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2020-09-27
Il pontificato di Francesco rischia il capolinea
Papa Francesco (Photo by Francois Nel/Getty Images)
«Il papato di Francesco è sul viale del tramonto, anche i suoi amici stanno lavorando al prossimo conclave». Dopo quasi otto anni di pontificato, Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» per riformare la Chiesa, viene ritenuto ormai senza possibilità di rilanciare la sua azione. Così apprende La Verità dalle fessure dei sacri palazzi. Un commento laconico dopo i fatti dell'ex cardinale Angelo Becciu, defenestrato dal Papa in un tardo pomeriggio del settembre romano.
Il caso Becciu è però un dejà vu, visto che di defenestramenti e decisionismi papa Francesco ha più volte dato prova. Monsignor Bruno Forte, vescovo di Chieti, e già segretario speciale del Sinodo sulla famiglia, nel 2016 rivelò una confidenza che gli fece proprio il Papa davanti alla macchinetta del caffè, durante una pausa dei lavori del Sinodo. L'assemblea dei padri nel 2014 e 2015 era attraversata dal brivido della novità, con tutte le polemiche sull'accesso alla comunione per i divorziati risposati e il Papa avrebbe appunto confidato a Forte: «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io». Una frase mai smentita, e bollata scherzosamente dallo stesso Forte come espressione «tipica di un gesuita», ma che agli occhi di molti ridimensionò il tanto sbandierato afflato sinodale che il Papa ha sempre predicato.
Le beghe e le nomine un po' frettolose erano cominciate già nel 2013, quando il Papa inciampò in quella di monsignor Battista Ricca a prelato dello Ior (il monsignore è tutt'ora in carica), nonostante una brutta faccenda di scandalo pubblico legato all'omosessualità durante il suo servizio presso la nunziatura in Uruguay. Ma il Papa disse «se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?». Sempre intorno ai forzieri vaticani e alla fuga di documenti si è consumato anche Vatileaks 2, terminato nel 2016 con il coinvolgimento a diverso titolo di due ex componenti della commissione che lo stesso Francesco aveva istituito nel luglio 2013 per vagliare i conti dei dicasteri.
Poi vennero i dubia di cinque cardinali su alcuni passaggi dell'esortazione Amoris laetitia, dubia a cui mai è stata data risposta diretta; quindi fu la volta della commissione per le diaconesse, finita in un nulla di fatto e riemersa dopo l'altro controverso Sinodo, quello sull'Amazzonia del 2019, che ha sollevato un polverone enorme sulla questione preti sposati e polemiche infinite per la presenza della Pachamama. A margine di questo Sinodo per l'Amazzonia dobbiamo collocare la fuga in avanti della chiesa tedesca che ha in corso un Sinodo che durerà due anni e che promette di spingerla verso posizioni, diciamo così, secessioniste. Sul piatto ci sono i preti sposati, l'intercomunione tra luterani e cattolici, le diaconesse e ulteriori aperture in ambito di morale sessuale. L'ala liberal della Chiesa insomma sembra voler procedere oltre Francesco, il Papa che «apre processi» non è più sufficiente.
L'affare Theodore McCarrick, ex cardinale, poi addirittura spretato dallo stesso Francesco per accuse di abusi con minori e adulti, è venuto alla luce con il memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicò nell'estate 2018 proprio sulla Verità. Secondo Viganò lo stesso Francesco sarebbe stato a conoscenza delle accuse di abusi di cui era circondato il potentissimo porporato statunitense almeno dal giugno 2013, ma nonostante questo avrebbe continuato a lasciarlo agire diplomaticamente in tutto il mondo per conto della Chiesa. Soprattutto in Cina, con cui il Papa e la segreteria di Stato avrebbero poi raggiunto un accordo definito «storico» per la nomina dei vescovi. Questo accordo non è mai stato reso pubblico nei dettagli ed è stato oggetto di critiche feroci, non solo da parte del vecchio cardinale Joseph Zen, emerito di Hong Kong, ma soprattutto dai cattolici cinesi, quelli della Chiesa cosiddetta sotterranea che subisce durissima persecuzione proprio perché sempre fedele a Roma.
L'accordo con la Cina, che dovrebbe essere rinnovato a breve per esplicita volontà di Francesco, ci porta su un altro versante di crisi del pontificato di Bergoglio, quello degli Stati Uniti. Quando il prossimo 29 settembre il Papa incontrerà il segretario di Stato americano Mike Pompeo c'è da aspettarsi che si sentirà dire quello che Pompeo ha già messo per iscritto: «Il Vaticano non rinnovi l'accordo con la Cina, perché metterebbe in pericolo la sua autorità morale». Quasi certamente Francesco non si farà dettare l'agenda dagli Stati Uniti. Peraltro, Francesco non ha molta simpatia per il «populista» Donald Trump, che, invece, ne riscuote non solo tra gli elettori cattolici, ma anche tra i vescovi americani che in gran parte faticano a sintonizzarsi sulla linea del Papa.
Francesco spera di rilanciare la sua azione con la sua terza enciclica che verrà firmata ad Assisi il 3 ottobre prossimo, ma anche questa si preannuncia gravida di ulteriori polemiche. Già dal titolo, «Fratelli tutti», che pur essendo una citazione del poverello di Assisi ha richiesto un articolo di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani (altro anello di riforma della curia che non ha risparmiato siluramenti e dimissioni), per spiegare che il titolo non discrimina le donne.
Dicevamo in apertura che anche gli amici di papa Bergoglio si stanno organizzando verso il nuovo Conclave. La Comunità di Sant'Egidio, che ha lavorato moltissimo per l'elezione di Francesco, pare vada raccogliendo consensi tra i cardinali elettori per votare Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e profilo graditissimo all'ala liberal. Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, altro papabile, appare in difficoltà, anche perché lo tsunami che ha attraversato la Terza loggia potrebbe bagnargli la veste, pensando anche al fatto che la resistenza al rinnovo delle finanze vaticane aveva proprio nella segreteria di Stato il suo fortino. Con propaggini all'Apsa e anche a Propaganda fide, retta fino al 2019 dal cardinale Fernando Filoni. L'ex capo della segreteria per l'economia, il cardinale George Pell, nominato da Francesco nel 2014 per fare pulizia e accentrare il controllo, conosce bene tutte queste cose. Ora, dopo l'assoluzione in Australia, è un uomo libero, e pare proprio che la prossima settimana tornerà a Roma dopo tre anni di assenza, magari per ricordare a tutti che se la Chiesa fosse una istituzione solo umana è molto probabile che sarebbe già finita.
L’ufficio stampa di Bergoglio va in tilt. Dopo l’epurazione nessuno fiata più
L'unico imperturbabile appare proprio l'autore del gran gesto di ripudio, papa Francesco. Ha parlato con numerosi cardinali che gli hanno espresso solidarietà, per il resto prepara un Angelus per oggi totalmente improvvisato perché non ha consegnato alcun testo ufficiale. Intende parlare di Becciu? Forse sì forse no, perché per lui l'ex amico e sodale al quale ha dato potere sterminato e fiducia illimitata per molti anni è, nelle sue parole, morto. Perché con i suoi comportamenti, con gli affarucci grandi o piccoli che siano, e che si dimostreranno essere, ha minato la riforma per la trasparenza, un'ossessione di Bergoglio.
Del processo che si aprirà in un tribunale appena terminata l'inchiesta in corso sugli ammanchi dall'Obolo di San Pietro, il Papa non intende che l'ex cardinale faccia parte, chiamato a difendersi, come lui stesso ha dichiarato di voler fare, nella conferenza stampa e nelle interviste rilasciate ieri in grande abbondanza. Sarà invece giudicato dal supremo tribunale della Segnatura apostolica e sarà ridotto allo Stato laicale, altroche «resto cardinale».
Quanto alla decisione assunta a sorpresa giovedì sera, poco dopo aver ricevuto dai magistrati alcune carte e averle lette, Bergoglio risponde che è nelle sue prerogative e che di questo non deve rendere conto a nessuno. Troppo a lungo Becciu è riuscito a turlupinarlo, a fargli credere cose non vere, a fargli allontanare persone amate. Dev'essere per la difficoltà di comunicare un simile metodo che gli uomini della comunicazione del Vaticano si sono letteralmente fatti di nebbia in giornate in cui la loro presenza sarebbe stata fondamentale e doverosa.
Cerimonia del giuramento dei gendarmi ieri in Vaticano, e apparentemente business as usual, ma in realtà è sceso un silenzio tipico delle fasi che seguono a un trauma, e non è un silenzio giustificato.
Era così potente Angelo Becciu, e da così tanto tempo, che nessuno credeva fino in fondo nell'esito di un'inchiesta pure attesa da almeno un anno? Il trauma è dovuto al fatto che il Papa, peraltro esercitando le sue prerogative di monarca assoluto, ha anticipato i tempi della chiusura dell'inchiesta, lasciando tutti di stucco? Perché tace il segretario di Stato Parolin, che pure per primo definì opaca la questione degli investimenti legati a Becciu? Parolin, che ebbe un forte ruolo nella sua sostituzione nella segreteria di Stato? E per andare avanti con le domande, che fine hanno fatto i giornalisti e comunicatori del Papa e del Vaticano, visto che da 48 ore la sala stampa sembra abbandonata e né Andrea Tornielli, né Paolo Ruffini, né Antonio Spadaro, il gesuita conosciuto per la sua influenza nelle uscite più terzomondista e progressiste di Bergoglio, sono rintracciabili? Mai visto un intero staff di ufficio stampa che non fa comunicazione in una situazione come questa.
Ci sarebbe anche un'enciclica, ci sarebbe il 29 un viaggio complicato del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, con in mezzo la pesante questione della Cina, ma anche del voto il 3 novembre dei cattolici americani. Da una parte la predica abituale anti Trump del Papa si trova a cozzare con l'abortismo selvaggio del Partito democratico americano, arrivato a consentire l'aborto fino a nove mesi. Dall'altra l'accordo con la Cina, che l'amministrazione americana vorrebbe non venisse rinnovato e invece caro in Vaticano, ma si scontra a sua volta con la realtà del comunismo cinese che in questi giorni manda nelle scuole secondarie un libro sulle religioni nel quale l'adultera viene lapidata anche da Gesù, che si unisce alla giustizia sommaria contro la peccatrice.
In assenza di comunicazioni ufficiali, fioccano come è tipico nelle corti, i pettegolezzi, autentici o esasperati che siano, sul personaggio che fu potente, ora caduto in disgrazia. Di come si fece costruire un ascensore personale che a lui solo era consentito utilizzare. Di come nascondesse un complesso per la statura bassa tale da pretendere che gli ospiti lo attendessero già seduti, in modo da evitare troppo stridenti contrasti con lui che sul divanetto non toccava con i piedi per terra. Di come fosse così attento al denaro - era nato molto povero - da invitare a colazione il Papa e poi far preparare fattura.
Non è invece un pettegolezzo il documento con il quale due anni fa la prefettura di Sassari revoca il bando per le cooperative che gestiscono accoglienza di immigrati e lo riassegna per due anni d'ufficio alla Spes del fratello di Becciu. Forse per questo, oltre che per affetto, il vescovo della Diocesi di Ozieri e gli altri vescovi sardi hanno preparato un documento di vicinanza fraterna all'ex cardinale che stride non poco con la decisione del Papa. Un po' come ha fatto Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, riferendo della conferenza stampa di Becciu. Ma a quanto pare nessuna assoluzione sarà possibile, Bergoglio ritiene l'intera vicenda dolorosa e chiusa.
Il porporato remava contro il Papa che voleva ripulire lo Ior con l’Apsa
Bisognerà dar ragione a Giovanni Falcone per capire qualcosa di più del siluramento del cardinale dimezzato Angelo Becciu. Seguiamo i soldi. La domanda che tutti si sono posti è sempre la stessa: perché questo porporato, che è diventato potentissimo in Curia e per almeno sei anni è stato una sorta di uomo ombra di Jorge Mario Bergoglio - che lo ha nominato anche cardinale - viene fatto fuori così e ora? La risposta è nelle evidenze che gli inquirenti hanno in mano, ma anche probabilmente nei guai finanziari che il Vaticano sta attraversando da mesi - si parla di un buco di almeno 70 milioni nei conti - e che potrebbero diventare scottanti da qui a qualche giorno.
Il 29 settembre varcano le mura leonine gli ispettori di Moneyval. Si tratta di un organismo che dà il rating di «pulizia» delle attività finanziarie di Stati e grandi compagnie dopo verifiche sull'antiriciclaggio e sul finanziamento del terrorismo. E il Vaticano, che è in cerca disperata di soldi, ha bisogno di una pagella pulita. Bergoglio, appena salito al potere, si fissò come primo obiettivo di mettere ordine nelle finanze vaticane, in realtà mai state floride, nonostante l'immenso patrimonio. Ebbene, Francesco affidò in un primo momento a George Pell, cardinale australiano, il compito di mettere ordine. Ma Pell è poi incappato in una falsa accusa di pedofilia ed è stato fatto fuori. La sua dichiarazione di due giorni fa a seguito del defenestramento di Becciu lascia pochi dubbi su chi egli ritenga responsabile dei suoi guai: «Il Santo Padre», ha detto Pell, «venne eletto per pulire le finanze vaticane. Ha fatto un lungo lavoro e deve essere ringraziato e congratulato per i recenti sviluppi».
Il punto vero è che il potere, anche economico, in Vaticano è spartito in due: da una parte c'è il Papa, dall'altra c'è il governatorato, che è il vero produttore di soldi grazie ai Musei vaticani, al turismo religioso, alle convenzioni. A capo del governatorato c'è il cardinal Giuseppe Bertello. Ed è li che Angelo Becciu - sul quale in passato già c'erano state indagini in relazione agli affari dei fratelli - ha costruito il suo potere. Ebbene, Becciu ha fatto di tutto per evitare che Bergoglio, silurato Pell, nominasse qualcun altro a guardia dei soldi, ma il Papa, ha invece cominciato un vorticoso giro di nomine. Fino ad affidare tutto al gesuita Juan Antonio Guerrero Alves. Che ha un progetto: rastrellare tutti i soldi e metterli nell'Apsa svuotando lo Ior, colpevole di aver fatto scoppiare il caso Sloane avenue.
Il Vaticano ha un buco da 70 milioni di euro nella gestione ordinaria, ma non incassa soldi né dai fedeli americani, né dai tedeschi che se li tengono. E anche il gettito dell'8 per mille in Italia si è dimezzato. Il Covid ha tenuto chiuso i Musei vaticani, non si riscuotono più gli affitti e il Papa deve varare una finanziaria lacrime e sangue. Questo è il compito di Guerrero Alves, che nei mesi scorsi ha scritto una lettera a tutti i capi dei dicasteri e di tutti gli ordini religiosi, intimando di versare i soldi all'Apsa. È la banca centrale del Vaticano, che è presieduta da monsignor Nunzio Galantino, già presidente della Cei, che di economia sa il giusto e che è stato affiancato da Fabio Gasperini con un passato in Ernest & Young, la società di consulenza che aveva offerto al governatorato un suo sistema contabile, opportunamente messo nel cassetto. Il governatorato continua a usare il suo sistema «Project one», dove sono racchiusi i conti veri, quelli che Angelo Becciu custodiva. Ed ecco che molto si spiega: Becciu poteva essere un punto debole nella strategia economica del Papa. Il Papa ha costruito un direttorio fatto da Guerrero Alves, in ottimi rapporti con l'Opus Dei, Reinhard Marx, il potentissimo cardinale bavarese che punta alla riforma della Chiesa in senso laicista e che è in intimità con l'Elemosiniere del Papa (il cardinale elettricista polacco Konrad Krajewski, indicato da molti come successore di Bergoglio), che resta presidente del Consiglio per l'Economia, e appunto dai vertici dell'Apsa, che deve mettere in sonno lo Ior.
Pare infatti che sia stato proprio lo Ior a negare a monsignor Edgar Pena Parra, il sostituto di Becciu agli Affari generali, i mutui per tappare il buco di Sloane avenue. Per due motivi: era troppo oneroso e lo Ior, per pagare una cifra a sette zeri, doveva avere le autorizzazioni del Papa e del segretario generale, il cardinale Piero Parolin, che si è tenuto molto in disparte in questa fase. Così Guerreo Alves e Marx stanno cercando di convincere Bergoglio a dare l'assalto la governatorato, che continua a tenere i soldi nello Ior. Ma il cardinal Bertello tiene duro ed ecco che l'affare Becciu può essere un segnale. Sperando che i coinvolti nell'affare Sloane avenue, da Monsignor Alberto Perlasca a monsignor Mauro Carlino, già segretario di Angelo Becciu, ai laici Vincenzo Mauriello, Fabrizio Tirabassi e Tommaso Di Ruzza, non abbiano voglia di farsi sentire. Anche perché Moneyval ha ottime orecchie e se queste voci - soprattutto ora che si dice che anche il Papa abbia bisogno di emettere dei Bot per far quadrare le finanze disastrate e che dunque ha bisogno di avere un rating affidabile - dovessero crescere, beh, il Vaticano andrebbe di male in Becciu.
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Il caso Becciu è solo l'ultimo inciampo. Dai «dubia» al dossier Viganò, dalla pedofilia alla Cina, questi otto anni sono stati deludenti. E anche i fedelissimi guardano al futuro.L'ufficio stampa di Bergoglio va in tilt. Dopo l'epurazione nessuno fiata più. Da parte del segretario di Stato, Pietro Parolin, nemmeno una parola. Ma il silenzio più imbarazzante è quello dei comunicatori papalini Andrea Tornielli e Antonio Spadaro. Mentre i vescovi sardi si stringono attorno all'ex cardinale.Il porporato remava contro il Papa che voleva ripulire lo Ior con l'Apsa. Il gesuita Guerrero Alves era in lotta con il governatorato su mandato del Pontefice. Lo speciale comprende tre articoli.«Il papato di Francesco è sul viale del tramonto, anche i suoi amici stanno lavorando al prossimo conclave». Dopo quasi otto anni di pontificato, Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» per riformare la Chiesa, viene ritenuto ormai senza possibilità di rilanciare la sua azione. Così apprende La Verità dalle fessure dei sacri palazzi. Un commento laconico dopo i fatti dell'ex cardinale Angelo Becciu, defenestrato dal Papa in un tardo pomeriggio del settembre romano.Il caso Becciu è però un dejà vu, visto che di defenestramenti e decisionismi papa Francesco ha più volte dato prova. Monsignor Bruno Forte, vescovo di Chieti, e già segretario speciale del Sinodo sulla famiglia, nel 2016 rivelò una confidenza che gli fece proprio il Papa davanti alla macchinetta del caffè, durante una pausa dei lavori del Sinodo. L'assemblea dei padri nel 2014 e 2015 era attraversata dal brivido della novità, con tutte le polemiche sull'accesso alla comunione per i divorziati risposati e il Papa avrebbe appunto confidato a Forte: «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io». Una frase mai smentita, e bollata scherzosamente dallo stesso Forte come espressione «tipica di un gesuita», ma che agli occhi di molti ridimensionò il tanto sbandierato afflato sinodale che il Papa ha sempre predicato.Le beghe e le nomine un po' frettolose erano cominciate già nel 2013, quando il Papa inciampò in quella di monsignor Battista Ricca a prelato dello Ior (il monsignore è tutt'ora in carica), nonostante una brutta faccenda di scandalo pubblico legato all'omosessualità durante il suo servizio presso la nunziatura in Uruguay. Ma il Papa disse «se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?». Sempre intorno ai forzieri vaticani e alla fuga di documenti si è consumato anche Vatileaks 2, terminato nel 2016 con il coinvolgimento a diverso titolo di due ex componenti della commissione che lo stesso Francesco aveva istituito nel luglio 2013 per vagliare i conti dei dicasteri.Poi vennero i dubia di cinque cardinali su alcuni passaggi dell'esortazione Amoris laetitia, dubia a cui mai è stata data risposta diretta; quindi fu la volta della commissione per le diaconesse, finita in un nulla di fatto e riemersa dopo l'altro controverso Sinodo, quello sull'Amazzonia del 2019, che ha sollevato un polverone enorme sulla questione preti sposati e polemiche infinite per la presenza della Pachamama. A margine di questo Sinodo per l'Amazzonia dobbiamo collocare la fuga in avanti della chiesa tedesca che ha in corso un Sinodo che durerà due anni e che promette di spingerla verso posizioni, diciamo così, secessioniste. Sul piatto ci sono i preti sposati, l'intercomunione tra luterani e cattolici, le diaconesse e ulteriori aperture in ambito di morale sessuale. L'ala liberal della Chiesa insomma sembra voler procedere oltre Francesco, il Papa che «apre processi» non è più sufficiente.L'affare Theodore McCarrick, ex cardinale, poi addirittura spretato dallo stesso Francesco per accuse di abusi con minori e adulti, è venuto alla luce con il memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicò nell'estate 2018 proprio sulla Verità. Secondo Viganò lo stesso Francesco sarebbe stato a conoscenza delle accuse di abusi di cui era circondato il potentissimo porporato statunitense almeno dal giugno 2013, ma nonostante questo avrebbe continuato a lasciarlo agire diplomaticamente in tutto il mondo per conto della Chiesa. Soprattutto in Cina, con cui il Papa e la segreteria di Stato avrebbero poi raggiunto un accordo definito «storico» per la nomina dei vescovi. Questo accordo non è mai stato reso pubblico nei dettagli ed è stato oggetto di critiche feroci, non solo da parte del vecchio cardinale Joseph Zen, emerito di Hong Kong, ma soprattutto dai cattolici cinesi, quelli della Chiesa cosiddetta sotterranea che subisce durissima persecuzione proprio perché sempre fedele a Roma.L'accordo con la Cina, che dovrebbe essere rinnovato a breve per esplicita volontà di Francesco, ci porta su un altro versante di crisi del pontificato di Bergoglio, quello degli Stati Uniti. Quando il prossimo 29 settembre il Papa incontrerà il segretario di Stato americano Mike Pompeo c'è da aspettarsi che si sentirà dire quello che Pompeo ha già messo per iscritto: «Il Vaticano non rinnovi l'accordo con la Cina, perché metterebbe in pericolo la sua autorità morale». Quasi certamente Francesco non si farà dettare l'agenda dagli Stati Uniti. Peraltro, Francesco non ha molta simpatia per il «populista» Donald Trump, che, invece, ne riscuote non solo tra gli elettori cattolici, ma anche tra i vescovi americani che in gran parte faticano a sintonizzarsi sulla linea del Papa.Francesco spera di rilanciare la sua azione con la sua terza enciclica che verrà firmata ad Assisi il 3 ottobre prossimo, ma anche questa si preannuncia gravida di ulteriori polemiche. Già dal titolo, «Fratelli tutti», che pur essendo una citazione del poverello di Assisi ha richiesto un articolo di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani (altro anello di riforma della curia che non ha risparmiato siluramenti e dimissioni), per spiegare che il titolo non discrimina le donne. Dicevamo in apertura che anche gli amici di papa Bergoglio si stanno organizzando verso il nuovo Conclave. La Comunità di Sant'Egidio, che ha lavorato moltissimo per l'elezione di Francesco, pare vada raccogliendo consensi tra i cardinali elettori per votare Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e profilo graditissimo all'ala liberal. Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, altro papabile, appare in difficoltà, anche perché lo tsunami che ha attraversato la Terza loggia potrebbe bagnargli la veste, pensando anche al fatto che la resistenza al rinnovo delle finanze vaticane aveva proprio nella segreteria di Stato il suo fortino. Con propaggini all'Apsa e anche a Propaganda fide, retta fino al 2019 dal cardinale Fernando Filoni. L'ex capo della segreteria per l'economia, il cardinale George Pell, nominato da Francesco nel 2014 per fare pulizia e accentrare il controllo, conosce bene tutte queste cose. Ora, dopo l'assoluzione in Australia, è un uomo libero, e pare proprio che la prossima settimana tornerà a Roma dopo tre anni di assenza, magari per ricordare a tutti che se la Chiesa fosse una istituzione solo umana è molto probabile che sarebbe già finita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scandali-faide-e-irrilevanza-il-pontificato-di-francesco-sembra-arrivato-al-capolinea-2647834414.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lufficio-stampa-di-bergoglio-va-in-tilt-dopo-lepurazione-nessuno-fiata-piu" data-post-id="2647834414" data-published-at="1601159137" data-use-pagination="False"> L’ufficio stampa di Bergoglio va in tilt. Dopo l’epurazione nessuno fiata più L'unico imperturbabile appare proprio l'autore del gran gesto di ripudio, papa Francesco. Ha parlato con numerosi cardinali che gli hanno espresso solidarietà, per il resto prepara un Angelus per oggi totalmente improvvisato perché non ha consegnato alcun testo ufficiale. Intende parlare di Becciu? Forse sì forse no, perché per lui l'ex amico e sodale al quale ha dato potere sterminato e fiducia illimitata per molti anni è, nelle sue parole, morto. Perché con i suoi comportamenti, con gli affarucci grandi o piccoli che siano, e che si dimostreranno essere, ha minato la riforma per la trasparenza, un'ossessione di Bergoglio. Del processo che si aprirà in un tribunale appena terminata l'inchiesta in corso sugli ammanchi dall'Obolo di San Pietro, il Papa non intende che l'ex cardinale faccia parte, chiamato a difendersi, come lui stesso ha dichiarato di voler fare, nella conferenza stampa e nelle interviste rilasciate ieri in grande abbondanza. Sarà invece giudicato dal supremo tribunale della Segnatura apostolica e sarà ridotto allo Stato laicale, altroche «resto cardinale». Quanto alla decisione assunta a sorpresa giovedì sera, poco dopo aver ricevuto dai magistrati alcune carte e averle lette, Bergoglio risponde che è nelle sue prerogative e che di questo non deve rendere conto a nessuno. Troppo a lungo Becciu è riuscito a turlupinarlo, a fargli credere cose non vere, a fargli allontanare persone amate. Dev'essere per la difficoltà di comunicare un simile metodo che gli uomini della comunicazione del Vaticano si sono letteralmente fatti di nebbia in giornate in cui la loro presenza sarebbe stata fondamentale e doverosa. Cerimonia del giuramento dei gendarmi ieri in Vaticano, e apparentemente business as usual, ma in realtà è sceso un silenzio tipico delle fasi che seguono a un trauma, e non è un silenzio giustificato. Era così potente Angelo Becciu, e da così tanto tempo, che nessuno credeva fino in fondo nell'esito di un'inchiesta pure attesa da almeno un anno? Il trauma è dovuto al fatto che il Papa, peraltro esercitando le sue prerogative di monarca assoluto, ha anticipato i tempi della chiusura dell'inchiesta, lasciando tutti di stucco? Perché tace il segretario di Stato Parolin, che pure per primo definì opaca la questione degli investimenti legati a Becciu? Parolin, che ebbe un forte ruolo nella sua sostituzione nella segreteria di Stato? E per andare avanti con le domande, che fine hanno fatto i giornalisti e comunicatori del Papa e del Vaticano, visto che da 48 ore la sala stampa sembra abbandonata e né Andrea Tornielli, né Paolo Ruffini, né Antonio Spadaro, il gesuita conosciuto per la sua influenza nelle uscite più terzomondista e progressiste di Bergoglio, sono rintracciabili? Mai visto un intero staff di ufficio stampa che non fa comunicazione in una situazione come questa. Ci sarebbe anche un'enciclica, ci sarebbe il 29 un viaggio complicato del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, con in mezzo la pesante questione della Cina, ma anche del voto il 3 novembre dei cattolici americani. Da una parte la predica abituale anti Trump del Papa si trova a cozzare con l'abortismo selvaggio del Partito democratico americano, arrivato a consentire l'aborto fino a nove mesi. Dall'altra l'accordo con la Cina, che l'amministrazione americana vorrebbe non venisse rinnovato e invece caro in Vaticano, ma si scontra a sua volta con la realtà del comunismo cinese che in questi giorni manda nelle scuole secondarie un libro sulle religioni nel quale l'adultera viene lapidata anche da Gesù, che si unisce alla giustizia sommaria contro la peccatrice. In assenza di comunicazioni ufficiali, fioccano come è tipico nelle corti, i pettegolezzi, autentici o esasperati che siano, sul personaggio che fu potente, ora caduto in disgrazia. Di come si fece costruire un ascensore personale che a lui solo era consentito utilizzare. Di come nascondesse un complesso per la statura bassa tale da pretendere che gli ospiti lo attendessero già seduti, in modo da evitare troppo stridenti contrasti con lui che sul divanetto non toccava con i piedi per terra. Di come fosse così attento al denaro - era nato molto povero - da invitare a colazione il Papa e poi far preparare fattura. Non è invece un pettegolezzo il documento con il quale due anni fa la prefettura di Sassari revoca il bando per le cooperative che gestiscono accoglienza di immigrati e lo riassegna per due anni d'ufficio alla Spes del fratello di Becciu. Forse per questo, oltre che per affetto, il vescovo della Diocesi di Ozieri e gli altri vescovi sardi hanno preparato un documento di vicinanza fraterna all'ex cardinale che stride non poco con la decisione del Papa. Un po' come ha fatto Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, riferendo della conferenza stampa di Becciu. Ma a quanto pare nessuna assoluzione sarà possibile, Bergoglio ritiene l'intera vicenda dolorosa e chiusa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scandali-faide-e-irrilevanza-il-pontificato-di-francesco-sembra-arrivato-al-capolinea-2647834414.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-porporato-remava-contro-il-papa-che-voleva-ripulire-lo-ior-con-lapsa" data-post-id="2647834414" data-published-at="1601159137" data-use-pagination="False"> Il porporato remava contro il Papa che voleva ripulire lo Ior con l’Apsa Bisognerà dar ragione a Giovanni Falcone per capire qualcosa di più del siluramento del cardinale dimezzato Angelo Becciu. Seguiamo i soldi. La domanda che tutti si sono posti è sempre la stessa: perché questo porporato, che è diventato potentissimo in Curia e per almeno sei anni è stato una sorta di uomo ombra di Jorge Mario Bergoglio - che lo ha nominato anche cardinale - viene fatto fuori così e ora? La risposta è nelle evidenze che gli inquirenti hanno in mano, ma anche probabilmente nei guai finanziari che il Vaticano sta attraversando da mesi - si parla di un buco di almeno 70 milioni nei conti - e che potrebbero diventare scottanti da qui a qualche giorno. Il 29 settembre varcano le mura leonine gli ispettori di Moneyval. Si tratta di un organismo che dà il rating di «pulizia» delle attività finanziarie di Stati e grandi compagnie dopo verifiche sull'antiriciclaggio e sul finanziamento del terrorismo. E il Vaticano, che è in cerca disperata di soldi, ha bisogno di una pagella pulita. Bergoglio, appena salito al potere, si fissò come primo obiettivo di mettere ordine nelle finanze vaticane, in realtà mai state floride, nonostante l'immenso patrimonio. Ebbene, Francesco affidò in un primo momento a George Pell, cardinale australiano, il compito di mettere ordine. Ma Pell è poi incappato in una falsa accusa di pedofilia ed è stato fatto fuori. La sua dichiarazione di due giorni fa a seguito del defenestramento di Becciu lascia pochi dubbi su chi egli ritenga responsabile dei suoi guai: «Il Santo Padre», ha detto Pell, «venne eletto per pulire le finanze vaticane. Ha fatto un lungo lavoro e deve essere ringraziato e congratulato per i recenti sviluppi». Il punto vero è che il potere, anche economico, in Vaticano è spartito in due: da una parte c'è il Papa, dall'altra c'è il governatorato, che è il vero produttore di soldi grazie ai Musei vaticani, al turismo religioso, alle convenzioni. A capo del governatorato c'è il cardinal Giuseppe Bertello. Ed è li che Angelo Becciu - sul quale in passato già c'erano state indagini in relazione agli affari dei fratelli - ha costruito il suo potere. Ebbene, Becciu ha fatto di tutto per evitare che Bergoglio, silurato Pell, nominasse qualcun altro a guardia dei soldi, ma il Papa, ha invece cominciato un vorticoso giro di nomine. Fino ad affidare tutto al gesuita Juan Antonio Guerrero Alves. Che ha un progetto: rastrellare tutti i soldi e metterli nell'Apsa svuotando lo Ior, colpevole di aver fatto scoppiare il caso Sloane avenue. Il Vaticano ha un buco da 70 milioni di euro nella gestione ordinaria, ma non incassa soldi né dai fedeli americani, né dai tedeschi che se li tengono. E anche il gettito dell'8 per mille in Italia si è dimezzato. Il Covid ha tenuto chiuso i Musei vaticani, non si riscuotono più gli affitti e il Papa deve varare una finanziaria lacrime e sangue. Questo è il compito di Guerrero Alves, che nei mesi scorsi ha scritto una lettera a tutti i capi dei dicasteri e di tutti gli ordini religiosi, intimando di versare i soldi all'Apsa. È la banca centrale del Vaticano, che è presieduta da monsignor Nunzio Galantino, già presidente della Cei, che di economia sa il giusto e che è stato affiancato da Fabio Gasperini con un passato in Ernest & Young, la società di consulenza che aveva offerto al governatorato un suo sistema contabile, opportunamente messo nel cassetto. Il governatorato continua a usare il suo sistema «Project one», dove sono racchiusi i conti veri, quelli che Angelo Becciu custodiva. Ed ecco che molto si spiega: Becciu poteva essere un punto debole nella strategia economica del Papa. Il Papa ha costruito un direttorio fatto da Guerrero Alves, in ottimi rapporti con l'Opus Dei, Reinhard Marx, il potentissimo cardinale bavarese che punta alla riforma della Chiesa in senso laicista e che è in intimità con l'Elemosiniere del Papa (il cardinale elettricista polacco Konrad Krajewski, indicato da molti come successore di Bergoglio), che resta presidente del Consiglio per l'Economia, e appunto dai vertici dell'Apsa, che deve mettere in sonno lo Ior. Pare infatti che sia stato proprio lo Ior a negare a monsignor Edgar Pena Parra, il sostituto di Becciu agli Affari generali, i mutui per tappare il buco di Sloane avenue. Per due motivi: era troppo oneroso e lo Ior, per pagare una cifra a sette zeri, doveva avere le autorizzazioni del Papa e del segretario generale, il cardinale Piero Parolin, che si è tenuto molto in disparte in questa fase. Così Guerreo Alves e Marx stanno cercando di convincere Bergoglio a dare l'assalto la governatorato, che continua a tenere i soldi nello Ior. Ma il cardinal Bertello tiene duro ed ecco che l'affare Becciu può essere un segnale. Sperando che i coinvolti nell'affare Sloane avenue, da Monsignor Alberto Perlasca a monsignor Mauro Carlino, già segretario di Angelo Becciu, ai laici Vincenzo Mauriello, Fabrizio Tirabassi e Tommaso Di Ruzza, non abbiano voglia di farsi sentire. Anche perché Moneyval ha ottime orecchie e se queste voci - soprattutto ora che si dice che anche il Papa abbia bisogno di emettere dei Bot per far quadrare le finanze disastrate e che dunque ha bisogno di avere un rating affidabile - dovessero crescere, beh, il Vaticano andrebbe di male in Becciu.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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