Pure Scholz ora ammette la realtà e chiede di mollare la svolta green

I numeri della crisi automobilistica e gli effetti della deindustrializzazione causata dalla transizione green non stanno nemmeno più sotto il tappeto. La politica di Bruxelles ormai non riesce a nascondere il problema e finalmente lo storytelling sta invertendo la marcia. Nelle trasmissioni tv è sempre più raro vedere i rappresentanti di Ultima generazione o le loro assurde video imprese in mezzo al traffico autostradale. Risultato, anche la politica europea sembra cambiare il passo. Dopo l’Italia, il Partito popolare europeo, la Francia e la Polonia anche Olaf Scholz apre gli occhi. «La Commissione dovrebbe trovare un modo per garantire che le multe non incidano sulla liquidità finanziaria delle aziende che ora devono investire in prodotti e veicoli moderni», ha detto il politico dell’Spd a margine di un vertice Ue a Bruxelles. «Il nostro partito», ha aggiunto il leader tedesco, «si esprime contro le multe anche nel suo programma elettorale». Il messaggio è duplice. Da un lato si rivolge all’interno temendo che la Cdu e i Verdi alle prossime elezioni possano allearsi. Dall’altro lato comincia la manovra di pressione tedesca su Ursula von der Leyen, immaginando che in caso di svolta rispetto agli estremismi alla Frans Timmermans anche le case tedesche possano riposizionarsi. Non a caso recentemente, i ministri presidenti di Baviera, Markus Soder, Bassa Sassonia, Stephan Weil , e Baden-Württemberg, Winfried Kretschmann, hanno chiesto alla Commissione di sospendere le multe minacciate a partire da gennaio. Segno che sul territorio anche i rappresentanti dei Verdi, come nel caso del Baden-Württemberg, sono costretti a fare i conti con la realtà dei licenziamenti. Che, inutile dire, con l’avvio della stretta sulle emissioni si impennerebbero. Trascinando al ribasso anche la produzione.
I dati Istat dello scorso mese davano già un quadro da obitorio. Dentro la voce «mezzi di trasporto», l’automotive da sola segna un crollo del 40%. Valore che dovrebbe lasciare a bocca spalancata tutti coloro che negli ultimi quattro anni hanno incensato le strategie di transizione green imposte dall’Unione europea. Il numero uno di Acea, l’associazione Ue dei produttori di auto, Luca de Meo, ha avvertito: «L’Europa è sul punto di spararsi sui piedi, con 16 miliardi di euro di multe che incombono su un’industria che sta investendo oltre 250 miliardi nella transizione energetica, 16 miliardi che saranno dirottati da ulteriori investimenti nell’innovazione e nella transizione energetica». Il riferimento è ancora una volta alla volontà di Teresa Ribera, commissario alla Transizione, di tirare dritto ed evitare persino di rivedere la stretta sulle emissioni di CO2. Adesso la voce del numero uno di Renault è un po’ più forte. Non solo perché l’Italia spinge. Oltre all’impegno di Adolfo Urso anche tramite il premier Giorgia Meloni, che ha ribadito in Aula la volontà di interrompere lo schema delle multe lanciando l’assist alla Von der Leyen che già nel corso della riunione del Consiglio odierno dovrebbe confermare l’impegno a intervenire contro le multe entro marzo del 2025.
Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Anche se va ricordato subito che l’inversione di marcia sulle multe non è sufficiente. Serve un intervento profondo rispetto alla decisione di dire addio al motore termico nel 2035. Lo scorso ottobre in Italia la vettura elettrica più venduta è stata la Volvo ex 30, a seguire la Porsche macan. Tanto per rendere l’idea che le auto a batteria funzionano soltanto nella fascia alta. Ma l’auto più venduta in assoluto in Italia è la Dacia sandero il cui prezzo si aggira intorno ai 16.000 euro. Ed è su questi dati che bisogna lavorare per ripartire. Da un lato, il Piano Italia presentato da Stellantis tre giorni fa, che sembra mirato a riportare nel Balpaese le piattaforme per produrre le utilitarie, è un primo passo. Dall’altro c’è una questione molto più ampia da affrontare. E va inevitabilmente presa dal versante europeo. Quale strada deve intraprendere l’industria dell’auto al di fuori del percorso elettrico? Ciò che sta succedendo in Giappone con le fusioni e il consolidamento tra grandi aziende è un segnale di allarme. Anche le società europee dovranno fondersi e offrire al mercato mondiale una tecnologia proprietaria che tenga conto dei margini di vendita e della possibilità di gestire in autonomia anche la filiera delle materie prime. Esattamente l’opposto dell’elettrico. A quel punto si potrà tornare a essere competitivi, produrre e assumere. L’alternativa è la cassa integrazione che però sarà sempre meno sostenibile da Paesi iper indebitati, con popolazione anziana e welfare elevato.
Purtroppo il circolo vizioso in cui ci siamo infilati non tocca solo le quattro ruote. Se torniamo ai freddi dati dell’Istat resi noti la scorsa settimana fa male vedere quanto sia calato il business della raffinazione sotto i colpi del green e delle sanzioni alla Russia. Fa ancor più male il dato del -7,6% accanto alla voce tessile. La moda è in crisi per via della deglobalizzazione e della forte concorrenza estera. Siamo a una svolta definitiva. Le decisioni devono essere prese sul lungo termine. Né in base all’utilità politica mirata alla campagna elettorale, né in base all’ideologia o alla propensione di favorire colossi extra Ue come la Cina.





















