «ridotta mobilità», non di chiusura, limitando le entrate e le uscite a dai territori elencati a meno che non siano motivate «da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza». Ma è un blocco a tutti gli effetti per circa un quarto della popolazione italiana, le forze di polizia sono «legittimate a chiedere conto» ai cittadini del perché si vogliono muovere in auto, treno o aereo. I nuovi provvedimenti hanno annullato il cordone sanitario nelle zone rosse di Vo' Euganeo e del Lodigiano, che adesso risultano comprese in un'unica «zona di sicurezza». Ieri sono stati tolti i posti di blocco ed è ripresa la circolazione stradale.In tutto il territorio nazionale, oltre alle attività didattiche in scuole e università sono sospese cerimonie funebri, manifestazioni, feste, eventi e competizioni sportive, chiusi gli impianti sciistici, le palestre. Stop a teatri, musei, cinema, discoteche, sale da gioco, bar e ristoranti aperti solo se possono garantire una distanza di sicurezza di almeno un metro da un cliente all'altro. Stesso obbligo da rispettare nei supermercati e nei centri commerciali. Per chi non rispetta i provvedimenti contenuti nel decreto è previsto l'arresto fino a tre mesi e un'ammenda fino a 206 euro. Quando si risulta positivi al virus scatta il «divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora». La quarantena non va sottovalutata, è un obbligo. «Il virus non è uno scherzo», ha ricordato il ministro della Salute, Roberto Speranza, alla trasmissione di Lucia Annunziata «Mezz'ora in più» su Rai3. Aggiungendo: «Abbiamo bisogno di comportamenti corretti dappertutto». Il ministro è stato chiaro: «Sono anche per avere un pugno duro rispetto ad atteggiamenti che non sono tollerabili. Per esempio persone che risultano positive che se ne vanno in giro». Ieri si è continuato a protestare nelle carceri, con rivolte in alcuni casi molto violente ai danni di agenti di polizia penitenziaria e delle strutture. Rivolte sono avvenute nei penitenziari di Modena, Frosinone e Salerno. I detenuti chiedono provvedimenti contro il rischio contagi ma non accettano limitazioni nei colloqui con i familiari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/secondi-al-mondo-anche-per-contagi-7-375-2645433159.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-germania-ha-sempre-piu-paura-vietate-le-piccole-manifestazioni" data-post-id="2645433159" data-published-at="1774143436" data-use-pagination="False"> La Germania ha sempre più paura. Vietate le piccole manifestazioni L'epidemia di coronavirus ha colpito oltre 100 Paesi nel mondo, ha spiegato ieri via Twitter il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus. La situazione è «molto seria» ma «non dobbiamo scoraggiarci», ha aggiunto: «Ci sono molte cose che tutti, ovunque possono e dovrebbero fare ora». Intanto, però, il bilancio di vittime e contagiati continua a crescere in tutto il mondo: sono 106 gli Stati nei quali il virus si è diffuso, secondo l'ultimo aggiornamento dell'università Johns Hopkins. I casi confermati 106.378, le persone vittime del virus 3.594, quelle guarite 60.013. E la prestigiosa rivista scientifica Lancet attacca l'operato dell'Europa, mentre oggi sarà il primo giorno di telelavoro per i circa 3.700 dipendenti della sede di Francoforte della Banca centrale europea. «Troppo poco, troppo tardi», ha scritto Lancet. Bene, invece, la Cina che ha messo in atto «il più ambizioso agile e aggressivo sforzo mai visto nella storia» contro l'epidemia. Un successo, quello cinese, scrive la rivista, figlio di un sistema amministrativo forte e capace di mobilitarsi velocemente in caso di minaccia grazie a una politica di «comando e controllo». Un solo appunto ci permettiamo di fare agli esperti di Lancet: è risaputo che i regimi hanno vita molto più facile nei casi di emergenza non dovendo rispondere al loro popolo e potendo anche usare la mano pesante sull'informazione. E sarebbero almeno dieci le vittime nel disastro dell'hotel usato per la quarantena e crollato sabato. L'ultimo bollettino da Pechino parla di 3.097 vittime con 44 nuovi casi di contagio, in particolare nella provincia dell'Hubei. In Germania il numero di contagi da coronavirus ha superato le 1.000 unità così il ministro della Salute federale Jens Spahn, secondo cui il Paese è «all'inizio di un'epidemia», ha consigliato di cancellare gli eventi con minimo 1.000 partecipanti, almeno per il momento. Colpiti fiere, partite e grandi concerti. In Francia, invece, i casi di infezione sono ben 1.126 con 19 morti. In un giorno, quindi, il coronavirus ha mietuto tre nuove vittime e contagiato altre 177 persone. Eventi sportivi a porte chiuse e altre misure per l'emergenza ha annunciato anche la Grecia. Tre nuove vittime a Madrid e il totale in Spagna è salito a 13: 589, invece, i contagi ora con un aumento di 159 in 24 ore. A quota 273 contagiati (67 in più in 24 ore) è arrivato il Regno Unito e il ministro della Salute Matt Hancock ha delineato il piano di emergenza per far fronte all'impatto dell'epidemia di coronavirus. È atteso in Parlamento entro la fine del mese e dovrebbe includere misure che consentano di svolgere i procedimenti giudiziari via telefono o video e che permettano alle persone di lasciare momentaneamente il lavoro per prendersi cura delle persone colpite dal virus. Il primo caso in Moldavia è di una quarantottenne moldava che aveva lasciato l'ospedale dov'era ricoverata in Italia perché positiva al coronavirus ed è rientrata in patria con un aereo da Milano. Primo caso anche a Washington (si tratta del reverendo Timothy Cole) e nello Stato di New York, che ha dichiarato l'emergenza, sono 103. E mentre le vittime salgono a 19 e i contagi a circa 450, è emerso che una persona che ha partecipato a una conferenza con il presidente Donald Trump la scorsa settimana è risultata positiva. Intanto, l'esercito statunitense ha disposto il divieto per i soldati e le loro famiglie di spostarsi in Italia per i prossimi 60 giorni. Primo morto anche in Argentina (e quindi primo anche in America Latina) e in Egitto: secondo il ministero della Salute egiziano è un sessantenne tedesco che si trovava a Luxor per turismo ed era stato ricoverato presso l'ospedale generale di Hurghada. Infine, l'Iran, epicentro del Medio Oriente, ha deciso di bloccare tutti i voli per l'Europa a causa dell'emergenza. Nel Paese i morti sono 194, 49 nelle ultime 24 ore, mentre i contagi 6.566 (743 nell'ultimo giorno). Superati i 7.000 contagi, invece, in Corea del Sud.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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