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2019-02-22
«Se parla della mafia nigeriana il pentito non viene più protetto»
Ansa
«Li spremono come limoni finché parlano di ciò che i magistrati ritengono utile, poi siccome lo Stato non ha i soldi per proteggerli li buttano via, ma stavolta andiamo fino in fondo. Ho già denunciato tutto alla Procura di Salerno perché indaghi sul comportamento della Procura Distrettuale antimafia di Catanzaro. Se poi i collaboratori di giustizia parlano di mafia nigeriana è ancora peggio. Per alcune Procure la criminalità organizzata nera sembra non esistere». Chi parla è l'avvocato Maria Claudia Conidi che alza un velo sui «pentiti» ascoltati e poi abbandonati.
E in particolare su di uno: Vincenzo Marino che da anni sta raccontando tutto della 'ndrangheta a cui è stato - sostiene l'avvocato - immotivatamente revocato il programma di protezione da oltre 4 anni. Vincenzo Marino è anche il principale teste d'accusa nel processo contro Innocent Oseghale accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018 in via Spalato a Macerata. Dovrebbe deporre il 6 marzo, ma ha fatto sapere che non confermerà le dichiarazioni rese al Procuratore di Macerata Giovanni Giorgio se non sarà data protezione alla sua famiglia.
Senza la testimonianza di Marino che nel carcere di Ascoli Piceno ha raccolto le confidenze del nigeriano, le accuse contro Oseghale potrebbero vacillare. Insomma se il collaboratore non parla il (presunto) carnefice di Pamela rischia di farla franca. «È molto preoccupante», sostiene Marco Valerio Verni, avvocato di parte civile e zio di Pamela, «per l'esito del processo, ma anche perché se un collaboratore di giustizia è privo di protezione si mette a rischio lui e soprattutto la sua famiglia e lo si sottopone a una pressione inaccettabile». Che Marino voglia non deporre - di fatto facendo ottenere alla difesa di Oseghale ciò che i suoi avvocati avevano chiesto in via preliminare: cioè di eliminare la sua testimonianza - lo ha scritto la moglie in una lettera alla Verità pubblicata ieri in cui afferma: « Siamo stati minacciati, abbiamo paura: lo Stato provveda». Sono lontani i tempi quando Don Masino Buscetta s'incontrava con Giovani Falcone e consentiva di smantellare Cosa ostra. Enzo Biagi - lo aveva a lungo intervistato - quando il boss morì disse: «Sembra strano, ma ho perso un amico; probabilmente non mi ha detto tutto, ma so che non mi ha mentito». Anche Vincenzo Marino di sicuro non ha mentito. Almeno così ha pensato Nicola Gratteri procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro che più volte ha affermato «la 'ndrangeta è la terza industria d'Italia, ma se volesse lo Stato potrebbe distruggerla» facendo riferimento anche alle rivelazioni di Marino. «È vero», dice Maria Claudia Conidi, che ha assistito l'uomo nel suo percorso da collaboratore di giustizia, «il dottor Gratteri ha attinto anche dalle dichiarazioni di questo collaboratore. Poi gli è stato negato qualsiasi contatto. Anche le richieste più volte avanzate al Procuratore affinché Marino rientrasse nel programma di protezione sono state rigettate non da lui, ma dal sostituto procuratore Paolo Sirleo». Eppure questa consuetudine con Gratteri c'era. La moglie di Marino in un passaggio della lettera afferma: «Posso fornirvi anche una fotografia di mio marito con il dottor Gratteri considerata la grande stima di cui godeva e di cui consideravo godesse anche adesso da parte del Procuratore Gratteri».
E allora cosa è successo? L'avvocato Conidi, assistita dalla dottoressa Rita Tulelli, ripercorre la vicenda del «pentito» e aggiunge: «Della vicenda di Marino ho investito anche la Procura generale di Catanzaro scrivendo al sostituto Raffaella Sforza perché vi sono delle palesi contraddizioni nel (non) trattamento riservato a questo collaboratore. A Marino il programma di protezione è stato revocato perché coinvolto in due procedimenti: avrebbe contravvenuto agli arresti domiciliari e lo accusavano di un'estorsione. Dalla prima accusa», prosegue, «è stato assolto a Terni un anno prima della revoca del programma di protezione, per la seconda a Isernia non si è neppure arrivati a giudizio. Il sostituto procuratore Sirleo ha sostenuto anche che Marino aveva esaurito la sua funzione di collaboratore quando in realtà continua; appena due giorni fa ha deposto in un processo per omicidio».
Per Conidi «c'è però un fatto ancora più rilevante e riguarda il caso Oseghale. Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio ha scritto una nota alla Procura di Catanzaro per sottolineare l'importanza del contributo offerto da Marino nel processo Mastropietro, ma questa nota è stata giudicata “generica". Se Giorgio non dà alle dichiarazioni di Marino il peso di rivelazioni sulla mafia nigeriana è evidente che queste non possono integrare la fattispecie del regime di protezione. Tuttavia se ritiene il collaboratore attendibile tanto da sottolinearne l'importanza e di chiederne la deposizione in aula deve prendere atto che Marino dice anche che Oseghale gli ha confessato di essere parte della “cosca" del Balck Cats. In più anche la Dia - la direzione investigativa antimafia- sottolinea che i fatti di Macerata sono riconducibili alla mafia nigeriana. Ho l'impressione che ci sia molta cautela perché c'è il tema delicato dell'immigrazione alla quale lo Stato destina ingenti somme. Però ai collaboratori di giustizia viene negato tutto. Ma stavolta, non finisce qui». La Conidi ha già denunciato alla Procura di Salerno, che è competente, la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro per abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio, ed è pronta a investire direttamente della faccenda Alfonso Bonafede il ministro della Giustizia.
Maestro umilia un bambino nero per antirazzismo
Per spiegare che non si deve essere razzisti, umilia due fratellini di colore. Il maestro di Foligno che in una scuola elementare del quartiere Monte Cervino avrebbe costretto un piccolo africano a voltare le spalle ai compagni, chiedendo poi alla classe se fosse «troppo brutto per essere guardato in faccia», ci aveva già provato a inizio mese. Con la sorella del bambino, di poco più grande e in un'altra classe della stessa scuola primaria.
Per il supplente sarebbe stato «un esperimento sociale», così si è giustificato con mamme e papà esterrefatti per quanto successo in aula pochi giorni fa, davanti ai loro figli. La protesta di un genitore è finita su Facebook, rendendo pubblica l'umiliazione del piccolo alunno attraverso un post, poi rimosso. Dalla scuola non escono commenti, la dirigente Ortenzia Marconi ha detto di aver informato dei fatti la responsabile dell'Ufficio scolastico della Regione Umbria, Antonella Iunti, che ieri era a Roma al ministero dell'Istruzione. Anche il sindaco di Foligno, Nando Mismetti, ha assicurato: «Stiamo facendo tutte le verifiche del caso». Ieri, in serata, dal ministero hanno fatto sapere che sarebbe in corso la notifica della sospensione cautelare dal servizio del docente per «incompatibilità ambientale». In attesa che le indagini interne al terzo circolo Monte Cervino spieghino perché un supplente abbia fatto lezioni «sociali» sulla pelle di due fratellini di colore, il brutto episodio è diventato nuovo pretesto per denunciare la deriva razzista che staremmo vivendo in Italia. «Che Paese stiamo diventando se succedono cose di questo genere perfino nelle scuole, quei luoghi che dovrebbero favorire integrazione, rispetto, crescita, cura della dignità delle persone», ha twittato Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e uguali. Amnesty Italia ha lanciato un appello perché «il clima d'odio e razzismo che si sta diffondendo anche nelle scuole deve essere contrastato con strumenti e modalità educative adeguate». La Cgil umbra ha scritto: «Viviamo una fase storica nella quale provano a riaffacciarsi con prepotenza sentimenti e parole di odio e intolleranza». Le reazioni di queste ore sembrano non tenere conto delle giustificazioni del supplente, che avrebbe «agito a fin di bene».
Magari cercando di emulare quella drammatizzazione nazista per la Giornata della memoria che si svolge a Cernusco, coinvolgendo studenti della scuola media che per l'occasione diventano deportati e possono immaginare quanto fosse disumana la vita nei lager.
Studenti a lezione di accoglienza
Continua l'indottrinamento a scuola. Non si ferma la macchina della propaganda pro invasione, che sempre più spesso affolla le aule e che tante volte La Verità ha denunciato. Stavolta tocca agli studenti dell'Istituto comprensivo di Castegnato (Brescia) sorbirsi le filippiche sui migranti e sull'integrazione. Corsi d'immigrazione per gli alunni di scuola media.
Martedì 26 febbraio comincerà un ciclo di tre lezioni «su diritti e doveri dei migranti», per «raccontare le loro terre d'origine e i pregiudizi ancora a esse legati». Così si legge sul Giornale di Brescia, che illustra il progetto con le parole delle operatrici dello Sprar di Castegnato, Ilaria Merlo, Francesca Ribola e Giulia Mazzola: «Si tratta di un progetto nato per favorire un punto d'incontro tra gli abitanti di Castegnato e le persone immigrate, titolari di protezione, residenti nella medesima area. Siamo convinti che l'incontro con gli adolescenti possa aprire spazi di confronto su una società in rapida evoluzione e aiuti a scoprire insieme come essere cittadini più attivi, attenti e capaci».
A leggere espressioni come «società in rapida evoluzione», si accappona subito la pelle. Sembra già di sentirla, la tirata sui nuovi italiani, sull'immigrazione che non si può fermare, su quanto non solo dovremmo rassegnarci a un Paese multietnico, ma dovremmo considerare il melting pot come un auspicio, «l'evoluzione», appunto, che salverà lo Stivale dal declino demografico.
Durante il primo incontro, la coordinatrice dello Sprar spiegherà cos'è il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e «gli aspetti legislativi che lo riguardano». Ci sarà modo di sparlare del decreto Sicurezza? Poi, il 28 febbraio e il 6 marzo, si passerà, «con modalità creative», ad affrontare «tematiche legate ai pregiudizi, alle differenze culturali e agli stereotipi». Lezioncina contro i razzisti che si oppongono all'invasione e sulle meraviglie di usi e tradizioni dei Paesi africani. Senza contraddittorio, senza filtro, senza che i ragazzi (i quali, lo ripetiamo, frequentano la scuola media) possano ascoltare una campana diversa. E, naturalmente, senza possibilità di sottrarsi all'omelia, come ci si potrebbe sottrarre da un'ora di religione cattolica. Nonostante, a questo punto, l'immigrazionismo sia diventata una vera forma di culto.
Come spesso accade, però, aleggia il sospetto che tutta la premura di chi gestisce gli Sprar sia questione di tasche, oltre che di buon cuore. La Onlus Comunità fraternità, che gestisce lo Sprar di Castegnato, fa registrare un fatturato importante: oltre 3.800.000 euro nel 2017, utili per oltre 91.000 euro. Cifre in crescita rispetto all'anno prima, cioè dal momento in cui, come si legge nella relazione sulla gestione della Onlus, Comunità fraternità «ha cercato di consolidare il servizio» per l'accoglienza degli immigrati. Ad esempio, chiedendo l'ampliamento da 10 a 25 posti nello Sprar, grazie a una partnership tra i Comuni di Castegnato e Lograto. Per carità: tutto legittimo, tutto documentato. Ma forse si capisce perché, per qualcuno, sia tanto importante «sensibilizzare» i cittadini, al punto da coinvolgere le scuole.
Chissà se ai ragazzi dell'Istituto comprensivo, gli operatori dello Sprar racconteranno anche quanto ci è costato fino a oggi «restare umani»...
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Dopo la lettera alla Verità della moglie del teste contro Innocent Oseghale, l'avvocato che lo ha seguito si rivolge alla Procura per sapere perché i giudici non abbiano predisposto adeguate misure per la sua incolumità.Un alunno di colore reso zimbello «per mostrare l'orrore delle discriminazioni». Il ministero: «L'insegnante è stato sospeso».Nel Bresciano, gli alunni di una scuola media dovranno sorbirsi l'indottrinamento su «diritti e doveri dei migranti» e «i pregiudizi circolanti sulle loro terre d'origine».Lo speciale contiene tre articoli«Li spremono come limoni finché parlano di ciò che i magistrati ritengono utile, poi siccome lo Stato non ha i soldi per proteggerli li buttano via, ma stavolta andiamo fino in fondo. Ho già denunciato tutto alla Procura di Salerno perché indaghi sul comportamento della Procura Distrettuale antimafia di Catanzaro. Se poi i collaboratori di giustizia parlano di mafia nigeriana è ancora peggio. Per alcune Procure la criminalità organizzata nera sembra non esistere». Chi parla è l'avvocato Maria Claudia Conidi che alza un velo sui «pentiti» ascoltati e poi abbandonati. E in particolare su di uno: Vincenzo Marino che da anni sta raccontando tutto della 'ndrangheta a cui è stato - sostiene l'avvocato - immotivatamente revocato il programma di protezione da oltre 4 anni. Vincenzo Marino è anche il principale teste d'accusa nel processo contro Innocent Oseghale accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018 in via Spalato a Macerata. Dovrebbe deporre il 6 marzo, ma ha fatto sapere che non confermerà le dichiarazioni rese al Procuratore di Macerata Giovanni Giorgio se non sarà data protezione alla sua famiglia. Senza la testimonianza di Marino che nel carcere di Ascoli Piceno ha raccolto le confidenze del nigeriano, le accuse contro Oseghale potrebbero vacillare. Insomma se il collaboratore non parla il (presunto) carnefice di Pamela rischia di farla franca. «È molto preoccupante», sostiene Marco Valerio Verni, avvocato di parte civile e zio di Pamela, «per l'esito del processo, ma anche perché se un collaboratore di giustizia è privo di protezione si mette a rischio lui e soprattutto la sua famiglia e lo si sottopone a una pressione inaccettabile». Che Marino voglia non deporre - di fatto facendo ottenere alla difesa di Oseghale ciò che i suoi avvocati avevano chiesto in via preliminare: cioè di eliminare la sua testimonianza - lo ha scritto la moglie in una lettera alla Verità pubblicata ieri in cui afferma: « Siamo stati minacciati, abbiamo paura: lo Stato provveda». Sono lontani i tempi quando Don Masino Buscetta s'incontrava con Giovani Falcone e consentiva di smantellare Cosa ostra. Enzo Biagi - lo aveva a lungo intervistato - quando il boss morì disse: «Sembra strano, ma ho perso un amico; probabilmente non mi ha detto tutto, ma so che non mi ha mentito». Anche Vincenzo Marino di sicuro non ha mentito. Almeno così ha pensato Nicola Gratteri procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro che più volte ha affermato «la 'ndrangeta è la terza industria d'Italia, ma se volesse lo Stato potrebbe distruggerla» facendo riferimento anche alle rivelazioni di Marino. «È vero», dice Maria Claudia Conidi, che ha assistito l'uomo nel suo percorso da collaboratore di giustizia, «il dottor Gratteri ha attinto anche dalle dichiarazioni di questo collaboratore. Poi gli è stato negato qualsiasi contatto. Anche le richieste più volte avanzate al Procuratore affinché Marino rientrasse nel programma di protezione sono state rigettate non da lui, ma dal sostituto procuratore Paolo Sirleo». Eppure questa consuetudine con Gratteri c'era. La moglie di Marino in un passaggio della lettera afferma: «Posso fornirvi anche una fotografia di mio marito con il dottor Gratteri considerata la grande stima di cui godeva e di cui consideravo godesse anche adesso da parte del Procuratore Gratteri». E allora cosa è successo? L'avvocato Conidi, assistita dalla dottoressa Rita Tulelli, ripercorre la vicenda del «pentito» e aggiunge: «Della vicenda di Marino ho investito anche la Procura generale di Catanzaro scrivendo al sostituto Raffaella Sforza perché vi sono delle palesi contraddizioni nel (non) trattamento riservato a questo collaboratore. A Marino il programma di protezione è stato revocato perché coinvolto in due procedimenti: avrebbe contravvenuto agli arresti domiciliari e lo accusavano di un'estorsione. Dalla prima accusa», prosegue, «è stato assolto a Terni un anno prima della revoca del programma di protezione, per la seconda a Isernia non si è neppure arrivati a giudizio. Il sostituto procuratore Sirleo ha sostenuto anche che Marino aveva esaurito la sua funzione di collaboratore quando in realtà continua; appena due giorni fa ha deposto in un processo per omicidio». Per Conidi «c'è però un fatto ancora più rilevante e riguarda il caso Oseghale. Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio ha scritto una nota alla Procura di Catanzaro per sottolineare l'importanza del contributo offerto da Marino nel processo Mastropietro, ma questa nota è stata giudicata “generica". Se Giorgio non dà alle dichiarazioni di Marino il peso di rivelazioni sulla mafia nigeriana è evidente che queste non possono integrare la fattispecie del regime di protezione. Tuttavia se ritiene il collaboratore attendibile tanto da sottolinearne l'importanza e di chiederne la deposizione in aula deve prendere atto che Marino dice anche che Oseghale gli ha confessato di essere parte della “cosca" del Balck Cats. In più anche la Dia - la direzione investigativa antimafia- sottolinea che i fatti di Macerata sono riconducibili alla mafia nigeriana. Ho l'impressione che ci sia molta cautela perché c'è il tema delicato dell'immigrazione alla quale lo Stato destina ingenti somme. Però ai collaboratori di giustizia viene negato tutto. Ma stavolta, non finisce qui». La Conidi ha già denunciato alla Procura di Salerno, che è competente, la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro per abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio, ed è pronta a investire direttamente della faccenda Alfonso Bonafede il ministro della Giustizia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-parla-della-mafia-nigeriana-il-pentito-non-viene-piu-protetto-2629637801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maestro-umilia-un-bambino-nero-per-antirazzismo" data-post-id="2629637801" data-published-at="1772302597" data-use-pagination="False"> Maestro umilia un bambino nero per antirazzismo Per spiegare che non si deve essere razzisti, umilia due fratellini di colore. Il maestro di Foligno che in una scuola elementare del quartiere Monte Cervino avrebbe costretto un piccolo africano a voltare le spalle ai compagni, chiedendo poi alla classe se fosse «troppo brutto per essere guardato in faccia», ci aveva già provato a inizio mese. Con la sorella del bambino, di poco più grande e in un'altra classe della stessa scuola primaria. Per il supplente sarebbe stato «un esperimento sociale», così si è giustificato con mamme e papà esterrefatti per quanto successo in aula pochi giorni fa, davanti ai loro figli. La protesta di un genitore è finita su Facebook, rendendo pubblica l'umiliazione del piccolo alunno attraverso un post, poi rimosso. Dalla scuola non escono commenti, la dirigente Ortenzia Marconi ha detto di aver informato dei fatti la responsabile dell'Ufficio scolastico della Regione Umbria, Antonella Iunti, che ieri era a Roma al ministero dell'Istruzione. Anche il sindaco di Foligno, Nando Mismetti, ha assicurato: «Stiamo facendo tutte le verifiche del caso». Ieri, in serata, dal ministero hanno fatto sapere che sarebbe in corso la notifica della sospensione cautelare dal servizio del docente per «incompatibilità ambientale». In attesa che le indagini interne al terzo circolo Monte Cervino spieghino perché un supplente abbia fatto lezioni «sociali» sulla pelle di due fratellini di colore, il brutto episodio è diventato nuovo pretesto per denunciare la deriva razzista che staremmo vivendo in Italia. «Che Paese stiamo diventando se succedono cose di questo genere perfino nelle scuole, quei luoghi che dovrebbero favorire integrazione, rispetto, crescita, cura della dignità delle persone», ha twittato Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e uguali. Amnesty Italia ha lanciato un appello perché «il clima d'odio e razzismo che si sta diffondendo anche nelle scuole deve essere contrastato con strumenti e modalità educative adeguate». La Cgil umbra ha scritto: «Viviamo una fase storica nella quale provano a riaffacciarsi con prepotenza sentimenti e parole di odio e intolleranza». Le reazioni di queste ore sembrano non tenere conto delle giustificazioni del supplente, che avrebbe «agito a fin di bene». Magari cercando di emulare quella drammatizzazione nazista per la Giornata della memoria che si svolge a Cernusco, coinvolgendo studenti della scuola media che per l'occasione diventano deportati e possono immaginare quanto fosse disumana la vita nei lager. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-parla-della-mafia-nigeriana-il-pentito-non-viene-piu-protetto-2629637801.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="studenti-a-lezione-di-accoglienza" data-post-id="2629637801" data-published-at="1772302597" data-use-pagination="False"> Studenti a lezione di accoglienza Continua l'indottrinamento a scuola. Non si ferma la macchina della propaganda pro invasione, che sempre più spesso affolla le aule e che tante volte La Verità ha denunciato. Stavolta tocca agli studenti dell'Istituto comprensivo di Castegnato (Brescia) sorbirsi le filippiche sui migranti e sull'integrazione. Corsi d'immigrazione per gli alunni di scuola media. Martedì 26 febbraio comincerà un ciclo di tre lezioni «su diritti e doveri dei migranti», per «raccontare le loro terre d'origine e i pregiudizi ancora a esse legati». Così si legge sul Giornale di Brescia, che illustra il progetto con le parole delle operatrici dello Sprar di Castegnato, Ilaria Merlo, Francesca Ribola e Giulia Mazzola: «Si tratta di un progetto nato per favorire un punto d'incontro tra gli abitanti di Castegnato e le persone immigrate, titolari di protezione, residenti nella medesima area. Siamo convinti che l'incontro con gli adolescenti possa aprire spazi di confronto su una società in rapida evoluzione e aiuti a scoprire insieme come essere cittadini più attivi, attenti e capaci». A leggere espressioni come «società in rapida evoluzione», si accappona subito la pelle. Sembra già di sentirla, la tirata sui nuovi italiani, sull'immigrazione che non si può fermare, su quanto non solo dovremmo rassegnarci a un Paese multietnico, ma dovremmo considerare il melting pot come un auspicio, «l'evoluzione», appunto, che salverà lo Stivale dal declino demografico. Durante il primo incontro, la coordinatrice dello Sprar spiegherà cos'è il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e «gli aspetti legislativi che lo riguardano». Ci sarà modo di sparlare del decreto Sicurezza? Poi, il 28 febbraio e il 6 marzo, si passerà, «con modalità creative», ad affrontare «tematiche legate ai pregiudizi, alle differenze culturali e agli stereotipi». Lezioncina contro i razzisti che si oppongono all'invasione e sulle meraviglie di usi e tradizioni dei Paesi africani. Senza contraddittorio, senza filtro, senza che i ragazzi (i quali, lo ripetiamo, frequentano la scuola media) possano ascoltare una campana diversa. E, naturalmente, senza possibilità di sottrarsi all'omelia, come ci si potrebbe sottrarre da un'ora di religione cattolica. Nonostante, a questo punto, l'immigrazionismo sia diventata una vera forma di culto. Come spesso accade, però, aleggia il sospetto che tutta la premura di chi gestisce gli Sprar sia questione di tasche, oltre che di buon cuore. La Onlus Comunità fraternità, che gestisce lo Sprar di Castegnato, fa registrare un fatturato importante: oltre 3.800.000 euro nel 2017, utili per oltre 91.000 euro. Cifre in crescita rispetto all'anno prima, cioè dal momento in cui, come si legge nella relazione sulla gestione della Onlus, Comunità fraternità «ha cercato di consolidare il servizio» per l'accoglienza degli immigrati. Ad esempio, chiedendo l'ampliamento da 10 a 25 posti nello Sprar, grazie a una partnership tra i Comuni di Castegnato e Lograto. Per carità: tutto legittimo, tutto documentato. Ma forse si capisce perché, per qualcuno, sia tanto importante «sensibilizzare» i cittadini, al punto da coinvolgere le scuole. Chissà se ai ragazzi dell'Istituto comprensivo, gli operatori dello Sprar racconteranno anche quanto ci è costato fino a oggi «restare umani»...
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa)
La formula è quella ormai nota: tutti e trenta i Campioni tornano a esibirsi e il voto viene ripartito tra televoto (34%), sala stampa, tv e web (33%) e giuria delle radio (33%). Al termine delle esibizioni verrà stilata una classifica complessiva che terrà conto anche delle serate precedenti. I primi cinque, annunciati senza ordine di piazzamento, si sfideranno un’ultima volta davanti alle tre giurie. Solo allora si conoscerà il vincitore, chiamato a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026 in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio.
La gara prende il via alle 20.45 con Francesco Renga e Il meglio di me. Subito dopo è il turno di Chiello con Ti penso sempre e di Raf con Ora e per sempre. La prima parte della serata prosegue con le Bambole di pezza (Resta con me), Leo Gassmann (Naturale), Malika Ayane (Animali notturni) e Tommaso Paradiso (I romantici). Spazio poi a J-Ax con Italia starter pack, al duo formato da LDA e Aka 7even con Poesie clandestine e a Serena Brancale con Qui con me. La scaletta continua con Patty Pravo (Opera), Sal Da Vinci (Per sempre sì), Elettra Lamborghini (Voilà) ed Ermal Meta (Stella stellina).
Nella seconda parte della maratona si alternano Ditonellapiaga (Che fastidio!), Nayt (Prima che), Arisa (Magica favola) e Sayf (Tu mi piaci tanto). Dalla nave Costa Toscana è previsto il collegamento con Max Pezzali, mentre sul palco dell’Ariston arrivano Levante con Sei tu e il duo Fedez e Marco Masini con Male necessario.
Dopo la mezzanotte si entra nell’ultima parte della competizione con Samurai Jay (Ossessione), Michele Bravi (Prima o poi), Fulminacci (Stupida fortuna) e Luchè (Labirinto). Nel finale si esibiscono Tredici Pietro (Uomo che cade), Mara Sattei (Le cose che non sai di me), Dargen D'Amico (AI AI), Enrico Nigiotti (Ogni volta che non so volare), il duo Maria Antonietta e Colombre con La felicità e basta e, a chiudere la gara, Eddie Brock con Avvoltoi.
La finale non è solo competizione. All’Ariston è atteso Andrea Bocelli, che propone Il mare calmo della sera e Con te partirò, in un passaggio che richiama anche la figura di Pippo Baudo, tra i primi a credere nel tenore toscano. In piazza Colombo, al Suzuki Stage, i Pooh celebrano sessant’anni di carriera con Uomini soli. È previsto anche un momento di raccoglimento con l’intervento di Gino Cecchettin, che porterà un messaggio contro il femminicidio.
Quando il televoto verrà chiuso, inizierà la lettura della classifica dal trentesimo al sesto posto. Poi l’annuncio dei cinque finalisti, il nuovo voto e la consegna dei premi collaterali, dal Mia Martini al riconoscimento per il miglior testo e per la miglior composizione musicale, fino al Premio Tim. Infine resteranno in due. A quel punto il nome del vincitore della 76ª edizione sarà pronunciato e l’Ariston ascolterà ancora una volta la canzone che ha conquistato il Festival, prima dei saluti finali e dei titoli di coda, ben oltre la mezzanotte.
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Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.
Donald Trump (Ansa)
Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
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«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.