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2021-03-03
Scuole chiuse non solo in zona rossa. Visite vietate anche per la Pasqua
Patrizio Bianchi (Ansa)
Arriva il primo dpcm dell'era Draghi, all'insegna della discontinuità nella coerenza. Rispetto ai provvedimenti varati dall'esecutivo giallorosso, la discontinuità è nel metodo: le misure contenute nel dpcm, che andrà in vigore il prossimo 6 marzo e resterà valido fino al 6 aprile, sono state comunicate con ben quattro giorni di anticipo rispetto a quanto accadeva nell'era Conte. Niente più spasmodiche attese notturne per capire cosa sarebbe accaduto la mattina dopo: gli italiani hanno il tempo di adeguarsi alle regole, e in particolare alcune categorie produttive, ad esempio i ristoratori, hanno la possibilità di «mirare» gli approvvigionamenti di merce per non restare all'ultimo momento con i frigoriferi pieni e i locali vuoti. La coerenza, invece, sta nella priorità assoluta alla lotta alle pandemia, e nel conseguente giro di vite sulle scuole, che resteranno chiuse e operative con la didattica a distanza per ogni ordine e grado in tutte le zone rosse, che siano Regioni, aree metropolitane, Comuni. Studenti a casa anche nelle Regioni gialle o arancioni che per almeno una settimana consecutiva facciano registrare più di 250 contagiati ogni 100.000 abitanti, o nelle aree in cui le giunte regionali abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti. In questo caso, saranno i presidenti di Regione a ordinare le chiusure. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per gli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.
Cambia anche la scenografia e la strategia della comunicazione delle misure anticovid ai cittadini: basta comizi a reti unificate del premier. Mario Draghi a differenza del suo predecessore lascia che siamo i ministri della salute, Roberto Speranza, e degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, a illustrare con sobrietà e sintesi i contenuti del provvedimento, insieme al presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e al presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. I quattro sono stati protagonisti in mattinata dell'incontro tra governo ed Enti locali, insieme ad altri componenti dell'esecutivo: i ministri dell'Istruzione, Patrizio Bianchi; dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; della Cultura, Dario Franceschini; dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli; della Famiglia, Elena Bonetti. Al vertice hanno preso parte anche il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo; il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini; il presidente dell'Upi, Michele de Pascale, e il presidente dell'Anci, Antonio Decaro. Tenere aperte le scuole era una delle priorità che il premier Mario Draghi aveva indicato nelle prime ore da premier. Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il Covid, e anche il presidente del Consiglio alla fine, accogliendo le indicazioni del Cts, ha dovuto fare i conti con una realtà fatta di contagi che aumentano, varianti che spaventano, ricoveri che crescono, senza contare il tempo perso dal governo precedente, tra banchi a rotelle, annunci rimasti sulla carta, ritardi e continui cambi di rotta. Per venire incontro alle esigenze dei genitori che lavorano e devono al tempo stesso accudire i bambini rimasti a casa, il governo ha stanziato risorse superiori ai 200 milioni di euro per i congedi parentali.
Buone notizie per il mondo della cultura: dal 27 marzo nelle zone gialle riapriranno anche nei giorni festivi i musei; sempre dal 27 marzo, nelle zone gialle si prevede la possibilità di riaprire teatri e cinema, con posti a sedere preassegnati, nel rispetto delle norme di distanziamento. La capienza non potrà superare il 25% di quella massima, fino a 400 spettatori all'aperto e 200 al chiuso per ogni sala. Restano chiusi palestre, piscine e impianti sciistici. Nelle zone rosse, saranno chiusi i servizi alla persona come parrucchieri, barbieri e centri estetici; in tutte le zone è eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande da non consumarsi sul posto. Confermato, fino al 27 marzo, il divieto già in vigore di spostarsi tra Regioni o province autonome diverse, con l'eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità: il fatto che non si sia prolungato fino al 6 aprile è il segnale della volontà di Draghi di aspettare l'evoluzione della curva di contagio prima di «blindare» definitivamente gli spostamenti anche a Pasqua, che cade il 4 aprile. Restano tuttavia in vigore le limitazioni anche nei giorni di festa, con il divieto perciò di visitare i parenti. Nelle zone bianche, si prevede la cessazione delle misure restrittive previste per la zona gialla, pur continuando ad applicarsi le misure anti-contagio generali (come, per esempio, l'obbligo di indossare la mascherina e quello di mantenere le distanze interpersonali) e i protocolli di settore. Intanto, la provincia di Ancona va in zona rossa dalle 8 di oggi, 3 marzo, alle 24 del 5 marzo; Bologna e la sua provincia saranno zona rossa da domani, 4 marzo, fino al 21 marzo, così come Modena. I provvedimenti sono stati firmati dai presidenti delle Marche, Francesco Acquaroli, e dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.
Draghi metta fine al rito dei dpcm
Un passo avanti e uno indietro. Due giorni fa ha cacciato il commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, e per questo merita l'incondizionato plauso del Paese. Ieri, però, Mario Draghi ha varato il suo primo dpcm, un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che per contrastare l'emergenza dei contagi ha imposto una nuova, sconfortante stretta alla scuola. Draghi, insomma, ha deciso d'insistere nell'abitudine istituzionalmente scorretta che era stata inaugurata il 23 febbraio 2020 dal suo predecessore Giuseppe Conte, oggi neoleader grillino.
Eppure, da un anno a questa parte, molti costituzionalisti hanno criticato severamente l'abuso dei dpcm, soprattutto quelli che l'ex premier ha sparato a raffica nel primo lockdown per limitare alcune libertà fondamentali dei cittadini: gli spostamenti, l'istruzione, la partecipazione a riti religiosi... Il dpcm, infatti, non è soggetto ad alcun controllo democratico. Il suo testo viene scritto in totale autonomia dal presidente del Consiglio, senza approvazione da parte dei ministri, e con la sua firma diventa subito efficace. Non ha bisogno della ratifica del Parlamento, come invece accade ai decreti legge, che entro 60 giorni devono essere convertiti da Camera e Senato. Né occorre la firma del presidente della Repubblica, come avviene per ogni altro atto legislativo. Tanto che due presidenti emeriti della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick e Antonio Baldassarre, hanno censurato i dpcm per il loro «arbitrio autoritario».
Qualche tribunale l'ha anche scritto nero su bianco: in dicembre, a Roma, la sesta sezione civile ha stabilito che i dpcm di Conte sull'emergenza sanitaria siano «censurabili», «illegittimi» e addirittura «incostituzionali». Del resto, prima dell'emergenza Covid e dello snaturamento operato dall'avvocato di Volturara Appula, i dpcm venivano utilizzati al massimo per questioni tecniche e marginali, ad esempio per stabilire i criteri per le nomine dirigenziali di un ente pubblico. Ma nell'ultimo anno l'abuso che è stato fatto con i dpcm è stato così insistente che a un certo punto nelle critiche è stato coinvolto lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, che troppo a lungo ha silenziosamente tollerato i «decretini» di Conte.
Per tutto questo, è strano che Draghi ieri abbia voluto replicare lo sbaglio del suo predecessore. Eppure, pochi giorni dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, gli aveva pubblicamente suggerito «discontinuità» sui dpcm emergenziali, invitandolo a «mandarli in soffitta»: infinitamente più corretto, aveva detto Cassese a fine febbraio, sarebbe stato «varare decreti legge oppure ordinanze». Come lui, altri importanti costituzionalisti, tra i quali Giovanni Guzzetta, s'erano appellati a Draghi negli ultimi giorni perché chiudesse con i dpcm: «Non possono essere nemmeno sottoposti al vaglio della Corte costituzionale, né a un referendum», aveva ricordato Guzzetta.
Ieri sera, invece, il nuovo presidente del Consiglio ha ignorato gli avvertimenti e deluso tutti. L'unica consolazione è che non ha voluto presentare il nuovo testo in diretta notturna, come faceva Conte sotto l'enfatica regia del fidato Rocco Casalino, così incline a vellicare il solipsismo mediatico del premier, ma ha lasciato l'incarico a Mariastella Gelmini e a Roberto Speranza, ministri per gli Affari regionali e della Salute. Che dire? Speriamo davvero sia l'ultima volta.
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Il nuovo decreto sarà valido da sabato, per un mese: coinvolti asili ed elementari nelle aree a rischio alto e in quelle con più di 250 casi ogni 100.000 abitanti. Ancona in lockdown, da domani pure Bologna e Modena.Il premier si è affidato allo strumento abusato da Giuseppe Conte per limitare le libertà senza il vaglio del Parlamento. Un errore, anche se ci ha risparmiato la diretta alla Rocco Casalino.Lo speciale contiene due articoli.Arriva il primo dpcm dell'era Draghi, all'insegna della discontinuità nella coerenza. Rispetto ai provvedimenti varati dall'esecutivo giallorosso, la discontinuità è nel metodo: le misure contenute nel dpcm, che andrà in vigore il prossimo 6 marzo e resterà valido fino al 6 aprile, sono state comunicate con ben quattro giorni di anticipo rispetto a quanto accadeva nell'era Conte. Niente più spasmodiche attese notturne per capire cosa sarebbe accaduto la mattina dopo: gli italiani hanno il tempo di adeguarsi alle regole, e in particolare alcune categorie produttive, ad esempio i ristoratori, hanno la possibilità di «mirare» gli approvvigionamenti di merce per non restare all'ultimo momento con i frigoriferi pieni e i locali vuoti. La coerenza, invece, sta nella priorità assoluta alla lotta alle pandemia, e nel conseguente giro di vite sulle scuole, che resteranno chiuse e operative con la didattica a distanza per ogni ordine e grado in tutte le zone rosse, che siano Regioni, aree metropolitane, Comuni. Studenti a casa anche nelle Regioni gialle o arancioni che per almeno una settimana consecutiva facciano registrare più di 250 contagiati ogni 100.000 abitanti, o nelle aree in cui le giunte regionali abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti. In questo caso, saranno i presidenti di Regione a ordinare le chiusure. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per gli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.Cambia anche la scenografia e la strategia della comunicazione delle misure anticovid ai cittadini: basta comizi a reti unificate del premier. Mario Draghi a differenza del suo predecessore lascia che siamo i ministri della salute, Roberto Speranza, e degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, a illustrare con sobrietà e sintesi i contenuti del provvedimento, insieme al presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e al presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. I quattro sono stati protagonisti in mattinata dell'incontro tra governo ed Enti locali, insieme ad altri componenti dell'esecutivo: i ministri dell'Istruzione, Patrizio Bianchi; dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; della Cultura, Dario Franceschini; dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli; della Famiglia, Elena Bonetti. Al vertice hanno preso parte anche il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo; il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini; il presidente dell'Upi, Michele de Pascale, e il presidente dell'Anci, Antonio Decaro. Tenere aperte le scuole era una delle priorità che il premier Mario Draghi aveva indicato nelle prime ore da premier. Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il Covid, e anche il presidente del Consiglio alla fine, accogliendo le indicazioni del Cts, ha dovuto fare i conti con una realtà fatta di contagi che aumentano, varianti che spaventano, ricoveri che crescono, senza contare il tempo perso dal governo precedente, tra banchi a rotelle, annunci rimasti sulla carta, ritardi e continui cambi di rotta. Per venire incontro alle esigenze dei genitori che lavorano e devono al tempo stesso accudire i bambini rimasti a casa, il governo ha stanziato risorse superiori ai 200 milioni di euro per i congedi parentali.Buone notizie per il mondo della cultura: dal 27 marzo nelle zone gialle riapriranno anche nei giorni festivi i musei; sempre dal 27 marzo, nelle zone gialle si prevede la possibilità di riaprire teatri e cinema, con posti a sedere preassegnati, nel rispetto delle norme di distanziamento. La capienza non potrà superare il 25% di quella massima, fino a 400 spettatori all'aperto e 200 al chiuso per ogni sala. Restano chiusi palestre, piscine e impianti sciistici. Nelle zone rosse, saranno chiusi i servizi alla persona come parrucchieri, barbieri e centri estetici; in tutte le zone è eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande da non consumarsi sul posto. Confermato, fino al 27 marzo, il divieto già in vigore di spostarsi tra Regioni o province autonome diverse, con l'eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità: il fatto che non si sia prolungato fino al 6 aprile è il segnale della volontà di Draghi di aspettare l'evoluzione della curva di contagio prima di «blindare» definitivamente gli spostamenti anche a Pasqua, che cade il 4 aprile. Restano tuttavia in vigore le limitazioni anche nei giorni di festa, con il divieto perciò di visitare i parenti. Nelle zone bianche, si prevede la cessazione delle misure restrittive previste per la zona gialla, pur continuando ad applicarsi le misure anti-contagio generali (come, per esempio, l'obbligo di indossare la mascherina e quello di mantenere le distanze interpersonali) e i protocolli di settore. Intanto, la provincia di Ancona va in zona rossa dalle 8 di oggi, 3 marzo, alle 24 del 5 marzo; Bologna e la sua provincia saranno zona rossa da domani, 4 marzo, fino al 21 marzo, così come Modena. I provvedimenti sono stati firmati dai presidenti delle Marche, Francesco Acquaroli, e dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuole-chiuse-non-solo-in-zona-rossa-visite-vietate-anche-per-la-pasqua-2650863113.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-metta-fine-al-rito-dei-dpcm" data-post-id="2650863113" data-published-at="1614716143" data-use-pagination="False"> Draghi metta fine al rito dei dpcm Un passo avanti e uno indietro. Due giorni fa ha cacciato il commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, e per questo merita l'incondizionato plauso del Paese. Ieri, però, Mario Draghi ha varato il suo primo dpcm, un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che per contrastare l'emergenza dei contagi ha imposto una nuova, sconfortante stretta alla scuola. Draghi, insomma, ha deciso d'insistere nell'abitudine istituzionalmente scorretta che era stata inaugurata il 23 febbraio 2020 dal suo predecessore Giuseppe Conte, oggi neoleader grillino. Eppure, da un anno a questa parte, molti costituzionalisti hanno criticato severamente l'abuso dei dpcm, soprattutto quelli che l'ex premier ha sparato a raffica nel primo lockdown per limitare alcune libertà fondamentali dei cittadini: gli spostamenti, l'istruzione, la partecipazione a riti religiosi... Il dpcm, infatti, non è soggetto ad alcun controllo democratico. Il suo testo viene scritto in totale autonomia dal presidente del Consiglio, senza approvazione da parte dei ministri, e con la sua firma diventa subito efficace. Non ha bisogno della ratifica del Parlamento, come invece accade ai decreti legge, che entro 60 giorni devono essere convertiti da Camera e Senato. Né occorre la firma del presidente della Repubblica, come avviene per ogni altro atto legislativo. Tanto che due presidenti emeriti della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick e Antonio Baldassarre, hanno censurato i dpcm per il loro «arbitrio autoritario». Qualche tribunale l'ha anche scritto nero su bianco: in dicembre, a Roma, la sesta sezione civile ha stabilito che i dpcm di Conte sull'emergenza sanitaria siano «censurabili», «illegittimi» e addirittura «incostituzionali». Del resto, prima dell'emergenza Covid e dello snaturamento operato dall'avvocato di Volturara Appula, i dpcm venivano utilizzati al massimo per questioni tecniche e marginali, ad esempio per stabilire i criteri per le nomine dirigenziali di un ente pubblico. Ma nell'ultimo anno l'abuso che è stato fatto con i dpcm è stato così insistente che a un certo punto nelle critiche è stato coinvolto lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, che troppo a lungo ha silenziosamente tollerato i «decretini» di Conte. Per tutto questo, è strano che Draghi ieri abbia voluto replicare lo sbaglio del suo predecessore. Eppure, pochi giorni dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, gli aveva pubblicamente suggerito «discontinuità» sui dpcm emergenziali, invitandolo a «mandarli in soffitta»: infinitamente più corretto, aveva detto Cassese a fine febbraio, sarebbe stato «varare decreti legge oppure ordinanze». Come lui, altri importanti costituzionalisti, tra i quali Giovanni Guzzetta, s'erano appellati a Draghi negli ultimi giorni perché chiudesse con i dpcm: «Non possono essere nemmeno sottoposti al vaglio della Corte costituzionale, né a un referendum», aveva ricordato Guzzetta. Ieri sera, invece, il nuovo presidente del Consiglio ha ignorato gli avvertimenti e deluso tutti. L'unica consolazione è che non ha voluto presentare il nuovo testo in diretta notturna, come faceva Conte sotto l'enfatica regia del fidato Rocco Casalino, così incline a vellicare il solipsismo mediatico del premier, ma ha lasciato l'incarico a Mariastella Gelmini e a Roberto Speranza, ministri per gli Affari regionali e della Salute. Che dire? Speriamo davvero sia l'ultima volta.
La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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