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2020-03-09
Secondi al mondo anche per contagi: 7.375
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Abbiamo superato la Corea del Sud e siamo secondi al mondo per numero di contagiati, dopo la Cina. All'indomani della chiusura di Lombardia e di 14 province, l'emergenza coronavirus si è confermata una drammatica priorità per il nostro Paese. I colpiti dal Covid-19 ieri erano 1.314 in più rispetto a sabato, portando il totale a 6.387 casi. I pazienti in isolamento domiciliare sono 2.180, 3.557 quelli ricoverati in ospedale, 650 risultano in terapia intensiva. Dall'inizio della diffusione, 7.375 persone hanno dunque contratto il coronavirus nel nostro Paese. In Corea del Sud sono 7.314, siamo secondi dopo la Cina che ne conta 80.699. Impennata ieri anche dei decessi, le vittime sono 366 (+133), i guariti 622 (+ 33).
Il tasso di mortalità è salito al 4,96%, mentre quello delle persone ricoverate in terapia intensiva è sceso all'8,87 malgrado la disponibilità di accoglienza sia sempre insufficiente. «Stiamo ricavando 497 posti, è una corsa contro il tempo», ha spiegato l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Giulio Gallera. La Lombardia registra sempre percentuali altissime di positività con 769 nuovi casi in ventiquattr'ore (ora sono 4.189), e di persone che non ce l'hanno fatta, ben 113 in un giorno arrivando al triste primato di 267 decessi nella sola Regione. Commentando l'alto numero di vittime, il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha spiegato che si trattava per il 60% di ultraottantenni e di pazienti già sofferenti per diverse patologie. Il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha garantito che dal 12 marzo arriveranno 22 milioni di mascherine e che un altro fornitore potrà assicurare fino a 1 milione di pezzi al giorno.
Borrelli non ha voluto commentare il decreto per contenere l'epidemia firmato sabato notte dal premier Giuseppe Conte: «Lo stiamo applicando», sono state le sue uniche parole. Per il professor Brusaferro, invece, sono misure che servono per «rallentare la trasmissione del virus», riducendo la pericolosità dei focolai. Si è allungata anche la lista dei contagiati «eccellenti». Dopo Nicola Zingaretti, segretario del Pd nonché presidente della Regione Lazio, risultato positivo sabato, ieri il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio (che aveva partecipato con Zingaretti a una riunione mercoledì scorso a Palazzo Chigi), e il generale Salvatore Farina, capo di stato maggiore dell'esercito hanno comunicato di essersi sottoposti al test che è risultato positivo. «Continuerò a svolgere le mie funzioni e verrò sostituito, per le attività alle quali non posso prendere parte, dal generale Bonato», ha fatto sapere Farina. Positivo al tampone anche il prefetto di Lodi, Marcello Cardona.
Da domenica fino al 3 aprile, il decreto ha dunque chiuso gli spostamenti in Lombardia e nelle province di Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Alessandria, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vercelli e Asti. In realtà si è parlato di «ridotta mobilità», non di chiusura, limitando le entrate e le uscite a dai territori elencati a meno che non siano motivate «da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza». Ma è un blocco a tutti gli effetti per circa un quarto della popolazione italiana, le forze di polizia sono «legittimate a chiedere conto» ai cittadini del perché si vogliono muovere in auto, treno o aereo. I nuovi provvedimenti hanno annullato il cordone sanitario nelle zone rosse di Vo' Euganeo e del Lodigiano, che adesso risultano comprese in un'unica «zona di sicurezza». Ieri sono stati tolti i posti di blocco ed è ripresa la circolazione stradale.
In tutto il territorio nazionale, oltre alle attività didattiche in scuole e università sono sospese cerimonie funebri, manifestazioni, feste, eventi e competizioni sportive, chiusi gli impianti sciistici, le palestre. Stop a teatri, musei, cinema, discoteche, sale da gioco, bar e ristoranti aperti solo se possono garantire una distanza di sicurezza di almeno un metro da un cliente all'altro. Stesso obbligo da rispettare nei supermercati e nei centri commerciali.
Per chi non rispetta i provvedimenti contenuti nel decreto è previsto l'arresto fino a tre mesi e un'ammenda fino a 206 euro. Quando si risulta positivi al virus scatta il «divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora». La quarantena non va sottovalutata, è un obbligo. «Il virus non è uno scherzo», ha ricordato il ministro della Salute, Roberto Speranza, alla trasmissione di Lucia Annunziata «Mezz'ora in più» su Rai3. Aggiungendo: «Abbiamo bisogno di comportamenti corretti dappertutto». Il ministro è stato chiaro: «Sono anche per avere un pugno duro rispetto ad atteggiamenti che non sono tollerabili. Per esempio persone che risultano positive che se ne vanno in giro».
Ieri si è continuato a protestare nelle carceri, con rivolte in alcuni casi molto violente ai danni di agenti di polizia penitenziaria e delle strutture. Rivolte sono avvenute nei penitenziari di Modena, Frosinone e Salerno. I detenuti chiedono provvedimenti contro il rischio contagi ma non accettano limitazioni nei colloqui con i familiari.
La Germania ha sempre più paura. Vietate le piccole manifestazioni
L'epidemia di coronavirus ha colpito oltre 100 Paesi nel mondo, ha spiegato ieri via Twitter il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus. La situazione è «molto seria» ma «non dobbiamo scoraggiarci», ha aggiunto: «Ci sono molte cose che tutti, ovunque possono e dovrebbero fare ora». Intanto, però, il bilancio di vittime e contagiati continua a crescere in tutto il mondo: sono 106 gli Stati nei quali il virus si è diffuso, secondo l'ultimo aggiornamento dell'università Johns Hopkins. I casi confermati 106.378, le persone vittime del virus 3.594, quelle guarite 60.013.
E la prestigiosa rivista scientifica Lancet attacca l'operato dell'Europa, mentre oggi sarà il primo giorno di telelavoro per i circa 3.700 dipendenti della sede di Francoforte della Banca centrale europea. «Troppo poco, troppo tardi», ha scritto Lancet. Bene, invece, la Cina che ha messo in atto «il più ambizioso agile e aggressivo sforzo mai visto nella storia» contro l'epidemia. Un successo, quello cinese, scrive la rivista, figlio di un sistema amministrativo forte e capace di mobilitarsi velocemente in caso di minaccia grazie a una politica di «comando e controllo». Un solo appunto ci permettiamo di fare agli esperti di Lancet: è risaputo che i regimi hanno vita molto più facile nei casi di emergenza non dovendo rispondere al loro popolo e potendo anche usare la mano pesante sull'informazione. E sarebbero almeno dieci le vittime nel disastro dell'hotel usato per la quarantena e crollato sabato. L'ultimo bollettino da Pechino parla di 3.097 vittime con 44 nuovi casi di contagio, in particolare nella provincia dell'Hubei.
In Germania il numero di contagi da coronavirus ha superato le 1.000 unità così il ministro della Salute federale Jens Spahn, secondo cui il Paese è «all'inizio di un'epidemia», ha consigliato di cancellare gli eventi con minimo 1.000 partecipanti, almeno per il momento. Colpiti fiere, partite e grandi concerti.
In Francia, invece, i casi di infezione sono ben 1.126 con 19 morti. In un giorno, quindi, il coronavirus ha mietuto tre nuove vittime e contagiato altre 177 persone. Eventi sportivi a porte chiuse e altre misure per l'emergenza ha annunciato anche la Grecia. Tre nuove vittime a Madrid e il totale in Spagna è salito a 13: 589, invece, i contagi ora con un aumento di 159 in 24 ore.
A quota 273 contagiati (67 in più in 24 ore) è arrivato il Regno Unito e il ministro della Salute Matt Hancock ha delineato il piano di emergenza per far fronte all'impatto dell'epidemia di coronavirus. È atteso in Parlamento entro la fine del mese e dovrebbe includere misure che consentano di svolgere i procedimenti giudiziari via telefono o video e che permettano alle persone di lasciare momentaneamente il lavoro per prendersi cura delle persone colpite dal virus.
Il primo caso in Moldavia è di una quarantottenne moldava che aveva lasciato l'ospedale dov'era ricoverata in Italia perché positiva al coronavirus ed è rientrata in patria con un aereo da Milano. Primo caso anche a Washington (si tratta del reverendo Timothy Cole) e nello Stato di New York, che ha dichiarato l'emergenza, sono 103. E mentre le vittime salgono a 19 e i contagi a circa 450, è emerso che una persona che ha partecipato a una conferenza con il presidente Donald Trump la scorsa settimana è risultata positiva. Intanto, l'esercito statunitense ha disposto il divieto per i soldati e le loro famiglie di spostarsi in Italia per i prossimi 60 giorni.
Primo morto anche in Argentina (e quindi primo anche in America Latina) e in Egitto: secondo il ministero della Salute egiziano è un sessantenne tedesco che si trovava a Luxor per turismo ed era stato ricoverato presso l'ospedale generale di Hurghada. Infine, l'Iran, epicentro del Medio Oriente, ha deciso di bloccare tutti i voli per l'Europa a causa dell'emergenza. Nel Paese i morti sono 194, 49 nelle ultime 24 ore, mentre i contagi 6.566 (743 nell'ultimo giorno). Superati i 7.000 contagi, invece, in Corea del Sud.
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Nelle ultime 24 ore registrati 133 morti e soltanto 33 guariti. Proteste e rivolte nelle carceri di Modena, Frosinone e Salerno. Infettato anche il capo di stato maggiore dell'esercito così come il presidente della Regione Piemonte e il prefetto di Lodi.La Germania ha sempre più paura. Vietate le piccole manifestazioni. Una moldava malata lascia l'ospedale italiano e vola in patria: primo caso nazionale.Lo speciale comprende due articoli.Abbiamo superato la Corea del Sud e siamo secondi al mondo per numero di contagiati, dopo la Cina. All'indomani della chiusura di Lombardia e di 14 province, l'emergenza coronavirus si è confermata una drammatica priorità per il nostro Paese. I colpiti dal Covid-19 ieri erano 1.314 in più rispetto a sabato, portando il totale a 6.387 casi. I pazienti in isolamento domiciliare sono 2.180, 3.557 quelli ricoverati in ospedale, 650 risultano in terapia intensiva. Dall'inizio della diffusione, 7.375 persone hanno dunque contratto il coronavirus nel nostro Paese. In Corea del Sud sono 7.314, siamo secondi dopo la Cina che ne conta 80.699. Impennata ieri anche dei decessi, le vittime sono 366 (+133), i guariti 622 (+ 33). Il tasso di mortalità è salito al 4,96%, mentre quello delle persone ricoverate in terapia intensiva è sceso all'8,87 malgrado la disponibilità di accoglienza sia sempre insufficiente. «Stiamo ricavando 497 posti, è una corsa contro il tempo», ha spiegato l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Giulio Gallera. La Lombardia registra sempre percentuali altissime di positività con 769 nuovi casi in ventiquattr'ore (ora sono 4.189), e di persone che non ce l'hanno fatta, ben 113 in un giorno arrivando al triste primato di 267 decessi nella sola Regione. Commentando l'alto numero di vittime, il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha spiegato che si trattava per il 60% di ultraottantenni e di pazienti già sofferenti per diverse patologie. Il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha garantito che dal 12 marzo arriveranno 22 milioni di mascherine e che un altro fornitore potrà assicurare fino a 1 milione di pezzi al giorno. Borrelli non ha voluto commentare il decreto per contenere l'epidemia firmato sabato notte dal premier Giuseppe Conte: «Lo stiamo applicando», sono state le sue uniche parole. Per il professor Brusaferro, invece, sono misure che servono per «rallentare la trasmissione del virus», riducendo la pericolosità dei focolai. Si è allungata anche la lista dei contagiati «eccellenti». Dopo Nicola Zingaretti, segretario del Pd nonché presidente della Regione Lazio, risultato positivo sabato, ieri il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio (che aveva partecipato con Zingaretti a una riunione mercoledì scorso a Palazzo Chigi), e il generale Salvatore Farina, capo di stato maggiore dell'esercito hanno comunicato di essersi sottoposti al test che è risultato positivo. «Continuerò a svolgere le mie funzioni e verrò sostituito, per le attività alle quali non posso prendere parte, dal generale Bonato», ha fatto sapere Farina. Positivo al tampone anche il prefetto di Lodi, Marcello Cardona.Da domenica fino al 3 aprile, il decreto ha dunque chiuso gli spostamenti in Lombardia e nelle province di Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Alessandria, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vercelli e Asti. In realtà si è parlato di «ridotta mobilità», non di chiusura, limitando le entrate e le uscite a dai territori elencati a meno che non siano motivate «da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza». Ma è un blocco a tutti gli effetti per circa un quarto della popolazione italiana, le forze di polizia sono «legittimate a chiedere conto» ai cittadini del perché si vogliono muovere in auto, treno o aereo. I nuovi provvedimenti hanno annullato il cordone sanitario nelle zone rosse di Vo' Euganeo e del Lodigiano, che adesso risultano comprese in un'unica «zona di sicurezza». Ieri sono stati tolti i posti di blocco ed è ripresa la circolazione stradale.In tutto il territorio nazionale, oltre alle attività didattiche in scuole e università sono sospese cerimonie funebri, manifestazioni, feste, eventi e competizioni sportive, chiusi gli impianti sciistici, le palestre. Stop a teatri, musei, cinema, discoteche, sale da gioco, bar e ristoranti aperti solo se possono garantire una distanza di sicurezza di almeno un metro da un cliente all'altro. Stesso obbligo da rispettare nei supermercati e nei centri commerciali. Per chi non rispetta i provvedimenti contenuti nel decreto è previsto l'arresto fino a tre mesi e un'ammenda fino a 206 euro. Quando si risulta positivi al virus scatta il «divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora». La quarantena non va sottovalutata, è un obbligo. «Il virus non è uno scherzo», ha ricordato il ministro della Salute, Roberto Speranza, alla trasmissione di Lucia Annunziata «Mezz'ora in più» su Rai3. Aggiungendo: «Abbiamo bisogno di comportamenti corretti dappertutto». Il ministro è stato chiaro: «Sono anche per avere un pugno duro rispetto ad atteggiamenti che non sono tollerabili. Per esempio persone che risultano positive che se ne vanno in giro». Ieri si è continuato a protestare nelle carceri, con rivolte in alcuni casi molto violente ai danni di agenti di polizia penitenziaria e delle strutture. Rivolte sono avvenute nei penitenziari di Modena, Frosinone e Salerno. I detenuti chiedono provvedimenti contro il rischio contagi ma non accettano limitazioni nei colloqui con i familiari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/secondi-al-mondo-anche-per-contagi-7-375-2645433159.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-germania-ha-sempre-piu-paura-vietate-le-piccole-manifestazioni" data-post-id="2645433159" data-published-at="1768116352" data-use-pagination="False"> La Germania ha sempre più paura. Vietate le piccole manifestazioni L'epidemia di coronavirus ha colpito oltre 100 Paesi nel mondo, ha spiegato ieri via Twitter il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus. La situazione è «molto seria» ma «non dobbiamo scoraggiarci», ha aggiunto: «Ci sono molte cose che tutti, ovunque possono e dovrebbero fare ora». Intanto, però, il bilancio di vittime e contagiati continua a crescere in tutto il mondo: sono 106 gli Stati nei quali il virus si è diffuso, secondo l'ultimo aggiornamento dell'università Johns Hopkins. I casi confermati 106.378, le persone vittime del virus 3.594, quelle guarite 60.013. E la prestigiosa rivista scientifica Lancet attacca l'operato dell'Europa, mentre oggi sarà il primo giorno di telelavoro per i circa 3.700 dipendenti della sede di Francoforte della Banca centrale europea. «Troppo poco, troppo tardi», ha scritto Lancet. Bene, invece, la Cina che ha messo in atto «il più ambizioso agile e aggressivo sforzo mai visto nella storia» contro l'epidemia. Un successo, quello cinese, scrive la rivista, figlio di un sistema amministrativo forte e capace di mobilitarsi velocemente in caso di minaccia grazie a una politica di «comando e controllo». Un solo appunto ci permettiamo di fare agli esperti di Lancet: è risaputo che i regimi hanno vita molto più facile nei casi di emergenza non dovendo rispondere al loro popolo e potendo anche usare la mano pesante sull'informazione. E sarebbero almeno dieci le vittime nel disastro dell'hotel usato per la quarantena e crollato sabato. L'ultimo bollettino da Pechino parla di 3.097 vittime con 44 nuovi casi di contagio, in particolare nella provincia dell'Hubei. In Germania il numero di contagi da coronavirus ha superato le 1.000 unità così il ministro della Salute federale Jens Spahn, secondo cui il Paese è «all'inizio di un'epidemia», ha consigliato di cancellare gli eventi con minimo 1.000 partecipanti, almeno per il momento. Colpiti fiere, partite e grandi concerti. In Francia, invece, i casi di infezione sono ben 1.126 con 19 morti. In un giorno, quindi, il coronavirus ha mietuto tre nuove vittime e contagiato altre 177 persone. Eventi sportivi a porte chiuse e altre misure per l'emergenza ha annunciato anche la Grecia. Tre nuove vittime a Madrid e il totale in Spagna è salito a 13: 589, invece, i contagi ora con un aumento di 159 in 24 ore. A quota 273 contagiati (67 in più in 24 ore) è arrivato il Regno Unito e il ministro della Salute Matt Hancock ha delineato il piano di emergenza per far fronte all'impatto dell'epidemia di coronavirus. È atteso in Parlamento entro la fine del mese e dovrebbe includere misure che consentano di svolgere i procedimenti giudiziari via telefono o video e che permettano alle persone di lasciare momentaneamente il lavoro per prendersi cura delle persone colpite dal virus. Il primo caso in Moldavia è di una quarantottenne moldava che aveva lasciato l'ospedale dov'era ricoverata in Italia perché positiva al coronavirus ed è rientrata in patria con un aereo da Milano. Primo caso anche a Washington (si tratta del reverendo Timothy Cole) e nello Stato di New York, che ha dichiarato l'emergenza, sono 103. E mentre le vittime salgono a 19 e i contagi a circa 450, è emerso che una persona che ha partecipato a una conferenza con il presidente Donald Trump la scorsa settimana è risultata positiva. Intanto, l'esercito statunitense ha disposto il divieto per i soldati e le loro famiglie di spostarsi in Italia per i prossimi 60 giorni. Primo morto anche in Argentina (e quindi primo anche in America Latina) e in Egitto: secondo il ministero della Salute egiziano è un sessantenne tedesco che si trovava a Luxor per turismo ed era stato ricoverato presso l'ospedale generale di Hurghada. Infine, l'Iran, epicentro del Medio Oriente, ha deciso di bloccare tutti i voli per l'Europa a causa dell'emergenza. Nel Paese i morti sono 194, 49 nelle ultime 24 ore, mentre i contagi 6.566 (743 nell'ultimo giorno). Superati i 7.000 contagi, invece, in Corea del Sud.
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
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Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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