2022-06-04
Sboarina e Tosi spiegano il voto di Verona che divide il centrodestra
Federico Sboarina e Flavio Tosi (Ansa/Imagoeconomica)
Sboarina: «Il centrodestra diviso? No, è uno solo. E vuole me sindaco»

A Verona si sfidano due candidati sindaco di centrodestra. Federico Sboarina, di Fratelli d’Italia, è il primo cittadino in carica.
Quali ragioni hanno indotto i partiti di centrodestra a presentarsi divisi a Verona?
«Il centrodestra, a Verona, è uno solo: sostiene la mia rielezione e la conferma della squadra che mi onoro di rappresentare. C’è soltanto un giocatore, Forza Italia, che ha deciso di schierarsi nell’altra metà campo assieme a Matteo Renzi e a chi dal 2015 si candida esclusivamente per far perdere la coalizione, senza riuscirci peraltro. Comunque in caso la partita non dovesse chiudersi subito al primo turno con la nostra riconferma, i vertici del partito hanno già annunciato che al ballottaggio Forza Italia tornerà da questa parte».
La divisione nel centrodestra riflette diversità di posizioni locali o anche nazionali?
«A livello locale c’è stata qualche incomprensione personale con alcuni esponenti di Forza Italia. Con altri invece il rapporto è ottimo. Il bene della città, comunque, viene prima di tutto e l’unico rivale politico è la sinistra che nel suo schieramento racchiude tutto e il contrario di tutto: da Letta alla Bonino, da Di Maio a Calenda, e non è un caso che da settimane si stiano sparando tra di loro bordate. Con noi ci sono Fratelli d’Italia, Lega, Coraggio Italia, Noi con l’Italia, l’Udc, consiglieri regionali della Lista Zaia e importanti civiche al cui interno ci sono anche molti ex forzisti. Mi pare chiaro con chi stia il centrodestra».
Tosi ha fatto un accordo con Italia viva: lo si può considerare ancora di centrodestra oppure si va verso una nuova formazione?
«Lo accennavo prima: nel 2015 Tosi spacca con la Lega, si candida alle regionali contro Luca Zaia contro il quale ne dice di tutti i colori, inganna il suo elettorato sostenendo di essere nei sondaggi a un’incollatura dal governatore e poi finisce quarto, dietro ai 5 stelle. Nel 2016 Tosi è il frontman di Renzi al referendum costituzionale e perde di nuovo. In cambio del suo appoggio aveva chiesto all’allora premier la possibilità di ricandidarsi per la terza volta di fila a Verona, cosa non consentita dalla legge: Renzi non lo accontenta, Tosi candida la fidanzata di Treviso e rimedia un’altra batosta».
Ritiene che in caso di ballottaggio, se Tosi ne restasse escluso, lei potrebbe contare sui suoi voti?
«Sui voti di buona parte del suo elettorato sì, lo considero un passaggio naturale perché condividiamo le stesse idee: dal lavoro alla famiglia, dal sociale allo sviluppo della città. In caso di ballottaggio il popolo di centrodestra risponderà presente in modo compatto: non lascerà la città in mano a un ex calciatore che non ha la minima esperienza amministrativa. In un momento storico così, dopo la pandemia, col caro-vita, una guerra in Europa e tante famiglie in difficoltà sarebbe un suicidio».
Perché un elettore di centrodestra dovrebbe votare lei anziché Tosi?
«Perché io sono di centrodestra. E perché nonostante un mandato dimezzato dall’emergenza sanitaria abbiamo avviato opere attese da decenni e salvato asset fondamentali: penso a Fondazione Arena che Tosi aveva portato al fallimento, alla Fiera, all’aeroporto. Penso allo straordinario rapporto con Zaia che ci ha permesso di portare in Arena anche la cerimonia finale delle Olimpiadi 2026 e quella iniziale delle Paralimpiadi, con incredibili benefici per le infrastrutture e l’indotto. Questa amministrazione poi non ha avuto una sola indagine a suo carico: il vicesindaco di Tosi invece è stato condannato in via definitiva per corruzione, nella sua Verona ci sono state indagini per ’ndrangheta, i vertici delle aziende partecipate sono stati decapitati. Uno “sceriffo” un po’ distratto, questo Tosi…».
Se dovesse essere riconfermato sindaco, quali sono le tre cose che farà nei primi 100 giorni di amministrazione?
«Dal giorno dopo la rielezione continuerò a lavorare, perché a Verona il futuro è già in costruzione, e oggi più che mai serve continuità. I milioni spesi per l’emergenza Covid e per consentire ai nostri bambini di tornare a scuola verranno subito destinati alla sistemazione di quei marciapiedi e di quelle strade che ne hanno bisogno. Negli ultimi due anni e mezzo abbiamo scelto di dare priorità ai nostri figli e nipoti, alla sicurezza della nostra comunità».
Tosi: «La scelta della Lega è sbagliata. Renzi? Appoggia il migliore»

Flavio Tosi è stato sindaco di Verona dal 2007 al 2017 per tutto il centrodestra. Non potendo ricandidarsi lui, scese in campo la compagna (ora moglie) Patrizia Bisinella che giunse al ballottaggio con Sboarina, perdendolo nettamente.
Quali ragioni hanno indotto i partiti di centrodestra a presentarsi divisi a Verona?
«Fratelli d’Italia è il partito del sindaco, normale che lo sostenesse, al di là della debolezza della candidatura, visto che tutti i sondaggi in città lo danno ben al di sotto della somma nazionale dei partiti che lo appoggiano. La Lega, che da più di un anno esprimeva forti critiche all’operato di Sboarina, ha fatto una scelta sbagliata, non rispettosa della volontà della sua base e dei suoi elettori. Una scelta fondata solamente su uno scambio di poltrone, vedi la recente presidenza della Fiera e la promessa di avere cinque assessorati e il vicesindaco in caso di vittoria. Forza Italia invece, decidendo di appoggiarmi, ha fatto una scelta territoriale, rispettosa della volontà degli iscritti, degli elettori e dei dirigenti provinciali e regionali, che hanno puntato su di me dopo un confronto del mio programma con quello di Sboarina. Berlusconi e Tajani, che ringrazio, hanno sposato questa linea».
La divisione nel centrodestra riflette diversità di posizioni locali o anche nazionali?
«Certamente ci sono delle differenze anche nazionali. Oggi Forza Italia rappresenta l’unica forza liberale e pragmatica, e dal 1994 è il soggetto più affidabile e credibile per coerenza e linearità, non a caso i sondaggi la danno in crescita. Mentre sia la Lega sia Fdi, pur in maniera diversa, sono partiti dichiaratamente populisti e sovranisti».
Lei ha fatto un accordo con Italia viva: la sua coalizione si può considerare ancora di centrodestra oppure si va verso una nuova formazione?
«Non abbiamo fatto accordi con Renzi. È Renzi che in queste amministrative, come ha chiarito lui stesso, ha scelto di guardare alle persone. In certi Comuni appoggia il candidato di Fratelli d’Italia, in altre il centrosinistra. A Verona ha scelto il sottoscritto, sostenendo - e lo ringrazio - che sono il miglior candidato sindaco in corsa nella mia città. Il criterio della competenza è il più importante quando si sceglie un sindaco, che deve governare una città in modo pratico, non perdersi nella filosofia o nell’ideologia. Questo è anche l’orientamento dell’elettorato, che sceglie il proprio sindaco in base a esperienza e capacità amministrativa».
Ritiene che in caso di ballottaggio, se Sboarina ne restasse escluso, lei potrebbe contare sui suoi voti?
«Noi abbiamo auspicato e confermato l’unità del centrodestra, sposando in pieno la proposta di Forza Italia, che in una logica di doppio turno ritiene queste le primarie del centrodestra. Andrà al ballottaggio il miglior candidato. Sboarina, di fronte a questa proposta, è rimasto in silenzio. Un silenzio assordante. Forse al ballottaggio tenterà di dare i suoi voti alla sinistra?».
Perché un elettore di centrodestra dovrebbe votare lei anziché Sboarina?
«A differenza di Sboarina, ho dimostrato di essere capace di fare il sindaco. In dieci anni le mie amministrazioni hanno cambiato la città in termini e qualità di flussi turistici, di investimenti, infrastrutture, sicurezza, cura del territorio, verde pubblico, impianti sportivi. Sboarina invece ha fermato la città e non è stato nemmeno in grado di dare continuità a quanto era stato fatto da noi. È mancato perfino nell’abc del buon amministratore: sicurezza, decoro, pulizia, ordine, manutenzione strade. Anche sul turismo Verona ha fatto passi indietro, oggi è solo un mordi e fuggi. Per non parlare delle opere pubbliche: zero in cinque anni».
Se dovesse essere di nuovo sindaco, quali sono le tre cose che farà nei primi 100 giorni di amministrazione?
«Terminare il cantiere su Ponte Nuovo, che divide in due la città, danneggia residenti, commercianti e lavoratori e allontana i turisti. Stipulare un accordo con il ministero dei Trasporti per un progetto filobus… senza fili, quindi moderni autobus elettrici. Sarebbe più semplice e meno impattante, non servirebbero corsie preferenziali e nemmeno banchine in mezzo alla strada, e resterebbero gli attuali posti auto. In cento giorni poi ripristinerei sicurezza, ordine, pulizia e manutenzioni».
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Federico Sboarina: «Nonostante un mandato dimezzato dal Covid ho salvato asset fondamentali come Fiera, aeroporto e Fondazione Arena».Flavio Tosi: «Io ho dimostrato di saper fare il sindaco: ho cambiato la città portando flussi turistici, investimenti e infrastrutture».Lo speciale comprende due articoli.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sboarina-e-tosi-spiegano-il-voto-di-verona-che-divide-il-centrodestra-2657455348.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sboarina-il-centrodestra-diviso-no-e-uno-solo-e-vuole-me-sindaco" data-post-id="2657455348" data-published-at="1654284665" data-use-pagination="False"> Sboarina: «Il centrodestra diviso? No, è uno solo. E vuole me sindaco» A Verona si sfidano due candidati sindaco di centrodestra. Federico Sboarina, di Fratelli d’Italia, è il primo cittadino in carica.Quali ragioni hanno indotto i partiti di centrodestra a presentarsi divisi a Verona?«Il centrodestra, a Verona, è uno solo: sostiene la mia rielezione e la conferma della squadra che mi onoro di rappresentare. C’è soltanto un giocatore, Forza Italia, che ha deciso di schierarsi nell’altra metà campo assieme a Matteo Renzi e a chi dal 2015 si candida esclusivamente per far perdere la coalizione, senza riuscirci peraltro. Comunque in caso la partita non dovesse chiudersi subito al primo turno con la nostra riconferma, i vertici del partito hanno già annunciato che al ballottaggio Forza Italia tornerà da questa parte».La divisione nel centrodestra riflette diversità di posizioni locali o anche nazionali?«A livello locale c’è stata qualche incomprensione personale con alcuni esponenti di Forza Italia. Con altri invece il rapporto è ottimo. Il bene della città, comunque, viene prima di tutto e l’unico rivale politico è la sinistra che nel suo schieramento racchiude tutto e il contrario di tutto: da Letta alla Bonino, da Di Maio a Calenda, e non è un caso che da settimane si stiano sparando tra di loro bordate. Con noi ci sono Fratelli d’Italia, Lega, Coraggio Italia, Noi con l’Italia, l’Udc, consiglieri regionali della Lista Zaia e importanti civiche al cui interno ci sono anche molti ex forzisti. Mi pare chiaro con chi stia il centrodestra».Tosi ha fatto un accordo con Italia viva: lo si può considerare ancora di centrodestra oppure si va verso una nuova formazione?«Lo accennavo prima: nel 2015 Tosi spacca con la Lega, si candida alle regionali contro Luca Zaia contro il quale ne dice di tutti i colori, inganna il suo elettorato sostenendo di essere nei sondaggi a un’incollatura dal governatore e poi finisce quarto, dietro ai 5 stelle. Nel 2016 Tosi è il frontman di Renzi al referendum costituzionale e perde di nuovo. In cambio del suo appoggio aveva chiesto all’allora premier la possibilità di ricandidarsi per la terza volta di fila a Verona, cosa non consentita dalla legge: Renzi non lo accontenta, Tosi candida la fidanzata di Treviso e rimedia un’altra batosta».Ritiene che in caso di ballottaggio, se Tosi ne restasse escluso, lei potrebbe contare sui suoi voti?«Sui voti di buona parte del suo elettorato sì, lo considero un passaggio naturale perché condividiamo le stesse idee: dal lavoro alla famiglia, dal sociale allo sviluppo della città. In caso di ballottaggio il popolo di centrodestra risponderà presente in modo compatto: non lascerà la città in mano a un ex calciatore che non ha la minima esperienza amministrativa. In un momento storico così, dopo la pandemia, col caro-vita, una guerra in Europa e tante famiglie in difficoltà sarebbe un suicidio».Perché un elettore di centrodestra dovrebbe votare lei anziché Tosi?«Perché io sono di centrodestra. E perché nonostante un mandato dimezzato dall’emergenza sanitaria abbiamo avviato opere attese da decenni e salvato asset fondamentali: penso a Fondazione Arena che Tosi aveva portato al fallimento, alla Fiera, all’aeroporto. Penso allo straordinario rapporto con Zaia che ci ha permesso di portare in Arena anche la cerimonia finale delle Olimpiadi 2026 e quella iniziale delle Paralimpiadi, con incredibili benefici per le infrastrutture e l’indotto. Questa amministrazione poi non ha avuto una sola indagine a suo carico: il vicesindaco di Tosi invece è stato condannato in via definitiva per corruzione, nella sua Verona ci sono state indagini per ’ndrangheta, i vertici delle aziende partecipate sono stati decapitati. Uno “sceriffo” un po’ distratto, questo Tosi…».Se dovesse essere riconfermato sindaco, quali sono le tre cose che farà nei primi 100 giorni di amministrazione?«Dal giorno dopo la rielezione continuerò a lavorare, perché a Verona il futuro è già in costruzione, e oggi più che mai serve continuità. I milioni spesi per l’emergenza Covid e per consentire ai nostri bambini di tornare a scuola verranno subito destinati alla sistemazione di quei marciapiedi e di quelle strade che ne hanno bisogno. Negli ultimi due anni e mezzo abbiamo scelto di dare priorità ai nostri figli e nipoti, alla sicurezza della nostra comunità». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sboarina-e-tosi-spiegano-il-voto-di-verona-che-divide-il-centrodestra-2657455348.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tosi-la-scelta-della-lega-e-sbagliata-renzi-appoggia-il-migliore" data-post-id="2657455348" data-published-at="1654284665" data-use-pagination="False"> Tosi: «La scelta della Lega è sbagliata. Renzi? Appoggia il migliore» Flavio Tosi è stato sindaco di Verona dal 2007 al 2017 per tutto il centrodestra. Non potendo ricandidarsi lui, scese in campo la compagna (ora moglie) Patrizia Bisinella che giunse al ballottaggio con Sboarina, perdendolo nettamente.Quali ragioni hanno indotto i partiti di centrodestra a presentarsi divisi a Verona?«Fratelli d’Italia è il partito del sindaco, normale che lo sostenesse, al di là della debolezza della candidatura, visto che tutti i sondaggi in città lo danno ben al di sotto della somma nazionale dei partiti che lo appoggiano. La Lega, che da più di un anno esprimeva forti critiche all’operato di Sboarina, ha fatto una scelta sbagliata, non rispettosa della volontà della sua base e dei suoi elettori. Una scelta fondata solamente su uno scambio di poltrone, vedi la recente presidenza della Fiera e la promessa di avere cinque assessorati e il vicesindaco in caso di vittoria. Forza Italia invece, decidendo di appoggiarmi, ha fatto una scelta territoriale, rispettosa della volontà degli iscritti, degli elettori e dei dirigenti provinciali e regionali, che hanno puntato su di me dopo un confronto del mio programma con quello di Sboarina. Berlusconi e Tajani, che ringrazio, hanno sposato questa linea».La divisione nel centrodestra riflette diversità di posizioni locali o anche nazionali?«Certamente ci sono delle differenze anche nazionali. Oggi Forza Italia rappresenta l’unica forza liberale e pragmatica, e dal 1994 è il soggetto più affidabile e credibile per coerenza e linearità, non a caso i sondaggi la danno in crescita. Mentre sia la Lega sia Fdi, pur in maniera diversa, sono partiti dichiaratamente populisti e sovranisti».Lei ha fatto un accordo con Italia viva: la sua coalizione si può considerare ancora di centrodestra oppure si va verso una nuova formazione?«Non abbiamo fatto accordi con Renzi. È Renzi che in queste amministrative, come ha chiarito lui stesso, ha scelto di guardare alle persone. In certi Comuni appoggia il candidato di Fratelli d’Italia, in altre il centrosinistra. A Verona ha scelto il sottoscritto, sostenendo - e lo ringrazio - che sono il miglior candidato sindaco in corsa nella mia città. Il criterio della competenza è il più importante quando si sceglie un sindaco, che deve governare una città in modo pratico, non perdersi nella filosofia o nell’ideologia. Questo è anche l’orientamento dell’elettorato, che sceglie il proprio sindaco in base a esperienza e capacità amministrativa».Ritiene che in caso di ballottaggio, se Sboarina ne restasse escluso, lei potrebbe contare sui suoi voti?«Noi abbiamo auspicato e confermato l’unità del centrodestra, sposando in pieno la proposta di Forza Italia, che in una logica di doppio turno ritiene queste le primarie del centrodestra. Andrà al ballottaggio il miglior candidato. Sboarina, di fronte a questa proposta, è rimasto in silenzio. Un silenzio assordante. Forse al ballottaggio tenterà di dare i suoi voti alla sinistra?».Perché un elettore di centrodestra dovrebbe votare lei anziché Sboarina?«A differenza di Sboarina, ho dimostrato di essere capace di fare il sindaco. In dieci anni le mie amministrazioni hanno cambiato la città in termini e qualità di flussi turistici, di investimenti, infrastrutture, sicurezza, cura del territorio, verde pubblico, impianti sportivi. Sboarina invece ha fermato la città e non è stato nemmeno in grado di dare continuità a quanto era stato fatto da noi. È mancato perfino nell’abc del buon amministratore: sicurezza, decoro, pulizia, ordine, manutenzione strade. Anche sul turismo Verona ha fatto passi indietro, oggi è solo un mordi e fuggi. Per non parlare delle opere pubbliche: zero in cinque anni».Se dovesse essere di nuovo sindaco, quali sono le tre cose che farà nei primi 100 giorni di amministrazione?«Terminare il cantiere su Ponte Nuovo, che divide in due la città, danneggia residenti, commercianti e lavoratori e allontana i turisti. Stipulare un accordo con il ministero dei Trasporti per un progetto filobus… senza fili, quindi moderni autobus elettrici. Sarebbe più semplice e meno impattante, non servirebbero corsie preferenziali e nemmeno banchine in mezzo alla strada, e resterebbero gli attuali posti auto. In cento giorni poi ripristinerei sicurezza, ordine, pulizia e manutenzioni».
Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali provincie di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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