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2021-03-03
Scuole chiuse non solo in zona rossa. Visite vietate anche per la Pasqua
Patrizio Bianchi (Ansa)
Arriva il primo dpcm dell'era Draghi, all'insegna della discontinuità nella coerenza. Rispetto ai provvedimenti varati dall'esecutivo giallorosso, la discontinuità è nel metodo: le misure contenute nel dpcm, che andrà in vigore il prossimo 6 marzo e resterà valido fino al 6 aprile, sono state comunicate con ben quattro giorni di anticipo rispetto a quanto accadeva nell'era Conte. Niente più spasmodiche attese notturne per capire cosa sarebbe accaduto la mattina dopo: gli italiani hanno il tempo di adeguarsi alle regole, e in particolare alcune categorie produttive, ad esempio i ristoratori, hanno la possibilità di «mirare» gli approvvigionamenti di merce per non restare all'ultimo momento con i frigoriferi pieni e i locali vuoti. La coerenza, invece, sta nella priorità assoluta alla lotta alle pandemia, e nel conseguente giro di vite sulle scuole, che resteranno chiuse e operative con la didattica a distanza per ogni ordine e grado in tutte le zone rosse, che siano Regioni, aree metropolitane, Comuni. Studenti a casa anche nelle Regioni gialle o arancioni che per almeno una settimana consecutiva facciano registrare più di 250 contagiati ogni 100.000 abitanti, o nelle aree in cui le giunte regionali abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti. In questo caso, saranno i presidenti di Regione a ordinare le chiusure. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per gli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.
Cambia anche la scenografia e la strategia della comunicazione delle misure anticovid ai cittadini: basta comizi a reti unificate del premier. Mario Draghi a differenza del suo predecessore lascia che siamo i ministri della salute, Roberto Speranza, e degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, a illustrare con sobrietà e sintesi i contenuti del provvedimento, insieme al presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e al presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. I quattro sono stati protagonisti in mattinata dell'incontro tra governo ed Enti locali, insieme ad altri componenti dell'esecutivo: i ministri dell'Istruzione, Patrizio Bianchi; dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; della Cultura, Dario Franceschini; dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli; della Famiglia, Elena Bonetti. Al vertice hanno preso parte anche il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo; il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini; il presidente dell'Upi, Michele de Pascale, e il presidente dell'Anci, Antonio Decaro. Tenere aperte le scuole era una delle priorità che il premier Mario Draghi aveva indicato nelle prime ore da premier. Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il Covid, e anche il presidente del Consiglio alla fine, accogliendo le indicazioni del Cts, ha dovuto fare i conti con una realtà fatta di contagi che aumentano, varianti che spaventano, ricoveri che crescono, senza contare il tempo perso dal governo precedente, tra banchi a rotelle, annunci rimasti sulla carta, ritardi e continui cambi di rotta. Per venire incontro alle esigenze dei genitori che lavorano e devono al tempo stesso accudire i bambini rimasti a casa, il governo ha stanziato risorse superiori ai 200 milioni di euro per i congedi parentali.
Buone notizie per il mondo della cultura: dal 27 marzo nelle zone gialle riapriranno anche nei giorni festivi i musei; sempre dal 27 marzo, nelle zone gialle si prevede la possibilità di riaprire teatri e cinema, con posti a sedere preassegnati, nel rispetto delle norme di distanziamento. La capienza non potrà superare il 25% di quella massima, fino a 400 spettatori all'aperto e 200 al chiuso per ogni sala. Restano chiusi palestre, piscine e impianti sciistici. Nelle zone rosse, saranno chiusi i servizi alla persona come parrucchieri, barbieri e centri estetici; in tutte le zone è eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande da non consumarsi sul posto. Confermato, fino al 27 marzo, il divieto già in vigore di spostarsi tra Regioni o province autonome diverse, con l'eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità: il fatto che non si sia prolungato fino al 6 aprile è il segnale della volontà di Draghi di aspettare l'evoluzione della curva di contagio prima di «blindare» definitivamente gli spostamenti anche a Pasqua, che cade il 4 aprile. Restano tuttavia in vigore le limitazioni anche nei giorni di festa, con il divieto perciò di visitare i parenti. Nelle zone bianche, si prevede la cessazione delle misure restrittive previste per la zona gialla, pur continuando ad applicarsi le misure anti-contagio generali (come, per esempio, l'obbligo di indossare la mascherina e quello di mantenere le distanze interpersonali) e i protocolli di settore. Intanto, la provincia di Ancona va in zona rossa dalle 8 di oggi, 3 marzo, alle 24 del 5 marzo; Bologna e la sua provincia saranno zona rossa da domani, 4 marzo, fino al 21 marzo, così come Modena. I provvedimenti sono stati firmati dai presidenti delle Marche, Francesco Acquaroli, e dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.
Draghi metta fine al rito dei dpcm
Un passo avanti e uno indietro. Due giorni fa ha cacciato il commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, e per questo merita l'incondizionato plauso del Paese. Ieri, però, Mario Draghi ha varato il suo primo dpcm, un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che per contrastare l'emergenza dei contagi ha imposto una nuova, sconfortante stretta alla scuola. Draghi, insomma, ha deciso d'insistere nell'abitudine istituzionalmente scorretta che era stata inaugurata il 23 febbraio 2020 dal suo predecessore Giuseppe Conte, oggi neoleader grillino.
Eppure, da un anno a questa parte, molti costituzionalisti hanno criticato severamente l'abuso dei dpcm, soprattutto quelli che l'ex premier ha sparato a raffica nel primo lockdown per limitare alcune libertà fondamentali dei cittadini: gli spostamenti, l'istruzione, la partecipazione a riti religiosi... Il dpcm, infatti, non è soggetto ad alcun controllo democratico. Il suo testo viene scritto in totale autonomia dal presidente del Consiglio, senza approvazione da parte dei ministri, e con la sua firma diventa subito efficace. Non ha bisogno della ratifica del Parlamento, come invece accade ai decreti legge, che entro 60 giorni devono essere convertiti da Camera e Senato. Né occorre la firma del presidente della Repubblica, come avviene per ogni altro atto legislativo. Tanto che due presidenti emeriti della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick e Antonio Baldassarre, hanno censurato i dpcm per il loro «arbitrio autoritario».
Qualche tribunale l'ha anche scritto nero su bianco: in dicembre, a Roma, la sesta sezione civile ha stabilito che i dpcm di Conte sull'emergenza sanitaria siano «censurabili», «illegittimi» e addirittura «incostituzionali». Del resto, prima dell'emergenza Covid e dello snaturamento operato dall'avvocato di Volturara Appula, i dpcm venivano utilizzati al massimo per questioni tecniche e marginali, ad esempio per stabilire i criteri per le nomine dirigenziali di un ente pubblico. Ma nell'ultimo anno l'abuso che è stato fatto con i dpcm è stato così insistente che a un certo punto nelle critiche è stato coinvolto lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, che troppo a lungo ha silenziosamente tollerato i «decretini» di Conte.
Per tutto questo, è strano che Draghi ieri abbia voluto replicare lo sbaglio del suo predecessore. Eppure, pochi giorni dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, gli aveva pubblicamente suggerito «discontinuità» sui dpcm emergenziali, invitandolo a «mandarli in soffitta»: infinitamente più corretto, aveva detto Cassese a fine febbraio, sarebbe stato «varare decreti legge oppure ordinanze». Come lui, altri importanti costituzionalisti, tra i quali Giovanni Guzzetta, s'erano appellati a Draghi negli ultimi giorni perché chiudesse con i dpcm: «Non possono essere nemmeno sottoposti al vaglio della Corte costituzionale, né a un referendum», aveva ricordato Guzzetta.
Ieri sera, invece, il nuovo presidente del Consiglio ha ignorato gli avvertimenti e deluso tutti. L'unica consolazione è che non ha voluto presentare il nuovo testo in diretta notturna, come faceva Conte sotto l'enfatica regia del fidato Rocco Casalino, così incline a vellicare il solipsismo mediatico del premier, ma ha lasciato l'incarico a Mariastella Gelmini e a Roberto Speranza, ministri per gli Affari regionali e della Salute. Che dire? Speriamo davvero sia l'ultima volta.
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Il nuovo decreto sarà valido da sabato, per un mese: coinvolti asili ed elementari nelle aree a rischio alto e in quelle con più di 250 casi ogni 100.000 abitanti. Ancona in lockdown, da domani pure Bologna e Modena.Il premier si è affidato allo strumento abusato da Giuseppe Conte per limitare le libertà senza il vaglio del Parlamento. Un errore, anche se ci ha risparmiato la diretta alla Rocco Casalino.Lo speciale contiene due articoli.Arriva il primo dpcm dell'era Draghi, all'insegna della discontinuità nella coerenza. Rispetto ai provvedimenti varati dall'esecutivo giallorosso, la discontinuità è nel metodo: le misure contenute nel dpcm, che andrà in vigore il prossimo 6 marzo e resterà valido fino al 6 aprile, sono state comunicate con ben quattro giorni di anticipo rispetto a quanto accadeva nell'era Conte. Niente più spasmodiche attese notturne per capire cosa sarebbe accaduto la mattina dopo: gli italiani hanno il tempo di adeguarsi alle regole, e in particolare alcune categorie produttive, ad esempio i ristoratori, hanno la possibilità di «mirare» gli approvvigionamenti di merce per non restare all'ultimo momento con i frigoriferi pieni e i locali vuoti. La coerenza, invece, sta nella priorità assoluta alla lotta alle pandemia, e nel conseguente giro di vite sulle scuole, che resteranno chiuse e operative con la didattica a distanza per ogni ordine e grado in tutte le zone rosse, che siano Regioni, aree metropolitane, Comuni. Studenti a casa anche nelle Regioni gialle o arancioni che per almeno una settimana consecutiva facciano registrare più di 250 contagiati ogni 100.000 abitanti, o nelle aree in cui le giunte regionali abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti. In questo caso, saranno i presidenti di Regione a ordinare le chiusure. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per gli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.Cambia anche la scenografia e la strategia della comunicazione delle misure anticovid ai cittadini: basta comizi a reti unificate del premier. Mario Draghi a differenza del suo predecessore lascia che siamo i ministri della salute, Roberto Speranza, e degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, a illustrare con sobrietà e sintesi i contenuti del provvedimento, insieme al presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e al presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. I quattro sono stati protagonisti in mattinata dell'incontro tra governo ed Enti locali, insieme ad altri componenti dell'esecutivo: i ministri dell'Istruzione, Patrizio Bianchi; dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; della Cultura, Dario Franceschini; dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli; della Famiglia, Elena Bonetti. Al vertice hanno preso parte anche il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo; il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini; il presidente dell'Upi, Michele de Pascale, e il presidente dell'Anci, Antonio Decaro. Tenere aperte le scuole era una delle priorità che il premier Mario Draghi aveva indicato nelle prime ore da premier. Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il Covid, e anche il presidente del Consiglio alla fine, accogliendo le indicazioni del Cts, ha dovuto fare i conti con una realtà fatta di contagi che aumentano, varianti che spaventano, ricoveri che crescono, senza contare il tempo perso dal governo precedente, tra banchi a rotelle, annunci rimasti sulla carta, ritardi e continui cambi di rotta. Per venire incontro alle esigenze dei genitori che lavorano e devono al tempo stesso accudire i bambini rimasti a casa, il governo ha stanziato risorse superiori ai 200 milioni di euro per i congedi parentali.Buone notizie per il mondo della cultura: dal 27 marzo nelle zone gialle riapriranno anche nei giorni festivi i musei; sempre dal 27 marzo, nelle zone gialle si prevede la possibilità di riaprire teatri e cinema, con posti a sedere preassegnati, nel rispetto delle norme di distanziamento. La capienza non potrà superare il 25% di quella massima, fino a 400 spettatori all'aperto e 200 al chiuso per ogni sala. Restano chiusi palestre, piscine e impianti sciistici. Nelle zone rosse, saranno chiusi i servizi alla persona come parrucchieri, barbieri e centri estetici; in tutte le zone è eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande da non consumarsi sul posto. Confermato, fino al 27 marzo, il divieto già in vigore di spostarsi tra Regioni o province autonome diverse, con l'eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità: il fatto che non si sia prolungato fino al 6 aprile è il segnale della volontà di Draghi di aspettare l'evoluzione della curva di contagio prima di «blindare» definitivamente gli spostamenti anche a Pasqua, che cade il 4 aprile. Restano tuttavia in vigore le limitazioni anche nei giorni di festa, con il divieto perciò di visitare i parenti. Nelle zone bianche, si prevede la cessazione delle misure restrittive previste per la zona gialla, pur continuando ad applicarsi le misure anti-contagio generali (come, per esempio, l'obbligo di indossare la mascherina e quello di mantenere le distanze interpersonali) e i protocolli di settore. Intanto, la provincia di Ancona va in zona rossa dalle 8 di oggi, 3 marzo, alle 24 del 5 marzo; Bologna e la sua provincia saranno zona rossa da domani, 4 marzo, fino al 21 marzo, così come Modena. I provvedimenti sono stati firmati dai presidenti delle Marche, Francesco Acquaroli, e dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuole-chiuse-non-solo-in-zona-rossa-visite-vietate-anche-per-la-pasqua-2650863113.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-metta-fine-al-rito-dei-dpcm" data-post-id="2650863113" data-published-at="1614716143" data-use-pagination="False"> Draghi metta fine al rito dei dpcm Un passo avanti e uno indietro. Due giorni fa ha cacciato il commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, e per questo merita l'incondizionato plauso del Paese. Ieri, però, Mario Draghi ha varato il suo primo dpcm, un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che per contrastare l'emergenza dei contagi ha imposto una nuova, sconfortante stretta alla scuola. Draghi, insomma, ha deciso d'insistere nell'abitudine istituzionalmente scorretta che era stata inaugurata il 23 febbraio 2020 dal suo predecessore Giuseppe Conte, oggi neoleader grillino. Eppure, da un anno a questa parte, molti costituzionalisti hanno criticato severamente l'abuso dei dpcm, soprattutto quelli che l'ex premier ha sparato a raffica nel primo lockdown per limitare alcune libertà fondamentali dei cittadini: gli spostamenti, l'istruzione, la partecipazione a riti religiosi... Il dpcm, infatti, non è soggetto ad alcun controllo democratico. Il suo testo viene scritto in totale autonomia dal presidente del Consiglio, senza approvazione da parte dei ministri, e con la sua firma diventa subito efficace. Non ha bisogno della ratifica del Parlamento, come invece accade ai decreti legge, che entro 60 giorni devono essere convertiti da Camera e Senato. Né occorre la firma del presidente della Repubblica, come avviene per ogni altro atto legislativo. Tanto che due presidenti emeriti della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick e Antonio Baldassarre, hanno censurato i dpcm per il loro «arbitrio autoritario». Qualche tribunale l'ha anche scritto nero su bianco: in dicembre, a Roma, la sesta sezione civile ha stabilito che i dpcm di Conte sull'emergenza sanitaria siano «censurabili», «illegittimi» e addirittura «incostituzionali». Del resto, prima dell'emergenza Covid e dello snaturamento operato dall'avvocato di Volturara Appula, i dpcm venivano utilizzati al massimo per questioni tecniche e marginali, ad esempio per stabilire i criteri per le nomine dirigenziali di un ente pubblico. Ma nell'ultimo anno l'abuso che è stato fatto con i dpcm è stato così insistente che a un certo punto nelle critiche è stato coinvolto lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, che troppo a lungo ha silenziosamente tollerato i «decretini» di Conte. Per tutto questo, è strano che Draghi ieri abbia voluto replicare lo sbaglio del suo predecessore. Eppure, pochi giorni dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, gli aveva pubblicamente suggerito «discontinuità» sui dpcm emergenziali, invitandolo a «mandarli in soffitta»: infinitamente più corretto, aveva detto Cassese a fine febbraio, sarebbe stato «varare decreti legge oppure ordinanze». Come lui, altri importanti costituzionalisti, tra i quali Giovanni Guzzetta, s'erano appellati a Draghi negli ultimi giorni perché chiudesse con i dpcm: «Non possono essere nemmeno sottoposti al vaglio della Corte costituzionale, né a un referendum», aveva ricordato Guzzetta. Ieri sera, invece, il nuovo presidente del Consiglio ha ignorato gli avvertimenti e deluso tutti. L'unica consolazione è che non ha voluto presentare il nuovo testo in diretta notturna, come faceva Conte sotto l'enfatica regia del fidato Rocco Casalino, così incline a vellicare il solipsismo mediatico del premier, ma ha lasciato l'incarico a Mariastella Gelmini e a Roberto Speranza, ministri per gli Affari regionali e della Salute. Che dire? Speriamo davvero sia l'ultima volta.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
In questo contesto, il cancelliere tedesco ha annunciato ieri la convocazione a breve del Consiglio nazionale di sicurezza. Un passaggio, questo, tutt’altro che formale: il governo federale si prepara a discutere la tenuta delle forniture di carburanti essenziali (diesel, benzina e cherosene) in un contesto internazionale sempre più instabile. «Dobbiamo garantire in ogni momento la disponibilità dei prodotti essenziali», ha aggiunto Merz, sottolineando che «economia e cittadini devono poter contare su forniture stabili».
Il Consiglio, istituito lo scorso anno, riunisce esecutivo e autorità di sicurezza, e può essere esteso anche ai Länder. In questa occasione, secondo quanto indicato dallo stesso Merz, sarà convocato pure il presidente della Bassa Sassonia, Stephan Weil, a conferma della volontà di coordinare la risposta alla crisi su più livelli. «Agiremo in stretto raccordo con i Länder e con tutti gli attori coinvolti», ha spiegato il cancelliere, ribadendo che «la sicurezza energetica è parte integrante della sicurezza del Paese». Il messaggio è chiaro: l’energia non è più soltanto una questione prettamente economica, ma un nodo strategico che incide direttamente sulla stabilità nazionale.
Dietro l’annuncio, d’altronde, c’è una preoccupazione concreta. La Germania, cuore industriale d’Europa, deve garantire continuità produttiva e sicurezza logistica, evitando interruzioni che potrebbero avere effetti a catena sull’intero sistema economico. «Non possiamo permetterci interruzioni nelle catene di approvvigionamento», ha avvertito il cancelliere, ricordando che «le tensioni internazionali rendono il quadro più incerto e richiedono un’attenta preparazione». Il riferimento, ovviamente, è alla crisi in Medio Oriente e alle sue ricadute sui mercati energetici globali.
A rendere ancora più evidente la portata del problema sono le indiscrezioni rilanciate da Die Welt, secondo cui ci sarebbe anche il rischio di carenze di cherosene per il settore dell’aviazione. La discussione, insomma, non verte più soltanto sui prezzi elevati, ma anche e soprattutto su eventuali difficoltà operative che possono investire infrastrutture cruciali. Sempre secondo il quotidiano tedesco, in effetti, il governo starebbe valutando un confronto diretto con tutti gli operatori del settore, dalle compagnie aeree ai gestori degli approvvigionamenti. L’idea, in pratica, è che occorre essere pronti a ogni scenario.
Il quadro, del resto, è reso più incerto dalla situazione geopolitica, con lo stallo delle trattative tra Washington e Teheran che ovviamente non aiuta. Le tensioni legate al dossier iraniano e alla sicurezza delle rotte energetiche internazionali - a partire dallo Stretto di Hormuz - continuano a pesare sulle aspettative dei mercati, alimentando volatilità e timori di possibili scossoni. In questo contesto, la scelta di Merz di convocare il Consiglio di sicurezza assume un significato preciso: anticipare gli scenari e preparare strumenti di intervento adeguati. «Non aspetteremo che la crisi si manifesti», è il senso politico dell’iniziativa, che punta a rafforzare la capacità di reazione del sistema tedesco.
Un approccio, quello di Merz, che contrasta ccon quello italiano. Mentre Berlino porta l’energia dentro il perimetro della sicurezza nazionale, Roma mantiene una linea più prudente, legata all’evoluzione dei prezzi. «Settanta euro al megawattora è la soglia per valutare un eventuale ritorno al carbone», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, chiarendo che «al di sotto di quel livello non c’è alcuna necessità di intervento». Allo stato attuale, ha aggiunto, «non c’è alcuna difficoltà negli approvvigionamenti», con il gas che viaggia intorno ai 40 euro.
Il carbone, sostiene Pichetto Fratin, resta una soluzione di emergenza: «È una misura residuale, che terremo pronta nel caso in cui i prezzi dovessero salire». Una linea accompagnata da altre due precisazioni: «Non torneremo al gas russo» e, inoltre, «eventuali decisioni saranno prese in un quadro europeo condiviso». Si tratta di un’impostazione che, nei fatti, rinvia ogni scelta a un eventuale peggioramento del quadro energetico.
Il confronto tra le due impostazioni è evidente. Da un lato la Germania, che si prepara a gestire la crisi prima che si manifesti in tutta la sua portata, trattando l’energia come un tema di sicurezza strategica non solo industriale. Dall’altro l’Italia, che lega le proprie mosse a una soglia di prezzo e a un’eventuale emergenza futura, mantenendo un approccio attendista.
La domanda, a questo punto, si pone da sola: bisogna davvero aspettare che il gas tocchi quota 70 euro per intervenire? Come recita un noto adagio popolare, del resto, prevenire è meglio che curare.
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Il premier dal Salone del Mobile di Milano: «Sul decreto Sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc, perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma. Ma la norma rimane, perché è una norma di assoluto buon senso e francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni».
«Non mi è esattamente chiara la ragione per la quale noi che riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato che assiste il migrante, che fa ricorso contro un decreto di espulsione — ha aggiunto — non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato. A me non è chiaro».
Vannacci e Renzi con Fedez durante la puntata di Pulp Podcast
Venerdì aveva già punzecchiato l’ex generale sulla sua eNews: «Se Vannacci crede in quello che dice, deve rompere con Meloni». È l’asso nella manica che serve alla sinistra per tornare in partita.
Sulla sicurezza, Renzi apre il discorso dicendo: «Io gioco all’attacco, non sono in difesa». Vannacci replica che le problematiche che ci sono oggi sono «figlie dei governi precedenti» e di «quella mentalità di sinistra del giustificazionismo in nome della giustizia sociale, del “facciamoli entrare tutti perché poverini”».
Renzi risponde che negli ultimi 25 anni al governo «c’è stata molto più la destra che la sinistra e Meloni è stata al governo sette anni, quattro anni da premier e tre da ministra».
Vannacci manda un alert al governo Meloni: «Ho tracciato delle linee rosse belle chiare, da destra pura… Una volta che si è stabilito che quelle non sono valicabili o sono d’accordo con me o me ne vado da solo. Se non seguiranno la linea di Futuro nazionale su sicurezza e immigrazione, correremo da soli». E chiede «più poteri alle forze dell’ordine, revisione della legittima difesa, uso meno vincolato della forza e rimpatri più rapidi. Gli esponenti di questo governo hanno agito con timidezza».
Renzi è in un brodo di giuggiole e si comporta come un comico sul palco di Zelig: «Generale, sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo, la destra perde». Vannacci lo sa e ribatte: «Vedi? Hai capito». E l’ex premier replica: «Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti tu. O molli la destra e la destra perde le elezioni. O stai con la destra e perdi la faccia».
Il generale (in pensione) ribadisce: «Io voglio far vincere la destra, c’è una destra forte che però si è slavata, è sbiadita, allora bisogna riportare la barra dritta». Renzi pungola: «Prima tu sei l’invincibile Hulk, non ne sbagli mezza. Io ero così, ve lo ricordate, prima del referendum? Poi sbagli la prima e ti fanno un mazzo tanto, ti accoltellano alle spalle, soprattutto quelli che ti erano più vicini. Alla Meloni sta accadendo la stessa cosa. Meloni non è più invincibile. Vannacci fa un’operazione intelligente: li costringe o a spostarsi a destra o a perdere quel pezzo di destra incazzato nero con Meloni su sicurezza e immigrazione. Vuole essere quello che sposta a destra l’alleanza, così come io voglio spostare al centro la mia. Io faccio la scommessa che alla fine al generale converrà andare da solo».
Il punto è se il centrodestra sceglierà di allearsi con Vannacci, e viceversa. La strana coppia fa ridere, ma non troppo. Renzi rivendica il ruolo del centro per la vittoria alle prossime elezioni, «con opposizioni unite alle prossime elezioni, Meloni va a casa», mentre Vannacci, tronfio di ego, dice di «sognare la doppia cifra, intercettando un elettorato critico nei confronti di questo governo», con la possibilità di «correre anche fuori dalle logiche di coalizione. Sono stupefatto perché il nostro è un partito che è nato 45 giorni fa e siamo oggi a 26.000 iscritti, con sondaggi che ci danno al 4%».
Su Donald Trump sono tutti e due d’accordo. Viene indicato da Renzi come «una variabile negativa capace di ribaltare gli equilibri politici globali. Ne combina una più di Bertoldo. Trump ha fatto vincere la sinistra anche in Canada, Australia e Groenlandia. Se riesce a fare anche il miracolo di far vincere la sinistra in Italia, Donald santo subito». Anche Vannacci critica il presidente americano, affermando che: «Non mi innamoro delle persone ma dei principi, dei valori. A me andava bene il Trump sovranista del “Make America great again”, non mi piace il Trump che fa il gendarme del mondo».
Talmente diversi che sembrano uguali.
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Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.