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2025-03-07
Seconda chance di Zelensky con gli Usa a Riad
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti.
Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».
Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.
Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea.
Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli».
L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky.
Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.
Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita
La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco.
La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato.
E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca.
In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo.
Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
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Dopo il flop nello Studio ovale, l’America attende lo staff di Kiev in Arabia il 12 marzo. E Witkoff, inviato di Trump, si dice soddisfatto delle scuse. Il leader ucraino però, sulla scia di Macron, lancia un divisivo «summit militare dei volenterosi».Ankara apre allo schieramento di forze di peacekeeping ritagliandosi un ruolo chiave.Lo speciale contiene due articoli.Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti. Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea. Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli». L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky. Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/seconda-chance-zelensky-usa-riad-2671285922.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-erdogan-vuole-inviare-le-truppe-per-ostacolare-la-mediazione-saudita" data-post-id="2671285922" data-published-at="1741344013" data-use-pagination="False"> Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco. La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato. E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca. In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo. Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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