True
2019-02-22
«Se parla della mafia nigeriana il pentito non viene più protetto»
Ansa
«Li spremono come limoni finché parlano di ciò che i magistrati ritengono utile, poi siccome lo Stato non ha i soldi per proteggerli li buttano via, ma stavolta andiamo fino in fondo. Ho già denunciato tutto alla Procura di Salerno perché indaghi sul comportamento della Procura Distrettuale antimafia di Catanzaro. Se poi i collaboratori di giustizia parlano di mafia nigeriana è ancora peggio. Per alcune Procure la criminalità organizzata nera sembra non esistere». Chi parla è l'avvocato Maria Claudia Conidi che alza un velo sui «pentiti» ascoltati e poi abbandonati.
E in particolare su di uno: Vincenzo Marino che da anni sta raccontando tutto della 'ndrangheta a cui è stato - sostiene l'avvocato - immotivatamente revocato il programma di protezione da oltre 4 anni. Vincenzo Marino è anche il principale teste d'accusa nel processo contro Innocent Oseghale accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018 in via Spalato a Macerata. Dovrebbe deporre il 6 marzo, ma ha fatto sapere che non confermerà le dichiarazioni rese al Procuratore di Macerata Giovanni Giorgio se non sarà data protezione alla sua famiglia.
Senza la testimonianza di Marino che nel carcere di Ascoli Piceno ha raccolto le confidenze del nigeriano, le accuse contro Oseghale potrebbero vacillare. Insomma se il collaboratore non parla il (presunto) carnefice di Pamela rischia di farla franca. «È molto preoccupante», sostiene Marco Valerio Verni, avvocato di parte civile e zio di Pamela, «per l'esito del processo, ma anche perché se un collaboratore di giustizia è privo di protezione si mette a rischio lui e soprattutto la sua famiglia e lo si sottopone a una pressione inaccettabile». Che Marino voglia non deporre - di fatto facendo ottenere alla difesa di Oseghale ciò che i suoi avvocati avevano chiesto in via preliminare: cioè di eliminare la sua testimonianza - lo ha scritto la moglie in una lettera alla Verità pubblicata ieri in cui afferma: « Siamo stati minacciati, abbiamo paura: lo Stato provveda». Sono lontani i tempi quando Don Masino Buscetta s'incontrava con Giovani Falcone e consentiva di smantellare Cosa ostra. Enzo Biagi - lo aveva a lungo intervistato - quando il boss morì disse: «Sembra strano, ma ho perso un amico; probabilmente non mi ha detto tutto, ma so che non mi ha mentito». Anche Vincenzo Marino di sicuro non ha mentito. Almeno così ha pensato Nicola Gratteri procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro che più volte ha affermato «la 'ndrangeta è la terza industria d'Italia, ma se volesse lo Stato potrebbe distruggerla» facendo riferimento anche alle rivelazioni di Marino. «È vero», dice Maria Claudia Conidi, che ha assistito l'uomo nel suo percorso da collaboratore di giustizia, «il dottor Gratteri ha attinto anche dalle dichiarazioni di questo collaboratore. Poi gli è stato negato qualsiasi contatto. Anche le richieste più volte avanzate al Procuratore affinché Marino rientrasse nel programma di protezione sono state rigettate non da lui, ma dal sostituto procuratore Paolo Sirleo». Eppure questa consuetudine con Gratteri c'era. La moglie di Marino in un passaggio della lettera afferma: «Posso fornirvi anche una fotografia di mio marito con il dottor Gratteri considerata la grande stima di cui godeva e di cui consideravo godesse anche adesso da parte del Procuratore Gratteri».
E allora cosa è successo? L'avvocato Conidi, assistita dalla dottoressa Rita Tulelli, ripercorre la vicenda del «pentito» e aggiunge: «Della vicenda di Marino ho investito anche la Procura generale di Catanzaro scrivendo al sostituto Raffaella Sforza perché vi sono delle palesi contraddizioni nel (non) trattamento riservato a questo collaboratore. A Marino il programma di protezione è stato revocato perché coinvolto in due procedimenti: avrebbe contravvenuto agli arresti domiciliari e lo accusavano di un'estorsione. Dalla prima accusa», prosegue, «è stato assolto a Terni un anno prima della revoca del programma di protezione, per la seconda a Isernia non si è neppure arrivati a giudizio. Il sostituto procuratore Sirleo ha sostenuto anche che Marino aveva esaurito la sua funzione di collaboratore quando in realtà continua; appena due giorni fa ha deposto in un processo per omicidio».
Per Conidi «c'è però un fatto ancora più rilevante e riguarda il caso Oseghale. Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio ha scritto una nota alla Procura di Catanzaro per sottolineare l'importanza del contributo offerto da Marino nel processo Mastropietro, ma questa nota è stata giudicata “generica". Se Giorgio non dà alle dichiarazioni di Marino il peso di rivelazioni sulla mafia nigeriana è evidente che queste non possono integrare la fattispecie del regime di protezione. Tuttavia se ritiene il collaboratore attendibile tanto da sottolinearne l'importanza e di chiederne la deposizione in aula deve prendere atto che Marino dice anche che Oseghale gli ha confessato di essere parte della “cosca" del Balck Cats. In più anche la Dia - la direzione investigativa antimafia- sottolinea che i fatti di Macerata sono riconducibili alla mafia nigeriana. Ho l'impressione che ci sia molta cautela perché c'è il tema delicato dell'immigrazione alla quale lo Stato destina ingenti somme. Però ai collaboratori di giustizia viene negato tutto. Ma stavolta, non finisce qui». La Conidi ha già denunciato alla Procura di Salerno, che è competente, la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro per abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio, ed è pronta a investire direttamente della faccenda Alfonso Bonafede il ministro della Giustizia.
Maestro umilia un bambino nero per antirazzismo
Per spiegare che non si deve essere razzisti, umilia due fratellini di colore. Il maestro di Foligno che in una scuola elementare del quartiere Monte Cervino avrebbe costretto un piccolo africano a voltare le spalle ai compagni, chiedendo poi alla classe se fosse «troppo brutto per essere guardato in faccia», ci aveva già provato a inizio mese. Con la sorella del bambino, di poco più grande e in un'altra classe della stessa scuola primaria.
Per il supplente sarebbe stato «un esperimento sociale», così si è giustificato con mamme e papà esterrefatti per quanto successo in aula pochi giorni fa, davanti ai loro figli. La protesta di un genitore è finita su Facebook, rendendo pubblica l'umiliazione del piccolo alunno attraverso un post, poi rimosso. Dalla scuola non escono commenti, la dirigente Ortenzia Marconi ha detto di aver informato dei fatti la responsabile dell'Ufficio scolastico della Regione Umbria, Antonella Iunti, che ieri era a Roma al ministero dell'Istruzione. Anche il sindaco di Foligno, Nando Mismetti, ha assicurato: «Stiamo facendo tutte le verifiche del caso». Ieri, in serata, dal ministero hanno fatto sapere che sarebbe in corso la notifica della sospensione cautelare dal servizio del docente per «incompatibilità ambientale». In attesa che le indagini interne al terzo circolo Monte Cervino spieghino perché un supplente abbia fatto lezioni «sociali» sulla pelle di due fratellini di colore, il brutto episodio è diventato nuovo pretesto per denunciare la deriva razzista che staremmo vivendo in Italia. «Che Paese stiamo diventando se succedono cose di questo genere perfino nelle scuole, quei luoghi che dovrebbero favorire integrazione, rispetto, crescita, cura della dignità delle persone», ha twittato Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e uguali. Amnesty Italia ha lanciato un appello perché «il clima d'odio e razzismo che si sta diffondendo anche nelle scuole deve essere contrastato con strumenti e modalità educative adeguate». La Cgil umbra ha scritto: «Viviamo una fase storica nella quale provano a riaffacciarsi con prepotenza sentimenti e parole di odio e intolleranza». Le reazioni di queste ore sembrano non tenere conto delle giustificazioni del supplente, che avrebbe «agito a fin di bene».
Magari cercando di emulare quella drammatizzazione nazista per la Giornata della memoria che si svolge a Cernusco, coinvolgendo studenti della scuola media che per l'occasione diventano deportati e possono immaginare quanto fosse disumana la vita nei lager.
Studenti a lezione di accoglienza
Continua l'indottrinamento a scuola. Non si ferma la macchina della propaganda pro invasione, che sempre più spesso affolla le aule e che tante volte La Verità ha denunciato. Stavolta tocca agli studenti dell'Istituto comprensivo di Castegnato (Brescia) sorbirsi le filippiche sui migranti e sull'integrazione. Corsi d'immigrazione per gli alunni di scuola media.
Martedì 26 febbraio comincerà un ciclo di tre lezioni «su diritti e doveri dei migranti», per «raccontare le loro terre d'origine e i pregiudizi ancora a esse legati». Così si legge sul Giornale di Brescia, che illustra il progetto con le parole delle operatrici dello Sprar di Castegnato, Ilaria Merlo, Francesca Ribola e Giulia Mazzola: «Si tratta di un progetto nato per favorire un punto d'incontro tra gli abitanti di Castegnato e le persone immigrate, titolari di protezione, residenti nella medesima area. Siamo convinti che l'incontro con gli adolescenti possa aprire spazi di confronto su una società in rapida evoluzione e aiuti a scoprire insieme come essere cittadini più attivi, attenti e capaci».
A leggere espressioni come «società in rapida evoluzione», si accappona subito la pelle. Sembra già di sentirla, la tirata sui nuovi italiani, sull'immigrazione che non si può fermare, su quanto non solo dovremmo rassegnarci a un Paese multietnico, ma dovremmo considerare il melting pot come un auspicio, «l'evoluzione», appunto, che salverà lo Stivale dal declino demografico.
Durante il primo incontro, la coordinatrice dello Sprar spiegherà cos'è il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e «gli aspetti legislativi che lo riguardano». Ci sarà modo di sparlare del decreto Sicurezza? Poi, il 28 febbraio e il 6 marzo, si passerà, «con modalità creative», ad affrontare «tematiche legate ai pregiudizi, alle differenze culturali e agli stereotipi». Lezioncina contro i razzisti che si oppongono all'invasione e sulle meraviglie di usi e tradizioni dei Paesi africani. Senza contraddittorio, senza filtro, senza che i ragazzi (i quali, lo ripetiamo, frequentano la scuola media) possano ascoltare una campana diversa. E, naturalmente, senza possibilità di sottrarsi all'omelia, come ci si potrebbe sottrarre da un'ora di religione cattolica. Nonostante, a questo punto, l'immigrazionismo sia diventata una vera forma di culto.
Come spesso accade, però, aleggia il sospetto che tutta la premura di chi gestisce gli Sprar sia questione di tasche, oltre che di buon cuore. La Onlus Comunità fraternità, che gestisce lo Sprar di Castegnato, fa registrare un fatturato importante: oltre 3.800.000 euro nel 2017, utili per oltre 91.000 euro. Cifre in crescita rispetto all'anno prima, cioè dal momento in cui, come si legge nella relazione sulla gestione della Onlus, Comunità fraternità «ha cercato di consolidare il servizio» per l'accoglienza degli immigrati. Ad esempio, chiedendo l'ampliamento da 10 a 25 posti nello Sprar, grazie a una partnership tra i Comuni di Castegnato e Lograto. Per carità: tutto legittimo, tutto documentato. Ma forse si capisce perché, per qualcuno, sia tanto importante «sensibilizzare» i cittadini, al punto da coinvolgere le scuole.
Chissà se ai ragazzi dell'Istituto comprensivo, gli operatori dello Sprar racconteranno anche quanto ci è costato fino a oggi «restare umani»...
Continua a leggereRiduci
Dopo la lettera alla Verità della moglie del teste contro Innocent Oseghale, l'avvocato che lo ha seguito si rivolge alla Procura per sapere perché i giudici non abbiano predisposto adeguate misure per la sua incolumità.Un alunno di colore reso zimbello «per mostrare l'orrore delle discriminazioni». Il ministero: «L'insegnante è stato sospeso».Nel Bresciano, gli alunni di una scuola media dovranno sorbirsi l'indottrinamento su «diritti e doveri dei migranti» e «i pregiudizi circolanti sulle loro terre d'origine».Lo speciale contiene tre articoli«Li spremono come limoni finché parlano di ciò che i magistrati ritengono utile, poi siccome lo Stato non ha i soldi per proteggerli li buttano via, ma stavolta andiamo fino in fondo. Ho già denunciato tutto alla Procura di Salerno perché indaghi sul comportamento della Procura Distrettuale antimafia di Catanzaro. Se poi i collaboratori di giustizia parlano di mafia nigeriana è ancora peggio. Per alcune Procure la criminalità organizzata nera sembra non esistere». Chi parla è l'avvocato Maria Claudia Conidi che alza un velo sui «pentiti» ascoltati e poi abbandonati. E in particolare su di uno: Vincenzo Marino che da anni sta raccontando tutto della 'ndrangheta a cui è stato - sostiene l'avvocato - immotivatamente revocato il programma di protezione da oltre 4 anni. Vincenzo Marino è anche il principale teste d'accusa nel processo contro Innocent Oseghale accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018 in via Spalato a Macerata. Dovrebbe deporre il 6 marzo, ma ha fatto sapere che non confermerà le dichiarazioni rese al Procuratore di Macerata Giovanni Giorgio se non sarà data protezione alla sua famiglia. Senza la testimonianza di Marino che nel carcere di Ascoli Piceno ha raccolto le confidenze del nigeriano, le accuse contro Oseghale potrebbero vacillare. Insomma se il collaboratore non parla il (presunto) carnefice di Pamela rischia di farla franca. «È molto preoccupante», sostiene Marco Valerio Verni, avvocato di parte civile e zio di Pamela, «per l'esito del processo, ma anche perché se un collaboratore di giustizia è privo di protezione si mette a rischio lui e soprattutto la sua famiglia e lo si sottopone a una pressione inaccettabile». Che Marino voglia non deporre - di fatto facendo ottenere alla difesa di Oseghale ciò che i suoi avvocati avevano chiesto in via preliminare: cioè di eliminare la sua testimonianza - lo ha scritto la moglie in una lettera alla Verità pubblicata ieri in cui afferma: « Siamo stati minacciati, abbiamo paura: lo Stato provveda». Sono lontani i tempi quando Don Masino Buscetta s'incontrava con Giovani Falcone e consentiva di smantellare Cosa ostra. Enzo Biagi - lo aveva a lungo intervistato - quando il boss morì disse: «Sembra strano, ma ho perso un amico; probabilmente non mi ha detto tutto, ma so che non mi ha mentito». Anche Vincenzo Marino di sicuro non ha mentito. Almeno così ha pensato Nicola Gratteri procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro che più volte ha affermato «la 'ndrangeta è la terza industria d'Italia, ma se volesse lo Stato potrebbe distruggerla» facendo riferimento anche alle rivelazioni di Marino. «È vero», dice Maria Claudia Conidi, che ha assistito l'uomo nel suo percorso da collaboratore di giustizia, «il dottor Gratteri ha attinto anche dalle dichiarazioni di questo collaboratore. Poi gli è stato negato qualsiasi contatto. Anche le richieste più volte avanzate al Procuratore affinché Marino rientrasse nel programma di protezione sono state rigettate non da lui, ma dal sostituto procuratore Paolo Sirleo». Eppure questa consuetudine con Gratteri c'era. La moglie di Marino in un passaggio della lettera afferma: «Posso fornirvi anche una fotografia di mio marito con il dottor Gratteri considerata la grande stima di cui godeva e di cui consideravo godesse anche adesso da parte del Procuratore Gratteri». E allora cosa è successo? L'avvocato Conidi, assistita dalla dottoressa Rita Tulelli, ripercorre la vicenda del «pentito» e aggiunge: «Della vicenda di Marino ho investito anche la Procura generale di Catanzaro scrivendo al sostituto Raffaella Sforza perché vi sono delle palesi contraddizioni nel (non) trattamento riservato a questo collaboratore. A Marino il programma di protezione è stato revocato perché coinvolto in due procedimenti: avrebbe contravvenuto agli arresti domiciliari e lo accusavano di un'estorsione. Dalla prima accusa», prosegue, «è stato assolto a Terni un anno prima della revoca del programma di protezione, per la seconda a Isernia non si è neppure arrivati a giudizio. Il sostituto procuratore Sirleo ha sostenuto anche che Marino aveva esaurito la sua funzione di collaboratore quando in realtà continua; appena due giorni fa ha deposto in un processo per omicidio». Per Conidi «c'è però un fatto ancora più rilevante e riguarda il caso Oseghale. Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio ha scritto una nota alla Procura di Catanzaro per sottolineare l'importanza del contributo offerto da Marino nel processo Mastropietro, ma questa nota è stata giudicata “generica". Se Giorgio non dà alle dichiarazioni di Marino il peso di rivelazioni sulla mafia nigeriana è evidente che queste non possono integrare la fattispecie del regime di protezione. Tuttavia se ritiene il collaboratore attendibile tanto da sottolinearne l'importanza e di chiederne la deposizione in aula deve prendere atto che Marino dice anche che Oseghale gli ha confessato di essere parte della “cosca" del Balck Cats. In più anche la Dia - la direzione investigativa antimafia- sottolinea che i fatti di Macerata sono riconducibili alla mafia nigeriana. Ho l'impressione che ci sia molta cautela perché c'è il tema delicato dell'immigrazione alla quale lo Stato destina ingenti somme. Però ai collaboratori di giustizia viene negato tutto. Ma stavolta, non finisce qui». La Conidi ha già denunciato alla Procura di Salerno, che è competente, la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro per abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio, ed è pronta a investire direttamente della faccenda Alfonso Bonafede il ministro della Giustizia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-parla-della-mafia-nigeriana-il-pentito-non-viene-piu-protetto-2629637801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maestro-umilia-un-bambino-nero-per-antirazzismo" data-post-id="2629637801" data-published-at="1767527813" data-use-pagination="False"> Maestro umilia un bambino nero per antirazzismo Per spiegare che non si deve essere razzisti, umilia due fratellini di colore. Il maestro di Foligno che in una scuola elementare del quartiere Monte Cervino avrebbe costretto un piccolo africano a voltare le spalle ai compagni, chiedendo poi alla classe se fosse «troppo brutto per essere guardato in faccia», ci aveva già provato a inizio mese. Con la sorella del bambino, di poco più grande e in un'altra classe della stessa scuola primaria. Per il supplente sarebbe stato «un esperimento sociale», così si è giustificato con mamme e papà esterrefatti per quanto successo in aula pochi giorni fa, davanti ai loro figli. La protesta di un genitore è finita su Facebook, rendendo pubblica l'umiliazione del piccolo alunno attraverso un post, poi rimosso. Dalla scuola non escono commenti, la dirigente Ortenzia Marconi ha detto di aver informato dei fatti la responsabile dell'Ufficio scolastico della Regione Umbria, Antonella Iunti, che ieri era a Roma al ministero dell'Istruzione. Anche il sindaco di Foligno, Nando Mismetti, ha assicurato: «Stiamo facendo tutte le verifiche del caso». Ieri, in serata, dal ministero hanno fatto sapere che sarebbe in corso la notifica della sospensione cautelare dal servizio del docente per «incompatibilità ambientale». In attesa che le indagini interne al terzo circolo Monte Cervino spieghino perché un supplente abbia fatto lezioni «sociali» sulla pelle di due fratellini di colore, il brutto episodio è diventato nuovo pretesto per denunciare la deriva razzista che staremmo vivendo in Italia. «Che Paese stiamo diventando se succedono cose di questo genere perfino nelle scuole, quei luoghi che dovrebbero favorire integrazione, rispetto, crescita, cura della dignità delle persone», ha twittato Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e uguali. Amnesty Italia ha lanciato un appello perché «il clima d'odio e razzismo che si sta diffondendo anche nelle scuole deve essere contrastato con strumenti e modalità educative adeguate». La Cgil umbra ha scritto: «Viviamo una fase storica nella quale provano a riaffacciarsi con prepotenza sentimenti e parole di odio e intolleranza». Le reazioni di queste ore sembrano non tenere conto delle giustificazioni del supplente, che avrebbe «agito a fin di bene». Magari cercando di emulare quella drammatizzazione nazista per la Giornata della memoria che si svolge a Cernusco, coinvolgendo studenti della scuola media che per l'occasione diventano deportati e possono immaginare quanto fosse disumana la vita nei lager. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-parla-della-mafia-nigeriana-il-pentito-non-viene-piu-protetto-2629637801.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="studenti-a-lezione-di-accoglienza" data-post-id="2629637801" data-published-at="1767527813" data-use-pagination="False"> Studenti a lezione di accoglienza Continua l'indottrinamento a scuola. Non si ferma la macchina della propaganda pro invasione, che sempre più spesso affolla le aule e che tante volte La Verità ha denunciato. Stavolta tocca agli studenti dell'Istituto comprensivo di Castegnato (Brescia) sorbirsi le filippiche sui migranti e sull'integrazione. Corsi d'immigrazione per gli alunni di scuola media. Martedì 26 febbraio comincerà un ciclo di tre lezioni «su diritti e doveri dei migranti», per «raccontare le loro terre d'origine e i pregiudizi ancora a esse legati». Così si legge sul Giornale di Brescia, che illustra il progetto con le parole delle operatrici dello Sprar di Castegnato, Ilaria Merlo, Francesca Ribola e Giulia Mazzola: «Si tratta di un progetto nato per favorire un punto d'incontro tra gli abitanti di Castegnato e le persone immigrate, titolari di protezione, residenti nella medesima area. Siamo convinti che l'incontro con gli adolescenti possa aprire spazi di confronto su una società in rapida evoluzione e aiuti a scoprire insieme come essere cittadini più attivi, attenti e capaci». A leggere espressioni come «società in rapida evoluzione», si accappona subito la pelle. Sembra già di sentirla, la tirata sui nuovi italiani, sull'immigrazione che non si può fermare, su quanto non solo dovremmo rassegnarci a un Paese multietnico, ma dovremmo considerare il melting pot come un auspicio, «l'evoluzione», appunto, che salverà lo Stivale dal declino demografico. Durante il primo incontro, la coordinatrice dello Sprar spiegherà cos'è il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e «gli aspetti legislativi che lo riguardano». Ci sarà modo di sparlare del decreto Sicurezza? Poi, il 28 febbraio e il 6 marzo, si passerà, «con modalità creative», ad affrontare «tematiche legate ai pregiudizi, alle differenze culturali e agli stereotipi». Lezioncina contro i razzisti che si oppongono all'invasione e sulle meraviglie di usi e tradizioni dei Paesi africani. Senza contraddittorio, senza filtro, senza che i ragazzi (i quali, lo ripetiamo, frequentano la scuola media) possano ascoltare una campana diversa. E, naturalmente, senza possibilità di sottrarsi all'omelia, come ci si potrebbe sottrarre da un'ora di religione cattolica. Nonostante, a questo punto, l'immigrazionismo sia diventata una vera forma di culto. Come spesso accade, però, aleggia il sospetto che tutta la premura di chi gestisce gli Sprar sia questione di tasche, oltre che di buon cuore. La Onlus Comunità fraternità, che gestisce lo Sprar di Castegnato, fa registrare un fatturato importante: oltre 3.800.000 euro nel 2017, utili per oltre 91.000 euro. Cifre in crescita rispetto all'anno prima, cioè dal momento in cui, come si legge nella relazione sulla gestione della Onlus, Comunità fraternità «ha cercato di consolidare il servizio» per l'accoglienza degli immigrati. Ad esempio, chiedendo l'ampliamento da 10 a 25 posti nello Sprar, grazie a una partnership tra i Comuni di Castegnato e Lograto. Per carità: tutto legittimo, tutto documentato. Ma forse si capisce perché, per qualcuno, sia tanto importante «sensibilizzare» i cittadini, al punto da coinvolgere le scuole. Chissà se ai ragazzi dell'Istituto comprensivo, gli operatori dello Sprar racconteranno anche quanto ci è costato fino a oggi «restare umani»...
Getty Images
Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
Continua a leggereRiduci
Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
Continua a leggereRiduci
Arriva la Befana e dicono che si porta via tutte le feste, ma non è così: se in cucina siete attenti e precisi potete prolungare il godimento del buon cibo all’infinito. Magari approfittando di ciò che resta nel forno tanto per scimmiottare un film capolavoro di James Ivory. Così dopo avervi fatto gli auguri per un 2026 ottimo di sapore e di prospettive abbiamo pensato a una ricetta di riuso che scimmiotta un grande classico (per nulla facile da fare al contrario della nostra preparazione): il filetto alla Wellington. Al posto del filetto un cotechino e al posto dei funghi le lenticchie e il gioco è fatto.
Ingredienti – Un cotechino precotto di circa 400 gr; 200 gr di lenticchie, prendete quelle che non hanno bisogno di ammollo; una confezione di pasta brisé; 100 gr di prosciutto crudo (meglio se Parma o San Daniele che sono più dolci) affettato non troppo sottilmente; un uovo; uno scalogno,; due foglie di alloro e due di salvia; sei cucchiai di olio extravergine di oliva; sale qb.
Procedimento – In due pentole separate mettete a bollire il cotechino senza estrarlo dalla busta di confezionamento e le lenticchie con le foglie di alloro, di slava e lo scalogno che averte opportunamente mondato. Il tempo di cottura è uguale: circa 20 minuti. Trascorso il tempo, aprite il cotechino e fatelo raffreddare in un piatto, scolate le lenticchie: togliete solo le foglie di alloro e frullate tre quarti delle lenticchie col mixer condendo con quattro cucchiai di olio extravergine e aggiustando di sale. Se frullate le lenticchie ancora calde l’operazione sarà più facile. Ora stendete la pasta brisé su una placca da forno conservando la carta forno, stendete sulla pasta le fette di prosciutto e su una metà circa del disco sopra al prosciutto stendete il paté di lenticchie. Poggiate a tre quarti del disco di pasta il cotechino e avvolgetelo avendo cura che lenticchie e prosciutto aderiscano bene alla superficie del cotechino. Sigillate bene il rotolo. Sbattete l’uovo. Con un coltellino fate delle incisioni in diagonale (a formare una specie di reticolo) sulla parte superiore del rotolo e pennellatelo tutto con l’uovo sbattuto. Andate inforno a 180/190° per una ventina di minuti. Sfornate e portate in tavola con contorno delle altre lenticchie condite con l’extravergine rimasto, il sale e se volete con qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire ai piccoli la pasta brisé con il prosciutto e il paté di lenticchie.
Abbinamenti – Noi abbiamo scelto un Bolgheri Doc uvaggio bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot, ne trovate di ottimi anche in Alto Adige e in Veneto. In alternativa vanno benissimo un ottimo Lambrusco o una Bonarda frizzante dell’Oltrepò.
Continua a leggereRiduci