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2021-03-03
Scuole chiuse non solo in zona rossa. Visite vietate anche per la Pasqua
Patrizio Bianchi (Ansa)
Arriva il primo dpcm dell'era Draghi, all'insegna della discontinuità nella coerenza. Rispetto ai provvedimenti varati dall'esecutivo giallorosso, la discontinuità è nel metodo: le misure contenute nel dpcm, che andrà in vigore il prossimo 6 marzo e resterà valido fino al 6 aprile, sono state comunicate con ben quattro giorni di anticipo rispetto a quanto accadeva nell'era Conte. Niente più spasmodiche attese notturne per capire cosa sarebbe accaduto la mattina dopo: gli italiani hanno il tempo di adeguarsi alle regole, e in particolare alcune categorie produttive, ad esempio i ristoratori, hanno la possibilità di «mirare» gli approvvigionamenti di merce per non restare all'ultimo momento con i frigoriferi pieni e i locali vuoti. La coerenza, invece, sta nella priorità assoluta alla lotta alle pandemia, e nel conseguente giro di vite sulle scuole, che resteranno chiuse e operative con la didattica a distanza per ogni ordine e grado in tutte le zone rosse, che siano Regioni, aree metropolitane, Comuni. Studenti a casa anche nelle Regioni gialle o arancioni che per almeno una settimana consecutiva facciano registrare più di 250 contagiati ogni 100.000 abitanti, o nelle aree in cui le giunte regionali abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti. In questo caso, saranno i presidenti di Regione a ordinare le chiusure. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per gli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.
Cambia anche la scenografia e la strategia della comunicazione delle misure anticovid ai cittadini: basta comizi a reti unificate del premier. Mario Draghi a differenza del suo predecessore lascia che siamo i ministri della salute, Roberto Speranza, e degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, a illustrare con sobrietà e sintesi i contenuti del provvedimento, insieme al presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e al presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. I quattro sono stati protagonisti in mattinata dell'incontro tra governo ed Enti locali, insieme ad altri componenti dell'esecutivo: i ministri dell'Istruzione, Patrizio Bianchi; dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; della Cultura, Dario Franceschini; dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli; della Famiglia, Elena Bonetti. Al vertice hanno preso parte anche il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo; il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini; il presidente dell'Upi, Michele de Pascale, e il presidente dell'Anci, Antonio Decaro. Tenere aperte le scuole era una delle priorità che il premier Mario Draghi aveva indicato nelle prime ore da premier. Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il Covid, e anche il presidente del Consiglio alla fine, accogliendo le indicazioni del Cts, ha dovuto fare i conti con una realtà fatta di contagi che aumentano, varianti che spaventano, ricoveri che crescono, senza contare il tempo perso dal governo precedente, tra banchi a rotelle, annunci rimasti sulla carta, ritardi e continui cambi di rotta. Per venire incontro alle esigenze dei genitori che lavorano e devono al tempo stesso accudire i bambini rimasti a casa, il governo ha stanziato risorse superiori ai 200 milioni di euro per i congedi parentali.
Buone notizie per il mondo della cultura: dal 27 marzo nelle zone gialle riapriranno anche nei giorni festivi i musei; sempre dal 27 marzo, nelle zone gialle si prevede la possibilità di riaprire teatri e cinema, con posti a sedere preassegnati, nel rispetto delle norme di distanziamento. La capienza non potrà superare il 25% di quella massima, fino a 400 spettatori all'aperto e 200 al chiuso per ogni sala. Restano chiusi palestre, piscine e impianti sciistici. Nelle zone rosse, saranno chiusi i servizi alla persona come parrucchieri, barbieri e centri estetici; in tutte le zone è eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande da non consumarsi sul posto. Confermato, fino al 27 marzo, il divieto già in vigore di spostarsi tra Regioni o province autonome diverse, con l'eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità: il fatto che non si sia prolungato fino al 6 aprile è il segnale della volontà di Draghi di aspettare l'evoluzione della curva di contagio prima di «blindare» definitivamente gli spostamenti anche a Pasqua, che cade il 4 aprile. Restano tuttavia in vigore le limitazioni anche nei giorni di festa, con il divieto perciò di visitare i parenti. Nelle zone bianche, si prevede la cessazione delle misure restrittive previste per la zona gialla, pur continuando ad applicarsi le misure anti-contagio generali (come, per esempio, l'obbligo di indossare la mascherina e quello di mantenere le distanze interpersonali) e i protocolli di settore. Intanto, la provincia di Ancona va in zona rossa dalle 8 di oggi, 3 marzo, alle 24 del 5 marzo; Bologna e la sua provincia saranno zona rossa da domani, 4 marzo, fino al 21 marzo, così come Modena. I provvedimenti sono stati firmati dai presidenti delle Marche, Francesco Acquaroli, e dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.
Draghi metta fine al rito dei dpcm
Un passo avanti e uno indietro. Due giorni fa ha cacciato il commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, e per questo merita l'incondizionato plauso del Paese. Ieri, però, Mario Draghi ha varato il suo primo dpcm, un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che per contrastare l'emergenza dei contagi ha imposto una nuova, sconfortante stretta alla scuola. Draghi, insomma, ha deciso d'insistere nell'abitudine istituzionalmente scorretta che era stata inaugurata il 23 febbraio 2020 dal suo predecessore Giuseppe Conte, oggi neoleader grillino.
Eppure, da un anno a questa parte, molti costituzionalisti hanno criticato severamente l'abuso dei dpcm, soprattutto quelli che l'ex premier ha sparato a raffica nel primo lockdown per limitare alcune libertà fondamentali dei cittadini: gli spostamenti, l'istruzione, la partecipazione a riti religiosi... Il dpcm, infatti, non è soggetto ad alcun controllo democratico. Il suo testo viene scritto in totale autonomia dal presidente del Consiglio, senza approvazione da parte dei ministri, e con la sua firma diventa subito efficace. Non ha bisogno della ratifica del Parlamento, come invece accade ai decreti legge, che entro 60 giorni devono essere convertiti da Camera e Senato. Né occorre la firma del presidente della Repubblica, come avviene per ogni altro atto legislativo. Tanto che due presidenti emeriti della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick e Antonio Baldassarre, hanno censurato i dpcm per il loro «arbitrio autoritario».
Qualche tribunale l'ha anche scritto nero su bianco: in dicembre, a Roma, la sesta sezione civile ha stabilito che i dpcm di Conte sull'emergenza sanitaria siano «censurabili», «illegittimi» e addirittura «incostituzionali». Del resto, prima dell'emergenza Covid e dello snaturamento operato dall'avvocato di Volturara Appula, i dpcm venivano utilizzati al massimo per questioni tecniche e marginali, ad esempio per stabilire i criteri per le nomine dirigenziali di un ente pubblico. Ma nell'ultimo anno l'abuso che è stato fatto con i dpcm è stato così insistente che a un certo punto nelle critiche è stato coinvolto lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, che troppo a lungo ha silenziosamente tollerato i «decretini» di Conte.
Per tutto questo, è strano che Draghi ieri abbia voluto replicare lo sbaglio del suo predecessore. Eppure, pochi giorni dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, gli aveva pubblicamente suggerito «discontinuità» sui dpcm emergenziali, invitandolo a «mandarli in soffitta»: infinitamente più corretto, aveva detto Cassese a fine febbraio, sarebbe stato «varare decreti legge oppure ordinanze». Come lui, altri importanti costituzionalisti, tra i quali Giovanni Guzzetta, s'erano appellati a Draghi negli ultimi giorni perché chiudesse con i dpcm: «Non possono essere nemmeno sottoposti al vaglio della Corte costituzionale, né a un referendum», aveva ricordato Guzzetta.
Ieri sera, invece, il nuovo presidente del Consiglio ha ignorato gli avvertimenti e deluso tutti. L'unica consolazione è che non ha voluto presentare il nuovo testo in diretta notturna, come faceva Conte sotto l'enfatica regia del fidato Rocco Casalino, così incline a vellicare il solipsismo mediatico del premier, ma ha lasciato l'incarico a Mariastella Gelmini e a Roberto Speranza, ministri per gli Affari regionali e della Salute. Che dire? Speriamo davvero sia l'ultima volta.
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Il nuovo decreto sarà valido da sabato, per un mese: coinvolti asili ed elementari nelle aree a rischio alto e in quelle con più di 250 casi ogni 100.000 abitanti. Ancona in lockdown, da domani pure Bologna e Modena.Il premier si è affidato allo strumento abusato da Giuseppe Conte per limitare le libertà senza il vaglio del Parlamento. Un errore, anche se ci ha risparmiato la diretta alla Rocco Casalino.Lo speciale contiene due articoli.Arriva il primo dpcm dell'era Draghi, all'insegna della discontinuità nella coerenza. Rispetto ai provvedimenti varati dall'esecutivo giallorosso, la discontinuità è nel metodo: le misure contenute nel dpcm, che andrà in vigore il prossimo 6 marzo e resterà valido fino al 6 aprile, sono state comunicate con ben quattro giorni di anticipo rispetto a quanto accadeva nell'era Conte. Niente più spasmodiche attese notturne per capire cosa sarebbe accaduto la mattina dopo: gli italiani hanno il tempo di adeguarsi alle regole, e in particolare alcune categorie produttive, ad esempio i ristoratori, hanno la possibilità di «mirare» gli approvvigionamenti di merce per non restare all'ultimo momento con i frigoriferi pieni e i locali vuoti. La coerenza, invece, sta nella priorità assoluta alla lotta alle pandemia, e nel conseguente giro di vite sulle scuole, che resteranno chiuse e operative con la didattica a distanza per ogni ordine e grado in tutte le zone rosse, che siano Regioni, aree metropolitane, Comuni. Studenti a casa anche nelle Regioni gialle o arancioni che per almeno una settimana consecutiva facciano registrare più di 250 contagiati ogni 100.000 abitanti, o nelle aree in cui le giunte regionali abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti. In questo caso, saranno i presidenti di Regione a ordinare le chiusure. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per gli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.Cambia anche la scenografia e la strategia della comunicazione delle misure anticovid ai cittadini: basta comizi a reti unificate del premier. Mario Draghi a differenza del suo predecessore lascia che siamo i ministri della salute, Roberto Speranza, e degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, a illustrare con sobrietà e sintesi i contenuti del provvedimento, insieme al presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e al presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. I quattro sono stati protagonisti in mattinata dell'incontro tra governo ed Enti locali, insieme ad altri componenti dell'esecutivo: i ministri dell'Istruzione, Patrizio Bianchi; dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; della Cultura, Dario Franceschini; dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli; della Famiglia, Elena Bonetti. Al vertice hanno preso parte anche il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo; il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini; il presidente dell'Upi, Michele de Pascale, e il presidente dell'Anci, Antonio Decaro. Tenere aperte le scuole era una delle priorità che il premier Mario Draghi aveva indicato nelle prime ore da premier. Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il Covid, e anche il presidente del Consiglio alla fine, accogliendo le indicazioni del Cts, ha dovuto fare i conti con una realtà fatta di contagi che aumentano, varianti che spaventano, ricoveri che crescono, senza contare il tempo perso dal governo precedente, tra banchi a rotelle, annunci rimasti sulla carta, ritardi e continui cambi di rotta. Per venire incontro alle esigenze dei genitori che lavorano e devono al tempo stesso accudire i bambini rimasti a casa, il governo ha stanziato risorse superiori ai 200 milioni di euro per i congedi parentali.Buone notizie per il mondo della cultura: dal 27 marzo nelle zone gialle riapriranno anche nei giorni festivi i musei; sempre dal 27 marzo, nelle zone gialle si prevede la possibilità di riaprire teatri e cinema, con posti a sedere preassegnati, nel rispetto delle norme di distanziamento. La capienza non potrà superare il 25% di quella massima, fino a 400 spettatori all'aperto e 200 al chiuso per ogni sala. Restano chiusi palestre, piscine e impianti sciistici. Nelle zone rosse, saranno chiusi i servizi alla persona come parrucchieri, barbieri e centri estetici; in tutte le zone è eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande da non consumarsi sul posto. Confermato, fino al 27 marzo, il divieto già in vigore di spostarsi tra Regioni o province autonome diverse, con l'eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità: il fatto che non si sia prolungato fino al 6 aprile è il segnale della volontà di Draghi di aspettare l'evoluzione della curva di contagio prima di «blindare» definitivamente gli spostamenti anche a Pasqua, che cade il 4 aprile. Restano tuttavia in vigore le limitazioni anche nei giorni di festa, con il divieto perciò di visitare i parenti. Nelle zone bianche, si prevede la cessazione delle misure restrittive previste per la zona gialla, pur continuando ad applicarsi le misure anti-contagio generali (come, per esempio, l'obbligo di indossare la mascherina e quello di mantenere le distanze interpersonali) e i protocolli di settore. Intanto, la provincia di Ancona va in zona rossa dalle 8 di oggi, 3 marzo, alle 24 del 5 marzo; Bologna e la sua provincia saranno zona rossa da domani, 4 marzo, fino al 21 marzo, così come Modena. I provvedimenti sono stati firmati dai presidenti delle Marche, Francesco Acquaroli, e dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuole-chiuse-non-solo-in-zona-rossa-visite-vietate-anche-per-la-pasqua-2650863113.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-metta-fine-al-rito-dei-dpcm" data-post-id="2650863113" data-published-at="1614716143" data-use-pagination="False"> Draghi metta fine al rito dei dpcm Un passo avanti e uno indietro. Due giorni fa ha cacciato il commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, e per questo merita l'incondizionato plauso del Paese. Ieri, però, Mario Draghi ha varato il suo primo dpcm, un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che per contrastare l'emergenza dei contagi ha imposto una nuova, sconfortante stretta alla scuola. Draghi, insomma, ha deciso d'insistere nell'abitudine istituzionalmente scorretta che era stata inaugurata il 23 febbraio 2020 dal suo predecessore Giuseppe Conte, oggi neoleader grillino. Eppure, da un anno a questa parte, molti costituzionalisti hanno criticato severamente l'abuso dei dpcm, soprattutto quelli che l'ex premier ha sparato a raffica nel primo lockdown per limitare alcune libertà fondamentali dei cittadini: gli spostamenti, l'istruzione, la partecipazione a riti religiosi... Il dpcm, infatti, non è soggetto ad alcun controllo democratico. Il suo testo viene scritto in totale autonomia dal presidente del Consiglio, senza approvazione da parte dei ministri, e con la sua firma diventa subito efficace. Non ha bisogno della ratifica del Parlamento, come invece accade ai decreti legge, che entro 60 giorni devono essere convertiti da Camera e Senato. Né occorre la firma del presidente della Repubblica, come avviene per ogni altro atto legislativo. Tanto che due presidenti emeriti della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick e Antonio Baldassarre, hanno censurato i dpcm per il loro «arbitrio autoritario». Qualche tribunale l'ha anche scritto nero su bianco: in dicembre, a Roma, la sesta sezione civile ha stabilito che i dpcm di Conte sull'emergenza sanitaria siano «censurabili», «illegittimi» e addirittura «incostituzionali». Del resto, prima dell'emergenza Covid e dello snaturamento operato dall'avvocato di Volturara Appula, i dpcm venivano utilizzati al massimo per questioni tecniche e marginali, ad esempio per stabilire i criteri per le nomine dirigenziali di un ente pubblico. Ma nell'ultimo anno l'abuso che è stato fatto con i dpcm è stato così insistente che a un certo punto nelle critiche è stato coinvolto lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, che troppo a lungo ha silenziosamente tollerato i «decretini» di Conte. Per tutto questo, è strano che Draghi ieri abbia voluto replicare lo sbaglio del suo predecessore. Eppure, pochi giorni dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, gli aveva pubblicamente suggerito «discontinuità» sui dpcm emergenziali, invitandolo a «mandarli in soffitta»: infinitamente più corretto, aveva detto Cassese a fine febbraio, sarebbe stato «varare decreti legge oppure ordinanze». Come lui, altri importanti costituzionalisti, tra i quali Giovanni Guzzetta, s'erano appellati a Draghi negli ultimi giorni perché chiudesse con i dpcm: «Non possono essere nemmeno sottoposti al vaglio della Corte costituzionale, né a un referendum», aveva ricordato Guzzetta. Ieri sera, invece, il nuovo presidente del Consiglio ha ignorato gli avvertimenti e deluso tutti. L'unica consolazione è che non ha voluto presentare il nuovo testo in diretta notturna, come faceva Conte sotto l'enfatica regia del fidato Rocco Casalino, così incline a vellicare il solipsismo mediatico del premier, ma ha lasciato l'incarico a Mariastella Gelmini e a Roberto Speranza, ministri per gli Affari regionali e della Salute. Che dire? Speriamo davvero sia l'ultima volta.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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