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2025-03-07
Seconda chance di Zelensky con gli Usa a Riad
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti.
Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».
Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.
Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea.
Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli».
L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky.
Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.
Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita
La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco.
La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato.
E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca.
In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo.
Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
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Dopo il flop nello Studio ovale, l’America attende lo staff di Kiev in Arabia il 12 marzo. E Witkoff, inviato di Trump, si dice soddisfatto delle scuse. Il leader ucraino però, sulla scia di Macron, lancia un divisivo «summit militare dei volenterosi».Ankara apre allo schieramento di forze di peacekeeping ritagliandosi un ruolo chiave.Lo speciale contiene due articoli.Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti. Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea. Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli». L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky. Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/seconda-chance-zelensky-usa-riad-2671285922.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-erdogan-vuole-inviare-le-truppe-per-ostacolare-la-mediazione-saudita" data-post-id="2671285922" data-published-at="1741344013" data-use-pagination="False"> Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco. La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato. E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca. In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo. Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.