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2019-01-23
Schiavi migranti per il business degli stracci
Ansa
C'era chi si occupava di coordinare l'attività di reperimento e raccolta di stracci e abiti vecchi sul territorio, chi aveva il compito di reclutare nei centri d'accoglienza la manodopera da sfruttare, chi si occupava degli aspetti logistici come il trasporto e l'affitto di capannoni per lo stoccaggio temporaneo e chi supervisionava le operazioni di carico del materiale su container diretti in Africa.
C'è una storiaccia di sfruttamento e caporalato dietro al business dei pannacciari, i grossisti di abiti usati che si sono arricchiti sulla pelle di richiedenti asilo. Erano riusciti a trasformare gli stracci vecchi recuperati dai cassonetti che venivano posizionati davanti alle abitazioni delle zone residenziali di Cremona e provincia in merce preziosa. L'affarone era questo: gli indumenti venivano acquistati per 0,30 centesimi al chilo e venivano rivenduti nei mercatini del Nord Africa a un prezzo superiore di 30 o 40 volte. E infatti l'operazione di polizia giudiziaria è stata ribattezzata «Stracci d'oro».
Il puzzo, fetido, del caporalato aleggiava già dal 16 aprile dello scorso anno, quando un furgone Ducato, con a bordo otto richiedenti asilo, era finito fuori strada a causa di una distrazione del conducente o, forse, per lo scoppio di una gomma troppo usurata. In due, un senegalese di 23 anni e un egiziano di 32, persero la vita. Gli occupanti, ricostruirono gli investigatori, viaggiavano stipati in piedi, poiché il Ducato non aveva posti a sedere e neppure cinture di sicurezza. Da una prima ricostruzione emerse che i migranti stavano rientrando da Trigolo, a una decina di chilometri da Soresina, in provincia di Cremona, dove ha sede la comunità che li ospitava. Lì avevano passato la giornata a caricare in un container capi d'abbigliamento dismessi.
Un'attività risultata estranea a quella della comunità e finita subito nel mirino degli investigatori della squadra mobile. È bastato qualche interrogatorio per far emergere che il giro losco era gestito quasi esclusivamente da extracomunitari: un tunisino, cinque marocchini e un italiano (un napoletano di 62 anni residente nella provincia di Varese) che facevano lavorare richiedenti asilo per una giornata e poi li liquidavano con pochi spiccioli.
Dopo aver ascoltato alcuni dei lavoratori sfruttati, gli investigatori hanno individuato i caporali e li hanno intercettati, pedinati e videoregistrati. E così è stato scoperto che gli indumenti raccolti dalla manovalanza africana, con alcuni camion, venivano portati in depositi presi in affitto per l'occasione. I vestiti venivano quindi stoccati dai lavoratori irregolari, che operavano in condizioni pessime: 25 o 30 persone per carico, che cominciavano la propria giornata lavorativa all'alba e terminavano la sera tardi. Senza alcun rispetto delle norme igieniche e di sicurezza.
Il lavoro, ha accertato la Procura, che ieri mattina ha dato esecuzione a cinque misure cautelari tra ordinanze di custodia cautelare in carcere, ai domiciliari e obblighi di dimora (tre persone, poi, risultano indagate a piede libero), era durissimo. E diventava ancora più duro per colpa dei metodi usati dai negrieri. In una delle tante telefonate intercettate, gli investigatori hanno annotato le parole usate con uno dei lavoratori sfruttati proprio dall'italiano che faceva comunella con i suoi compari extracomunitari: «Col cavolo che domani mi chiedi i soldi, ti do due mazzate e vai a casa, pachistano di merda, che non sai lavorare». Il leader del gruppo raccontava a telefono di come, dopo il tragico incidente, aveva dovuto modificare la strategia lavorativa, arrivando a punire gli scansafatiche, ai quali, stando agli atti dell'inchiesta, «corrispondeva, nella migliore delle ipotesi, tre euro per ogni ora di lavoro, ma a volte anche solo cinque euro di compenso per una intera giornata», che i migranti (sono 16 quelli identificati, ma gli investigatori stimano che potrebbero essere una trentina) passavano caricando stracci sui container delle navi. La rotta era sempre la stessa: da Genova il carico veniva ritirato in Tunisia.
Lì un trader ritirava la merce e la piazzava nel suo giro di rivenditori da bancarella trattenendo per sé una royalty. Gli abiti vecchi che arrivavano dall'Italia, emerge dall'inchiesta, erano molto richiesti nei Paesi del Maghreb. E al dettaglio, se il commerciante era abile nella vendita, un capo poteva anche trasformarsi in un ottimo affare. L'organizzazione riusciva a recuperare la materia prima oltre che a Cremona, anche nelle province di Como, Bergamo e Reggio Emilia.
E così, in poco tempo, il giro d'affari era cresciuto in modo esponenziale e aveva raggiunto, stando alla ricostruzione fornita ieri dagli investigatori al termine dell'operazione, picchi di 300.000 euro a spedizione. In questura hanno calcolato che a pieno carico ogni container colmo di stracci vecchi fruttava circa 150.000 euro. La banda ne riusciva a mandare in Tunisia anche un paio a settimana. E si era arricchita. Sulla pelle dei migranti.
Blitz al Cara di Castelnuovo di Porto. Chiude la seconda struttura d’Italia
Il Cara di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d'Italia dopo quello di Mineo, il centro in cui papa Francesco nel 2016 lavò i piedi a una volontaria cattolica e a undici rifugiati, fra i quali tre di religione musulmana, nel giro di pochi giorni sarà smantellato. I migranti, oltre 500, fra i quali una dozzina di bambini, verranno trasferiti in altre regioni d'Italia.
Sono circa 150 i richiedenti asilo bocciati che, per effetto del decreto Salvini, non potendo più ambire a passare in uno Sprar, perdono anche il diritto alla prima accoglienza. I primi 30 sono stati già portati via in autobus ieri mattina, mentre un altro gruppo, di 75, verrà trasferito oggi. Tempi da record.
Che non piacciono, però, a gran parte della stampa. Ieri sul web in molti casi il racconto delle operazioni era accompagnato da descrizioni che sembravano tratte da storie da campo di concentramento, con i migranti divisi in gruppi di uomini, donne e bambini, pronti a essere trasferiti in posti ignoti. Il primo a protestare è stato il sindaco di Castelnuovo, Riccardo Travaglini, che ha descritto la struttura come una delle rare esperienze di positiva integrazione dei migranti sul territorio. In realtà si trattava di una specie di ghetto. Il Cara, infatti, si trova in viale della Protezione civile, a circa 40 chilometri da Roma, situato fra la Flaminia e la Tiberina. La struttura viene descritta come un gigantesco blocco di cemento da 11.000 metri quadrati, basso, largo, completamente recintato, e con 177 stanze. L'edificio, un tempo di proprietà dell'Inail, veniva utilizzato per ospitare personale della Protezione civile ed è stato trasformato in Cara nel 2008.
All'esterno non c'è nulla: niente servizi, niente bar e neanche abitazioni. Ma il sindaco appare preoccupato soprattutto per i posti di lavoro: 107 dipendenti tra operatori sociali, di cucina, inservienti ed educatori che, con molta probabilità, andranno a casa. È la fine di un business che vede in prima linea coop e onlus spesso legate alla Chiesa.
«Siamo dispiaciuti e preoccupati», ha commentato il parroco di Santa Lucia, padre José Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che si è anche premurato di ospitare l'inizio di una marcia silenziosa di cittadini per esprimere solidarietà agli ospiti del Cara, tra i quali ci sono due giovani migranti musulmani, Yallow Buba, 20 anni, gambiano, e Anszou Cissé, 19 anni, senegalese, che, scrive Famiglia cristiana, sono membri onorari della società sportiva Athletica Vaticana, la prima associazione sportiva con sede nella Città del Vaticano. Anche per loro ci sarà una nuova destinazione.
«Non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone», ha detto il parroco, spiegando che le operazioni si sono svolte velocemente e «in modo un po' misterioso, basti pensare che l'autista del pullman nemmeno sapeva dove doveva andare, forse in Basilicata». Nel regno della coop Auxilium, che gestisce il Cara da quando il Tar con una sentenza lo ha strappato ai boss di Mafia Capitale.
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Operazione anti caporalato a Cremona: una banda di extracomunitari e italiani sfruttava la manodopera dei richiedenti asilo per raccogliere abiti usati da rivendere a 30 volte tanto in Nord Africa. Intercettazioni choc: «Vuoi i soldi? Ti do due mazzate».Il gigantesco centro d'accoglienza verrà presto smantellato. E la sinistra sbrocca.Lo speciale contiene due articoliC'era chi si occupava di coordinare l'attività di reperimento e raccolta di stracci e abiti vecchi sul territorio, chi aveva il compito di reclutare nei centri d'accoglienza la manodopera da sfruttare, chi si occupava degli aspetti logistici come il trasporto e l'affitto di capannoni per lo stoccaggio temporaneo e chi supervisionava le operazioni di carico del materiale su container diretti in Africa. C'è una storiaccia di sfruttamento e caporalato dietro al business dei pannacciari, i grossisti di abiti usati che si sono arricchiti sulla pelle di richiedenti asilo. Erano riusciti a trasformare gli stracci vecchi recuperati dai cassonetti che venivano posizionati davanti alle abitazioni delle zone residenziali di Cremona e provincia in merce preziosa. L'affarone era questo: gli indumenti venivano acquistati per 0,30 centesimi al chilo e venivano rivenduti nei mercatini del Nord Africa a un prezzo superiore di 30 o 40 volte. E infatti l'operazione di polizia giudiziaria è stata ribattezzata «Stracci d'oro».Il puzzo, fetido, del caporalato aleggiava già dal 16 aprile dello scorso anno, quando un furgone Ducato, con a bordo otto richiedenti asilo, era finito fuori strada a causa di una distrazione del conducente o, forse, per lo scoppio di una gomma troppo usurata. In due, un senegalese di 23 anni e un egiziano di 32, persero la vita. Gli occupanti, ricostruirono gli investigatori, viaggiavano stipati in piedi, poiché il Ducato non aveva posti a sedere e neppure cinture di sicurezza. Da una prima ricostruzione emerse che i migranti stavano rientrando da Trigolo, a una decina di chilometri da Soresina, in provincia di Cremona, dove ha sede la comunità che li ospitava. Lì avevano passato la giornata a caricare in un container capi d'abbigliamento dismessi. Un'attività risultata estranea a quella della comunità e finita subito nel mirino degli investigatori della squadra mobile. È bastato qualche interrogatorio per far emergere che il giro losco era gestito quasi esclusivamente da extracomunitari: un tunisino, cinque marocchini e un italiano (un napoletano di 62 anni residente nella provincia di Varese) che facevano lavorare richiedenti asilo per una giornata e poi li liquidavano con pochi spiccioli. Dopo aver ascoltato alcuni dei lavoratori sfruttati, gli investigatori hanno individuato i caporali e li hanno intercettati, pedinati e videoregistrati. E così è stato scoperto che gli indumenti raccolti dalla manovalanza africana, con alcuni camion, venivano portati in depositi presi in affitto per l'occasione. I vestiti venivano quindi stoccati dai lavoratori irregolari, che operavano in condizioni pessime: 25 o 30 persone per carico, che cominciavano la propria giornata lavorativa all'alba e terminavano la sera tardi. Senza alcun rispetto delle norme igieniche e di sicurezza.Il lavoro, ha accertato la Procura, che ieri mattina ha dato esecuzione a cinque misure cautelari tra ordinanze di custodia cautelare in carcere, ai domiciliari e obblighi di dimora (tre persone, poi, risultano indagate a piede libero), era durissimo. E diventava ancora più duro per colpa dei metodi usati dai negrieri. In una delle tante telefonate intercettate, gli investigatori hanno annotato le parole usate con uno dei lavoratori sfruttati proprio dall'italiano che faceva comunella con i suoi compari extracomunitari: «Col cavolo che domani mi chiedi i soldi, ti do due mazzate e vai a casa, pachistano di merda, che non sai lavorare». Il leader del gruppo raccontava a telefono di come, dopo il tragico incidente, aveva dovuto modificare la strategia lavorativa, arrivando a punire gli scansafatiche, ai quali, stando agli atti dell'inchiesta, «corrispondeva, nella migliore delle ipotesi, tre euro per ogni ora di lavoro, ma a volte anche solo cinque euro di compenso per una intera giornata», che i migranti (sono 16 quelli identificati, ma gli investigatori stimano che potrebbero essere una trentina) passavano caricando stracci sui container delle navi. La rotta era sempre la stessa: da Genova il carico veniva ritirato in Tunisia. Lì un trader ritirava la merce e la piazzava nel suo giro di rivenditori da bancarella trattenendo per sé una royalty. Gli abiti vecchi che arrivavano dall'Italia, emerge dall'inchiesta, erano molto richiesti nei Paesi del Maghreb. E al dettaglio, se il commerciante era abile nella vendita, un capo poteva anche trasformarsi in un ottimo affare. L'organizzazione riusciva a recuperare la materia prima oltre che a Cremona, anche nelle province di Como, Bergamo e Reggio Emilia. E così, in poco tempo, il giro d'affari era cresciuto in modo esponenziale e aveva raggiunto, stando alla ricostruzione fornita ieri dagli investigatori al termine dell'operazione, picchi di 300.000 euro a spedizione. In questura hanno calcolato che a pieno carico ogni container colmo di stracci vecchi fruttava circa 150.000 euro. La banda ne riusciva a mandare in Tunisia anche un paio a settimana. E si era arricchita. Sulla pelle dei migranti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiavi-migranti-per-il-business-degli-stracci-2626746553.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="blitz-al-cara-di-castelnuovo-di-porto-chiude-la-seconda-struttura-ditalia" data-post-id="2626746553" data-published-at="1781748515" data-use-pagination="False"> Blitz al Cara di Castelnuovo di Porto. Chiude la seconda struttura d’Italia Il Cara di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d'Italia dopo quello di Mineo, il centro in cui papa Francesco nel 2016 lavò i piedi a una volontaria cattolica e a undici rifugiati, fra i quali tre di religione musulmana, nel giro di pochi giorni sarà smantellato. I migranti, oltre 500, fra i quali una dozzina di bambini, verranno trasferiti in altre regioni d'Italia. Sono circa 150 i richiedenti asilo bocciati che, per effetto del decreto Salvini, non potendo più ambire a passare in uno Sprar, perdono anche il diritto alla prima accoglienza. I primi 30 sono stati già portati via in autobus ieri mattina, mentre un altro gruppo, di 75, verrà trasferito oggi. Tempi da record. Che non piacciono, però, a gran parte della stampa. Ieri sul web in molti casi il racconto delle operazioni era accompagnato da descrizioni che sembravano tratte da storie da campo di concentramento, con i migranti divisi in gruppi di uomini, donne e bambini, pronti a essere trasferiti in posti ignoti. Il primo a protestare è stato il sindaco di Castelnuovo, Riccardo Travaglini, che ha descritto la struttura come una delle rare esperienze di positiva integrazione dei migranti sul territorio. In realtà si trattava di una specie di ghetto. Il Cara, infatti, si trova in viale della Protezione civile, a circa 40 chilometri da Roma, situato fra la Flaminia e la Tiberina. La struttura viene descritta come un gigantesco blocco di cemento da 11.000 metri quadrati, basso, largo, completamente recintato, e con 177 stanze. L'edificio, un tempo di proprietà dell'Inail, veniva utilizzato per ospitare personale della Protezione civile ed è stato trasformato in Cara nel 2008. All'esterno non c'è nulla: niente servizi, niente bar e neanche abitazioni. Ma il sindaco appare preoccupato soprattutto per i posti di lavoro: 107 dipendenti tra operatori sociali, di cucina, inservienti ed educatori che, con molta probabilità, andranno a casa. È la fine di un business che vede in prima linea coop e onlus spesso legate alla Chiesa. «Siamo dispiaciuti e preoccupati», ha commentato il parroco di Santa Lucia, padre José Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che si è anche premurato di ospitare l'inizio di una marcia silenziosa di cittadini per esprimere solidarietà agli ospiti del Cara, tra i quali ci sono due giovani migranti musulmani, Yallow Buba, 20 anni, gambiano, e Anszou Cissé, 19 anni, senegalese, che, scrive Famiglia cristiana, sono membri onorari della società sportiva Athletica Vaticana, la prima associazione sportiva con sede nella Città del Vaticano. Anche per loro ci sarà una nuova destinazione. «Non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone», ha detto il parroco, spiegando che le operazioni si sono svolte velocemente e «in modo un po' misterioso, basti pensare che l'autista del pullman nemmeno sapeva dove doveva andare, forse in Basilicata». Nel regno della coop Auxilium, che gestisce il Cara da quando il Tar con una sentenza lo ha strappato ai boss di Mafia Capitale.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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