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2021-01-19
Schiaffo di Speranza al Pirellone. La Lombardia rimane in lockdown
Attilio Fontana e Letizia Moratti (Ansa)
Il silenzio. La risposta del ministro Roberto Speranza alla richiesta della Regione Lombardia di sospendere per due giorni (ieri e oggi) il ritorno in zona rossa è stata secca: istanza ignorata. Come se niente fosse, come se nessuno avesse chiesto nulla. Un semplice «no comment» sarebbe sembrato la ricevuta di ritorno di una raccomandata con cui il destinatario ammette di averla ricevuta. Manco quello è arrivato da Speranza, che tira dritto per la strada del rigore a prescindere. Soprattutto verso la prima Regione d'Italia, quella che ha pagato il prezzo più alto per il dilagare del Covid.
La richiesta era firmata da Letizia Moratti. Che l'ex ministro (nonché ex sindaco di Milano, ex presidente Rai ed ex numero uno di Ubibanca) fosse arrivata al Pirellone per dare una sterzata alla sanità lombarda, era perfino scontato immaginarlo. Ma che a 10 giorni dall'insediamento avrebbe sfidato direttamente il governo non era facile da prevedere. La nuova vicepresidente della Regione Lombardia ha invece messo Speranza nel mirino, e con lui la pletora di consulenti tecnici e l'intero sistema delle zone multicolori d'Italia che da mesi scandisce la vita del Paese.
La Moratti ha chiesto al ministero della Salute di sospendere per 48 ore l'ordinanza che da domenica ha nuovamente retrocesso la Lombardia in zona rossa. Lo scontro è molto pragmatico. La vicepresidente lombarda è certa che oggi usciranno dati che certificheranno la presenza di un grado di rischio minore nella Regione. Aspettare un paio di giorni consentirebbe di prendere decisioni più aderenti alla realtà. Invece no. Per uscire dalla zona rossa bisogna aspettare 15 giorni: la blindatura scattata ieri è valida fino al 31 gennaio. Il cambio di colore sarà valutato venerdì 29 gennaio, non prima, sempre che i dati epidemiologici lo consentano. Non conta se le statistiche rilevano miglioramenti prima di quanto stabiliscano le ordinanze del governo: rossi si è, e rossi si rimane.
È proprio questo automatismo che la Moratti ha deciso di combattere. Il governatore Attilio Fontana aveva accolto malissimo l'ordinanza ministeriale: «È una punizione che non meritiamo», aveva detto. E i due sono passati alle carte bollate, chiedendo a Speranza di sospendere l'ordinanza «con effetto immediato» e di rivedere «i criteri dei tecnici ministeriali». Un'offensiva pesante, corredata da un ricorso amministrativo urgente al Tar del Lazio depositato ieri mattina. «Ci sono ben altre Regioni con rischi di contagiosità palesemente superiori a quelli della Lombardia non collocate in zona rossa», ha detto la neo assessora al welfare. «Sollecito il ministro a valutare la reale situazione. Si tratta di una pericolosa sottovalutazione, come attesta il dato aggiornato dell'incidenza dei positivi al Covid in quest'ultima settimana, che espone la popolazione di quelle Regioni a un rischio di propagazione dell'infezione più marcato di quello lombardo».
I nuovi dati dovrebbero fornire un quadro più realistico e meno allarmante del contagio nella Regione. «La revisione sollecitata sulla base di questi dati», ha spiegato la Moratti, «potrà essere molto più puntuale e oggettiva e dimostrare il minor grado di rischio di Regione Lombardia. Il ricalcolo aggiornato degli indici, alla data del 16 gennaio, a noi risulterebbe di 1,01, in decremento dall'1, 17 di domenica 10 gennaio». La linea dura è confermata da Fontana: «Ho sempre ribadito che il solo dato dell'Rt non è sufficiente per dichiarare una Regione in zona rossa», ha scritto su Facebook. «La zona arancione, con una particolare attenzione sulle scuole, avrebbe garantito la sicurezza. Il governo deve rivedere gli incongrui parametri che regolano le aperture, le chiusure e in sostanza la vita dei cittadini. Puntiamo a sederci a un tavolo tecnico per la modifica dei parametri. Tavolo di confronto che il governo ha più volte promesso, ma mai aperto, anzi, ha stretto le soglie sugli stessi parametri e portato la Lombardia in zona rossa».
Speranza ha liquidato il ricorso con parole sprezzanti: «Ogni volta che firmo ordinanze, producendo chiusure indispensabili al Paese secondo la nostra comunità scientifica, ci sono sempre tensioni per qualche giorno», ha detto come se quelli della Lombardia fossero capricci. Più esplicita Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute: «I dati vengono raccolti sempre nello stesso modo, con la stessa tempistica, e vengono forniti dalle Regioni stesse. Vorrei ricordare che in Cabina di regia siedono tre rappresentanti scelti dalle Regioni. Potremmo risparmiarci tutti quanti un'inutile polemica». Quello che Zampa non dice è che il nuovo lockdown per la Lombardia è stato ordinato su dati della fine di dicembre, largamente superati. E la tempestività dei dati utilizzati per valutare l'Rt è al primo punto del ricorso presentato al Tar. Ma il dossier entra anche nel merito delle cifre: «La Lombardia ha circa un terzo dei casi del Veneto, la metà dei casi dell'Emilia Romagna, un dato inferiore al Lazio e al Friuli Venezia Giulia», vi si legge, e considerando la capacità di portare a 1.800 gli attuali 1.200 posti letto di terapia intensiva, come successo nella prima ondata e come previsto nel piano ospedaliero regionale approvato dal ministero lo scorso luglio, la soglia limite del 30% non sarebbe stata superata. Secondo i dati resi noti ieri dal ministero, la Lombardia attualmente ha 53.564 positivi, in netto calo rispetto ai 56.142 di domenica e ai 57.998 di sabato: è il dato più basso dal 6 gennaio scorso.
Calano i contagi e il tasso di positività (5,6%)
Il bollettino di ieri sull'andamento dell'epidemia ha fotografato un lieve miglioramento: secondo i dati del ministero della Salute sono stati 8.824 i nuovi contagiati a fronte di 158.674 test (molecolari e antigenici, di cui 71.427 rapidi) . Il tasso di positività scende ancora, raggiungendo il 5,6% (-0,3%).
Le vittime sono state 377. Domenica i positivi erano stati 12.415 e i decessi lo stesso numero.
Registrato, dopo giorni di calo, un aumento di 41 unità dei pazienti in terapia intensiva. Gli ingressi giornalieri sono stati 142. In totale i ricoverati in rianimazione sono 2.544 . I pazienti in area medica - reparti ordinari - sono aumentati di 127 unità rispetto a domenica, portando il totale a 22.884.
In totale i casi da inizio epidemia sono stati 2.390.101, le vittime 82.554. Gli attualmente positivi sono 547.058 (-6.316 rispetto al giorno prima), i guariti e i dimessi 1.760.489 (+14.763), in isolamento domiciliare ci sono 521.630 persone (-6.484).
Nonostante il minor numero di tamponi processati, come accade ogni fine settimana, si può ritenere un buon segnale vedere per la prima volta nel mese di gennaio le nuove infezioni sotto la quota 10.000.
In miglioramento anche i dati del Veneto, a conferma del rallentamento della curva epidemiologica, in atto da un paio di settimane: i nuovi positivi registrati ieri sono stati 998, (non erano inferiori a 1.000 da ottobre) a fronte dei 1.369 del giorno precedente. Ieri sono stati processati 19.795 tamponi nella Regione, l'incidenza è quindi del 5,04%.
Stabili purtroppo i decessi, (47). Aumentano i guariti, (+2.508) mentre cala la pressione sugli ospedali. Ieri i ricoverati erano 3.015, i pazienti in in area non critica sono 2.661 (-54), mentre restano stabili, 354, le terapie intensive. Comunque prudente il governatore Luca Zaia: «Io trovo un clima di “esultazione" per questi dati in calo. Però io ho una forte preoccupazione, ricordo che il Covid ci ha abituati a cambi di scena repentini. Per recuperare “al contrario" questi risultati che abbiamo accumulato in 18 giorni, bastano poche ore». La Lombardia rimane la più colpita (+1.189 positivi) a fronte di6.338 tamponi effettuati (di cui 13.966 molecolari e 2.372 antigenici). Il tasso di positività è in crescita al 7,2% (domenica 6.3%). Continuano a diminuire i ricoverati sia nelle terapie intensive (-3) sia negli altri reparti (-57). I decessi sono 45. I guariti e dimessi sono stati 3.722. Per quanto riguarda le province sono 319 i nuovi casi a Varese, 256 nella città metropolitana di Milano di cui 117 a Milano città, 186 a Brescia, 155 a Como.
La Regione di Attilio Fontana è seguita da Sicilia (+1.278) ed Emilia-Romagna (+1.153).
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La vicepresidente Letizia Moratti aveva chiesto di sospendere il ritorno in zona rossa per 48 ore e aspettare i dati di domani. Istanza ignorata: la Regione resta blindata fino al 29 gennaio, in base al monitoraggio di dicembre.Lieve aumento dei ricoveri. Veneto in miglioramento: nuovi casi sotto quota 1.000Lo speciale contiene due articoli.Il silenzio. La risposta del ministro Roberto Speranza alla richiesta della Regione Lombardia di sospendere per due giorni (ieri e oggi) il ritorno in zona rossa è stata secca: istanza ignorata. Come se niente fosse, come se nessuno avesse chiesto nulla. Un semplice «no comment» sarebbe sembrato la ricevuta di ritorno di una raccomandata con cui il destinatario ammette di averla ricevuta. Manco quello è arrivato da Speranza, che tira dritto per la strada del rigore a prescindere. Soprattutto verso la prima Regione d'Italia, quella che ha pagato il prezzo più alto per il dilagare del Covid.La richiesta era firmata da Letizia Moratti. Che l'ex ministro (nonché ex sindaco di Milano, ex presidente Rai ed ex numero uno di Ubibanca) fosse arrivata al Pirellone per dare una sterzata alla sanità lombarda, era perfino scontato immaginarlo. Ma che a 10 giorni dall'insediamento avrebbe sfidato direttamente il governo non era facile da prevedere. La nuova vicepresidente della Regione Lombardia ha invece messo Speranza nel mirino, e con lui la pletora di consulenti tecnici e l'intero sistema delle zone multicolori d'Italia che da mesi scandisce la vita del Paese. La Moratti ha chiesto al ministero della Salute di sospendere per 48 ore l'ordinanza che da domenica ha nuovamente retrocesso la Lombardia in zona rossa. Lo scontro è molto pragmatico. La vicepresidente lombarda è certa che oggi usciranno dati che certificheranno la presenza di un grado di rischio minore nella Regione. Aspettare un paio di giorni consentirebbe di prendere decisioni più aderenti alla realtà. Invece no. Per uscire dalla zona rossa bisogna aspettare 15 giorni: la blindatura scattata ieri è valida fino al 31 gennaio. Il cambio di colore sarà valutato venerdì 29 gennaio, non prima, sempre che i dati epidemiologici lo consentano. Non conta se le statistiche rilevano miglioramenti prima di quanto stabiliscano le ordinanze del governo: rossi si è, e rossi si rimane.È proprio questo automatismo che la Moratti ha deciso di combattere. Il governatore Attilio Fontana aveva accolto malissimo l'ordinanza ministeriale: «È una punizione che non meritiamo», aveva detto. E i due sono passati alle carte bollate, chiedendo a Speranza di sospendere l'ordinanza «con effetto immediato» e di rivedere «i criteri dei tecnici ministeriali». Un'offensiva pesante, corredata da un ricorso amministrativo urgente al Tar del Lazio depositato ieri mattina. «Ci sono ben altre Regioni con rischi di contagiosità palesemente superiori a quelli della Lombardia non collocate in zona rossa», ha detto la neo assessora al welfare. «Sollecito il ministro a valutare la reale situazione. Si tratta di una pericolosa sottovalutazione, come attesta il dato aggiornato dell'incidenza dei positivi al Covid in quest'ultima settimana, che espone la popolazione di quelle Regioni a un rischio di propagazione dell'infezione più marcato di quello lombardo».I nuovi dati dovrebbero fornire un quadro più realistico e meno allarmante del contagio nella Regione. «La revisione sollecitata sulla base di questi dati», ha spiegato la Moratti, «potrà essere molto più puntuale e oggettiva e dimostrare il minor grado di rischio di Regione Lombardia. Il ricalcolo aggiornato degli indici, alla data del 16 gennaio, a noi risulterebbe di 1,01, in decremento dall'1, 17 di domenica 10 gennaio». La linea dura è confermata da Fontana: «Ho sempre ribadito che il solo dato dell'Rt non è sufficiente per dichiarare una Regione in zona rossa», ha scritto su Facebook. «La zona arancione, con una particolare attenzione sulle scuole, avrebbe garantito la sicurezza. Il governo deve rivedere gli incongrui parametri che regolano le aperture, le chiusure e in sostanza la vita dei cittadini. Puntiamo a sederci a un tavolo tecnico per la modifica dei parametri. Tavolo di confronto che il governo ha più volte promesso, ma mai aperto, anzi, ha stretto le soglie sugli stessi parametri e portato la Lombardia in zona rossa».Speranza ha liquidato il ricorso con parole sprezzanti: «Ogni volta che firmo ordinanze, producendo chiusure indispensabili al Paese secondo la nostra comunità scientifica, ci sono sempre tensioni per qualche giorno», ha detto come se quelli della Lombardia fossero capricci. Più esplicita Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute: «I dati vengono raccolti sempre nello stesso modo, con la stessa tempistica, e vengono forniti dalle Regioni stesse. Vorrei ricordare che in Cabina di regia siedono tre rappresentanti scelti dalle Regioni. Potremmo risparmiarci tutti quanti un'inutile polemica». Quello che Zampa non dice è che il nuovo lockdown per la Lombardia è stato ordinato su dati della fine di dicembre, largamente superati. E la tempestività dei dati utilizzati per valutare l'Rt è al primo punto del ricorso presentato al Tar. Ma il dossier entra anche nel merito delle cifre: «La Lombardia ha circa un terzo dei casi del Veneto, la metà dei casi dell'Emilia Romagna, un dato inferiore al Lazio e al Friuli Venezia Giulia», vi si legge, e considerando la capacità di portare a 1.800 gli attuali 1.200 posti letto di terapia intensiva, come successo nella prima ondata e come previsto nel piano ospedaliero regionale approvato dal ministero lo scorso luglio, la soglia limite del 30% non sarebbe stata superata. Secondo i dati resi noti ieri dal ministero, la Lombardia attualmente ha 53.564 positivi, in netto calo rispetto ai 56.142 di domenica e ai 57.998 di sabato: è il dato più basso dal 6 gennaio scorso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffo-di-speranza-al-pirellone-la-lombardia-rimane-in-lockdown-2650015688.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="calano-i-contagi-e-il-tasso-di-positivita-56" data-post-id="2650015688" data-published-at="1611001734" data-use-pagination="False"> Calano i contagi e il tasso di positività (5,6%) Il bollettino di ieri sull'andamento dell'epidemia ha fotografato un lieve miglioramento: secondo i dati del ministero della Salute sono stati 8.824 i nuovi contagiati a fronte di 158.674 test (molecolari e antigenici, di cui 71.427 rapidi) . Il tasso di positività scende ancora, raggiungendo il 5,6% (-0,3%). Le vittime sono state 377. Domenica i positivi erano stati 12.415 e i decessi lo stesso numero. Registrato, dopo giorni di calo, un aumento di 41 unità dei pazienti in terapia intensiva. Gli ingressi giornalieri sono stati 142. In totale i ricoverati in rianimazione sono 2.544 . I pazienti in area medica - reparti ordinari - sono aumentati di 127 unità rispetto a domenica, portando il totale a 22.884. In totale i casi da inizio epidemia sono stati 2.390.101, le vittime 82.554. Gli attualmente positivi sono 547.058 (-6.316 rispetto al giorno prima), i guariti e i dimessi 1.760.489 (+14.763), in isolamento domiciliare ci sono 521.630 persone (-6.484). Nonostante il minor numero di tamponi processati, come accade ogni fine settimana, si può ritenere un buon segnale vedere per la prima volta nel mese di gennaio le nuove infezioni sotto la quota 10.000. In miglioramento anche i dati del Veneto, a conferma del rallentamento della curva epidemiologica, in atto da un paio di settimane: i nuovi positivi registrati ieri sono stati 998, (non erano inferiori a 1.000 da ottobre) a fronte dei 1.369 del giorno precedente. Ieri sono stati processati 19.795 tamponi nella Regione, l'incidenza è quindi del 5,04%. Stabili purtroppo i decessi, (47). Aumentano i guariti, (+2.508) mentre cala la pressione sugli ospedali. Ieri i ricoverati erano 3.015, i pazienti in in area non critica sono 2.661 (-54), mentre restano stabili, 354, le terapie intensive. Comunque prudente il governatore Luca Zaia: «Io trovo un clima di “esultazione" per questi dati in calo. Però io ho una forte preoccupazione, ricordo che il Covid ci ha abituati a cambi di scena repentini. Per recuperare “al contrario" questi risultati che abbiamo accumulato in 18 giorni, bastano poche ore». La Lombardia rimane la più colpita (+1.189 positivi) a fronte di6.338 tamponi effettuati (di cui 13.966 molecolari e 2.372 antigenici). Il tasso di positività è in crescita al 7,2% (domenica 6.3%). Continuano a diminuire i ricoverati sia nelle terapie intensive (-3) sia negli altri reparti (-57). I decessi sono 45. I guariti e dimessi sono stati 3.722. Per quanto riguarda le province sono 319 i nuovi casi a Varese, 256 nella città metropolitana di Milano di cui 117 a Milano città, 186 a Brescia, 155 a Como. La Regione di Attilio Fontana è seguita da Sicilia (+1.278) ed Emilia-Romagna (+1.153).
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».