Le statistiche lo provano: dove le lezioni sull’affettività sono obbligatorie, si verificano più omicidi di donne. Semmai, bisogna adottare l’unica misura sensata: insegnare alle ragazze a troncare subito i rapporti malati.

Ma davvero c’è qualcuno che pensa che basti un’ora di educazione sentimentale a settimana per evitare che un ragazzo di 22 anni uccida a coltellate una coetanea perché lo ha lasciato? Se c’è chi lo pensa, è la prova che dalla banalità del male siamo passati alla banalità del bene o meglio alle banalità di chi crede che il bene si possa insegnare come la matematica o la fisica. Chiunque sia dotato di buon senso può leggere i dati degli omicidi che hanno a che fare con la sfera dell’affettività, e che hanno come vittima una donna, e confrontarli con quelli registrati in Paesi in cui a scuola si fa lezione sessuale e si educano gli alunni ai rapporti fra maschio e femmina. Il nostro Alessandro Rico, nell’edizione di ieri della Verità lo ha fatto, scoprendo che in Europa il maggior numero di femminicidi si concentra là dove la donna risulta più emancipata e i rapporti tra uomo e donna fanno parte del programma scolastico. Lo so che a sinistra sono cifre che si preferisce ignorare. Ma le statistiche fuori dall’Italia smontano la narrazione che vuole il nostro Paese intriso di cultura patriarcale e dunque colpevole di condannare le donne a una vita di soprusi e, talvolta, a una morte violenta. Il maggior numero di omicidi dovuti a relazioni sentimentali tossiche si registrano là dove le donne hanno conquistato ruoli importanti, dove non esistono differenze di genere, e se ci sono non hanno un peso così rilevante, le famiglie sono gay, queer e non so cos’altro. Sono i Paesi più progrediti – o per lo meno considerati tali – ad avere un numero doppio di femminicidi rispetto a quelli registrati in Italia. Lì le ore di educazione sentimentale e la distruzione della famiglia patriarcale non sono servite a nulla. Questo ci deve rallegrare? No, perché anche una sola donna assassinata da un uomo che diceva di amarla è una sconfitta. Però, guardare che cosa succede altrove ci aiuta a capire e soprattutto a non farci influenzare da chi non ha come obiettivo di difendere Giulia Cecchettin e le altre vittime, ma usarle a fini politici. La campagna contro lo Stato patriarcale e le parte politica che si ritiene derivi dalla famiglia tradizionale e borghese ha due obiettivi. Il primo è ovvio è piuttosto scoperto: colpire Giorgia Meloni e l’attuale governo accusandolo anche dell’omicidio di una ragazza di 22 anni. Il secondo è trasformare la giovane in un grimaldello per introdurre non l’educazione affettiva, ma un’educazione sessuale che apra le porte alle teorie Lgbt+, da tempo vero scopo di una sinistra in mano alle Elly Schlein e agli Alessandro Zan.

Che l’insegnamento a scuola, già dalle elementari, non serva a salvare la vita delle tante, troppe, Giulia Cecchettin che ogni anno vengono assassinate da fidanzati o mariti, lo dimostrano due semplici considerazioni. La prima è che non serve spiegare ai bambini di sei anni l’affettività, dato che le pulsioni e i conflitti che possono generarsi in una coppia si registrano molto più in là negli anni, con lo sviluppo di una vita sessuale piena. O, si dirà: ma se cominci presto a dire ai bambini che non devono pensare di dominare una bambina e neppure di possederla, da adulti metteranno in pratica l’insegnamento. Un’idea semplicemente stupida, perché sarebbe come sostenere che educando i bambini a non uccidere il prossimo si aboliscono gli omicidi, e spiegando sin dalla più tenera età che rubare è un reato cresceremo una società perfetta, senza furti. La società, patriarcale o matriarcale, chiamatela come volete, non è perfetta. Non esiste e non è mai esistita, nemmeno nei regimi comunisti che promettevano di perseguirla, la società perfetta. L’aggressività è connaturata alla natura umana e spesso si scatena in modo devastante. Dunque, c’è un solo insegnamento da trarre ed è che le donne, appena hanno sentore di rapporto malato, di un amore che rischia di trasformarsi in odio, devono darsela a gambe e farsi aiutare. Non vuol dire, come sostiene qualche sciocco, colpevolizzare le vittime. Significa evitare che finiscano ammazzate ed è più utile di tante lezioni di maestrine che si impancano in tv a spiegare ciò che non sanno.

Ps. L’ultima che ho sentito, riguardo alle morti nei Paesi in cui le donne sono più emancipate, è che l’Italia è arretrata anche in questo. Siccome sono meno libere, si sostiene che da noi ci sono meno assassini. L’unica considerazione possibile di fronte a ciò è che siamo passati dalla società patriarcale a discutere di una società di cretini.

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