True
2023-11-02
Sanchez vuol governare con chi tifa Hamas
Pedro Sánchez (Ansa)
«Adelante Pedro, con juicio». All’omonimo premier spagnolo tocca ricordare le parole di Antonio Ferrer: il gran cancelliere che, nei Promessi Sposi, suggerisce al cocchiere di procedere con prudenza. Pedro Sánchez, alla disperata ricerca di alleati per rimanere in sella, sembra invece più spericolato che mai. Il leader del Psoe è stato sconfitto alle ultime politiche. Ma i popolari non hanno la maggioranza. E lui adesso sigla patti governativi con indipendentisti, ultraprogressisti e simpatizzanti di Hamas. Ultima prodezza: i suoi socialisti, la Sinistra repubblicana e gli indomiti di Erc vogliono dare l’amnistia agli indipendentisti catalani finiti a processo per il referendum illegale del 2017. A partire da Carles Puigdemont, l’ex presidente della generalitat, riparato a Bruxelles per evitare la cattura in Spagna.
Tutto è perdonato. In cambio della generosa concessione, Sanchez otterrà il sostegno dei sette deputati di Junts, il partito dell’esule. Altrettanti ne porta in dote Erc, guidato dall’attuale presidente della Catalogna, Pere Aragones. Gli indipendentisti, viste le ambasce di Sánchez, fiutano l’occasione epocale. Oltre all’amnistia, chiedono così l’impensabile: autodeterminazione, poteri fiscali, più autonomia di bilancio e controllo delle ferrovie nella regione. Il voto di fiducia è previsto l’8 novembre, anche se ci sarebbe tempo fino al 27 per trovare una maggioranza. Se Sánchez dovesse fallire, la Spagna andrebbe a nuove elezioni il prossimo gennaio.
Pur di rimanere alla Moncloa, Pedro è pronto a concedere e ammiccare. Senza juicio. Proprio lui: l’idolo dei progressisti continentali. Il politico a cui pure la nostra Elly Schlein, segretaria del Pd, spudoratamente s’ispira: diritti civili, femminismo, anticapitalismo. Uno di quelli che, da anni, lancia accorati allarmi sull’emergenza democratica in Europa. Esemplificata in patria da Vox, membro dei conservatori di Ecr, guidati dalla premier italiana, Giorgia Meloni. Nonché dagli pseudofascisti di Marine Le Pen, che invece fanno parte, assieme alla Lega, del gruppo Identità e democrazia. Ma come fanno i popolari, attaccano Sanchez e compagni, a immaginare un’alleanza con siffatti impresentabili?
Ecco, proprio lì eravamo rimasti. Adesso, visti gli interessati baciamani di Pedro, chi è il vero indecoroso? Anche perché lo spavaldo Sánchez, oltre a brigare per l’appoggio degli indipendentisti, vanta già nel suo dimissionario governo perfino simpatizzanti di Hamas. Vedi Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali e leader di Podemos. Gli ha proposto di portare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, davanti alla Corte penale internazionale: processiamolo da criminale di guerra, suggerisce Belarra.
Non è certo l’unica. Nonostante gli storici legami tra Spagna e Israele, mezzo governo iberico sembra tifare per i terroristi. Vedi Sumar: la piattaforma progressista della ministra del Lavoro e vicepremier, Yolanda Díaz. O Izquierda unida: guidata dal ministro dei Consumatori, Alberto Garzón. Assieme a Podemos, dopo l’ultimo attacco di Hamas, esecrano la rappresaglia di Israele. E accusano l’Ue di usare «due pesi e due misure». Fa ancora peggio un’altra ministra, Irene Montero. Posta su X una foto di Netanyahu con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Sotto, commenta: «Not in our name». Non nel loro nome. Non contro il terrorismo islamico, quindi. «Non c’è spazio per l’equidistanza. Bisogna dire chiaramente che Israele è uno Stato occupante» deflagra ancora Belarra. «Dobbiamo alzare la voce per fermare questo genocidio una volta per tutte» insiste. «Dichiarazioni assolutamente immorali» risponde l’ambasciata israeliana a Madrid, riferendosi ad «alcuni elementi» del governo, accusati di aver «messo in pericolo la sicurezza delle comunità ebraiche in Spagna». E invita Sánchez a «denunciare e condannare inequivocabilmente queste dichiarazioni vergognose».
Già, solo che l’agonizzante Pedro non può. Per sopravvivere ha bisogno dei deplorevoli ultrasinistri. Così, piuttosto che marcare distanza, il governo rintuzza: «Rifiuta categoricamente le falsità espresse nel comunicato dell’ambasciata israeliana su alcuni dei suoi membri e non accetta insinuazioni infondate». Mentre il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, parla di «incidente isolato», che segue un «gesto ostile» dell’ambasciata israeliana.
Comunque, il caso non è certo chiuso. La scorsa domenica Díaz rilancia. Partecipa a una manifestazione organizzata da gruppi e ong palestinesi contro il «genocidio» israeliano. E accusa nuovamente Tel Aviv di «crimini di guerra», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Lo stesso, aggiunge, dovrebbe fare il valoroso Pedro. Che, viste pure le faticose alleanze post elettorali, ha già fatto capire da che parte sta. A margine del consiglio europeo, gli domandano: «Ritiene che Israele stia violando il diritto internazionale?». E lui: «Penso che sia legittimo porsi questa domanda». A questo punto, è ancor più legittimo un altro quesito: chi sono in Europa i veri impresentabili?
Se il Sudamerica condanna Israele è per la spinta decisiva della Cina
È significativo, oltreché preoccupante, il numero dei Paesi latinoamericani che stanno assumendo posizioni anti israeliane. Paesi che, guarda caso, intrattengono quasi sempre strette relazioni con Cina e Iran. Martedì, la Bolivia ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a causa della crisi di Gaza. Ebbene, proprio la Bolivia ha firmato a giugno accordi sul litio, per un valore di 1,4 miliardi di dollari, con l’azienda statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan. Tutto questo, mentre un’intesa similare l’aveva raggiunta a gennaio con il colosso cinese Catl. Era invece luglio quando il governo di La Paz ha siglato un accordo di cooperazione nel settore della Difesa con l’Iran.
Dal canto loro, Colombia e Cile hanno richiamato i propri ambasciatori in Israele per consultazioni. Ebbene, era lo scorso 25 ottobre, quando Pechino ha elevato le proprie relazioni diplomatiche con Bogotà al livello di cooperazione strategica. A metà dello stesso mese, il presidente cileno, Gabriel Boric, ha invece partecipato al Belt and Road Forum di Pechino, dove ha incontrato Xi Jinping. «La cooperazione tra Cina e Cile in vari campi ha promosso lo sviluppo e la rivitalizzazione di entrambi i Paesi e ha portato benefici sostanziali al nostro popolo», ha detto nell’occasione il presidente cinese.
Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, ha accusato Israele di «genocidio». Sarà un caso, ma a settembre, lo stesso Maduro ha incontrato Xi a Pechino, per siglare accordi nei settori del commercio e del turismo. Era invece giugno, quando il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recato a Caracas, dove ha firmato un’intesa per incrementare la cooperazione nel comparto petrolchimico. Non dimentichiamo inoltre che, a ottobre 2020, l’Atlantic Council mise in evidenza i legami tra il regime venezuelano ed Hezbollah, che è storicamente spalleggiata da Teheran. Era infine maggio 2020, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò formalmente un alleato di Maduro, Adel El Zabayar, di narcoterrorismo, traffico di droga e sostegno a gruppi terroristici, tra cui Hamas ed Hezbollah.
Di «genocidio» a Gaza ha parlato anche il presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva: quest’ultimo ha notevolmente rafforzato le relazioni tra Brasilia e Pechino durante un viaggio in Cina ad aprile ed è anche stato tra i principali protagonisti dell’ultimo summit dei Brics ad agosto. Fu proprio durante quell’evento che Lula ebbe un bilaterale con Raisi. D’altronde, l’Iran è uno dei nuovi Paesi che si accingono a entrare nei Brics.
A marzo 2021, Pechino e Teheran hanno siglato un accordo di cooperazione venticinquennale, mentre il Dragone si rifiuta di riconoscere Hezbollah e Hamas come organizzazioni terroristiche. Sempre Pechino ha votato contro l’emendamento che avrebbe inserito una condanna di Hamas nella recente risoluzione Onu volta a invocare un cessate il fuoco a Gaza. Il Wall Street Journal ha anche sottolineato che i giganti cinesi Baidu e Alibaba sembrerebbero aver cancellato Israele dalle loro mappe. Il governo di Pechino ha negato di aver eliminato lo Stato ebraico dalle proprie carte geografiche, mentre – secondo Newsweek – l’assenza dei nomi di Israele e Gaza dalle mappe dei due colossi cinesi risulterebbe antecedente allo scoppio della crisi in corso. Come che sia, sabato il New York Times ha riportato che i media statali di Pechino starebbero veicolando alcuni contenuti anti israeliani e che elementi antisemiti circolerebbero sui social cinesi.
Più in generale, dietro l’apparente tentativo di mediazione, il Dragone sta puntando a massimizzare il proprio tornaconto geopolitico dalla crisi di Gaza. Obiettivo di Pechino è quello di far saltare definitivamente la logica degli accordi di Abramo per fiaccare ulteriormente l’influenza statunitense sul Medio Oriente. In tal senso, la Cina auspica un indebolimento di Israele. E, non a caso, il network latinoamericano del Dragone si sta muovendo sulla base di questa linea.
Continua a leggereRiduci
Il premier spagnolo ha perso le ultime elezioni ma prova a rimanere in sella promettendo amnistia ai separatisti catalani e andando allo scontro con l’ambasciata di Gerusalemme per compiacere altri suoi alleati. E pensare che dava dell’impresentabile a Giorgia Meloni.Bolivia, Cile, Colombia, Venezuela, Brasile: così Pechino usa i suoi partner economici.Lo speciale contiene due articoli.«Adelante Pedro, con juicio». All’omonimo premier spagnolo tocca ricordare le parole di Antonio Ferrer: il gran cancelliere che, nei Promessi Sposi, suggerisce al cocchiere di procedere con prudenza. Pedro Sánchez, alla disperata ricerca di alleati per rimanere in sella, sembra invece più spericolato che mai. Il leader del Psoe è stato sconfitto alle ultime politiche. Ma i popolari non hanno la maggioranza. E lui adesso sigla patti governativi con indipendentisti, ultraprogressisti e simpatizzanti di Hamas. Ultima prodezza: i suoi socialisti, la Sinistra repubblicana e gli indomiti di Erc vogliono dare l’amnistia agli indipendentisti catalani finiti a processo per il referendum illegale del 2017. A partire da Carles Puigdemont, l’ex presidente della generalitat, riparato a Bruxelles per evitare la cattura in Spagna. Tutto è perdonato. In cambio della generosa concessione, Sanchez otterrà il sostegno dei sette deputati di Junts, il partito dell’esule. Altrettanti ne porta in dote Erc, guidato dall’attuale presidente della Catalogna, Pere Aragones. Gli indipendentisti, viste le ambasce di Sánchez, fiutano l’occasione epocale. Oltre all’amnistia, chiedono così l’impensabile: autodeterminazione, poteri fiscali, più autonomia di bilancio e controllo delle ferrovie nella regione. Il voto di fiducia è previsto l’8 novembre, anche se ci sarebbe tempo fino al 27 per trovare una maggioranza. Se Sánchez dovesse fallire, la Spagna andrebbe a nuove elezioni il prossimo gennaio. Pur di rimanere alla Moncloa, Pedro è pronto a concedere e ammiccare. Senza juicio. Proprio lui: l’idolo dei progressisti continentali. Il politico a cui pure la nostra Elly Schlein, segretaria del Pd, spudoratamente s’ispira: diritti civili, femminismo, anticapitalismo. Uno di quelli che, da anni, lancia accorati allarmi sull’emergenza democratica in Europa. Esemplificata in patria da Vox, membro dei conservatori di Ecr, guidati dalla premier italiana, Giorgia Meloni. Nonché dagli pseudofascisti di Marine Le Pen, che invece fanno parte, assieme alla Lega, del gruppo Identità e democrazia. Ma come fanno i popolari, attaccano Sanchez e compagni, a immaginare un’alleanza con siffatti impresentabili?Ecco, proprio lì eravamo rimasti. Adesso, visti gli interessati baciamani di Pedro, chi è il vero indecoroso? Anche perché lo spavaldo Sánchez, oltre a brigare per l’appoggio degli indipendentisti, vanta già nel suo dimissionario governo perfino simpatizzanti di Hamas. Vedi Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali e leader di Podemos. Gli ha proposto di portare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, davanti alla Corte penale internazionale: processiamolo da criminale di guerra, suggerisce Belarra. Non è certo l’unica. Nonostante gli storici legami tra Spagna e Israele, mezzo governo iberico sembra tifare per i terroristi. Vedi Sumar: la piattaforma progressista della ministra del Lavoro e vicepremier, Yolanda Díaz. O Izquierda unida: guidata dal ministro dei Consumatori, Alberto Garzón. Assieme a Podemos, dopo l’ultimo attacco di Hamas, esecrano la rappresaglia di Israele. E accusano l’Ue di usare «due pesi e due misure». Fa ancora peggio un’altra ministra, Irene Montero. Posta su X una foto di Netanyahu con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Sotto, commenta: «Not in our name». Non nel loro nome. Non contro il terrorismo islamico, quindi. «Non c’è spazio per l’equidistanza. Bisogna dire chiaramente che Israele è uno Stato occupante» deflagra ancora Belarra. «Dobbiamo alzare la voce per fermare questo genocidio una volta per tutte» insiste. «Dichiarazioni assolutamente immorali» risponde l’ambasciata israeliana a Madrid, riferendosi ad «alcuni elementi» del governo, accusati di aver «messo in pericolo la sicurezza delle comunità ebraiche in Spagna». E invita Sánchez a «denunciare e condannare inequivocabilmente queste dichiarazioni vergognose». Già, solo che l’agonizzante Pedro non può. Per sopravvivere ha bisogno dei deplorevoli ultrasinistri. Così, piuttosto che marcare distanza, il governo rintuzza: «Rifiuta categoricamente le falsità espresse nel comunicato dell’ambasciata israeliana su alcuni dei suoi membri e non accetta insinuazioni infondate». Mentre il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, parla di «incidente isolato», che segue un «gesto ostile» dell’ambasciata israeliana. Comunque, il caso non è certo chiuso. La scorsa domenica Díaz rilancia. Partecipa a una manifestazione organizzata da gruppi e ong palestinesi contro il «genocidio» israeliano. E accusa nuovamente Tel Aviv di «crimini di guerra», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Lo stesso, aggiunge, dovrebbe fare il valoroso Pedro. Che, viste pure le faticose alleanze post elettorali, ha già fatto capire da che parte sta. A margine del consiglio europeo, gli domandano: «Ritiene che Israele stia violando il diritto internazionale?». E lui: «Penso che sia legittimo porsi questa domanda». A questo punto, è ancor più legittimo un altro quesito: chi sono in Europa i veri impresentabili?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-con-chi-tifa-hamas-2666131293.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-il-sudamerica-condanna-israele-e-per-la-spinta-decisiva-della-cina" data-post-id="2666131293" data-published-at="1698936076" data-use-pagination="False"> Se il Sudamerica condanna Israele è per la spinta decisiva della Cina È significativo, oltreché preoccupante, il numero dei Paesi latinoamericani che stanno assumendo posizioni anti israeliane. Paesi che, guarda caso, intrattengono quasi sempre strette relazioni con Cina e Iran. Martedì, la Bolivia ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a causa della crisi di Gaza. Ebbene, proprio la Bolivia ha firmato a giugno accordi sul litio, per un valore di 1,4 miliardi di dollari, con l’azienda statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan. Tutto questo, mentre un’intesa similare l’aveva raggiunta a gennaio con il colosso cinese Catl. Era invece luglio quando il governo di La Paz ha siglato un accordo di cooperazione nel settore della Difesa con l’Iran. Dal canto loro, Colombia e Cile hanno richiamato i propri ambasciatori in Israele per consultazioni. Ebbene, era lo scorso 25 ottobre, quando Pechino ha elevato le proprie relazioni diplomatiche con Bogotà al livello di cooperazione strategica. A metà dello stesso mese, il presidente cileno, Gabriel Boric, ha invece partecipato al Belt and Road Forum di Pechino, dove ha incontrato Xi Jinping. «La cooperazione tra Cina e Cile in vari campi ha promosso lo sviluppo e la rivitalizzazione di entrambi i Paesi e ha portato benefici sostanziali al nostro popolo», ha detto nell’occasione il presidente cinese. Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, ha accusato Israele di «genocidio». Sarà un caso, ma a settembre, lo stesso Maduro ha incontrato Xi a Pechino, per siglare accordi nei settori del commercio e del turismo. Era invece giugno, quando il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recato a Caracas, dove ha firmato un’intesa per incrementare la cooperazione nel comparto petrolchimico. Non dimentichiamo inoltre che, a ottobre 2020, l’Atlantic Council mise in evidenza i legami tra il regime venezuelano ed Hezbollah, che è storicamente spalleggiata da Teheran. Era infine maggio 2020, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò formalmente un alleato di Maduro, Adel El Zabayar, di narcoterrorismo, traffico di droga e sostegno a gruppi terroristici, tra cui Hamas ed Hezbollah. Di «genocidio» a Gaza ha parlato anche il presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva: quest’ultimo ha notevolmente rafforzato le relazioni tra Brasilia e Pechino durante un viaggio in Cina ad aprile ed è anche stato tra i principali protagonisti dell’ultimo summit dei Brics ad agosto. Fu proprio durante quell’evento che Lula ebbe un bilaterale con Raisi. D’altronde, l’Iran è uno dei nuovi Paesi che si accingono a entrare nei Brics. A marzo 2021, Pechino e Teheran hanno siglato un accordo di cooperazione venticinquennale, mentre il Dragone si rifiuta di riconoscere Hezbollah e Hamas come organizzazioni terroristiche. Sempre Pechino ha votato contro l’emendamento che avrebbe inserito una condanna di Hamas nella recente risoluzione Onu volta a invocare un cessate il fuoco a Gaza. Il Wall Street Journal ha anche sottolineato che i giganti cinesi Baidu e Alibaba sembrerebbero aver cancellato Israele dalle loro mappe. Il governo di Pechino ha negato di aver eliminato lo Stato ebraico dalle proprie carte geografiche, mentre – secondo Newsweek – l’assenza dei nomi di Israele e Gaza dalle mappe dei due colossi cinesi risulterebbe antecedente allo scoppio della crisi in corso. Come che sia, sabato il New York Times ha riportato che i media statali di Pechino starebbero veicolando alcuni contenuti anti israeliani e che elementi antisemiti circolerebbero sui social cinesi. Più in generale, dietro l’apparente tentativo di mediazione, il Dragone sta puntando a massimizzare il proprio tornaconto geopolitico dalla crisi di Gaza. Obiettivo di Pechino è quello di far saltare definitivamente la logica degli accordi di Abramo per fiaccare ulteriormente l’influenza statunitense sul Medio Oriente. In tal senso, la Cina auspica un indebolimento di Israele. E, non a caso, il network latinoamericano del Dragone si sta muovendo sulla base di questa linea.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha spiegato il Santo Padre. Con rammarico, Leone XIV ha osservato come gran parte del dibattito mediatico si sia concentrato su sterili polemiche: «Ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Il Papa ha citato come esempio il suo discorso all’Incontro di preghiera per la pace del 16 aprile, chiarendo che esso «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Queste precisazioni servono a riaffermare l’identità profonda della sua missione: Leone XIV non viaggia come un attore politico in cerca di scontro, ma come pastore e capo della Chiesa cattolica, giunto in Africa per incoraggiare e accompagnare i fedeli. In questo solco si inserisce la denuncia verso un mondo minacciato da logiche di potere; il Papa ha ribadito che il suo monito contro chi pensa di dominare i popoli non era un attacco personale a Trump, ma un richiamo universale rivolto a chiunque preferisca la violenza e il soggiogamento al servizio del bene comune.
Il legame tra missione spirituale e impegno civile è stato al centro dell’omelia pronunciata all’aeroporto di Yaoundé prima di lasciare il Camerun. Qui il Papa ha ricordato che «la fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». Per Leone XIV, la fede e la teologia non sono astrazioni lontane dalla realtà, ma dimensioni che devono informare la politica intesa come ricerca della giustizia e dell’ordine sociale. La Chiesa non mira a occupare spazi di potere, ma a formare le coscienze affinché i cristiani, specialmente i laici, possano agire nella sfera pubblica illuminati da criteri morali solidi e razionali.
Il Papa è atterrato in un’Angola dai forti contrasti: se da un lato la capitale Luanda mostra il volto moderno dei grattacieli e del lungomare, dall’altro le sue periferie sono segnate da strade sterrate e una povertà estrema, dove la popolazione vive di piccoli espedienti. In questo contesto, la Chiesa angolana opera come «terra di missione», occupandosi di istruzione e assistenza in quartieri dove spesso mancano infrastrutture e servizi.
Accolto dal presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, Leone XIV ha poi rivolto alle autorità un discorso denso di speranza e avvertimenti. Ha elogiato la gioia del popolo angolano, definendola una virtù «politica»; ha denunciato con forza la «logica estrattivistica» che alimenta modelli di sviluppo escludenti e causa catastrofi sociali. Infine, ha rivolto un appello alla classe dirigente affinché non tema il dissenso e sappia trasformare i conflitti in percorsi di rinnovamento, mettendo il bene comune sopra gli interessi di parte.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini alla manifestazione dei Patrioti a Milano (Ansa)
A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».
Continua a leggereRiduci
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
Continua a leggereRiduci