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2019-01-23
Schiavi migranti per il business degli stracci
Ansa
C'era chi si occupava di coordinare l'attività di reperimento e raccolta di stracci e abiti vecchi sul territorio, chi aveva il compito di reclutare nei centri d'accoglienza la manodopera da sfruttare, chi si occupava degli aspetti logistici come il trasporto e l'affitto di capannoni per lo stoccaggio temporaneo e chi supervisionava le operazioni di carico del materiale su container diretti in Africa.
C'è una storiaccia di sfruttamento e caporalato dietro al business dei pannacciari, i grossisti di abiti usati che si sono arricchiti sulla pelle di richiedenti asilo. Erano riusciti a trasformare gli stracci vecchi recuperati dai cassonetti che venivano posizionati davanti alle abitazioni delle zone residenziali di Cremona e provincia in merce preziosa. L'affarone era questo: gli indumenti venivano acquistati per 0,30 centesimi al chilo e venivano rivenduti nei mercatini del Nord Africa a un prezzo superiore di 30 o 40 volte. E infatti l'operazione di polizia giudiziaria è stata ribattezzata «Stracci d'oro».
Il puzzo, fetido, del caporalato aleggiava già dal 16 aprile dello scorso anno, quando un furgone Ducato, con a bordo otto richiedenti asilo, era finito fuori strada a causa di una distrazione del conducente o, forse, per lo scoppio di una gomma troppo usurata. In due, un senegalese di 23 anni e un egiziano di 32, persero la vita. Gli occupanti, ricostruirono gli investigatori, viaggiavano stipati in piedi, poiché il Ducato non aveva posti a sedere e neppure cinture di sicurezza. Da una prima ricostruzione emerse che i migranti stavano rientrando da Trigolo, a una decina di chilometri da Soresina, in provincia di Cremona, dove ha sede la comunità che li ospitava. Lì avevano passato la giornata a caricare in un container capi d'abbigliamento dismessi.
Un'attività risultata estranea a quella della comunità e finita subito nel mirino degli investigatori della squadra mobile. È bastato qualche interrogatorio per far emergere che il giro losco era gestito quasi esclusivamente da extracomunitari: un tunisino, cinque marocchini e un italiano (un napoletano di 62 anni residente nella provincia di Varese) che facevano lavorare richiedenti asilo per una giornata e poi li liquidavano con pochi spiccioli.
Dopo aver ascoltato alcuni dei lavoratori sfruttati, gli investigatori hanno individuato i caporali e li hanno intercettati, pedinati e videoregistrati. E così è stato scoperto che gli indumenti raccolti dalla manovalanza africana, con alcuni camion, venivano portati in depositi presi in affitto per l'occasione. I vestiti venivano quindi stoccati dai lavoratori irregolari, che operavano in condizioni pessime: 25 o 30 persone per carico, che cominciavano la propria giornata lavorativa all'alba e terminavano la sera tardi. Senza alcun rispetto delle norme igieniche e di sicurezza.
Il lavoro, ha accertato la Procura, che ieri mattina ha dato esecuzione a cinque misure cautelari tra ordinanze di custodia cautelare in carcere, ai domiciliari e obblighi di dimora (tre persone, poi, risultano indagate a piede libero), era durissimo. E diventava ancora più duro per colpa dei metodi usati dai negrieri. In una delle tante telefonate intercettate, gli investigatori hanno annotato le parole usate con uno dei lavoratori sfruttati proprio dall'italiano che faceva comunella con i suoi compari extracomunitari: «Col cavolo che domani mi chiedi i soldi, ti do due mazzate e vai a casa, pachistano di merda, che non sai lavorare». Il leader del gruppo raccontava a telefono di come, dopo il tragico incidente, aveva dovuto modificare la strategia lavorativa, arrivando a punire gli scansafatiche, ai quali, stando agli atti dell'inchiesta, «corrispondeva, nella migliore delle ipotesi, tre euro per ogni ora di lavoro, ma a volte anche solo cinque euro di compenso per una intera giornata», che i migranti (sono 16 quelli identificati, ma gli investigatori stimano che potrebbero essere una trentina) passavano caricando stracci sui container delle navi. La rotta era sempre la stessa: da Genova il carico veniva ritirato in Tunisia.
Lì un trader ritirava la merce e la piazzava nel suo giro di rivenditori da bancarella trattenendo per sé una royalty. Gli abiti vecchi che arrivavano dall'Italia, emerge dall'inchiesta, erano molto richiesti nei Paesi del Maghreb. E al dettaglio, se il commerciante era abile nella vendita, un capo poteva anche trasformarsi in un ottimo affare. L'organizzazione riusciva a recuperare la materia prima oltre che a Cremona, anche nelle province di Como, Bergamo e Reggio Emilia.
E così, in poco tempo, il giro d'affari era cresciuto in modo esponenziale e aveva raggiunto, stando alla ricostruzione fornita ieri dagli investigatori al termine dell'operazione, picchi di 300.000 euro a spedizione. In questura hanno calcolato che a pieno carico ogni container colmo di stracci vecchi fruttava circa 150.000 euro. La banda ne riusciva a mandare in Tunisia anche un paio a settimana. E si era arricchita. Sulla pelle dei migranti.
Blitz al Cara di Castelnuovo di Porto. Chiude la seconda struttura d’Italia
Il Cara di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d'Italia dopo quello di Mineo, il centro in cui papa Francesco nel 2016 lavò i piedi a una volontaria cattolica e a undici rifugiati, fra i quali tre di religione musulmana, nel giro di pochi giorni sarà smantellato. I migranti, oltre 500, fra i quali una dozzina di bambini, verranno trasferiti in altre regioni d'Italia.
Sono circa 150 i richiedenti asilo bocciati che, per effetto del decreto Salvini, non potendo più ambire a passare in uno Sprar, perdono anche il diritto alla prima accoglienza. I primi 30 sono stati già portati via in autobus ieri mattina, mentre un altro gruppo, di 75, verrà trasferito oggi. Tempi da record.
Che non piacciono, però, a gran parte della stampa. Ieri sul web in molti casi il racconto delle operazioni era accompagnato da descrizioni che sembravano tratte da storie da campo di concentramento, con i migranti divisi in gruppi di uomini, donne e bambini, pronti a essere trasferiti in posti ignoti. Il primo a protestare è stato il sindaco di Castelnuovo, Riccardo Travaglini, che ha descritto la struttura come una delle rare esperienze di positiva integrazione dei migranti sul territorio. In realtà si trattava di una specie di ghetto. Il Cara, infatti, si trova in viale della Protezione civile, a circa 40 chilometri da Roma, situato fra la Flaminia e la Tiberina. La struttura viene descritta come un gigantesco blocco di cemento da 11.000 metri quadrati, basso, largo, completamente recintato, e con 177 stanze. L'edificio, un tempo di proprietà dell'Inail, veniva utilizzato per ospitare personale della Protezione civile ed è stato trasformato in Cara nel 2008.
All'esterno non c'è nulla: niente servizi, niente bar e neanche abitazioni. Ma il sindaco appare preoccupato soprattutto per i posti di lavoro: 107 dipendenti tra operatori sociali, di cucina, inservienti ed educatori che, con molta probabilità, andranno a casa. È la fine di un business che vede in prima linea coop e onlus spesso legate alla Chiesa.
«Siamo dispiaciuti e preoccupati», ha commentato il parroco di Santa Lucia, padre José Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che si è anche premurato di ospitare l'inizio di una marcia silenziosa di cittadini per esprimere solidarietà agli ospiti del Cara, tra i quali ci sono due giovani migranti musulmani, Yallow Buba, 20 anni, gambiano, e Anszou Cissé, 19 anni, senegalese, che, scrive Famiglia cristiana, sono membri onorari della società sportiva Athletica Vaticana, la prima associazione sportiva con sede nella Città del Vaticano. Anche per loro ci sarà una nuova destinazione.
«Non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone», ha detto il parroco, spiegando che le operazioni si sono svolte velocemente e «in modo un po' misterioso, basti pensare che l'autista del pullman nemmeno sapeva dove doveva andare, forse in Basilicata». Nel regno della coop Auxilium, che gestisce il Cara da quando il Tar con una sentenza lo ha strappato ai boss di Mafia Capitale.
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Operazione anti caporalato a Cremona: una banda di extracomunitari e italiani sfruttava la manodopera dei richiedenti asilo per raccogliere abiti usati da rivendere a 30 volte tanto in Nord Africa. Intercettazioni choc: «Vuoi i soldi? Ti do due mazzate».Il gigantesco centro d'accoglienza verrà presto smantellato. E la sinistra sbrocca.Lo speciale contiene due articoliC'era chi si occupava di coordinare l'attività di reperimento e raccolta di stracci e abiti vecchi sul territorio, chi aveva il compito di reclutare nei centri d'accoglienza la manodopera da sfruttare, chi si occupava degli aspetti logistici come il trasporto e l'affitto di capannoni per lo stoccaggio temporaneo e chi supervisionava le operazioni di carico del materiale su container diretti in Africa. C'è una storiaccia di sfruttamento e caporalato dietro al business dei pannacciari, i grossisti di abiti usati che si sono arricchiti sulla pelle di richiedenti asilo. Erano riusciti a trasformare gli stracci vecchi recuperati dai cassonetti che venivano posizionati davanti alle abitazioni delle zone residenziali di Cremona e provincia in merce preziosa. L'affarone era questo: gli indumenti venivano acquistati per 0,30 centesimi al chilo e venivano rivenduti nei mercatini del Nord Africa a un prezzo superiore di 30 o 40 volte. E infatti l'operazione di polizia giudiziaria è stata ribattezzata «Stracci d'oro».Il puzzo, fetido, del caporalato aleggiava già dal 16 aprile dello scorso anno, quando un furgone Ducato, con a bordo otto richiedenti asilo, era finito fuori strada a causa di una distrazione del conducente o, forse, per lo scoppio di una gomma troppo usurata. In due, un senegalese di 23 anni e un egiziano di 32, persero la vita. Gli occupanti, ricostruirono gli investigatori, viaggiavano stipati in piedi, poiché il Ducato non aveva posti a sedere e neppure cinture di sicurezza. Da una prima ricostruzione emerse che i migranti stavano rientrando da Trigolo, a una decina di chilometri da Soresina, in provincia di Cremona, dove ha sede la comunità che li ospitava. Lì avevano passato la giornata a caricare in un container capi d'abbigliamento dismessi. Un'attività risultata estranea a quella della comunità e finita subito nel mirino degli investigatori della squadra mobile. È bastato qualche interrogatorio per far emergere che il giro losco era gestito quasi esclusivamente da extracomunitari: un tunisino, cinque marocchini e un italiano (un napoletano di 62 anni residente nella provincia di Varese) che facevano lavorare richiedenti asilo per una giornata e poi li liquidavano con pochi spiccioli. Dopo aver ascoltato alcuni dei lavoratori sfruttati, gli investigatori hanno individuato i caporali e li hanno intercettati, pedinati e videoregistrati. E così è stato scoperto che gli indumenti raccolti dalla manovalanza africana, con alcuni camion, venivano portati in depositi presi in affitto per l'occasione. I vestiti venivano quindi stoccati dai lavoratori irregolari, che operavano in condizioni pessime: 25 o 30 persone per carico, che cominciavano la propria giornata lavorativa all'alba e terminavano la sera tardi. Senza alcun rispetto delle norme igieniche e di sicurezza.Il lavoro, ha accertato la Procura, che ieri mattina ha dato esecuzione a cinque misure cautelari tra ordinanze di custodia cautelare in carcere, ai domiciliari e obblighi di dimora (tre persone, poi, risultano indagate a piede libero), era durissimo. E diventava ancora più duro per colpa dei metodi usati dai negrieri. In una delle tante telefonate intercettate, gli investigatori hanno annotato le parole usate con uno dei lavoratori sfruttati proprio dall'italiano che faceva comunella con i suoi compari extracomunitari: «Col cavolo che domani mi chiedi i soldi, ti do due mazzate e vai a casa, pachistano di merda, che non sai lavorare». Il leader del gruppo raccontava a telefono di come, dopo il tragico incidente, aveva dovuto modificare la strategia lavorativa, arrivando a punire gli scansafatiche, ai quali, stando agli atti dell'inchiesta, «corrispondeva, nella migliore delle ipotesi, tre euro per ogni ora di lavoro, ma a volte anche solo cinque euro di compenso per una intera giornata», che i migranti (sono 16 quelli identificati, ma gli investigatori stimano che potrebbero essere una trentina) passavano caricando stracci sui container delle navi. La rotta era sempre la stessa: da Genova il carico veniva ritirato in Tunisia. Lì un trader ritirava la merce e la piazzava nel suo giro di rivenditori da bancarella trattenendo per sé una royalty. Gli abiti vecchi che arrivavano dall'Italia, emerge dall'inchiesta, erano molto richiesti nei Paesi del Maghreb. E al dettaglio, se il commerciante era abile nella vendita, un capo poteva anche trasformarsi in un ottimo affare. L'organizzazione riusciva a recuperare la materia prima oltre che a Cremona, anche nelle province di Como, Bergamo e Reggio Emilia. E così, in poco tempo, il giro d'affari era cresciuto in modo esponenziale e aveva raggiunto, stando alla ricostruzione fornita ieri dagli investigatori al termine dell'operazione, picchi di 300.000 euro a spedizione. In questura hanno calcolato che a pieno carico ogni container colmo di stracci vecchi fruttava circa 150.000 euro. La banda ne riusciva a mandare in Tunisia anche un paio a settimana. E si era arricchita. Sulla pelle dei migranti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiavi-migranti-per-il-business-degli-stracci-2626746553.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="blitz-al-cara-di-castelnuovo-di-porto-chiude-la-seconda-struttura-ditalia" data-post-id="2626746553" data-published-at="1774143234" data-use-pagination="False"> Blitz al Cara di Castelnuovo di Porto. Chiude la seconda struttura d’Italia Il Cara di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d'Italia dopo quello di Mineo, il centro in cui papa Francesco nel 2016 lavò i piedi a una volontaria cattolica e a undici rifugiati, fra i quali tre di religione musulmana, nel giro di pochi giorni sarà smantellato. I migranti, oltre 500, fra i quali una dozzina di bambini, verranno trasferiti in altre regioni d'Italia. Sono circa 150 i richiedenti asilo bocciati che, per effetto del decreto Salvini, non potendo più ambire a passare in uno Sprar, perdono anche il diritto alla prima accoglienza. I primi 30 sono stati già portati via in autobus ieri mattina, mentre un altro gruppo, di 75, verrà trasferito oggi. Tempi da record. Che non piacciono, però, a gran parte della stampa. Ieri sul web in molti casi il racconto delle operazioni era accompagnato da descrizioni che sembravano tratte da storie da campo di concentramento, con i migranti divisi in gruppi di uomini, donne e bambini, pronti a essere trasferiti in posti ignoti. Il primo a protestare è stato il sindaco di Castelnuovo, Riccardo Travaglini, che ha descritto la struttura come una delle rare esperienze di positiva integrazione dei migranti sul territorio. In realtà si trattava di una specie di ghetto. Il Cara, infatti, si trova in viale della Protezione civile, a circa 40 chilometri da Roma, situato fra la Flaminia e la Tiberina. La struttura viene descritta come un gigantesco blocco di cemento da 11.000 metri quadrati, basso, largo, completamente recintato, e con 177 stanze. L'edificio, un tempo di proprietà dell'Inail, veniva utilizzato per ospitare personale della Protezione civile ed è stato trasformato in Cara nel 2008. All'esterno non c'è nulla: niente servizi, niente bar e neanche abitazioni. Ma il sindaco appare preoccupato soprattutto per i posti di lavoro: 107 dipendenti tra operatori sociali, di cucina, inservienti ed educatori che, con molta probabilità, andranno a casa. È la fine di un business che vede in prima linea coop e onlus spesso legate alla Chiesa. «Siamo dispiaciuti e preoccupati», ha commentato il parroco di Santa Lucia, padre José Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che si è anche premurato di ospitare l'inizio di una marcia silenziosa di cittadini per esprimere solidarietà agli ospiti del Cara, tra i quali ci sono due giovani migranti musulmani, Yallow Buba, 20 anni, gambiano, e Anszou Cissé, 19 anni, senegalese, che, scrive Famiglia cristiana, sono membri onorari della società sportiva Athletica Vaticana, la prima associazione sportiva con sede nella Città del Vaticano. Anche per loro ci sarà una nuova destinazione. «Non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone», ha detto il parroco, spiegando che le operazioni si sono svolte velocemente e «in modo un po' misterioso, basti pensare che l'autista del pullman nemmeno sapeva dove doveva andare, forse in Basilicata». Nel regno della coop Auxilium, che gestisce il Cara da quando il Tar con una sentenza lo ha strappato ai boss di Mafia Capitale.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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