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2020-09-27
Il pontificato di Francesco rischia il capolinea
Papa Francesco (Photo by Francois Nel/Getty Images)
«Il papato di Francesco è sul viale del tramonto, anche i suoi amici stanno lavorando al prossimo conclave». Dopo quasi otto anni di pontificato, Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» per riformare la Chiesa, viene ritenuto ormai senza possibilità di rilanciare la sua azione. Così apprende La Verità dalle fessure dei sacri palazzi. Un commento laconico dopo i fatti dell'ex cardinale Angelo Becciu, defenestrato dal Papa in un tardo pomeriggio del settembre romano.
Il caso Becciu è però un dejà vu, visto che di defenestramenti e decisionismi papa Francesco ha più volte dato prova. Monsignor Bruno Forte, vescovo di Chieti, e già segretario speciale del Sinodo sulla famiglia, nel 2016 rivelò una confidenza che gli fece proprio il Papa davanti alla macchinetta del caffè, durante una pausa dei lavori del Sinodo. L'assemblea dei padri nel 2014 e 2015 era attraversata dal brivido della novità, con tutte le polemiche sull'accesso alla comunione per i divorziati risposati e il Papa avrebbe appunto confidato a Forte: «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io». Una frase mai smentita, e bollata scherzosamente dallo stesso Forte come espressione «tipica di un gesuita», ma che agli occhi di molti ridimensionò il tanto sbandierato afflato sinodale che il Papa ha sempre predicato.
Le beghe e le nomine un po' frettolose erano cominciate già nel 2013, quando il Papa inciampò in quella di monsignor Battista Ricca a prelato dello Ior (il monsignore è tutt'ora in carica), nonostante una brutta faccenda di scandalo pubblico legato all'omosessualità durante il suo servizio presso la nunziatura in Uruguay. Ma il Papa disse «se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?». Sempre intorno ai forzieri vaticani e alla fuga di documenti si è consumato anche Vatileaks 2, terminato nel 2016 con il coinvolgimento a diverso titolo di due ex componenti della commissione che lo stesso Francesco aveva istituito nel luglio 2013 per vagliare i conti dei dicasteri.
Poi vennero i dubia di cinque cardinali su alcuni passaggi dell'esortazione Amoris laetitia, dubia a cui mai è stata data risposta diretta; quindi fu la volta della commissione per le diaconesse, finita in un nulla di fatto e riemersa dopo l'altro controverso Sinodo, quello sull'Amazzonia del 2019, che ha sollevato un polverone enorme sulla questione preti sposati e polemiche infinite per la presenza della Pachamama. A margine di questo Sinodo per l'Amazzonia dobbiamo collocare la fuga in avanti della chiesa tedesca che ha in corso un Sinodo che durerà due anni e che promette di spingerla verso posizioni, diciamo così, secessioniste. Sul piatto ci sono i preti sposati, l'intercomunione tra luterani e cattolici, le diaconesse e ulteriori aperture in ambito di morale sessuale. L'ala liberal della Chiesa insomma sembra voler procedere oltre Francesco, il Papa che «apre processi» non è più sufficiente.
L'affare Theodore McCarrick, ex cardinale, poi addirittura spretato dallo stesso Francesco per accuse di abusi con minori e adulti, è venuto alla luce con il memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicò nell'estate 2018 proprio sulla Verità. Secondo Viganò lo stesso Francesco sarebbe stato a conoscenza delle accuse di abusi di cui era circondato il potentissimo porporato statunitense almeno dal giugno 2013, ma nonostante questo avrebbe continuato a lasciarlo agire diplomaticamente in tutto il mondo per conto della Chiesa. Soprattutto in Cina, con cui il Papa e la segreteria di Stato avrebbero poi raggiunto un accordo definito «storico» per la nomina dei vescovi. Questo accordo non è mai stato reso pubblico nei dettagli ed è stato oggetto di critiche feroci, non solo da parte del vecchio cardinale Joseph Zen, emerito di Hong Kong, ma soprattutto dai cattolici cinesi, quelli della Chiesa cosiddetta sotterranea che subisce durissima persecuzione proprio perché sempre fedele a Roma.
L'accordo con la Cina, che dovrebbe essere rinnovato a breve per esplicita volontà di Francesco, ci porta su un altro versante di crisi del pontificato di Bergoglio, quello degli Stati Uniti. Quando il prossimo 29 settembre il Papa incontrerà il segretario di Stato americano Mike Pompeo c'è da aspettarsi che si sentirà dire quello che Pompeo ha già messo per iscritto: «Il Vaticano non rinnovi l'accordo con la Cina, perché metterebbe in pericolo la sua autorità morale». Quasi certamente Francesco non si farà dettare l'agenda dagli Stati Uniti. Peraltro, Francesco non ha molta simpatia per il «populista» Donald Trump, che, invece, ne riscuote non solo tra gli elettori cattolici, ma anche tra i vescovi americani che in gran parte faticano a sintonizzarsi sulla linea del Papa.
Francesco spera di rilanciare la sua azione con la sua terza enciclica che verrà firmata ad Assisi il 3 ottobre prossimo, ma anche questa si preannuncia gravida di ulteriori polemiche. Già dal titolo, «Fratelli tutti», che pur essendo una citazione del poverello di Assisi ha richiesto un articolo di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani (altro anello di riforma della curia che non ha risparmiato siluramenti e dimissioni), per spiegare che il titolo non discrimina le donne.
Dicevamo in apertura che anche gli amici di papa Bergoglio si stanno organizzando verso il nuovo Conclave. La Comunità di Sant'Egidio, che ha lavorato moltissimo per l'elezione di Francesco, pare vada raccogliendo consensi tra i cardinali elettori per votare Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e profilo graditissimo all'ala liberal. Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, altro papabile, appare in difficoltà, anche perché lo tsunami che ha attraversato la Terza loggia potrebbe bagnargli la veste, pensando anche al fatto che la resistenza al rinnovo delle finanze vaticane aveva proprio nella segreteria di Stato il suo fortino. Con propaggini all'Apsa e anche a Propaganda fide, retta fino al 2019 dal cardinale Fernando Filoni. L'ex capo della segreteria per l'economia, il cardinale George Pell, nominato da Francesco nel 2014 per fare pulizia e accentrare il controllo, conosce bene tutte queste cose. Ora, dopo l'assoluzione in Australia, è un uomo libero, e pare proprio che la prossima settimana tornerà a Roma dopo tre anni di assenza, magari per ricordare a tutti che se la Chiesa fosse una istituzione solo umana è molto probabile che sarebbe già finita.
L’ufficio stampa di Bergoglio va in tilt. Dopo l’epurazione nessuno fiata più
L'unico imperturbabile appare proprio l'autore del gran gesto di ripudio, papa Francesco. Ha parlato con numerosi cardinali che gli hanno espresso solidarietà, per il resto prepara un Angelus per oggi totalmente improvvisato perché non ha consegnato alcun testo ufficiale. Intende parlare di Becciu? Forse sì forse no, perché per lui l'ex amico e sodale al quale ha dato potere sterminato e fiducia illimitata per molti anni è, nelle sue parole, morto. Perché con i suoi comportamenti, con gli affarucci grandi o piccoli che siano, e che si dimostreranno essere, ha minato la riforma per la trasparenza, un'ossessione di Bergoglio.
Del processo che si aprirà in un tribunale appena terminata l'inchiesta in corso sugli ammanchi dall'Obolo di San Pietro, il Papa non intende che l'ex cardinale faccia parte, chiamato a difendersi, come lui stesso ha dichiarato di voler fare, nella conferenza stampa e nelle interviste rilasciate ieri in grande abbondanza. Sarà invece giudicato dal supremo tribunale della Segnatura apostolica e sarà ridotto allo Stato laicale, altroche «resto cardinale».
Quanto alla decisione assunta a sorpresa giovedì sera, poco dopo aver ricevuto dai magistrati alcune carte e averle lette, Bergoglio risponde che è nelle sue prerogative e che di questo non deve rendere conto a nessuno. Troppo a lungo Becciu è riuscito a turlupinarlo, a fargli credere cose non vere, a fargli allontanare persone amate. Dev'essere per la difficoltà di comunicare un simile metodo che gli uomini della comunicazione del Vaticano si sono letteralmente fatti di nebbia in giornate in cui la loro presenza sarebbe stata fondamentale e doverosa.
Cerimonia del giuramento dei gendarmi ieri in Vaticano, e apparentemente business as usual, ma in realtà è sceso un silenzio tipico delle fasi che seguono a un trauma, e non è un silenzio giustificato.
Era così potente Angelo Becciu, e da così tanto tempo, che nessuno credeva fino in fondo nell'esito di un'inchiesta pure attesa da almeno un anno? Il trauma è dovuto al fatto che il Papa, peraltro esercitando le sue prerogative di monarca assoluto, ha anticipato i tempi della chiusura dell'inchiesta, lasciando tutti di stucco? Perché tace il segretario di Stato Parolin, che pure per primo definì opaca la questione degli investimenti legati a Becciu? Parolin, che ebbe un forte ruolo nella sua sostituzione nella segreteria di Stato? E per andare avanti con le domande, che fine hanno fatto i giornalisti e comunicatori del Papa e del Vaticano, visto che da 48 ore la sala stampa sembra abbandonata e né Andrea Tornielli, né Paolo Ruffini, né Antonio Spadaro, il gesuita conosciuto per la sua influenza nelle uscite più terzomondista e progressiste di Bergoglio, sono rintracciabili? Mai visto un intero staff di ufficio stampa che non fa comunicazione in una situazione come questa.
Ci sarebbe anche un'enciclica, ci sarebbe il 29 un viaggio complicato del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, con in mezzo la pesante questione della Cina, ma anche del voto il 3 novembre dei cattolici americani. Da una parte la predica abituale anti Trump del Papa si trova a cozzare con l'abortismo selvaggio del Partito democratico americano, arrivato a consentire l'aborto fino a nove mesi. Dall'altra l'accordo con la Cina, che l'amministrazione americana vorrebbe non venisse rinnovato e invece caro in Vaticano, ma si scontra a sua volta con la realtà del comunismo cinese che in questi giorni manda nelle scuole secondarie un libro sulle religioni nel quale l'adultera viene lapidata anche da Gesù, che si unisce alla giustizia sommaria contro la peccatrice.
In assenza di comunicazioni ufficiali, fioccano come è tipico nelle corti, i pettegolezzi, autentici o esasperati che siano, sul personaggio che fu potente, ora caduto in disgrazia. Di come si fece costruire un ascensore personale che a lui solo era consentito utilizzare. Di come nascondesse un complesso per la statura bassa tale da pretendere che gli ospiti lo attendessero già seduti, in modo da evitare troppo stridenti contrasti con lui che sul divanetto non toccava con i piedi per terra. Di come fosse così attento al denaro - era nato molto povero - da invitare a colazione il Papa e poi far preparare fattura.
Non è invece un pettegolezzo il documento con il quale due anni fa la prefettura di Sassari revoca il bando per le cooperative che gestiscono accoglienza di immigrati e lo riassegna per due anni d'ufficio alla Spes del fratello di Becciu. Forse per questo, oltre che per affetto, il vescovo della Diocesi di Ozieri e gli altri vescovi sardi hanno preparato un documento di vicinanza fraterna all'ex cardinale che stride non poco con la decisione del Papa. Un po' come ha fatto Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, riferendo della conferenza stampa di Becciu. Ma a quanto pare nessuna assoluzione sarà possibile, Bergoglio ritiene l'intera vicenda dolorosa e chiusa.
Il porporato remava contro il Papa che voleva ripulire lo Ior con l’Apsa
Bisognerà dar ragione a Giovanni Falcone per capire qualcosa di più del siluramento del cardinale dimezzato Angelo Becciu. Seguiamo i soldi. La domanda che tutti si sono posti è sempre la stessa: perché questo porporato, che è diventato potentissimo in Curia e per almeno sei anni è stato una sorta di uomo ombra di Jorge Mario Bergoglio - che lo ha nominato anche cardinale - viene fatto fuori così e ora? La risposta è nelle evidenze che gli inquirenti hanno in mano, ma anche probabilmente nei guai finanziari che il Vaticano sta attraversando da mesi - si parla di un buco di almeno 70 milioni nei conti - e che potrebbero diventare scottanti da qui a qualche giorno.
Il 29 settembre varcano le mura leonine gli ispettori di Moneyval. Si tratta di un organismo che dà il rating di «pulizia» delle attività finanziarie di Stati e grandi compagnie dopo verifiche sull'antiriciclaggio e sul finanziamento del terrorismo. E il Vaticano, che è in cerca disperata di soldi, ha bisogno di una pagella pulita. Bergoglio, appena salito al potere, si fissò come primo obiettivo di mettere ordine nelle finanze vaticane, in realtà mai state floride, nonostante l'immenso patrimonio. Ebbene, Francesco affidò in un primo momento a George Pell, cardinale australiano, il compito di mettere ordine. Ma Pell è poi incappato in una falsa accusa di pedofilia ed è stato fatto fuori. La sua dichiarazione di due giorni fa a seguito del defenestramento di Becciu lascia pochi dubbi su chi egli ritenga responsabile dei suoi guai: «Il Santo Padre», ha detto Pell, «venne eletto per pulire le finanze vaticane. Ha fatto un lungo lavoro e deve essere ringraziato e congratulato per i recenti sviluppi».
Il punto vero è che il potere, anche economico, in Vaticano è spartito in due: da una parte c'è il Papa, dall'altra c'è il governatorato, che è il vero produttore di soldi grazie ai Musei vaticani, al turismo religioso, alle convenzioni. A capo del governatorato c'è il cardinal Giuseppe Bertello. Ed è li che Angelo Becciu - sul quale in passato già c'erano state indagini in relazione agli affari dei fratelli - ha costruito il suo potere. Ebbene, Becciu ha fatto di tutto per evitare che Bergoglio, silurato Pell, nominasse qualcun altro a guardia dei soldi, ma il Papa, ha invece cominciato un vorticoso giro di nomine. Fino ad affidare tutto al gesuita Juan Antonio Guerrero Alves. Che ha un progetto: rastrellare tutti i soldi e metterli nell'Apsa svuotando lo Ior, colpevole di aver fatto scoppiare il caso Sloane avenue.
Il Vaticano ha un buco da 70 milioni di euro nella gestione ordinaria, ma non incassa soldi né dai fedeli americani, né dai tedeschi che se li tengono. E anche il gettito dell'8 per mille in Italia si è dimezzato. Il Covid ha tenuto chiuso i Musei vaticani, non si riscuotono più gli affitti e il Papa deve varare una finanziaria lacrime e sangue. Questo è il compito di Guerrero Alves, che nei mesi scorsi ha scritto una lettera a tutti i capi dei dicasteri e di tutti gli ordini religiosi, intimando di versare i soldi all'Apsa. È la banca centrale del Vaticano, che è presieduta da monsignor Nunzio Galantino, già presidente della Cei, che di economia sa il giusto e che è stato affiancato da Fabio Gasperini con un passato in Ernest & Young, la società di consulenza che aveva offerto al governatorato un suo sistema contabile, opportunamente messo nel cassetto. Il governatorato continua a usare il suo sistema «Project one», dove sono racchiusi i conti veri, quelli che Angelo Becciu custodiva. Ed ecco che molto si spiega: Becciu poteva essere un punto debole nella strategia economica del Papa. Il Papa ha costruito un direttorio fatto da Guerrero Alves, in ottimi rapporti con l'Opus Dei, Reinhard Marx, il potentissimo cardinale bavarese che punta alla riforma della Chiesa in senso laicista e che è in intimità con l'Elemosiniere del Papa (il cardinale elettricista polacco Konrad Krajewski, indicato da molti come successore di Bergoglio), che resta presidente del Consiglio per l'Economia, e appunto dai vertici dell'Apsa, che deve mettere in sonno lo Ior.
Pare infatti che sia stato proprio lo Ior a negare a monsignor Edgar Pena Parra, il sostituto di Becciu agli Affari generali, i mutui per tappare il buco di Sloane avenue. Per due motivi: era troppo oneroso e lo Ior, per pagare una cifra a sette zeri, doveva avere le autorizzazioni del Papa e del segretario generale, il cardinale Piero Parolin, che si è tenuto molto in disparte in questa fase. Così Guerreo Alves e Marx stanno cercando di convincere Bergoglio a dare l'assalto la governatorato, che continua a tenere i soldi nello Ior. Ma il cardinal Bertello tiene duro ed ecco che l'affare Becciu può essere un segnale. Sperando che i coinvolti nell'affare Sloane avenue, da Monsignor Alberto Perlasca a monsignor Mauro Carlino, già segretario di Angelo Becciu, ai laici Vincenzo Mauriello, Fabrizio Tirabassi e Tommaso Di Ruzza, non abbiano voglia di farsi sentire. Anche perché Moneyval ha ottime orecchie e se queste voci - soprattutto ora che si dice che anche il Papa abbia bisogno di emettere dei Bot per far quadrare le finanze disastrate e che dunque ha bisogno di avere un rating affidabile - dovessero crescere, beh, il Vaticano andrebbe di male in Becciu.
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Il caso Becciu è solo l'ultimo inciampo. Dai «dubia» al dossier Viganò, dalla pedofilia alla Cina, questi otto anni sono stati deludenti. E anche i fedelissimi guardano al futuro.L'ufficio stampa di Bergoglio va in tilt. Dopo l'epurazione nessuno fiata più. Da parte del segretario di Stato, Pietro Parolin, nemmeno una parola. Ma il silenzio più imbarazzante è quello dei comunicatori papalini Andrea Tornielli e Antonio Spadaro. Mentre i vescovi sardi si stringono attorno all'ex cardinale.Il porporato remava contro il Papa che voleva ripulire lo Ior con l'Apsa. Il gesuita Guerrero Alves era in lotta con il governatorato su mandato del Pontefice. Lo speciale comprende tre articoli.«Il papato di Francesco è sul viale del tramonto, anche i suoi amici stanno lavorando al prossimo conclave». Dopo quasi otto anni di pontificato, Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» per riformare la Chiesa, viene ritenuto ormai senza possibilità di rilanciare la sua azione. Così apprende La Verità dalle fessure dei sacri palazzi. Un commento laconico dopo i fatti dell'ex cardinale Angelo Becciu, defenestrato dal Papa in un tardo pomeriggio del settembre romano.Il caso Becciu è però un dejà vu, visto che di defenestramenti e decisionismi papa Francesco ha più volte dato prova. Monsignor Bruno Forte, vescovo di Chieti, e già segretario speciale del Sinodo sulla famiglia, nel 2016 rivelò una confidenza che gli fece proprio il Papa davanti alla macchinetta del caffè, durante una pausa dei lavori del Sinodo. L'assemblea dei padri nel 2014 e 2015 era attraversata dal brivido della novità, con tutte le polemiche sull'accesso alla comunione per i divorziati risposati e il Papa avrebbe appunto confidato a Forte: «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io». Una frase mai smentita, e bollata scherzosamente dallo stesso Forte come espressione «tipica di un gesuita», ma che agli occhi di molti ridimensionò il tanto sbandierato afflato sinodale che il Papa ha sempre predicato.Le beghe e le nomine un po' frettolose erano cominciate già nel 2013, quando il Papa inciampò in quella di monsignor Battista Ricca a prelato dello Ior (il monsignore è tutt'ora in carica), nonostante una brutta faccenda di scandalo pubblico legato all'omosessualità durante il suo servizio presso la nunziatura in Uruguay. Ma il Papa disse «se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?». Sempre intorno ai forzieri vaticani e alla fuga di documenti si è consumato anche Vatileaks 2, terminato nel 2016 con il coinvolgimento a diverso titolo di due ex componenti della commissione che lo stesso Francesco aveva istituito nel luglio 2013 per vagliare i conti dei dicasteri.Poi vennero i dubia di cinque cardinali su alcuni passaggi dell'esortazione Amoris laetitia, dubia a cui mai è stata data risposta diretta; quindi fu la volta della commissione per le diaconesse, finita in un nulla di fatto e riemersa dopo l'altro controverso Sinodo, quello sull'Amazzonia del 2019, che ha sollevato un polverone enorme sulla questione preti sposati e polemiche infinite per la presenza della Pachamama. A margine di questo Sinodo per l'Amazzonia dobbiamo collocare la fuga in avanti della chiesa tedesca che ha in corso un Sinodo che durerà due anni e che promette di spingerla verso posizioni, diciamo così, secessioniste. Sul piatto ci sono i preti sposati, l'intercomunione tra luterani e cattolici, le diaconesse e ulteriori aperture in ambito di morale sessuale. L'ala liberal della Chiesa insomma sembra voler procedere oltre Francesco, il Papa che «apre processi» non è più sufficiente.L'affare Theodore McCarrick, ex cardinale, poi addirittura spretato dallo stesso Francesco per accuse di abusi con minori e adulti, è venuto alla luce con il memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicò nell'estate 2018 proprio sulla Verità. Secondo Viganò lo stesso Francesco sarebbe stato a conoscenza delle accuse di abusi di cui era circondato il potentissimo porporato statunitense almeno dal giugno 2013, ma nonostante questo avrebbe continuato a lasciarlo agire diplomaticamente in tutto il mondo per conto della Chiesa. Soprattutto in Cina, con cui il Papa e la segreteria di Stato avrebbero poi raggiunto un accordo definito «storico» per la nomina dei vescovi. Questo accordo non è mai stato reso pubblico nei dettagli ed è stato oggetto di critiche feroci, non solo da parte del vecchio cardinale Joseph Zen, emerito di Hong Kong, ma soprattutto dai cattolici cinesi, quelli della Chiesa cosiddetta sotterranea che subisce durissima persecuzione proprio perché sempre fedele a Roma.L'accordo con la Cina, che dovrebbe essere rinnovato a breve per esplicita volontà di Francesco, ci porta su un altro versante di crisi del pontificato di Bergoglio, quello degli Stati Uniti. Quando il prossimo 29 settembre il Papa incontrerà il segretario di Stato americano Mike Pompeo c'è da aspettarsi che si sentirà dire quello che Pompeo ha già messo per iscritto: «Il Vaticano non rinnovi l'accordo con la Cina, perché metterebbe in pericolo la sua autorità morale». Quasi certamente Francesco non si farà dettare l'agenda dagli Stati Uniti. Peraltro, Francesco non ha molta simpatia per il «populista» Donald Trump, che, invece, ne riscuote non solo tra gli elettori cattolici, ma anche tra i vescovi americani che in gran parte faticano a sintonizzarsi sulla linea del Papa.Francesco spera di rilanciare la sua azione con la sua terza enciclica che verrà firmata ad Assisi il 3 ottobre prossimo, ma anche questa si preannuncia gravida di ulteriori polemiche. Già dal titolo, «Fratelli tutti», che pur essendo una citazione del poverello di Assisi ha richiesto un articolo di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani (altro anello di riforma della curia che non ha risparmiato siluramenti e dimissioni), per spiegare che il titolo non discrimina le donne. Dicevamo in apertura che anche gli amici di papa Bergoglio si stanno organizzando verso il nuovo Conclave. La Comunità di Sant'Egidio, che ha lavorato moltissimo per l'elezione di Francesco, pare vada raccogliendo consensi tra i cardinali elettori per votare Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e profilo graditissimo all'ala liberal. Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, altro papabile, appare in difficoltà, anche perché lo tsunami che ha attraversato la Terza loggia potrebbe bagnargli la veste, pensando anche al fatto che la resistenza al rinnovo delle finanze vaticane aveva proprio nella segreteria di Stato il suo fortino. Con propaggini all'Apsa e anche a Propaganda fide, retta fino al 2019 dal cardinale Fernando Filoni. L'ex capo della segreteria per l'economia, il cardinale George Pell, nominato da Francesco nel 2014 per fare pulizia e accentrare il controllo, conosce bene tutte queste cose. Ora, dopo l'assoluzione in Australia, è un uomo libero, e pare proprio che la prossima settimana tornerà a Roma dopo tre anni di assenza, magari per ricordare a tutti che se la Chiesa fosse una istituzione solo umana è molto probabile che sarebbe già finita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scandali-faide-e-irrilevanza-il-pontificato-di-francesco-sembra-arrivato-al-capolinea-2647834414.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lufficio-stampa-di-bergoglio-va-in-tilt-dopo-lepurazione-nessuno-fiata-piu" data-post-id="2647834414" data-published-at="1601159137" data-use-pagination="False"> L’ufficio stampa di Bergoglio va in tilt. Dopo l’epurazione nessuno fiata più L'unico imperturbabile appare proprio l'autore del gran gesto di ripudio, papa Francesco. Ha parlato con numerosi cardinali che gli hanno espresso solidarietà, per il resto prepara un Angelus per oggi totalmente improvvisato perché non ha consegnato alcun testo ufficiale. Intende parlare di Becciu? Forse sì forse no, perché per lui l'ex amico e sodale al quale ha dato potere sterminato e fiducia illimitata per molti anni è, nelle sue parole, morto. Perché con i suoi comportamenti, con gli affarucci grandi o piccoli che siano, e che si dimostreranno essere, ha minato la riforma per la trasparenza, un'ossessione di Bergoglio. Del processo che si aprirà in un tribunale appena terminata l'inchiesta in corso sugli ammanchi dall'Obolo di San Pietro, il Papa non intende che l'ex cardinale faccia parte, chiamato a difendersi, come lui stesso ha dichiarato di voler fare, nella conferenza stampa e nelle interviste rilasciate ieri in grande abbondanza. Sarà invece giudicato dal supremo tribunale della Segnatura apostolica e sarà ridotto allo Stato laicale, altroche «resto cardinale». Quanto alla decisione assunta a sorpresa giovedì sera, poco dopo aver ricevuto dai magistrati alcune carte e averle lette, Bergoglio risponde che è nelle sue prerogative e che di questo non deve rendere conto a nessuno. Troppo a lungo Becciu è riuscito a turlupinarlo, a fargli credere cose non vere, a fargli allontanare persone amate. Dev'essere per la difficoltà di comunicare un simile metodo che gli uomini della comunicazione del Vaticano si sono letteralmente fatti di nebbia in giornate in cui la loro presenza sarebbe stata fondamentale e doverosa. Cerimonia del giuramento dei gendarmi ieri in Vaticano, e apparentemente business as usual, ma in realtà è sceso un silenzio tipico delle fasi che seguono a un trauma, e non è un silenzio giustificato. Era così potente Angelo Becciu, e da così tanto tempo, che nessuno credeva fino in fondo nell'esito di un'inchiesta pure attesa da almeno un anno? Il trauma è dovuto al fatto che il Papa, peraltro esercitando le sue prerogative di monarca assoluto, ha anticipato i tempi della chiusura dell'inchiesta, lasciando tutti di stucco? Perché tace il segretario di Stato Parolin, che pure per primo definì opaca la questione degli investimenti legati a Becciu? Parolin, che ebbe un forte ruolo nella sua sostituzione nella segreteria di Stato? E per andare avanti con le domande, che fine hanno fatto i giornalisti e comunicatori del Papa e del Vaticano, visto che da 48 ore la sala stampa sembra abbandonata e né Andrea Tornielli, né Paolo Ruffini, né Antonio Spadaro, il gesuita conosciuto per la sua influenza nelle uscite più terzomondista e progressiste di Bergoglio, sono rintracciabili? Mai visto un intero staff di ufficio stampa che non fa comunicazione in una situazione come questa. Ci sarebbe anche un'enciclica, ci sarebbe il 29 un viaggio complicato del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, con in mezzo la pesante questione della Cina, ma anche del voto il 3 novembre dei cattolici americani. Da una parte la predica abituale anti Trump del Papa si trova a cozzare con l'abortismo selvaggio del Partito democratico americano, arrivato a consentire l'aborto fino a nove mesi. Dall'altra l'accordo con la Cina, che l'amministrazione americana vorrebbe non venisse rinnovato e invece caro in Vaticano, ma si scontra a sua volta con la realtà del comunismo cinese che in questi giorni manda nelle scuole secondarie un libro sulle religioni nel quale l'adultera viene lapidata anche da Gesù, che si unisce alla giustizia sommaria contro la peccatrice. In assenza di comunicazioni ufficiali, fioccano come è tipico nelle corti, i pettegolezzi, autentici o esasperati che siano, sul personaggio che fu potente, ora caduto in disgrazia. Di come si fece costruire un ascensore personale che a lui solo era consentito utilizzare. Di come nascondesse un complesso per la statura bassa tale da pretendere che gli ospiti lo attendessero già seduti, in modo da evitare troppo stridenti contrasti con lui che sul divanetto non toccava con i piedi per terra. Di come fosse così attento al denaro - era nato molto povero - da invitare a colazione il Papa e poi far preparare fattura. Non è invece un pettegolezzo il documento con il quale due anni fa la prefettura di Sassari revoca il bando per le cooperative che gestiscono accoglienza di immigrati e lo riassegna per due anni d'ufficio alla Spes del fratello di Becciu. Forse per questo, oltre che per affetto, il vescovo della Diocesi di Ozieri e gli altri vescovi sardi hanno preparato un documento di vicinanza fraterna all'ex cardinale che stride non poco con la decisione del Papa. Un po' come ha fatto Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, riferendo della conferenza stampa di Becciu. Ma a quanto pare nessuna assoluzione sarà possibile, Bergoglio ritiene l'intera vicenda dolorosa e chiusa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scandali-faide-e-irrilevanza-il-pontificato-di-francesco-sembra-arrivato-al-capolinea-2647834414.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-porporato-remava-contro-il-papa-che-voleva-ripulire-lo-ior-con-lapsa" data-post-id="2647834414" data-published-at="1601159137" data-use-pagination="False"> Il porporato remava contro il Papa che voleva ripulire lo Ior con l’Apsa Bisognerà dar ragione a Giovanni Falcone per capire qualcosa di più del siluramento del cardinale dimezzato Angelo Becciu. Seguiamo i soldi. La domanda che tutti si sono posti è sempre la stessa: perché questo porporato, che è diventato potentissimo in Curia e per almeno sei anni è stato una sorta di uomo ombra di Jorge Mario Bergoglio - che lo ha nominato anche cardinale - viene fatto fuori così e ora? La risposta è nelle evidenze che gli inquirenti hanno in mano, ma anche probabilmente nei guai finanziari che il Vaticano sta attraversando da mesi - si parla di un buco di almeno 70 milioni nei conti - e che potrebbero diventare scottanti da qui a qualche giorno. Il 29 settembre varcano le mura leonine gli ispettori di Moneyval. Si tratta di un organismo che dà il rating di «pulizia» delle attività finanziarie di Stati e grandi compagnie dopo verifiche sull'antiriciclaggio e sul finanziamento del terrorismo. E il Vaticano, che è in cerca disperata di soldi, ha bisogno di una pagella pulita. Bergoglio, appena salito al potere, si fissò come primo obiettivo di mettere ordine nelle finanze vaticane, in realtà mai state floride, nonostante l'immenso patrimonio. Ebbene, Francesco affidò in un primo momento a George Pell, cardinale australiano, il compito di mettere ordine. Ma Pell è poi incappato in una falsa accusa di pedofilia ed è stato fatto fuori. La sua dichiarazione di due giorni fa a seguito del defenestramento di Becciu lascia pochi dubbi su chi egli ritenga responsabile dei suoi guai: «Il Santo Padre», ha detto Pell, «venne eletto per pulire le finanze vaticane. Ha fatto un lungo lavoro e deve essere ringraziato e congratulato per i recenti sviluppi». Il punto vero è che il potere, anche economico, in Vaticano è spartito in due: da una parte c'è il Papa, dall'altra c'è il governatorato, che è il vero produttore di soldi grazie ai Musei vaticani, al turismo religioso, alle convenzioni. A capo del governatorato c'è il cardinal Giuseppe Bertello. Ed è li che Angelo Becciu - sul quale in passato già c'erano state indagini in relazione agli affari dei fratelli - ha costruito il suo potere. Ebbene, Becciu ha fatto di tutto per evitare che Bergoglio, silurato Pell, nominasse qualcun altro a guardia dei soldi, ma il Papa, ha invece cominciato un vorticoso giro di nomine. Fino ad affidare tutto al gesuita Juan Antonio Guerrero Alves. Che ha un progetto: rastrellare tutti i soldi e metterli nell'Apsa svuotando lo Ior, colpevole di aver fatto scoppiare il caso Sloane avenue. Il Vaticano ha un buco da 70 milioni di euro nella gestione ordinaria, ma non incassa soldi né dai fedeli americani, né dai tedeschi che se li tengono. E anche il gettito dell'8 per mille in Italia si è dimezzato. Il Covid ha tenuto chiuso i Musei vaticani, non si riscuotono più gli affitti e il Papa deve varare una finanziaria lacrime e sangue. Questo è il compito di Guerrero Alves, che nei mesi scorsi ha scritto una lettera a tutti i capi dei dicasteri e di tutti gli ordini religiosi, intimando di versare i soldi all'Apsa. È la banca centrale del Vaticano, che è presieduta da monsignor Nunzio Galantino, già presidente della Cei, che di economia sa il giusto e che è stato affiancato da Fabio Gasperini con un passato in Ernest & Young, la società di consulenza che aveva offerto al governatorato un suo sistema contabile, opportunamente messo nel cassetto. Il governatorato continua a usare il suo sistema «Project one», dove sono racchiusi i conti veri, quelli che Angelo Becciu custodiva. Ed ecco che molto si spiega: Becciu poteva essere un punto debole nella strategia economica del Papa. Il Papa ha costruito un direttorio fatto da Guerrero Alves, in ottimi rapporti con l'Opus Dei, Reinhard Marx, il potentissimo cardinale bavarese che punta alla riforma della Chiesa in senso laicista e che è in intimità con l'Elemosiniere del Papa (il cardinale elettricista polacco Konrad Krajewski, indicato da molti come successore di Bergoglio), che resta presidente del Consiglio per l'Economia, e appunto dai vertici dell'Apsa, che deve mettere in sonno lo Ior. Pare infatti che sia stato proprio lo Ior a negare a monsignor Edgar Pena Parra, il sostituto di Becciu agli Affari generali, i mutui per tappare il buco di Sloane avenue. Per due motivi: era troppo oneroso e lo Ior, per pagare una cifra a sette zeri, doveva avere le autorizzazioni del Papa e del segretario generale, il cardinale Piero Parolin, che si è tenuto molto in disparte in questa fase. Così Guerreo Alves e Marx stanno cercando di convincere Bergoglio a dare l'assalto la governatorato, che continua a tenere i soldi nello Ior. Ma il cardinal Bertello tiene duro ed ecco che l'affare Becciu può essere un segnale. Sperando che i coinvolti nell'affare Sloane avenue, da Monsignor Alberto Perlasca a monsignor Mauro Carlino, già segretario di Angelo Becciu, ai laici Vincenzo Mauriello, Fabrizio Tirabassi e Tommaso Di Ruzza, non abbiano voglia di farsi sentire. Anche perché Moneyval ha ottime orecchie e se queste voci - soprattutto ora che si dice che anche il Papa abbia bisogno di emettere dei Bot per far quadrare le finanze disastrate e che dunque ha bisogno di avere un rating affidabile - dovessero crescere, beh, il Vaticano andrebbe di male in Becciu.
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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