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2025-03-07
Seconda chance di Zelensky con gli Usa a Riad
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti.
Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».
Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.
Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea.
Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli».
L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky.
Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.
Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita
La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco.
La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato.
E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca.
In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo.
Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
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Dopo il flop nello Studio ovale, l’America attende lo staff di Kiev in Arabia il 12 marzo. E Witkoff, inviato di Trump, si dice soddisfatto delle scuse. Il leader ucraino però, sulla scia di Macron, lancia un divisivo «summit militare dei volenterosi».Ankara apre allo schieramento di forze di peacekeeping ritagliandosi un ruolo chiave.Lo speciale contiene due articoli.Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti. Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea. Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli». L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky. Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/seconda-chance-zelensky-usa-riad-2671285922.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-erdogan-vuole-inviare-le-truppe-per-ostacolare-la-mediazione-saudita" data-post-id="2671285922" data-published-at="1741344013" data-use-pagination="False"> Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco. La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato. E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca. In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo. Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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