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2023-11-02
Sanchez vuol governare con chi tifa Hamas
Pedro Sánchez (Ansa)
«Adelante Pedro, con juicio». All’omonimo premier spagnolo tocca ricordare le parole di Antonio Ferrer: il gran cancelliere che, nei Promessi Sposi, suggerisce al cocchiere di procedere con prudenza. Pedro Sánchez, alla disperata ricerca di alleati per rimanere in sella, sembra invece più spericolato che mai. Il leader del Psoe è stato sconfitto alle ultime politiche. Ma i popolari non hanno la maggioranza. E lui adesso sigla patti governativi con indipendentisti, ultraprogressisti e simpatizzanti di Hamas. Ultima prodezza: i suoi socialisti, la Sinistra repubblicana e gli indomiti di Erc vogliono dare l’amnistia agli indipendentisti catalani finiti a processo per il referendum illegale del 2017. A partire da Carles Puigdemont, l’ex presidente della generalitat, riparato a Bruxelles per evitare la cattura in Spagna.
Tutto è perdonato. In cambio della generosa concessione, Sanchez otterrà il sostegno dei sette deputati di Junts, il partito dell’esule. Altrettanti ne porta in dote Erc, guidato dall’attuale presidente della Catalogna, Pere Aragones. Gli indipendentisti, viste le ambasce di Sánchez, fiutano l’occasione epocale. Oltre all’amnistia, chiedono così l’impensabile: autodeterminazione, poteri fiscali, più autonomia di bilancio e controllo delle ferrovie nella regione. Il voto di fiducia è previsto l’8 novembre, anche se ci sarebbe tempo fino al 27 per trovare una maggioranza. Se Sánchez dovesse fallire, la Spagna andrebbe a nuove elezioni il prossimo gennaio.
Pur di rimanere alla Moncloa, Pedro è pronto a concedere e ammiccare. Senza juicio. Proprio lui: l’idolo dei progressisti continentali. Il politico a cui pure la nostra Elly Schlein, segretaria del Pd, spudoratamente s’ispira: diritti civili, femminismo, anticapitalismo. Uno di quelli che, da anni, lancia accorati allarmi sull’emergenza democratica in Europa. Esemplificata in patria da Vox, membro dei conservatori di Ecr, guidati dalla premier italiana, Giorgia Meloni. Nonché dagli pseudofascisti di Marine Le Pen, che invece fanno parte, assieme alla Lega, del gruppo Identità e democrazia. Ma come fanno i popolari, attaccano Sanchez e compagni, a immaginare un’alleanza con siffatti impresentabili?
Ecco, proprio lì eravamo rimasti. Adesso, visti gli interessati baciamani di Pedro, chi è il vero indecoroso? Anche perché lo spavaldo Sánchez, oltre a brigare per l’appoggio degli indipendentisti, vanta già nel suo dimissionario governo perfino simpatizzanti di Hamas. Vedi Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali e leader di Podemos. Gli ha proposto di portare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, davanti alla Corte penale internazionale: processiamolo da criminale di guerra, suggerisce Belarra.
Non è certo l’unica. Nonostante gli storici legami tra Spagna e Israele, mezzo governo iberico sembra tifare per i terroristi. Vedi Sumar: la piattaforma progressista della ministra del Lavoro e vicepremier, Yolanda Díaz. O Izquierda unida: guidata dal ministro dei Consumatori, Alberto Garzón. Assieme a Podemos, dopo l’ultimo attacco di Hamas, esecrano la rappresaglia di Israele. E accusano l’Ue di usare «due pesi e due misure». Fa ancora peggio un’altra ministra, Irene Montero. Posta su X una foto di Netanyahu con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Sotto, commenta: «Not in our name». Non nel loro nome. Non contro il terrorismo islamico, quindi. «Non c’è spazio per l’equidistanza. Bisogna dire chiaramente che Israele è uno Stato occupante» deflagra ancora Belarra. «Dobbiamo alzare la voce per fermare questo genocidio una volta per tutte» insiste. «Dichiarazioni assolutamente immorali» risponde l’ambasciata israeliana a Madrid, riferendosi ad «alcuni elementi» del governo, accusati di aver «messo in pericolo la sicurezza delle comunità ebraiche in Spagna». E invita Sánchez a «denunciare e condannare inequivocabilmente queste dichiarazioni vergognose».
Già, solo che l’agonizzante Pedro non può. Per sopravvivere ha bisogno dei deplorevoli ultrasinistri. Così, piuttosto che marcare distanza, il governo rintuzza: «Rifiuta categoricamente le falsità espresse nel comunicato dell’ambasciata israeliana su alcuni dei suoi membri e non accetta insinuazioni infondate». Mentre il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, parla di «incidente isolato», che segue un «gesto ostile» dell’ambasciata israeliana.
Comunque, il caso non è certo chiuso. La scorsa domenica Díaz rilancia. Partecipa a una manifestazione organizzata da gruppi e ong palestinesi contro il «genocidio» israeliano. E accusa nuovamente Tel Aviv di «crimini di guerra», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Lo stesso, aggiunge, dovrebbe fare il valoroso Pedro. Che, viste pure le faticose alleanze post elettorali, ha già fatto capire da che parte sta. A margine del consiglio europeo, gli domandano: «Ritiene che Israele stia violando il diritto internazionale?». E lui: «Penso che sia legittimo porsi questa domanda». A questo punto, è ancor più legittimo un altro quesito: chi sono in Europa i veri impresentabili?
Se il Sudamerica condanna Israele è per la spinta decisiva della Cina
È significativo, oltreché preoccupante, il numero dei Paesi latinoamericani che stanno assumendo posizioni anti israeliane. Paesi che, guarda caso, intrattengono quasi sempre strette relazioni con Cina e Iran. Martedì, la Bolivia ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a causa della crisi di Gaza. Ebbene, proprio la Bolivia ha firmato a giugno accordi sul litio, per un valore di 1,4 miliardi di dollari, con l’azienda statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan. Tutto questo, mentre un’intesa similare l’aveva raggiunta a gennaio con il colosso cinese Catl. Era invece luglio quando il governo di La Paz ha siglato un accordo di cooperazione nel settore della Difesa con l’Iran.
Dal canto loro, Colombia e Cile hanno richiamato i propri ambasciatori in Israele per consultazioni. Ebbene, era lo scorso 25 ottobre, quando Pechino ha elevato le proprie relazioni diplomatiche con Bogotà al livello di cooperazione strategica. A metà dello stesso mese, il presidente cileno, Gabriel Boric, ha invece partecipato al Belt and Road Forum di Pechino, dove ha incontrato Xi Jinping. «La cooperazione tra Cina e Cile in vari campi ha promosso lo sviluppo e la rivitalizzazione di entrambi i Paesi e ha portato benefici sostanziali al nostro popolo», ha detto nell’occasione il presidente cinese.
Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, ha accusato Israele di «genocidio». Sarà un caso, ma a settembre, lo stesso Maduro ha incontrato Xi a Pechino, per siglare accordi nei settori del commercio e del turismo. Era invece giugno, quando il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recato a Caracas, dove ha firmato un’intesa per incrementare la cooperazione nel comparto petrolchimico. Non dimentichiamo inoltre che, a ottobre 2020, l’Atlantic Council mise in evidenza i legami tra il regime venezuelano ed Hezbollah, che è storicamente spalleggiata da Teheran. Era infine maggio 2020, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò formalmente un alleato di Maduro, Adel El Zabayar, di narcoterrorismo, traffico di droga e sostegno a gruppi terroristici, tra cui Hamas ed Hezbollah.
Di «genocidio» a Gaza ha parlato anche il presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva: quest’ultimo ha notevolmente rafforzato le relazioni tra Brasilia e Pechino durante un viaggio in Cina ad aprile ed è anche stato tra i principali protagonisti dell’ultimo summit dei Brics ad agosto. Fu proprio durante quell’evento che Lula ebbe un bilaterale con Raisi. D’altronde, l’Iran è uno dei nuovi Paesi che si accingono a entrare nei Brics.
A marzo 2021, Pechino e Teheran hanno siglato un accordo di cooperazione venticinquennale, mentre il Dragone si rifiuta di riconoscere Hezbollah e Hamas come organizzazioni terroristiche. Sempre Pechino ha votato contro l’emendamento che avrebbe inserito una condanna di Hamas nella recente risoluzione Onu volta a invocare un cessate il fuoco a Gaza. Il Wall Street Journal ha anche sottolineato che i giganti cinesi Baidu e Alibaba sembrerebbero aver cancellato Israele dalle loro mappe. Il governo di Pechino ha negato di aver eliminato lo Stato ebraico dalle proprie carte geografiche, mentre – secondo Newsweek – l’assenza dei nomi di Israele e Gaza dalle mappe dei due colossi cinesi risulterebbe antecedente allo scoppio della crisi in corso. Come che sia, sabato il New York Times ha riportato che i media statali di Pechino starebbero veicolando alcuni contenuti anti israeliani e che elementi antisemiti circolerebbero sui social cinesi.
Più in generale, dietro l’apparente tentativo di mediazione, il Dragone sta puntando a massimizzare il proprio tornaconto geopolitico dalla crisi di Gaza. Obiettivo di Pechino è quello di far saltare definitivamente la logica degli accordi di Abramo per fiaccare ulteriormente l’influenza statunitense sul Medio Oriente. In tal senso, la Cina auspica un indebolimento di Israele. E, non a caso, il network latinoamericano del Dragone si sta muovendo sulla base di questa linea.
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Il premier spagnolo ha perso le ultime elezioni ma prova a rimanere in sella promettendo amnistia ai separatisti catalani e andando allo scontro con l’ambasciata di Gerusalemme per compiacere altri suoi alleati. E pensare che dava dell’impresentabile a Giorgia Meloni.Bolivia, Cile, Colombia, Venezuela, Brasile: così Pechino usa i suoi partner economici.Lo speciale contiene due articoli.«Adelante Pedro, con juicio». All’omonimo premier spagnolo tocca ricordare le parole di Antonio Ferrer: il gran cancelliere che, nei Promessi Sposi, suggerisce al cocchiere di procedere con prudenza. Pedro Sánchez, alla disperata ricerca di alleati per rimanere in sella, sembra invece più spericolato che mai. Il leader del Psoe è stato sconfitto alle ultime politiche. Ma i popolari non hanno la maggioranza. E lui adesso sigla patti governativi con indipendentisti, ultraprogressisti e simpatizzanti di Hamas. Ultima prodezza: i suoi socialisti, la Sinistra repubblicana e gli indomiti di Erc vogliono dare l’amnistia agli indipendentisti catalani finiti a processo per il referendum illegale del 2017. A partire da Carles Puigdemont, l’ex presidente della generalitat, riparato a Bruxelles per evitare la cattura in Spagna. Tutto è perdonato. In cambio della generosa concessione, Sanchez otterrà il sostegno dei sette deputati di Junts, il partito dell’esule. Altrettanti ne porta in dote Erc, guidato dall’attuale presidente della Catalogna, Pere Aragones. Gli indipendentisti, viste le ambasce di Sánchez, fiutano l’occasione epocale. Oltre all’amnistia, chiedono così l’impensabile: autodeterminazione, poteri fiscali, più autonomia di bilancio e controllo delle ferrovie nella regione. Il voto di fiducia è previsto l’8 novembre, anche se ci sarebbe tempo fino al 27 per trovare una maggioranza. Se Sánchez dovesse fallire, la Spagna andrebbe a nuove elezioni il prossimo gennaio. Pur di rimanere alla Moncloa, Pedro è pronto a concedere e ammiccare. Senza juicio. Proprio lui: l’idolo dei progressisti continentali. Il politico a cui pure la nostra Elly Schlein, segretaria del Pd, spudoratamente s’ispira: diritti civili, femminismo, anticapitalismo. Uno di quelli che, da anni, lancia accorati allarmi sull’emergenza democratica in Europa. Esemplificata in patria da Vox, membro dei conservatori di Ecr, guidati dalla premier italiana, Giorgia Meloni. Nonché dagli pseudofascisti di Marine Le Pen, che invece fanno parte, assieme alla Lega, del gruppo Identità e democrazia. Ma come fanno i popolari, attaccano Sanchez e compagni, a immaginare un’alleanza con siffatti impresentabili?Ecco, proprio lì eravamo rimasti. Adesso, visti gli interessati baciamani di Pedro, chi è il vero indecoroso? Anche perché lo spavaldo Sánchez, oltre a brigare per l’appoggio degli indipendentisti, vanta già nel suo dimissionario governo perfino simpatizzanti di Hamas. Vedi Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali e leader di Podemos. Gli ha proposto di portare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, davanti alla Corte penale internazionale: processiamolo da criminale di guerra, suggerisce Belarra. Non è certo l’unica. Nonostante gli storici legami tra Spagna e Israele, mezzo governo iberico sembra tifare per i terroristi. Vedi Sumar: la piattaforma progressista della ministra del Lavoro e vicepremier, Yolanda Díaz. O Izquierda unida: guidata dal ministro dei Consumatori, Alberto Garzón. Assieme a Podemos, dopo l’ultimo attacco di Hamas, esecrano la rappresaglia di Israele. E accusano l’Ue di usare «due pesi e due misure». Fa ancora peggio un’altra ministra, Irene Montero. Posta su X una foto di Netanyahu con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Sotto, commenta: «Not in our name». Non nel loro nome. Non contro il terrorismo islamico, quindi. «Non c’è spazio per l’equidistanza. Bisogna dire chiaramente che Israele è uno Stato occupante» deflagra ancora Belarra. «Dobbiamo alzare la voce per fermare questo genocidio una volta per tutte» insiste. «Dichiarazioni assolutamente immorali» risponde l’ambasciata israeliana a Madrid, riferendosi ad «alcuni elementi» del governo, accusati di aver «messo in pericolo la sicurezza delle comunità ebraiche in Spagna». E invita Sánchez a «denunciare e condannare inequivocabilmente queste dichiarazioni vergognose». Già, solo che l’agonizzante Pedro non può. Per sopravvivere ha bisogno dei deplorevoli ultrasinistri. Così, piuttosto che marcare distanza, il governo rintuzza: «Rifiuta categoricamente le falsità espresse nel comunicato dell’ambasciata israeliana su alcuni dei suoi membri e non accetta insinuazioni infondate». Mentre il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, parla di «incidente isolato», che segue un «gesto ostile» dell’ambasciata israeliana. Comunque, il caso non è certo chiuso. La scorsa domenica Díaz rilancia. Partecipa a una manifestazione organizzata da gruppi e ong palestinesi contro il «genocidio» israeliano. E accusa nuovamente Tel Aviv di «crimini di guerra», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Lo stesso, aggiunge, dovrebbe fare il valoroso Pedro. Che, viste pure le faticose alleanze post elettorali, ha già fatto capire da che parte sta. A margine del consiglio europeo, gli domandano: «Ritiene che Israele stia violando il diritto internazionale?». E lui: «Penso che sia legittimo porsi questa domanda». A questo punto, è ancor più legittimo un altro quesito: chi sono in Europa i veri impresentabili?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-con-chi-tifa-hamas-2666131293.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-il-sudamerica-condanna-israele-e-per-la-spinta-decisiva-della-cina" data-post-id="2666131293" data-published-at="1698936076" data-use-pagination="False"> Se il Sudamerica condanna Israele è per la spinta decisiva della Cina È significativo, oltreché preoccupante, il numero dei Paesi latinoamericani che stanno assumendo posizioni anti israeliane. Paesi che, guarda caso, intrattengono quasi sempre strette relazioni con Cina e Iran. Martedì, la Bolivia ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a causa della crisi di Gaza. Ebbene, proprio la Bolivia ha firmato a giugno accordi sul litio, per un valore di 1,4 miliardi di dollari, con l’azienda statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan. Tutto questo, mentre un’intesa similare l’aveva raggiunta a gennaio con il colosso cinese Catl. Era invece luglio quando il governo di La Paz ha siglato un accordo di cooperazione nel settore della Difesa con l’Iran. Dal canto loro, Colombia e Cile hanno richiamato i propri ambasciatori in Israele per consultazioni. Ebbene, era lo scorso 25 ottobre, quando Pechino ha elevato le proprie relazioni diplomatiche con Bogotà al livello di cooperazione strategica. A metà dello stesso mese, il presidente cileno, Gabriel Boric, ha invece partecipato al Belt and Road Forum di Pechino, dove ha incontrato Xi Jinping. «La cooperazione tra Cina e Cile in vari campi ha promosso lo sviluppo e la rivitalizzazione di entrambi i Paesi e ha portato benefici sostanziali al nostro popolo», ha detto nell’occasione il presidente cinese. Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, ha accusato Israele di «genocidio». Sarà un caso, ma a settembre, lo stesso Maduro ha incontrato Xi a Pechino, per siglare accordi nei settori del commercio e del turismo. Era invece giugno, quando il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recato a Caracas, dove ha firmato un’intesa per incrementare la cooperazione nel comparto petrolchimico. Non dimentichiamo inoltre che, a ottobre 2020, l’Atlantic Council mise in evidenza i legami tra il regime venezuelano ed Hezbollah, che è storicamente spalleggiata da Teheran. Era infine maggio 2020, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò formalmente un alleato di Maduro, Adel El Zabayar, di narcoterrorismo, traffico di droga e sostegno a gruppi terroristici, tra cui Hamas ed Hezbollah. Di «genocidio» a Gaza ha parlato anche il presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva: quest’ultimo ha notevolmente rafforzato le relazioni tra Brasilia e Pechino durante un viaggio in Cina ad aprile ed è anche stato tra i principali protagonisti dell’ultimo summit dei Brics ad agosto. Fu proprio durante quell’evento che Lula ebbe un bilaterale con Raisi. D’altronde, l’Iran è uno dei nuovi Paesi che si accingono a entrare nei Brics. A marzo 2021, Pechino e Teheran hanno siglato un accordo di cooperazione venticinquennale, mentre il Dragone si rifiuta di riconoscere Hezbollah e Hamas come organizzazioni terroristiche. Sempre Pechino ha votato contro l’emendamento che avrebbe inserito una condanna di Hamas nella recente risoluzione Onu volta a invocare un cessate il fuoco a Gaza. Il Wall Street Journal ha anche sottolineato che i giganti cinesi Baidu e Alibaba sembrerebbero aver cancellato Israele dalle loro mappe. Il governo di Pechino ha negato di aver eliminato lo Stato ebraico dalle proprie carte geografiche, mentre – secondo Newsweek – l’assenza dei nomi di Israele e Gaza dalle mappe dei due colossi cinesi risulterebbe antecedente allo scoppio della crisi in corso. Come che sia, sabato il New York Times ha riportato che i media statali di Pechino starebbero veicolando alcuni contenuti anti israeliani e che elementi antisemiti circolerebbero sui social cinesi. Più in generale, dietro l’apparente tentativo di mediazione, il Dragone sta puntando a massimizzare il proprio tornaconto geopolitico dalla crisi di Gaza. Obiettivo di Pechino è quello di far saltare definitivamente la logica degli accordi di Abramo per fiaccare ulteriormente l’influenza statunitense sul Medio Oriente. In tal senso, la Cina auspica un indebolimento di Israele. E, non a caso, il network latinoamericano del Dragone si sta muovendo sulla base di questa linea.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».