
L’Europarlamento adotta risoluzioni che cambiano la vita delle persone ma è soggetto a pressioni da parte di Paesi esteri e multinazionali. Che lo infiltrano attraverso 14.000 lobbisti ed ex deputati. Vedi il caso Covid.
Lo scandalo che ha portato all’arresto di Eva Kaili, Antonio Panzeri e altri esponenti di sinistra, per i soldi ricevuti dal Qatar, non fa tremare solo il Partito democratico e tutti i suoi cespugli, fa vacillare anche l’europarlamento e le sue strutture. Per anni, palazzo Paul-Henry Spaak, a Bruxelles, ci è stato descritto come il tempio del rigore, il luogo in cui si applicavano le regole comunitarie e si disegnavano le riforme economiche e civili che dovevano rendere moderna ed efficiente l’Europa. L’Espace Léopold che raduna la sala plenaria, gli uffici di presidenza e dei membri del Parlamento, oltre a quelli dei dipartimenti di supporto alle politiche dell’Unione, era considerato un punto di riferimento autorevole, che certo non perdeva tempo, come si usa da noi, con i giochi di Palazzo. La qualità della classe politica pareva più elevata della nostra e, diciamolo, un po’ ci vergognavamo delle losche trattative che si imbastivano tra Camera e Senato, con tutti quei voltagabbana pronti a vendersi per una poltrona o per una riconferma. Tuttavia, ciò che sta emergendo dall’inchiesta del magistrato belga Michel Claise, fa giustizia del complesso di inferiorità coltivato a lungo dalle nostre istituzioni e nelle redazioni dei giornali. Sì, lo so che qualcuno cerca di classificare la vicenda come tutta in salsa italiana, perché molti dei protagonisti sono italiani e quando non lo sono possono essere in qualche modo ricollegati a nostri parlamentari o funzionari. La vicepresidente dell’Europarlamento, arrestata dopo che il padre era stato beccato con un trolley rigonfio di banconote, era fidanzata con un giovanotto nato a Busto Arsizio. Mentre Marc Tarabella e Maria Arena, che sono stati sfiorati dall’inchiesta, pur essendo belgi mostrano nel cognome le loro origini. Così, ovviamente, la stampa internazionale, in particolare quella francese che con noi ha il dente avvelenato, tende ad accreditare l’idea che sia tutta una combine tricolore, con i soliti italiani che maneggiano tangenti e affari. In realtà, più l’indagine avanza e più si comprende che la corruzione non riguarda pochi deputati, ma l’intero Parlamento. Non voglio accusare ogni singolo parlamentare di essersi fatto pagare dal Qatar o da altri, ma intendo spiegare che è il sistema a essere marcio e a consentire infiltrazioni di chi è disposto a pagare pur di influenzare le decisioni europee. A Bruxelles sembrano sempre tutti occuparsi di grandi questioni e dunque, di volta in volta, si votano risoluzioni per decidere se l’Ungheria può essere considerata pienamente una democrazia oppure se sia giusto includere tra i diritti fondamentali della Carta Ue anche quello all’aborto, censurando magari, come è stato fatto poche settimane fa, la corruzione dilagante e sistemica della Fifa, la Federazione internazionale di calcio. Ma la superiorità morale di cui si è a lungo circondato il Parlamento europeo sta crollando sotto il peso di un’inchiesta che ha squarciato il velo, mostrando il verminaio.
Non alludo solo ai sacchi contenenti centinaia di migliaia di euro trovati a casa di Antonio Panzeri, alle vacanze high cost della di lui moglie, ai gioielli e ai denari di Eva Kaili e nemmeno ai conti correnti esteri a cui la Procura belga dà la caccia. No, non c’è solo la cronaca giudiziaria, anche se ho la sensazione che a breve l’indagine ci riserverà altri colpi di scena, visto che qualcuno degli arrestati ha cominciato a parlare. C’è anche il sistema con cui si concorre a emettere risoluzioni e a emanare direttive. Ciò che emerge, sono le pressioni che gruppi di potere, Paesi esteri e aziende multinazionali esercitano su Bruxelles. Il percorso con cui si giunge a norme che condizionano la vita di oltre 450 milioni di persone avviene in modo poco trasparente, con l’inserimento nel processo decisionale di migliaia di lobbisti, molti dei quali sono ex parlamentari a Bruxelles e dunque hanno diritto a frequentare il Parlamento e a contattare funzionari dei dipartimenti. Come abbiamo riportato ieri, sono quasi 14.000 le persone che ruotano attorno a Espace Léopold e non certo per ammirare la qualità dei palazzi, ma per riuscire a incanalare nel verso giusto le decisioni dell’Europa e della Commissione. Quasi 500 ex deputati sono regolarmente di stanza a Bruxelles nonostante non debbano partecipare alle sedute plenarie. Nostalgia della poltrona da onorevole? Certamente del lauto stipendio, ma forse qualcuno, come dimostra il caso Panzeri, ha trovato il modo di compensare la perdita della diaria. La presidente Roberta Metsola, chiamata ad assistere mentre i gendarmi perquisivano l’ufficio di Tarabella, ha detto che è in corso un attacco al Parlamento. Ovviamente non da parte dei giudici, ma di chi voleva comprarsi i deputati. Peccato che se ne sia accorta adesso e non si chieda come mai, all’improvviso, spuntano certi provvedimenti e non si interroghi se alcune decisioni non siano utili agli interessi di qualcuno. Insomma, non c’è solo il Qatar, ma anche tante imprese, a cui basta una direttiva per veder raddoppiare gli utili. Il caso Covid insegna.






