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2019-02-22
«Se parla della mafia nigeriana il pentito non viene più protetto»
Ansa
«Li spremono come limoni finché parlano di ciò che i magistrati ritengono utile, poi siccome lo Stato non ha i soldi per proteggerli li buttano via, ma stavolta andiamo fino in fondo. Ho già denunciato tutto alla Procura di Salerno perché indaghi sul comportamento della Procura Distrettuale antimafia di Catanzaro. Se poi i collaboratori di giustizia parlano di mafia nigeriana è ancora peggio. Per alcune Procure la criminalità organizzata nera sembra non esistere». Chi parla è l'avvocato Maria Claudia Conidi che alza un velo sui «pentiti» ascoltati e poi abbandonati.
E in particolare su di uno: Vincenzo Marino che da anni sta raccontando tutto della 'ndrangheta a cui è stato - sostiene l'avvocato - immotivatamente revocato il programma di protezione da oltre 4 anni. Vincenzo Marino è anche il principale teste d'accusa nel processo contro Innocent Oseghale accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018 in via Spalato a Macerata. Dovrebbe deporre il 6 marzo, ma ha fatto sapere che non confermerà le dichiarazioni rese al Procuratore di Macerata Giovanni Giorgio se non sarà data protezione alla sua famiglia.
Senza la testimonianza di Marino che nel carcere di Ascoli Piceno ha raccolto le confidenze del nigeriano, le accuse contro Oseghale potrebbero vacillare. Insomma se il collaboratore non parla il (presunto) carnefice di Pamela rischia di farla franca. «È molto preoccupante», sostiene Marco Valerio Verni, avvocato di parte civile e zio di Pamela, «per l'esito del processo, ma anche perché se un collaboratore di giustizia è privo di protezione si mette a rischio lui e soprattutto la sua famiglia e lo si sottopone a una pressione inaccettabile». Che Marino voglia non deporre - di fatto facendo ottenere alla difesa di Oseghale ciò che i suoi avvocati avevano chiesto in via preliminare: cioè di eliminare la sua testimonianza - lo ha scritto la moglie in una lettera alla Verità pubblicata ieri in cui afferma: « Siamo stati minacciati, abbiamo paura: lo Stato provveda». Sono lontani i tempi quando Don Masino Buscetta s'incontrava con Giovani Falcone e consentiva di smantellare Cosa ostra. Enzo Biagi - lo aveva a lungo intervistato - quando il boss morì disse: «Sembra strano, ma ho perso un amico; probabilmente non mi ha detto tutto, ma so che non mi ha mentito». Anche Vincenzo Marino di sicuro non ha mentito. Almeno così ha pensato Nicola Gratteri procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro che più volte ha affermato «la 'ndrangeta è la terza industria d'Italia, ma se volesse lo Stato potrebbe distruggerla» facendo riferimento anche alle rivelazioni di Marino. «È vero», dice Maria Claudia Conidi, che ha assistito l'uomo nel suo percorso da collaboratore di giustizia, «il dottor Gratteri ha attinto anche dalle dichiarazioni di questo collaboratore. Poi gli è stato negato qualsiasi contatto. Anche le richieste più volte avanzate al Procuratore affinché Marino rientrasse nel programma di protezione sono state rigettate non da lui, ma dal sostituto procuratore Paolo Sirleo». Eppure questa consuetudine con Gratteri c'era. La moglie di Marino in un passaggio della lettera afferma: «Posso fornirvi anche una fotografia di mio marito con il dottor Gratteri considerata la grande stima di cui godeva e di cui consideravo godesse anche adesso da parte del Procuratore Gratteri».
E allora cosa è successo? L'avvocato Conidi, assistita dalla dottoressa Rita Tulelli, ripercorre la vicenda del «pentito» e aggiunge: «Della vicenda di Marino ho investito anche la Procura generale di Catanzaro scrivendo al sostituto Raffaella Sforza perché vi sono delle palesi contraddizioni nel (non) trattamento riservato a questo collaboratore. A Marino il programma di protezione è stato revocato perché coinvolto in due procedimenti: avrebbe contravvenuto agli arresti domiciliari e lo accusavano di un'estorsione. Dalla prima accusa», prosegue, «è stato assolto a Terni un anno prima della revoca del programma di protezione, per la seconda a Isernia non si è neppure arrivati a giudizio. Il sostituto procuratore Sirleo ha sostenuto anche che Marino aveva esaurito la sua funzione di collaboratore quando in realtà continua; appena due giorni fa ha deposto in un processo per omicidio».
Per Conidi «c'è però un fatto ancora più rilevante e riguarda il caso Oseghale. Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio ha scritto una nota alla Procura di Catanzaro per sottolineare l'importanza del contributo offerto da Marino nel processo Mastropietro, ma questa nota è stata giudicata “generica". Se Giorgio non dà alle dichiarazioni di Marino il peso di rivelazioni sulla mafia nigeriana è evidente che queste non possono integrare la fattispecie del regime di protezione. Tuttavia se ritiene il collaboratore attendibile tanto da sottolinearne l'importanza e di chiederne la deposizione in aula deve prendere atto che Marino dice anche che Oseghale gli ha confessato di essere parte della “cosca" del Balck Cats. In più anche la Dia - la direzione investigativa antimafia- sottolinea che i fatti di Macerata sono riconducibili alla mafia nigeriana. Ho l'impressione che ci sia molta cautela perché c'è il tema delicato dell'immigrazione alla quale lo Stato destina ingenti somme. Però ai collaboratori di giustizia viene negato tutto. Ma stavolta, non finisce qui». La Conidi ha già denunciato alla Procura di Salerno, che è competente, la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro per abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio, ed è pronta a investire direttamente della faccenda Alfonso Bonafede il ministro della Giustizia.
Maestro umilia un bambino nero per antirazzismo
Per spiegare che non si deve essere razzisti, umilia due fratellini di colore. Il maestro di Foligno che in una scuola elementare del quartiere Monte Cervino avrebbe costretto un piccolo africano a voltare le spalle ai compagni, chiedendo poi alla classe se fosse «troppo brutto per essere guardato in faccia», ci aveva già provato a inizio mese. Con la sorella del bambino, di poco più grande e in un'altra classe della stessa scuola primaria.
Per il supplente sarebbe stato «un esperimento sociale», così si è giustificato con mamme e papà esterrefatti per quanto successo in aula pochi giorni fa, davanti ai loro figli. La protesta di un genitore è finita su Facebook, rendendo pubblica l'umiliazione del piccolo alunno attraverso un post, poi rimosso. Dalla scuola non escono commenti, la dirigente Ortenzia Marconi ha detto di aver informato dei fatti la responsabile dell'Ufficio scolastico della Regione Umbria, Antonella Iunti, che ieri era a Roma al ministero dell'Istruzione. Anche il sindaco di Foligno, Nando Mismetti, ha assicurato: «Stiamo facendo tutte le verifiche del caso». Ieri, in serata, dal ministero hanno fatto sapere che sarebbe in corso la notifica della sospensione cautelare dal servizio del docente per «incompatibilità ambientale». In attesa che le indagini interne al terzo circolo Monte Cervino spieghino perché un supplente abbia fatto lezioni «sociali» sulla pelle di due fratellini di colore, il brutto episodio è diventato nuovo pretesto per denunciare la deriva razzista che staremmo vivendo in Italia. «Che Paese stiamo diventando se succedono cose di questo genere perfino nelle scuole, quei luoghi che dovrebbero favorire integrazione, rispetto, crescita, cura della dignità delle persone», ha twittato Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e uguali. Amnesty Italia ha lanciato un appello perché «il clima d'odio e razzismo che si sta diffondendo anche nelle scuole deve essere contrastato con strumenti e modalità educative adeguate». La Cgil umbra ha scritto: «Viviamo una fase storica nella quale provano a riaffacciarsi con prepotenza sentimenti e parole di odio e intolleranza». Le reazioni di queste ore sembrano non tenere conto delle giustificazioni del supplente, che avrebbe «agito a fin di bene».
Magari cercando di emulare quella drammatizzazione nazista per la Giornata della memoria che si svolge a Cernusco, coinvolgendo studenti della scuola media che per l'occasione diventano deportati e possono immaginare quanto fosse disumana la vita nei lager.
Studenti a lezione di accoglienza
Continua l'indottrinamento a scuola. Non si ferma la macchina della propaganda pro invasione, che sempre più spesso affolla le aule e che tante volte La Verità ha denunciato. Stavolta tocca agli studenti dell'Istituto comprensivo di Castegnato (Brescia) sorbirsi le filippiche sui migranti e sull'integrazione. Corsi d'immigrazione per gli alunni di scuola media.
Martedì 26 febbraio comincerà un ciclo di tre lezioni «su diritti e doveri dei migranti», per «raccontare le loro terre d'origine e i pregiudizi ancora a esse legati». Così si legge sul Giornale di Brescia, che illustra il progetto con le parole delle operatrici dello Sprar di Castegnato, Ilaria Merlo, Francesca Ribola e Giulia Mazzola: «Si tratta di un progetto nato per favorire un punto d'incontro tra gli abitanti di Castegnato e le persone immigrate, titolari di protezione, residenti nella medesima area. Siamo convinti che l'incontro con gli adolescenti possa aprire spazi di confronto su una società in rapida evoluzione e aiuti a scoprire insieme come essere cittadini più attivi, attenti e capaci».
A leggere espressioni come «società in rapida evoluzione», si accappona subito la pelle. Sembra già di sentirla, la tirata sui nuovi italiani, sull'immigrazione che non si può fermare, su quanto non solo dovremmo rassegnarci a un Paese multietnico, ma dovremmo considerare il melting pot come un auspicio, «l'evoluzione», appunto, che salverà lo Stivale dal declino demografico.
Durante il primo incontro, la coordinatrice dello Sprar spiegherà cos'è il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e «gli aspetti legislativi che lo riguardano». Ci sarà modo di sparlare del decreto Sicurezza? Poi, il 28 febbraio e il 6 marzo, si passerà, «con modalità creative», ad affrontare «tematiche legate ai pregiudizi, alle differenze culturali e agli stereotipi». Lezioncina contro i razzisti che si oppongono all'invasione e sulle meraviglie di usi e tradizioni dei Paesi africani. Senza contraddittorio, senza filtro, senza che i ragazzi (i quali, lo ripetiamo, frequentano la scuola media) possano ascoltare una campana diversa. E, naturalmente, senza possibilità di sottrarsi all'omelia, come ci si potrebbe sottrarre da un'ora di religione cattolica. Nonostante, a questo punto, l'immigrazionismo sia diventata una vera forma di culto.
Come spesso accade, però, aleggia il sospetto che tutta la premura di chi gestisce gli Sprar sia questione di tasche, oltre che di buon cuore. La Onlus Comunità fraternità, che gestisce lo Sprar di Castegnato, fa registrare un fatturato importante: oltre 3.800.000 euro nel 2017, utili per oltre 91.000 euro. Cifre in crescita rispetto all'anno prima, cioè dal momento in cui, come si legge nella relazione sulla gestione della Onlus, Comunità fraternità «ha cercato di consolidare il servizio» per l'accoglienza degli immigrati. Ad esempio, chiedendo l'ampliamento da 10 a 25 posti nello Sprar, grazie a una partnership tra i Comuni di Castegnato e Lograto. Per carità: tutto legittimo, tutto documentato. Ma forse si capisce perché, per qualcuno, sia tanto importante «sensibilizzare» i cittadini, al punto da coinvolgere le scuole.
Chissà se ai ragazzi dell'Istituto comprensivo, gli operatori dello Sprar racconteranno anche quanto ci è costato fino a oggi «restare umani»...
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Dopo la lettera alla Verità della moglie del teste contro Innocent Oseghale, l'avvocato che lo ha seguito si rivolge alla Procura per sapere perché i giudici non abbiano predisposto adeguate misure per la sua incolumità.Un alunno di colore reso zimbello «per mostrare l'orrore delle discriminazioni». Il ministero: «L'insegnante è stato sospeso».Nel Bresciano, gli alunni di una scuola media dovranno sorbirsi l'indottrinamento su «diritti e doveri dei migranti» e «i pregiudizi circolanti sulle loro terre d'origine».Lo speciale contiene tre articoli«Li spremono come limoni finché parlano di ciò che i magistrati ritengono utile, poi siccome lo Stato non ha i soldi per proteggerli li buttano via, ma stavolta andiamo fino in fondo. Ho già denunciato tutto alla Procura di Salerno perché indaghi sul comportamento della Procura Distrettuale antimafia di Catanzaro. Se poi i collaboratori di giustizia parlano di mafia nigeriana è ancora peggio. Per alcune Procure la criminalità organizzata nera sembra non esistere». Chi parla è l'avvocato Maria Claudia Conidi che alza un velo sui «pentiti» ascoltati e poi abbandonati. E in particolare su di uno: Vincenzo Marino che da anni sta raccontando tutto della 'ndrangheta a cui è stato - sostiene l'avvocato - immotivatamente revocato il programma di protezione da oltre 4 anni. Vincenzo Marino è anche il principale teste d'accusa nel processo contro Innocent Oseghale accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018 in via Spalato a Macerata. Dovrebbe deporre il 6 marzo, ma ha fatto sapere che non confermerà le dichiarazioni rese al Procuratore di Macerata Giovanni Giorgio se non sarà data protezione alla sua famiglia. Senza la testimonianza di Marino che nel carcere di Ascoli Piceno ha raccolto le confidenze del nigeriano, le accuse contro Oseghale potrebbero vacillare. Insomma se il collaboratore non parla il (presunto) carnefice di Pamela rischia di farla franca. «È molto preoccupante», sostiene Marco Valerio Verni, avvocato di parte civile e zio di Pamela, «per l'esito del processo, ma anche perché se un collaboratore di giustizia è privo di protezione si mette a rischio lui e soprattutto la sua famiglia e lo si sottopone a una pressione inaccettabile». Che Marino voglia non deporre - di fatto facendo ottenere alla difesa di Oseghale ciò che i suoi avvocati avevano chiesto in via preliminare: cioè di eliminare la sua testimonianza - lo ha scritto la moglie in una lettera alla Verità pubblicata ieri in cui afferma: « Siamo stati minacciati, abbiamo paura: lo Stato provveda». Sono lontani i tempi quando Don Masino Buscetta s'incontrava con Giovani Falcone e consentiva di smantellare Cosa ostra. Enzo Biagi - lo aveva a lungo intervistato - quando il boss morì disse: «Sembra strano, ma ho perso un amico; probabilmente non mi ha detto tutto, ma so che non mi ha mentito». Anche Vincenzo Marino di sicuro non ha mentito. Almeno così ha pensato Nicola Gratteri procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro che più volte ha affermato «la 'ndrangeta è la terza industria d'Italia, ma se volesse lo Stato potrebbe distruggerla» facendo riferimento anche alle rivelazioni di Marino. «È vero», dice Maria Claudia Conidi, che ha assistito l'uomo nel suo percorso da collaboratore di giustizia, «il dottor Gratteri ha attinto anche dalle dichiarazioni di questo collaboratore. Poi gli è stato negato qualsiasi contatto. Anche le richieste più volte avanzate al Procuratore affinché Marino rientrasse nel programma di protezione sono state rigettate non da lui, ma dal sostituto procuratore Paolo Sirleo». Eppure questa consuetudine con Gratteri c'era. La moglie di Marino in un passaggio della lettera afferma: «Posso fornirvi anche una fotografia di mio marito con il dottor Gratteri considerata la grande stima di cui godeva e di cui consideravo godesse anche adesso da parte del Procuratore Gratteri». E allora cosa è successo? L'avvocato Conidi, assistita dalla dottoressa Rita Tulelli, ripercorre la vicenda del «pentito» e aggiunge: «Della vicenda di Marino ho investito anche la Procura generale di Catanzaro scrivendo al sostituto Raffaella Sforza perché vi sono delle palesi contraddizioni nel (non) trattamento riservato a questo collaboratore. A Marino il programma di protezione è stato revocato perché coinvolto in due procedimenti: avrebbe contravvenuto agli arresti domiciliari e lo accusavano di un'estorsione. Dalla prima accusa», prosegue, «è stato assolto a Terni un anno prima della revoca del programma di protezione, per la seconda a Isernia non si è neppure arrivati a giudizio. Il sostituto procuratore Sirleo ha sostenuto anche che Marino aveva esaurito la sua funzione di collaboratore quando in realtà continua; appena due giorni fa ha deposto in un processo per omicidio». Per Conidi «c'è però un fatto ancora più rilevante e riguarda il caso Oseghale. Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio ha scritto una nota alla Procura di Catanzaro per sottolineare l'importanza del contributo offerto da Marino nel processo Mastropietro, ma questa nota è stata giudicata “generica". Se Giorgio non dà alle dichiarazioni di Marino il peso di rivelazioni sulla mafia nigeriana è evidente che queste non possono integrare la fattispecie del regime di protezione. Tuttavia se ritiene il collaboratore attendibile tanto da sottolinearne l'importanza e di chiederne la deposizione in aula deve prendere atto che Marino dice anche che Oseghale gli ha confessato di essere parte della “cosca" del Balck Cats. In più anche la Dia - la direzione investigativa antimafia- sottolinea che i fatti di Macerata sono riconducibili alla mafia nigeriana. Ho l'impressione che ci sia molta cautela perché c'è il tema delicato dell'immigrazione alla quale lo Stato destina ingenti somme. Però ai collaboratori di giustizia viene negato tutto. Ma stavolta, non finisce qui». La Conidi ha già denunciato alla Procura di Salerno, che è competente, la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro per abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio, ed è pronta a investire direttamente della faccenda Alfonso Bonafede il ministro della Giustizia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-parla-della-mafia-nigeriana-il-pentito-non-viene-piu-protetto-2629637801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maestro-umilia-un-bambino-nero-per-antirazzismo" data-post-id="2629637801" data-published-at="1775888174" data-use-pagination="False"> Maestro umilia un bambino nero per antirazzismo Per spiegare che non si deve essere razzisti, umilia due fratellini di colore. Il maestro di Foligno che in una scuola elementare del quartiere Monte Cervino avrebbe costretto un piccolo africano a voltare le spalle ai compagni, chiedendo poi alla classe se fosse «troppo brutto per essere guardato in faccia», ci aveva già provato a inizio mese. Con la sorella del bambino, di poco più grande e in un'altra classe della stessa scuola primaria. Per il supplente sarebbe stato «un esperimento sociale», così si è giustificato con mamme e papà esterrefatti per quanto successo in aula pochi giorni fa, davanti ai loro figli. La protesta di un genitore è finita su Facebook, rendendo pubblica l'umiliazione del piccolo alunno attraverso un post, poi rimosso. Dalla scuola non escono commenti, la dirigente Ortenzia Marconi ha detto di aver informato dei fatti la responsabile dell'Ufficio scolastico della Regione Umbria, Antonella Iunti, che ieri era a Roma al ministero dell'Istruzione. Anche il sindaco di Foligno, Nando Mismetti, ha assicurato: «Stiamo facendo tutte le verifiche del caso». Ieri, in serata, dal ministero hanno fatto sapere che sarebbe in corso la notifica della sospensione cautelare dal servizio del docente per «incompatibilità ambientale». In attesa che le indagini interne al terzo circolo Monte Cervino spieghino perché un supplente abbia fatto lezioni «sociali» sulla pelle di due fratellini di colore, il brutto episodio è diventato nuovo pretesto per denunciare la deriva razzista che staremmo vivendo in Italia. «Che Paese stiamo diventando se succedono cose di questo genere perfino nelle scuole, quei luoghi che dovrebbero favorire integrazione, rispetto, crescita, cura della dignità delle persone», ha twittato Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e uguali. Amnesty Italia ha lanciato un appello perché «il clima d'odio e razzismo che si sta diffondendo anche nelle scuole deve essere contrastato con strumenti e modalità educative adeguate». La Cgil umbra ha scritto: «Viviamo una fase storica nella quale provano a riaffacciarsi con prepotenza sentimenti e parole di odio e intolleranza». Le reazioni di queste ore sembrano non tenere conto delle giustificazioni del supplente, che avrebbe «agito a fin di bene». Magari cercando di emulare quella drammatizzazione nazista per la Giornata della memoria che si svolge a Cernusco, coinvolgendo studenti della scuola media che per l'occasione diventano deportati e possono immaginare quanto fosse disumana la vita nei lager. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-parla-della-mafia-nigeriana-il-pentito-non-viene-piu-protetto-2629637801.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="studenti-a-lezione-di-accoglienza" data-post-id="2629637801" data-published-at="1775888174" data-use-pagination="False"> Studenti a lezione di accoglienza Continua l'indottrinamento a scuola. Non si ferma la macchina della propaganda pro invasione, che sempre più spesso affolla le aule e che tante volte La Verità ha denunciato. Stavolta tocca agli studenti dell'Istituto comprensivo di Castegnato (Brescia) sorbirsi le filippiche sui migranti e sull'integrazione. Corsi d'immigrazione per gli alunni di scuola media. Martedì 26 febbraio comincerà un ciclo di tre lezioni «su diritti e doveri dei migranti», per «raccontare le loro terre d'origine e i pregiudizi ancora a esse legati». Così si legge sul Giornale di Brescia, che illustra il progetto con le parole delle operatrici dello Sprar di Castegnato, Ilaria Merlo, Francesca Ribola e Giulia Mazzola: «Si tratta di un progetto nato per favorire un punto d'incontro tra gli abitanti di Castegnato e le persone immigrate, titolari di protezione, residenti nella medesima area. Siamo convinti che l'incontro con gli adolescenti possa aprire spazi di confronto su una società in rapida evoluzione e aiuti a scoprire insieme come essere cittadini più attivi, attenti e capaci». A leggere espressioni come «società in rapida evoluzione», si accappona subito la pelle. Sembra già di sentirla, la tirata sui nuovi italiani, sull'immigrazione che non si può fermare, su quanto non solo dovremmo rassegnarci a un Paese multietnico, ma dovremmo considerare il melting pot come un auspicio, «l'evoluzione», appunto, che salverà lo Stivale dal declino demografico. Durante il primo incontro, la coordinatrice dello Sprar spiegherà cos'è il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e «gli aspetti legislativi che lo riguardano». Ci sarà modo di sparlare del decreto Sicurezza? Poi, il 28 febbraio e il 6 marzo, si passerà, «con modalità creative», ad affrontare «tematiche legate ai pregiudizi, alle differenze culturali e agli stereotipi». Lezioncina contro i razzisti che si oppongono all'invasione e sulle meraviglie di usi e tradizioni dei Paesi africani. Senza contraddittorio, senza filtro, senza che i ragazzi (i quali, lo ripetiamo, frequentano la scuola media) possano ascoltare una campana diversa. E, naturalmente, senza possibilità di sottrarsi all'omelia, come ci si potrebbe sottrarre da un'ora di religione cattolica. Nonostante, a questo punto, l'immigrazionismo sia diventata una vera forma di culto. Come spesso accade, però, aleggia il sospetto che tutta la premura di chi gestisce gli Sprar sia questione di tasche, oltre che di buon cuore. La Onlus Comunità fraternità, che gestisce lo Sprar di Castegnato, fa registrare un fatturato importante: oltre 3.800.000 euro nel 2017, utili per oltre 91.000 euro. Cifre in crescita rispetto all'anno prima, cioè dal momento in cui, come si legge nella relazione sulla gestione della Onlus, Comunità fraternità «ha cercato di consolidare il servizio» per l'accoglienza degli immigrati. Ad esempio, chiedendo l'ampliamento da 10 a 25 posti nello Sprar, grazie a una partnership tra i Comuni di Castegnato e Lograto. Per carità: tutto legittimo, tutto documentato. Ma forse si capisce perché, per qualcuno, sia tanto importante «sensibilizzare» i cittadini, al punto da coinvolgere le scuole. Chissà se ai ragazzi dell'Istituto comprensivo, gli operatori dello Sprar racconteranno anche quanto ci è costato fino a oggi «restare umani»...
Silvia Salis (Imagoeconomica)
«Quest’attenzione nazionale mi lusinga». Fieramente contraria alle primarie fino a una settimana fa (per la felicità di Elly Schlein che non la sopporta), Silvia Salis ha puntato il tacco 10 Manolo Blahnik da 1.200 euro e ha fatto inversione di marcia. «Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione». È bastata la benedizione di Bloomberg per far cambiare idea alla sindaca di Genova e veder calare un’espressione sofferente sul volto della segretaria del Pd. Così la sinistra post-liceale con chitarra e spartito di Manu Chao rischia di dover cedere il passo a quella da vernissage, tendenza Greenwich Village in abito da cocktail.
Non un cambio da niente sul fronte del porto. Ma Bloomberg non può essere ignorato e il reportage del network statunitense interpreta il comune sentire in crescita nei corridoi del Nazareno. «Lei è il nuovo volto italiano», titola il sito nella sezione politica, e argomenta così: «La sconfitta referendaria subita dalla premier sta galvanizzando l’opposizione. Con le speranze di tornare al potere riaccese, è emerso un nuovo nome come potenziale contendente: Silvia Salis. La quarantenne, neofita della politica, non siede in Parlamento ma a Genova, nel cinquecentesco Palazzo Doria Tursi, dove ricopre la carica di sindaco. L’ex lanciatrice di martello olimpica (miglior piazzamento 30ª ai giochi di Londra, ndr) scommette che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e al contempo costruirsi una reputazione a livello nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile».
Accompagnata da una borsa Vuitton bianca più grande di lei, la Salis presentabile va alla guerra contro Schlein in pocho. Per ora è un approccio gentile, poco conflittuale, prosecco e tartina signora mia. Ma come spiega a Bloomberg, alcuni paletti si vedono con chiarezza sullo sfondo. «Sebbene l’opposizione, composta da blocchi eterogenei che spaziano dal Pd di centrosinistra al Movimento 5 stelle populista fino ad Avs sia stata galvanizzata dalla vittoria referendaria, molto resta ancora da definire. Non è stata fissata una data per le primarie, non è ancora emerso un chiaro favorito ed è tutt’altro che scontato che tutti i No al referendum si riversino contro Meloni alle elezioni. I due principali contendenti sono Giuseppe Conte ed Elly Schlein, leader Pd dal 2023…».
I puntini di sospensione sono proiettili, traccianti che indicano l’elemento di corto circuito in agguato. Lei. A questo punto il triangolo rosso si fa imbarazzante. Se Conte è indiscutibilmente il «lui», che un minuto dopo lo spoglio dei No ha lanciato le primarie ed è stato (guarda la coincidenza) incoronato proprio da Bloomberg come astro rinascente del campo largo, Elly non può che essere «l’altra», quella da corteggiare nelle piazze pro Pal ma da lasciare a casa a sgranocchiare lupini sul divano nelle feste comandate come le elezioni politiche. La segretaria e i fedelissimi del «tortellino magico» si vedono già a Palazzo Chigi, non vorrebbero passare dalla trappola delle primarie e guardano con fastidio le ambizioni altrui. Quelle di Conte che brama il grande rientro sull’onda dei successi del reddito di cittadinanza e del Superbonus (totale debito 200 miliardi) ed ora quelle della sindaca lusingata.
Nella tonnara di centrosinistra si materializza un altro campanello d’allarme per Schlein: la ritrovata consonanza fra il deus ex machina Dario Franceschini e Matteo Renzi. Da abile navigatore da retrobottega, l’ex premier prova a dare le carte e benedice a sua volta le primarie: «Vedo due ipotesi. Se si va a votare in primavera del 2027 fai le primarie nell’autunno del ’26, se invece si va a votare a giugno a scadenza naturale della legislatura, si possono fare nella primavera del 2027», ha detto a Sky Start. Poi l’endorsement: «Mi piacerebbe che ci sia un candidato dell’area riformista. Io voterei Silvia Salis ma i nomi comunque arrivano dopo, prima arrivano le proposte. Le primarie hanno un effetto catartico: dobbiamo portare tre milioni di persone alle urne e poi chi perde appoggerà chi vince».
Per lui intrufolarsi con il 2% di Italia viva è facile ma la sua presenza (considerata tossica come il lattosio dai grillini) è destinata a creare ulteriori imbarazzi. Così lo scenario, già complesso, diventa un rebus: Conte pretende una soglia precisa in percentuale e non vuole il doppio turno perché fiuta la trappola della morsa piddina, Schlein chiede l’atto di fede al partito e propone l’antico smacchiatore di giaguari Pierluigi Bersani come federatore. Il mal di testa è totale, ci mancava Bloomberg a caricare come un’auto elettrica lady Salis. «Se mi chiedessero di candidarmi ci sarei», è la martellata della martellista. Che si prepara al «fatti più in là» con il tacco da guerra ed è pronta a sfilare contro il caro bollette con la Vuitton tendenza Kate Middleton. Chissà come la prendono i camalli.
Conte inizia il tour di autoinvestitura con un occhio a Trump e uno a cinesi
È iniziato il Conte alla rovescia. Cresce l’attivismo del leader M5s, Giuseppe Conte, ossessionato dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi. Prima il pranzo, un po’ indigesto, con l’emissario di Donald Trump in Italia, Paolo Zampolli, poi il lancio del suo libro manifesto politico Una nuova primavera, che esce in libreria martedì prossimo, e ancora i messaggi di apertura a Pechino e la frenata sul gas russo. Tutto e il contrario di tutto, che per il CamaleConte è pane quotidiano.
Per uno che è stato presidente del Consiglio, prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, andare a braccetto prima con Trump e poi con Xi Jimping è un gioco da ragazzi. L’avvocatino di Volturara Appula si è fatto prima intervistare (e adulare) da Bloomberg, colosso dell’informazione mondiale con sede a New York, mass media di orientamento pragmatico tutto orientato al business, che lo incorona alla guida del campo progressista, insieme a Silvia Salis, scartando a priori l’ipotesi Elly Schlein, salvo poi rispolverare il suo vecchio cavallo di battaglia: la Via della Seta.
In tutto questo calderone, il campione del mondo di cinismo e trasformismo si fa ben consigliare dall’ambasciatore Pietro Benassi, che è stato il suo sottosegretario a Palazzo Chigi e che ambisce a diventare il ministro degli Esteri del suo, immaginario, terzo governo.
Dunque, il derby Conte-Salis è iniziato con la benedizione di Bloomberg, che non prevede il terzo incomodo Schlein, buttata fuori alle qualificazioni. L’operazione simpatia attraverso il suo libro, che Conte presenterà in tutta Italia, è partita e punta a rilanciare la sua immagine sbiadita e chiacchierata, lanciando nello stesso tempo un’Opa alla sinistra. Ma lo fa, ovviamente, a modo suo, in maniera piuttosto contraddittoria e sgangherata, abituato com’è a tenere i piedi su più staffe, per non rischiare di cadere. Come dice Bloomberg «la sconfitta referendaria subita dalla premier Giorgia Meloni sta galvanizzando l’opposizione italiana», ma soprattutto sta eccitando il professor Conte che lancia nel mare della politica italiana la sua «rete», provando a farci finire dentro la destra.
Tra le altre cose, il proposito che più allarma, è che Conte apra di nuovo alla Cina. «L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina», lascia a verbale. Torna in gloria il «partito cinese» tanto caro a Massimo D’Alema e a Romano Prodi e ora, all’uomo che si autocandida alla guida del campo largo. Lo stesso che nella sua precedente stagione a Palazzo Chigi portò in Italia trionfante Xi Jinping, il dittatore cinese a cui non sembrò vero di mostrare in mondovisione con quanta riverenza veniva ricevuto nel cuore dell’Occidente. Ecco cosa ci aspetterebbe se Conte tornasse ad essere premier nel 2027. Non solo lo sfascio dei conti pubblici (Conte è quello del superbonus), non solo il giustizialismo, ma un secco spostamento del Paese verso l’asse geopolitico anti-Occidente. Meloni ha tenuto l’Italia nella metà campo giusta, l’avvocato del popolo si schiererebbe da quell’altra.
Ma c’è di peggio. Conte accusa Meloni di essere inginocchiata a Trump. Tuttavia in Italia si vede, di nascosto, con il suo inviato. Vuole salire di nuovo sul cavallo made in China. Senza considerare che nel 2025, l’Ue ha esportato beni in Cina per un valore di 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, registrando un deficit commerciale di 359,8 miliardi di euro. Rispetto al 2024, le esportazioni sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 6,4%. Lo dice l’Eurostat. Tradotto: la Cina ci riempie di spazzatura e noi glielo lasciamo fare. I dazi di Trump, che Conte osteggia, servono proprio a rallentare questa ondata di merce scadente. Ma Conte preferisce lo stesso essere amico della Cina anche se, in disparte, liscia il pelo a Trump. Il cortocircuito della sinistra è evidente.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Dopo un’ampia panoramica sulla situazione politica, economica ed internazionale, e la rinnovata fiducia nel segretario, l’attenzione si è concentrata sul futuro di Forza Italia. È emersa una visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore Silvio Berlusconi. All’incontro hanno partecipato Gianni Letta ed il dottor Danilo Pellegrino (amministratore delegato di Fininvest, ndr)». «Quello con il segretario nazionale di Forza Italia, e vicepremier, Antonio Tajani è stato un incontro molto positivo», fanno sapere all’Ansa fonti dei Berlusconi. Piena fiducia in Tajani da parte della famiglia, quindi, almeno sulla carta, ma del resto Forza Italia in questo momento non può fare a meno del vicepremier e ministro degli Esteri, per almeno due ragioni. La prima: Tajani gode del sostegno di Giorgia Meloni, che ha nel ministro degli Esteri un elemento di stabilizzazione del governo. Tajani non ha mai creato il minimo problema alla Meloni, anzi c’è chi lo accusa di essere fin troppo «appiattito» sulla premier. Accuse che arrivano da chi, al posto suo, sarebbe appiattito tale e quale: la Meloni ha un rapporto diretto con la famiglia, e il leader di Forza Italia, chiunque sia, non può certo permettersi strappi e prese di distanza. Secondo motivo della stabilità di Tajani: non si capisce per quale motivo dovrebbe essere sostituito, considerato che il partito è sopravvissuto alla scomparsa di Silvio Berlusconi molto meglio di quelle che erano alcune previsioni. Al Sud in particolare Fi è sostanzialmente sulle stesse percentuali di Fratelli d’Italia, mentre a livello nazionale si colloca stabilmente intorno al 10%. Non si intravede un trascinatore di masse in grado di far crescere Fi, tanto è vero che alla fine dei giochi il famigerato «rinnovamento», almeno fino ad ora, è consistito nello scambio di postazioni tra Stefania Craxi e Maurizio Gasparri: la prima è diventata capogruppo al Senato, il secondo presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Un altro cambio potrebbe avvenire alla Camera, dove Paolo Barelli sarebbe sul punto di lasciare il ruolo di capogruppo: la disponibilità a un passo indietro c’è stata, ora bisogna individuare il successore. C’è poi tutta la questione dei congressi, quello nazionale e quelli regionali, che qualcuno vorrebbe rimandare, qualcuno confermare, ma qui siamo di fronte a contrasti tra dirigenti locali, giochi e giochetti di potere in vista della partita delle candidature alle politiche del 2027. Non prima: se c’è una cosa che tutte le nostre fonti ci confermano è che Forza Italia non ha la minima intenzione di partecipare a eventuali giochetti di palazzo che abbiano l’obiettivo di sostituire in corsa Giorgia Meloni con qualche professorone sostenuto pure dal Pd. Il centrodestra, ricordiamolo, governa compatto in Regioni e città, ha una storia ormai più che quarantennale e nessuno, tra deputati e senatori, ha la minima intenzione di assumersi una responsabilità così pesante. Diverso lo scenario per il dopo-elezioni: con l’attuale legge elettorale, in caso di un sostanziale pareggio, Forza Italia potrebbe tirare in ballo la «responsabilità» e accettare di partecipare a un governo multicolor, ma siamo nel campo dell’ignoto. Fino al 2027, Barelli o non Barelli, Craxi o Gasparri, Forza Italia non farà nulla che possa mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni. A meno che, naturalmente, non si rompa qualcosa tra la stessa Meloni e la famiglia.
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Getty Images
Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».
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Matteo Renzi e Carlo De Benedetti (Ansa)
Perché l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti, ce l’abbia tanto con il premier non è dato sapere ma si può immaginare. Viene infatti il sospetto che sia perché Meloni non lo invita alla mattina a fare colazione nelle stanze dorate di Palazzo Chigi come faceva invece Matteo Renzi. Il quale, tra un caffè e una brioche, gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari. Grazie a quella confidenza, rivelata appena uscito da lì al suo broker, De Benedetti guadagnò in un amen 600.000 euro, come poi avrebbe accertato l’inchiesta della magistratura, che però - guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato.
Tornando all’apparizione tv dell’ormai più che novantenne imprenditore, a colpire non è tuttavia la bile sputata contro Meloni, ma le sue previsioni su quel che a breve potrebbe accadere. Il Nostradamus con cittadinanza svizzera (ma stupenda tenuta nelle Langhe) pronostica una prossima cacciata del presidente del Consiglio, colpito da una crisi internazionale. Secondo l’ex padrone di Repubblica, lo shock a cui andiamo incontro è analogo a quello del 1973, con la guerra del Kippur, ma a suo dire con effetti perfino peggiori. Dall’agio della sua residenza e dall’alto della sua presunzione, l’Ingegnere predice uno scenario catastrofico e, «siccome noi abbiamo complessivamente una classe politica non particolarmente attrezzata», Meloni sarà spazzata via. «E a questo punto?», lo ha incalzato una gongolante Lilli Gruber. «Beh, Mattarella sarà costretto a trovare un presidente del Consiglio tecnico, ma anche politico» ha replicato De Benedetti, evocando l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Che cosa ciò voglia dire lo ha spiegato lui stesso subito dopo: «A noi manca un Winston Churchill che abbia il coraggio di dire al Paese che servono misure lacrime e sangue». In pratica, siamo alla riedizione dell’operazione Monti, con la quale Giorgio Napolitano piazzò al governo l’ex rettore della Bocconi, liquidando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Anche allora in qualche modo c’era lo zampino dell’Ingegnere, perché prima di accettare l’incarico ma subito dopo aver capito quali fossero le intenzioni del capo dello Stato, Monti fece il giro dei poteri forti, consultando proprio De Benedetti. In pratica, qualcuno dall’alto si preparava a dare il benservito a un governo democraticamente eletto per imporre agli italiani delle poco democratiche misure. Tutto ciò ovviamente senza passare dalle elezioni e senza consentire al popolo sovrano di esprimere la propria opinione. Ora, a sentire l’Ingegnere, è tutto pronto per il bis. Far cadere Giorgia Meloni per imporre qualcuno che faccia come allora il lavoro sporco, con tagli e tasse. Per la prima tessera del Pd (appena nacque il Partito democratico, De Benedetti si precipitò a iscriversi) non sono importanti le primarie, le elezioni, le candidature, perché tutto deve essere lasciato a Mattarella. Tutto è nelle sue mani. Ovvero nelle mani di un presidente della Repubblica trasformato in monarca, che pur senza essere mai stato scelto dagli italiani ormai regna sul Colle da più di undici anni e a fine mandato passerà alla storia con addirittura un mandato di 14, record mai visto nelle democrazie occidentali.
Tornando però a De Benedetti, consola solo una cosa e cioè che con le previsioni non ci abbia mai preso. Fin da quando in maniera sprezzante rifiutò di entrare in affari con Steve Jobs per poi passare alla sua scalata alla Société Générale de Belgique (dove prima di essere cacciato disse: «Sono venuto a fischiare la fine della ricreazione»), l’Ingegnere ha una lunga lista di pronostici sbagliati. L’ultima riguarda proprio Meloni, a cui nel 2022 predisse vita breve, perché Berlusconi non avrebbe mai accettato di farle da «paggetto» e si sarebbe sfilato. Come sappiamo non è andata così, ma i rancori dell’uomo che per una vita ha brigato con il potere è meglio conoscerli, perché si capisce quali trame il potere punti a ordire, magari approfittando di qualche ex premier in cerca di rivincite.
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