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2025-03-07
Seconda chance di Zelensky con gli Usa a Riad
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti.
Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».
Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.
Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea.
Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli».
L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky.
Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.
Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita
La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco.
La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato.
E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca.
In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo.
Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
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Dopo il flop nello Studio ovale, l’America attende lo staff di Kiev in Arabia il 12 marzo. E Witkoff, inviato di Trump, si dice soddisfatto delle scuse. Il leader ucraino però, sulla scia di Macron, lancia un divisivo «summit militare dei volenterosi».Ankara apre allo schieramento di forze di peacekeeping ritagliandosi un ruolo chiave.Lo speciale contiene due articoli.Non è ancora chiaro se lo scontro di settimana scorsa nello Studio ovale, le cui immagini probabilmente rimarranno nei libri di storia, abbia indotto Volodymyr Zelensky ad accettare di sedersi al tavolo negoziale con Mosca. I segnali sono in parte positivi: secondo Barak Ravid, giornalista di Axios, alti funzionari statunitensi e ucraini si incontreranno in Arabia Saudita mercoledì 12 marzo, notizia confermata anche da altre emittenti. Quello che è certo, invece, è che il presidente ucraino, dopo il rimprovero mosso dal vicepresidente JD Vance sulla sua scarsa propensione alla gratitudine, abbia imparato la lezione. Ora, infatti, i ringraziamenti si sprecano. Giunto a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario (che ha adottato le conclusioni sulla parte della difesa europea), l’ex comico si è presentato a un punto stampa accompagnato da Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, e Ursula von der Leyen, capo della Commissione, recitando la nuova parte: «Grazie caro Antonio, grazie cara Ursula. Voglio ringraziare tutti i nostri leader europei, prima di tutto, per un tale forte sostegno fin dall’inizio della guerra, per ciò che è stato fatto durante tutto questo periodo e per la scorsa settimana. Siete rimasti con noi. Da tutti gli ucraini avete un grande apprezzamento. Siamo molto grati di non essere soli». E non è finita qui: «Non sono solo parole», ha aggiunto. «Sentiamo che è molto importante aver dato un forte segnale al popolo ucraino, ai guerrieri ucraini, ai civili, a tutte le nostre famiglie».Se non fosse, come ha detto Donald Trump, che quest’uomo sta «giocando con milioni di vite» e «con la terza guerra mondiale», ci si potrebbe persino commuovere. Si tratta, però, della stessa persona che, a due mesi dall’invasione russa, ha rifiutato un’intesa con Mosca che avrebbe messo fine al conflitto, con migliaia di morti in meno e una posizione sul campo migliore. Poco più tardi, Zelensky ha riportato sul suo profilo X i contenuti dell’incontro privato avuto con le due massime autorità dell’Unione europea. «Abbiamo discusso sul rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e di tutta l’Europa», scrive: «Difesa aerea, armi e munizioni per l’Ucraina, consegne tempestive, rafforzamento dell’industria della difesa ucraina, negoziati di adesione all’Ue, necessità di aumentare la pressione delle sanzioni sulla Russia e lotta contro l’elusione delle sanzioni». A seguire, l’ormai collaudato filotto di ringraziamenti.Mercoledì è arrivata la conferma che gli Stati Uniti hanno interrotto l’invio di armi e la trasmissione di informazioni dall’intelligence a Kiev, mentre ieri il New York Times ha affermato che tale pausa non riguarda solo gli obiettivi da colpire, ma anche gli avvisi sugli attacchi russi. Questo nonostante la retromarcia dello stesso Zelensky, che da giorni sta cercando di ricucire con Trump, ma ciononostante non rinuncia a giocare su due tavoli appoggiando le velleità neonapoleoniche di Emmanuel Macron. «Apprezziamo il ruolo cruciale della Francia per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina», ha scritto su X il premier ucraino, Denys Shmyhal, dopo un primo colloquio con l’omologo francese, Francois Bayrou, all’indomani del discorso in cui Macron ha offerto l’ombrello nucleare di Parigi a tutto il Vecchio continente. I due presidenti hanno avuto anche un bilaterale, ieri, al termine quale Zelensky ha annunciato che l’11 marzo si raduneranno a Parigi i rappresentanti militari dei cosiddetti «Paesi volenterosi», cioè coloro che, seguendo Macron, sono disposti a «compiere maggiori sforzi per garantire in modo affidabile la sicurezza nel quadro della fine della guerra». Che cosa questo voglia dire, oltre un probabile invio di soldati in Ucraina, non è dato sapere. È chiaro, invece, che così salutiamo la tanta decantata unità europea. Non è mancato, sul profilo X di Zelensky, anche un commento sul Consiglio Ue a cui ha partecipato. Il copione è sempre lo stesso, con però una piccola aggiunta: il leader di Kiev, secondo cui «l’Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo della guerra», ha spiegato di aver presentato «i primi passi necessari per raggiungere la pace» e di aver invitato «i partner a sostenerli». L’inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha confermato da Washington che l’obiettivo dell’amministrazione Usa, con la sospensione degli aiuti a Kiev, è «quello di incoraggiare l’Ucraina a impegnarsi in attività diplomatiche per trovare una base di partenza per i negoziati e stabilire un quadro per il futuro». Inquadrare il conflitto «in una dinamica di vincitori e vinti», ha anche aggiunto, «trascinerebbe solo l’America in una guerra per procura senza fine»: una scelta di parole senz’altro significativa. Mentre Steve Witkoff, anche lui inviato di Trump, si è dichiarato soddisfatto delle scuse del leader ucraino. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invece espresso «cauto ottimismo» sulla ripresa del dialogo tra Trump e Zelensky. Elon Musk, intanto, è tornato a invocare nuove elezioni per l’Ucraina, che «Zelensky perderebbe con una valanga di voti contro». Dall’altra parte, Valerii Zaluzhnyi, ambasciatore ucraino in Gran Bretagna dal 2024 e prima comandante delle forze armate ucraine, se l’è presa con gli Usa: «Vediamo che non sono solo l’Asse del male e la Russia a cercare di mettere in discussione l’ordine mondiale, anche gli Usa distruggono questo ordine». La Nato, secondo il diplomatico, potrebbe cessare di esistere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/seconda-chance-zelensky-usa-riad-2671285922.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-erdogan-vuole-inviare-le-truppe-per-ostacolare-la-mediazione-saudita" data-post-id="2671285922" data-published-at="1741344013" data-use-pagination="False"> Pure Erdogan vuole inviare le truppe per ostacolare la mediazione saudita La Turchia cerca di ritagliarsi un ruolo di peso nella questione ucraina. Ieri Reuters ha riportato che Ankara sarebbe disposta a schierare proprie forze di peacekeeping in Ucraina. «La questione di contribuire a una missione sarà presa in considerazione se ritenuta necessaria per garantire la stabilità e la pace nella regione, e sarà valutata di comune accordo con tutte le parti interessate», ha dichiarato una fonte del ministero della Difesa turco. La notizia non è esattamente inattesa. Già da tempo circolavano indiscrezioni su un interesse di Ankara a schierare truppe di peacekeeping in Ucraina. Inoltre, domenica scorsa, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva partecipato al summit di Londra dedicato alla crisi ucraina. Tutto questo, senza trascurare che, subito dopo il litigio nello Studio ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, l’ambasciata ucraina ad Ankara aveva pubblicato una foto che ritraeva lo stesso Zelensky sotto un ombrello tenuto da Recep Tayyip Erdogan. Si trattava di un’immagine dal significato eloquente: voleva infatti dire che, per le eventuali garanzie di sicurezza, Kiev sta guardando con maggiore interesse ad Ankara che alle capitali europee. Ricordiamo d’altronde che la Turchia vanta attualmente il secondo esercito più grande della Nato. E attenzione: la disponibilità turca in termini di peacekeeping non può essere scissa dal peso che Erdogan vuole acquisire nel processo diplomatico sull’Ucraina. È stata Istanbul a ospitare il secondo round dei colloqui di distensione tra Washington e Mosca. Inoltre, Ankara ha fatto sapere di essere disponibile a ospitare anche le future trattative tra russi e ucraini. Tutto questo va inserito in una strategia articolata. Innanzitutto, Erdogan vuole evitare che siano i sauditi a svolgere un ruolo decisivo nel disgelo tra Washington e Mosca. La partita, da questo punto di vista, si gioca in Medio Oriente. Nonostante le smentite ufficiali, Riad appoggia segretamente il piano di Trump su Gaza. E vuole portare i russi a sostenerlo a loro volta. Uno scenario, quest’ultimo, che Ankara punta a scongiurare. D’altronde, Erdogan teme l’asse tra israeliani e sauditi: non dimentichiamo che, appena pochi giorni fa, Reuters ha riportato che lo Stato ebraico starebbe chiedendo agli Stati Uniti d’America di favorire un recupero dell’influenza russa in Siria in funzione antiturca. In secondo luogo, ospitando i colloqui diplomatici e schierando truppe di peacekeeping, il sultano vuole acquisire maggiore centralità sul piano geopolitico. Non sarebbe del resto la prima volta che Erdogan si comporta da mediatore per ottenere influenza da questo punto di vista: si pensi solo alla distensione, da lui favorita a dicembre tra Etiopia e Somalia. Tra l’altro, già Joe Biden aveva riconosciuto ufficiosamente ad Ankara un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, in virtù dei suoi buoni rapporti con entrambe le capitali, oltre che della sua appartenenza all’Alleanza atlantica. Fu in quest’ottica che, a luglio 2022, il sultano riuscì a mediare con successo l’accordo sul grano tra ucraini e russi. Vale anche la pena ricordare che, nel 2023, Ankara ha schierato proprie truppe nell’ambito delle forze Nato presenti in Kosovo. Infine, ma non meno importante, è possibile che l’attivismo di Ankara nella questione ucraina rientri anche in un tentativo turco di avvicinamento all’Ue. Erdogan, in altre parole, potrebbe sperare in un’ammissione al blocco, facendo leva sulla propria forza nel settore della Difesa. Se le cose dovessero stare realmente così, ciò sarebbe fonte di preoccupazione per Emmanuel Macron. Nonostante il crollo francese nel Sahel, Parigi sta infatti cercando di rilanciarsi come guida di un’eventuale difesa europea. E a quel punto la concorrenza turca potrebbe crearle significativi problemi.
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
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«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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