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2020-03-11
Oltre alla moratoria per i mutui alle famiglie, scendono anche i tassi di interesse
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Stop ai mutui per le famiglie italiane in difficoltà a causa dell'epidemia di coronavirus: la proposta è nel decreto legge con le misure straordinarie di sostegno all'economia, che il governo varerà venerdì. La conferma è arrivata dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, che in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato ha spiegato che nel decreto «ci sarà una semplificazione procedurale per la sospensione dei mutui prima casa fino a 18 mesi in caso di riduzione o sospensione dell'orario di lavoro (in base a quanto previsto dal cosiddetto fondo Gasparrini, istituito presso il ministero dell'Economia proprio per sostenere le famiglie in momenti di difficoltà, ndr) e inoltre sospendiamo le rate di mutui e prestiti bancari" anche con "parziale sostegno di garanzia statale».
Una decisione che però, come si è affrettato a precisare il presidente dell'Abi Antonio Patuelli, non può pesare solo sulle banche. «Se lo Stato vuole porre in essere dei paracaduti sulle famiglie e sulle grandi imprese, è chiaro che non sono le banche a poter avere la forza e il dovere giuridico di sostenerle da sole», ha fatto sapere Patuelli, secondo cui «ci sarà bisogno di attivare tutta una serie di norme, garanzie e fondi, che il governo ha già potenziato come il fondo Gasparrini sulla sospensione dei mutui all'acquisto della prima casa nel caso in cui c'è stata una perdita o riduzione di lavoro. Non siamo all'anno zero né per le banche né per il governo». Già ieri il ministro allo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, aveva fatto sapere che uno dei «quattro canali» su cui si sta indirizzando il governo per aiutare famiglie e imprese «è quello della liquidità, che va garantita, e questo lo si fa con la sospensione dei pagamenti, di mutui, bollette, tributi», alla quale il governo starebbe lavorando già dalla prossima scadenza fiscale del 16 marzo.
Anche sul fronte delle piccole e medie imprese qualcosa si muove: nei giorni scorsi l'Abi – Associazione bancaria italiana e le associazioni degli imprenditori hanno siglato un accordo che prevede la sospensione o l'allungamento dei finanziamenti rivolti alle micro, piccole e medie aziende danneggiate dall'emergenza epidemiologica legata al coronavirus. La sospensione del pagamento della quota capitale delle rate dei finanziamenti può essere chiesta fino a un anno ed è applicabile ai finanziamenti a medio-lungo termine (mutui), anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie, e alle operazioni di leasing, immobiliare o mobiliare. In questo ultimo caso, la sospensione riguarda la quota capitale implicita dei canoni di leasing. Per le operazioni di allungamento dei mutui, il periodo massimo di estensione della scadenza del finanziamento può arrivare fino al 100% della durata residua dell'ammortamento. Alle nuove moratorie hanno aderito banche che rappresentano il 90% in termini di totale dell'attivo, con una presenza in tutta Italia.
Al netto delle situazioni di oggettiva difficoltà c'è da dire che il momento non è mai stato tanto favorevole per chi vuole accendere un mutuo casa. La situazione di incertezza sui mercati finanziari sta scatenando una corsa ai beni rifugio, come i Bund tedeschi, che al momento offrono rendimenti ancora inferiori rispetto ai mesi scorsi. E di conseguenza, come ha spiegato una ricerca di Facile.it, anche l'indice Eurirs è sceso ai minimi, portando di conseguenza al ribasso i Taeg applicati ai mutui a tasso fisso, che oggi sono scivolati allo 0,77%. Lo scorso 6 marzo l'indice Eurirs a 20 anni era infatti allo 0,01%, contro lo 0,41% di trenta giorni prima.
Questo significa, secondo le simulazioni di Facile.it, che a marzo il miglior Taeg (tasso annuo effettivo globale) per un mutuo a tasso fisso di 126mila euro al 70% da restituire in 25 anni, è dello 0,77%, contro l'1,24% di gennaio 2020. La rata mensile è di 455 euro (era 485 euro a gennaio 2020), con un risparmio mensile di 30 euro, mentre il totale degli interessi risparmiati ammonta a 9.000 euro. Il calo è ancor più significativo se si confrontano i tassi di marzo 2020 con quelli del gennaio 2019. Poco più di anno fa il miglior Taeg era dell'1,95%, per una rata mensile di 529 euro: la differenza comporterebbe un risparmio mensile di 74 euro e un totale di interessi risparmiati di 22.200 euro. Cosa vuol dire? Che per chi ha la ragionevole certezza di poterlo rimborsare, in questo momento può essere davvero conveniente stipulare o surrogare un mutuo.
Il comparto del risparmio gestito in prodotti immobiliari ha superato i tremila miliardi di euro di patrimonio
Investire in immobili non significa solo acquistare case o altre proprietà: in Italia il comparto dei fondi immobiliari continua infatti a crescere in modo sostenuto, in un contesto che, almeno fino allo scorso anno e prima dell'epidemia di coronavirus, vedeva un andamento positivo generalizzato a livello globale. Secondo l'ultimo rapporto di Scenari Immobiliari e Studio Casadei, aggiornato a novembre 2019, nel mondo il comparto del risparmio gestito in prodotti immobiliari ha superato i tremila miliardi di euro di patrimonio: il patrimonio gestito nei principali otto Paesi europei a fine 2019 avrebbe dovuto sfiorare i 700 miliardi di euro, per un incremento del 9,6% rispetto all'anno precedente. In sei anni l'ammontare è duplicato e rispetto al 2010 si è moltiplicato per 2,5 volte.
Il peso dell'Italia sul mercato europeo è di circa il 10%. Nel nostro Paese il nav (net asset value, cioè il rapporto tra la somma dei valori di mercato delle attività del portafoglio di un fondo comune di investimento e il numero di quote in circolazione, ndr) del settore dei fondi immobiliari alla fine dello scorso anno avrebbe raggiunto 68,5 miliardi di euro, in aumento del 12,3% rispetto all'anno precedente. I fondi attivi in Italia sono 480 e a fine 2019 detenevano direttamente un patrimonio di 77 miliardi di euro, in aumento del 13,2% rispetto al 2018. Per quanto riguarda la performance (roe, return on equity, indicatore che misura la redditività del capitale), pur rappresentando la media di realtà molto diversificate, è in risalita e nel 2019 si attestava all'1,5%. E le previsioni per il 2020 – stilate prima dello scoppio dell'epidemia di coronavirus – ipotizzavano un incremento di nav e patrimonio superiore al 10%.
Per quanto riguarda l'asset allocation dei fondi immobiliari in Italia, al 30 giugno dello scorso anno era costituita principalmente da uffici (66%); seguono immobili commerciali (18%) residenziale (11%), logistica/industriale (4%) e sviluppo (1%).
Il panorama dei fondi immobiliari nel nostro Paese è molto vario: secondo il report, il patrimonio immobiliare totale riconducibile a questi strumenti al 30 giugno 2019 era di 82 miliardi di euro, in netto aumento rispetto a un anno prima, quando era di 69 miliardi. Tra i diversi strumenti disponibili sul mercato mobiliare ci sono: i fondi immobiliari destinati a investitori istituzionali (i cosiddetti fondi riservati); le Siiq, società di investimento immobiliare quotate; i fondi immobiliari destinati al pubblico retail (detti appunto fondi retail); le società immobiliari quotate (Ftse Ibi e Ftse Aim) e le Sicaf (società di investimento per azioni a capitale fisso). Tra questi strumenti di investimento la parte del leone spetta ai fondi riservati, che contribuiscono al 92,7% del valore totale del patrimonio immobiliare: seguono le Siiq con il 4,4% del patrimonio, i fondi retail con l'1,6%, le società quotate Ftse Ibi con l'1% e le Sicaf con lo 0,3%.
Prezzi e domanda sono in calo a Milano
Anche il mercato immobiliare inizia a subire le prime ripercussioni dell'epidemia di coronavirus: a Milano, come spiega l'ultimo report congiunto di Nomisma ed Engel & Völkers, a causa della diffusione del virus «prezzi e domanda sono in calo», anche se «non si ferma il mercato della prima casa». A Roma, invece, «il segmento delle locazioni a lungo termine beneficia degli effetti del coronavirus», visto che l'epidemia sta riducendo la richiesta per gli affitti brevi, ed è «stabile l'interesse per l'acquisto della prima casa, in particolare di sostituzione».
Nella seconda metà del 2019, prima dello scoppio dell'emergenza, il trend nelle due città era in crescita: «nel comparto residenziale, la variazione semestrale dei prezzi delle abitazioni delle principali città italiane è tornata positiva, seppure a un tasso vicino allo zero, soprattutto in alcuni territori come Milano, in cui la crescita economica è più marcata», ha spiegato l'ad di Nomisma Luca Dondi, precisando tuttavia come oggi questo trend risulti condizionato dall'emergenza coronavirus. Per Dondi «la riduzione delle richieste di mutuo e la disdetta di numerose locazioni brevi sono solo il preludio delle conseguenze che si manifesteranno nelle prossime settimane».
La tendenza si sta invertendo, come ha confermato Roberto Magaglio, licence partner di Engel & Völkers Milano: «Se da un lato, fino a poche settimane fa, abbiamo assistito a una costante crescita dei prezzi di vendita degli immobili a Milano, sostenuta da un'offerta di prodotto insufficiente a soddisfare la domanda, oggi, a causa del coronavirus, prevediamo un impatto negativo sui prezzi e stiamo già assistendo a un calo della domanda». L'epidemia sta spaventando gli investitori, ha preciasato Alberto Cogliati, direttore commerciale di Engel & Völkers Italia: «Prima che entrasse in vigore il decreto dell'8 marzo, avevamo notato un aumento del numero degli italiani interessati a investire in Italia piuttosto che all'estero. Oggi, invece, alla luce delle ultime disposizioni, anche gli investimenti nel nostro Paese risultano compromessi, viste le restrizioni che riguardano la circolazione in zone strategiche dell'Italia».
E anche a Roma, dove la situazione, almeno al momento, è meno complessa, la clientela preferisce mettere in stand-by le compravendite, specie per quanto riguarda alcune tipologie di immobili. «Abbiamo riscontrato un interesse stabile da parte di famiglie o giovani coppie per l'acquisto della prima casa, in particolare di sostituzione, soprattutto nelle aree semi centrali, mentre sono calati gli investimenti su appartamenti di piccole dimensioni», ha spiegato Helio Cordeiro Teixeira, managing director market center Roma di Engel & Völkers.
Anche secondo Scenari Immobiliari la diffusione dell'epidemia sta comportando effetti negativi sulle compravendite di case, che hanno subito un calo del 7% in Lombardia e del 12% a Roma nel primo bimestre del 2020. "Nel mese di marzo è probabile una riduzione molto forte, già evidente nelle visite agli appartamenti in vendita, più che dimezzati rispetto a un anno fa", ha osservato Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, secondo cui tuttavia «la domanda continua a essere sostenuta ed è probabile un 'rimbalzo' da metà anno, con emergenza terminata». Al momento, ha aggiunto Breglia, «non ci sono tensioni sui prezzi, anzi si osserva un leggero incremento dei canoni di locazione a Milano».
Tuttavia, su quale possa essere l'impatto complessivo del virus sul mercato immobiliare c'è ancora incertezza. Come spiega l'ultimo report di Cushman & Wakefield "Coronavirus: impact on the global property markets", «il settore immobiliare commerciale non è il mercato azionario. Si muove più lentamente e i fondamenti del leasing non oscillano selvaggiamente di giorno in giorno»: in ogni caso, «se il virus avrà un impatto duraturo e materiale sull'economia in generale, avrà anche ripercussioni sulla proprietà».
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Il presidente dell'Abi Antonio Patuelli ««Se lo Stato vuole porre in essere dei paracadute sulle famiglie e sulle grandi imprese, è chiaro che non sono le banche a poter avere la forza e il dovere giuridico di sostenerle da sole». In calo il patrimonio gestito in prodotti immobiliari. Nei principali otto Paesi europei a fine 2019 avrebbe dovuto sfiorare i 700 miliardi di euro, per un incremento del 9,6% rispetto all'anno precedente. In sei anni l'ammontare è duplicato e rispetto al 2010 si è moltiplicato per 2,5 volte.Il peso dell'Italia sul mercato europeo è di circa il 10%.Roberto Magaglio, licence partner di Engel & Völkers Milano: «Se da un lato, fino a poche settimane fa, abbiamo assistito a una costante crescita dei prezzi di vendita degli immobili a Milano, , oggi, a causa del coronavirus, prevediamo un impatto negativo sui prezzi e stiamo già assistendo a un calo della domanda».Lo speciale contiene tre articoliStop ai mutui per le famiglie italiane in difficoltà a causa dell'epidemia di coronavirus: la proposta è nel decreto legge con le misure straordinarie di sostegno all'economia, che il governo varerà venerdì. La conferma è arrivata dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, che in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato ha spiegato che nel decreto «ci sarà una semplificazione procedurale per la sospensione dei mutui prima casa fino a 18 mesi in caso di riduzione o sospensione dell'orario di lavoro (in base a quanto previsto dal cosiddetto fondo Gasparrini, istituito presso il ministero dell'Economia proprio per sostenere le famiglie in momenti di difficoltà, ndr) e inoltre sospendiamo le rate di mutui e prestiti bancari" anche con "parziale sostegno di garanzia statale». Una decisione che però, come si è affrettato a precisare il presidente dell'Abi Antonio Patuelli, non può pesare solo sulle banche. «Se lo Stato vuole porre in essere dei paracaduti sulle famiglie e sulle grandi imprese, è chiaro che non sono le banche a poter avere la forza e il dovere giuridico di sostenerle da sole», ha fatto sapere Patuelli, secondo cui «ci sarà bisogno di attivare tutta una serie di norme, garanzie e fondi, che il governo ha già potenziato come il fondo Gasparrini sulla sospensione dei mutui all'acquisto della prima casa nel caso in cui c'è stata una perdita o riduzione di lavoro. Non siamo all'anno zero né per le banche né per il governo». Già ieri il ministro allo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, aveva fatto sapere che uno dei «quattro canali» su cui si sta indirizzando il governo per aiutare famiglie e imprese «è quello della liquidità, che va garantita, e questo lo si fa con la sospensione dei pagamenti, di mutui, bollette, tributi», alla quale il governo starebbe lavorando già dalla prossima scadenza fiscale del 16 marzo.Anche sul fronte delle piccole e medie imprese qualcosa si muove: nei giorni scorsi l'Abi – Associazione bancaria italiana e le associazioni degli imprenditori hanno siglato un accordo che prevede la sospensione o l'allungamento dei finanziamenti rivolti alle micro, piccole e medie aziende danneggiate dall'emergenza epidemiologica legata al coronavirus. La sospensione del pagamento della quota capitale delle rate dei finanziamenti può essere chiesta fino a un anno ed è applicabile ai finanziamenti a medio-lungo termine (mutui), anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie, e alle operazioni di leasing, immobiliare o mobiliare. In questo ultimo caso, la sospensione riguarda la quota capitale implicita dei canoni di leasing. Per le operazioni di allungamento dei mutui, il periodo massimo di estensione della scadenza del finanziamento può arrivare fino al 100% della durata residua dell'ammortamento. Alle nuove moratorie hanno aderito banche che rappresentano il 90% in termini di totale dell'attivo, con una presenza in tutta Italia. Al netto delle situazioni di oggettiva difficoltà c'è da dire che il momento non è mai stato tanto favorevole per chi vuole accendere un mutuo casa. La situazione di incertezza sui mercati finanziari sta scatenando una corsa ai beni rifugio, come i Bund tedeschi, che al momento offrono rendimenti ancora inferiori rispetto ai mesi scorsi. E di conseguenza, come ha spiegato una ricerca di Facile.it, anche l'indice Eurirs è sceso ai minimi, portando di conseguenza al ribasso i Taeg applicati ai mutui a tasso fisso, che oggi sono scivolati allo 0,77%. Lo scorso 6 marzo l'indice Eurirs a 20 anni era infatti allo 0,01%, contro lo 0,41% di trenta giorni prima.Questo significa, secondo le simulazioni di Facile.it, che a marzo il miglior Taeg (tasso annuo effettivo globale) per un mutuo a tasso fisso di 126mila euro al 70% da restituire in 25 anni, è dello 0,77%, contro l'1,24% di gennaio 2020. La rata mensile è di 455 euro (era 485 euro a gennaio 2020), con un risparmio mensile di 30 euro, mentre il totale degli interessi risparmiati ammonta a 9.000 euro. Il calo è ancor più significativo se si confrontano i tassi di marzo 2020 con quelli del gennaio 2019. Poco più di anno fa il miglior Taeg era dell'1,95%, per una rata mensile di 529 euro: la differenza comporterebbe un risparmio mensile di 74 euro e un totale di interessi risparmiati di 22.200 euro. Cosa vuol dire? Che per chi ha la ragionevole certezza di poterlo rimborsare, in questo momento può essere davvero conveniente stipulare o surrogare un mutuo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scendono-i-tassi-di-interessi-per-i-mutui-alle-famiglie-ma-non-devono-pesare-sulle-banche-2645459140.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-comparto-del-risparmio-gestito-in-prodotti-immobiliari-ha-superato-i-tremila-miliardi-di-euro-di-patrimonio" data-post-id="2645459140" data-published-at="1779037730" data-use-pagination="False"> Il comparto del risparmio gestito in prodotti immobiliari ha superato i tremila miliardi di euro di patrimonio Investire in immobili non significa solo acquistare case o altre proprietà: in Italia il comparto dei fondi immobiliari continua infatti a crescere in modo sostenuto, in un contesto che, almeno fino allo scorso anno e prima dell'epidemia di coronavirus, vedeva un andamento positivo generalizzato a livello globale. Secondo l'ultimo rapporto di Scenari Immobiliari e Studio Casadei, aggiornato a novembre 2019, nel mondo il comparto del risparmio gestito in prodotti immobiliari ha superato i tremila miliardi di euro di patrimonio: il patrimonio gestito nei principali otto Paesi europei a fine 2019 avrebbe dovuto sfiorare i 700 miliardi di euro, per un incremento del 9,6% rispetto all'anno precedente. In sei anni l'ammontare è duplicato e rispetto al 2010 si è moltiplicato per 2,5 volte.Il peso dell'Italia sul mercato europeo è di circa il 10%. Nel nostro Paese il nav (net asset value, cioè il rapporto tra la somma dei valori di mercato delle attività del portafoglio di un fondo comune di investimento e il numero di quote in circolazione, ndr) del settore dei fondi immobiliari alla fine dello scorso anno avrebbe raggiunto 68,5 miliardi di euro, in aumento del 12,3% rispetto all'anno precedente. I fondi attivi in Italia sono 480 e a fine 2019 detenevano direttamente un patrimonio di 77 miliardi di euro, in aumento del 13,2% rispetto al 2018. Per quanto riguarda la performance (roe, return on equity, indicatore che misura la redditività del capitale), pur rappresentando la media di realtà molto diversificate, è in risalita e nel 2019 si attestava all'1,5%. E le previsioni per il 2020 – stilate prima dello scoppio dell'epidemia di coronavirus – ipotizzavano un incremento di nav e patrimonio superiore al 10%.Per quanto riguarda l'asset allocation dei fondi immobiliari in Italia, al 30 giugno dello scorso anno era costituita principalmente da uffici (66%); seguono immobili commerciali (18%) residenziale (11%), logistica/industriale (4%) e sviluppo (1%).Il panorama dei fondi immobiliari nel nostro Paese è molto vario: secondo il report, il patrimonio immobiliare totale riconducibile a questi strumenti al 30 giugno 2019 era di 82 miliardi di euro, in netto aumento rispetto a un anno prima, quando era di 69 miliardi. Tra i diversi strumenti disponibili sul mercato mobiliare ci sono: i fondi immobiliari destinati a investitori istituzionali (i cosiddetti fondi riservati); le Siiq, società di investimento immobiliare quotate; i fondi immobiliari destinati al pubblico retail (detti appunto fondi retail); le società immobiliari quotate (Ftse Ibi e Ftse Aim) e le Sicaf (società di investimento per azioni a capitale fisso). Tra questi strumenti di investimento la parte del leone spetta ai fondi riservati, che contribuiscono al 92,7% del valore totale del patrimonio immobiliare: seguono le Siiq con il 4,4% del patrimonio, i fondi retail con l'1,6%, le società quotate Ftse Ibi con l'1% e le Sicaf con lo 0,3%. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scendono-i-tassi-di-interessi-per-i-mutui-alle-famiglie-ma-non-devono-pesare-sulle-banche-2645459140.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="prezzi-e-domanda-sono-in-calo-a-milano" data-post-id="2645459140" data-published-at="1779037730" data-use-pagination="False"> Prezzi e domanda sono in calo a Milano Anche il mercato immobiliare inizia a subire le prime ripercussioni dell'epidemia di coronavirus: a Milano, come spiega l'ultimo report congiunto di Nomisma ed Engel & Völkers, a causa della diffusione del virus «prezzi e domanda sono in calo», anche se «non si ferma il mercato della prima casa». A Roma, invece, «il segmento delle locazioni a lungo termine beneficia degli effetti del coronavirus», visto che l'epidemia sta riducendo la richiesta per gli affitti brevi, ed è «stabile l'interesse per l'acquisto della prima casa, in particolare di sostituzione». Nella seconda metà del 2019, prima dello scoppio dell'emergenza, il trend nelle due città era in crescita: «nel comparto residenziale, la variazione semestrale dei prezzi delle abitazioni delle principali città italiane è tornata positiva, seppure a un tasso vicino allo zero, soprattutto in alcuni territori come Milano, in cui la crescita economica è più marcata», ha spiegato l'ad di Nomisma Luca Dondi, precisando tuttavia come oggi questo trend risulti condizionato dall'emergenza coronavirus. Per Dondi «la riduzione delle richieste di mutuo e la disdetta di numerose locazioni brevi sono solo il preludio delle conseguenze che si manifesteranno nelle prossime settimane». La tendenza si sta invertendo, come ha confermato Roberto Magaglio, licence partner di Engel & Völkers Milano: «Se da un lato, fino a poche settimane fa, abbiamo assistito a una costante crescita dei prezzi di vendita degli immobili a Milano, sostenuta da un'offerta di prodotto insufficiente a soddisfare la domanda, oggi, a causa del coronavirus, prevediamo un impatto negativo sui prezzi e stiamo già assistendo a un calo della domanda». L'epidemia sta spaventando gli investitori, ha preciasato Alberto Cogliati, direttore commerciale di Engel & Völkers Italia: «Prima che entrasse in vigore il decreto dell'8 marzo, avevamo notato un aumento del numero degli italiani interessati a investire in Italia piuttosto che all'estero. Oggi, invece, alla luce delle ultime disposizioni, anche gli investimenti nel nostro Paese risultano compromessi, viste le restrizioni che riguardano la circolazione in zone strategiche dell'Italia». E anche a Roma, dove la situazione, almeno al momento, è meno complessa, la clientela preferisce mettere in stand-by le compravendite, specie per quanto riguarda alcune tipologie di immobili. «Abbiamo riscontrato un interesse stabile da parte di famiglie o giovani coppie per l'acquisto della prima casa, in particolare di sostituzione, soprattutto nelle aree semi centrali, mentre sono calati gli investimenti su appartamenti di piccole dimensioni», ha spiegato Helio Cordeiro Teixeira, managing director market center Roma di Engel & Völkers.Anche secondo Scenari Immobiliari la diffusione dell'epidemia sta comportando effetti negativi sulle compravendite di case, che hanno subito un calo del 7% in Lombardia e del 12% a Roma nel primo bimestre del 2020. "Nel mese di marzo è probabile una riduzione molto forte, già evidente nelle visite agli appartamenti in vendita, più che dimezzati rispetto a un anno fa", ha osservato Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, secondo cui tuttavia «la domanda continua a essere sostenuta ed è probabile un 'rimbalzo' da metà anno, con emergenza terminata». Al momento, ha aggiunto Breglia, «non ci sono tensioni sui prezzi, anzi si osserva un leggero incremento dei canoni di locazione a Milano». Tuttavia, su quale possa essere l'impatto complessivo del virus sul mercato immobiliare c'è ancora incertezza. Come spiega l'ultimo report di Cushman & Wakefield "Coronavirus: impact on the global property markets", «il settore immobiliare commerciale non è il mercato azionario. Si muove più lentamente e i fondamenti del leasing non oscillano selvaggiamente di giorno in giorno»: in ogni caso, «se il virus avrà un impatto duraturo e materiale sull'economia in generale, avrà anche ripercussioni sulla proprietà».
Getty Images
Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?
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Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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