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2023-11-02
Sanchez vuol governare con chi tifa Hamas
Pedro Sánchez (Ansa)
«Adelante Pedro, con juicio». All’omonimo premier spagnolo tocca ricordare le parole di Antonio Ferrer: il gran cancelliere che, nei Promessi Sposi, suggerisce al cocchiere di procedere con prudenza. Pedro Sánchez, alla disperata ricerca di alleati per rimanere in sella, sembra invece più spericolato che mai. Il leader del Psoe è stato sconfitto alle ultime politiche. Ma i popolari non hanno la maggioranza. E lui adesso sigla patti governativi con indipendentisti, ultraprogressisti e simpatizzanti di Hamas. Ultima prodezza: i suoi socialisti, la Sinistra repubblicana e gli indomiti di Erc vogliono dare l’amnistia agli indipendentisti catalani finiti a processo per il referendum illegale del 2017. A partire da Carles Puigdemont, l’ex presidente della generalitat, riparato a Bruxelles per evitare la cattura in Spagna.
Tutto è perdonato. In cambio della generosa concessione, Sanchez otterrà il sostegno dei sette deputati di Junts, il partito dell’esule. Altrettanti ne porta in dote Erc, guidato dall’attuale presidente della Catalogna, Pere Aragones. Gli indipendentisti, viste le ambasce di Sánchez, fiutano l’occasione epocale. Oltre all’amnistia, chiedono così l’impensabile: autodeterminazione, poteri fiscali, più autonomia di bilancio e controllo delle ferrovie nella regione. Il voto di fiducia è previsto l’8 novembre, anche se ci sarebbe tempo fino al 27 per trovare una maggioranza. Se Sánchez dovesse fallire, la Spagna andrebbe a nuove elezioni il prossimo gennaio.
Pur di rimanere alla Moncloa, Pedro è pronto a concedere e ammiccare. Senza juicio. Proprio lui: l’idolo dei progressisti continentali. Il politico a cui pure la nostra Elly Schlein, segretaria del Pd, spudoratamente s’ispira: diritti civili, femminismo, anticapitalismo. Uno di quelli che, da anni, lancia accorati allarmi sull’emergenza democratica in Europa. Esemplificata in patria da Vox, membro dei conservatori di Ecr, guidati dalla premier italiana, Giorgia Meloni. Nonché dagli pseudofascisti di Marine Le Pen, che invece fanno parte, assieme alla Lega, del gruppo Identità e democrazia. Ma come fanno i popolari, attaccano Sanchez e compagni, a immaginare un’alleanza con siffatti impresentabili?
Ecco, proprio lì eravamo rimasti. Adesso, visti gli interessati baciamani di Pedro, chi è il vero indecoroso? Anche perché lo spavaldo Sánchez, oltre a brigare per l’appoggio degli indipendentisti, vanta già nel suo dimissionario governo perfino simpatizzanti di Hamas. Vedi Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali e leader di Podemos. Gli ha proposto di portare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, davanti alla Corte penale internazionale: processiamolo da criminale di guerra, suggerisce Belarra.
Non è certo l’unica. Nonostante gli storici legami tra Spagna e Israele, mezzo governo iberico sembra tifare per i terroristi. Vedi Sumar: la piattaforma progressista della ministra del Lavoro e vicepremier, Yolanda Díaz. O Izquierda unida: guidata dal ministro dei Consumatori, Alberto Garzón. Assieme a Podemos, dopo l’ultimo attacco di Hamas, esecrano la rappresaglia di Israele. E accusano l’Ue di usare «due pesi e due misure». Fa ancora peggio un’altra ministra, Irene Montero. Posta su X una foto di Netanyahu con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Sotto, commenta: «Not in our name». Non nel loro nome. Non contro il terrorismo islamico, quindi. «Non c’è spazio per l’equidistanza. Bisogna dire chiaramente che Israele è uno Stato occupante» deflagra ancora Belarra. «Dobbiamo alzare la voce per fermare questo genocidio una volta per tutte» insiste. «Dichiarazioni assolutamente immorali» risponde l’ambasciata israeliana a Madrid, riferendosi ad «alcuni elementi» del governo, accusati di aver «messo in pericolo la sicurezza delle comunità ebraiche in Spagna». E invita Sánchez a «denunciare e condannare inequivocabilmente queste dichiarazioni vergognose».
Già, solo che l’agonizzante Pedro non può. Per sopravvivere ha bisogno dei deplorevoli ultrasinistri. Così, piuttosto che marcare distanza, il governo rintuzza: «Rifiuta categoricamente le falsità espresse nel comunicato dell’ambasciata israeliana su alcuni dei suoi membri e non accetta insinuazioni infondate». Mentre il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, parla di «incidente isolato», che segue un «gesto ostile» dell’ambasciata israeliana.
Comunque, il caso non è certo chiuso. La scorsa domenica Díaz rilancia. Partecipa a una manifestazione organizzata da gruppi e ong palestinesi contro il «genocidio» israeliano. E accusa nuovamente Tel Aviv di «crimini di guerra», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Lo stesso, aggiunge, dovrebbe fare il valoroso Pedro. Che, viste pure le faticose alleanze post elettorali, ha già fatto capire da che parte sta. A margine del consiglio europeo, gli domandano: «Ritiene che Israele stia violando il diritto internazionale?». E lui: «Penso che sia legittimo porsi questa domanda». A questo punto, è ancor più legittimo un altro quesito: chi sono in Europa i veri impresentabili?
Se il Sudamerica condanna Israele è per la spinta decisiva della Cina
È significativo, oltreché preoccupante, il numero dei Paesi latinoamericani che stanno assumendo posizioni anti israeliane. Paesi che, guarda caso, intrattengono quasi sempre strette relazioni con Cina e Iran. Martedì, la Bolivia ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a causa della crisi di Gaza. Ebbene, proprio la Bolivia ha firmato a giugno accordi sul litio, per un valore di 1,4 miliardi di dollari, con l’azienda statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan. Tutto questo, mentre un’intesa similare l’aveva raggiunta a gennaio con il colosso cinese Catl. Era invece luglio quando il governo di La Paz ha siglato un accordo di cooperazione nel settore della Difesa con l’Iran.
Dal canto loro, Colombia e Cile hanno richiamato i propri ambasciatori in Israele per consultazioni. Ebbene, era lo scorso 25 ottobre, quando Pechino ha elevato le proprie relazioni diplomatiche con Bogotà al livello di cooperazione strategica. A metà dello stesso mese, il presidente cileno, Gabriel Boric, ha invece partecipato al Belt and Road Forum di Pechino, dove ha incontrato Xi Jinping. «La cooperazione tra Cina e Cile in vari campi ha promosso lo sviluppo e la rivitalizzazione di entrambi i Paesi e ha portato benefici sostanziali al nostro popolo», ha detto nell’occasione il presidente cinese.
Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, ha accusato Israele di «genocidio». Sarà un caso, ma a settembre, lo stesso Maduro ha incontrato Xi a Pechino, per siglare accordi nei settori del commercio e del turismo. Era invece giugno, quando il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recato a Caracas, dove ha firmato un’intesa per incrementare la cooperazione nel comparto petrolchimico. Non dimentichiamo inoltre che, a ottobre 2020, l’Atlantic Council mise in evidenza i legami tra il regime venezuelano ed Hezbollah, che è storicamente spalleggiata da Teheran. Era infine maggio 2020, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò formalmente un alleato di Maduro, Adel El Zabayar, di narcoterrorismo, traffico di droga e sostegno a gruppi terroristici, tra cui Hamas ed Hezbollah.
Di «genocidio» a Gaza ha parlato anche il presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva: quest’ultimo ha notevolmente rafforzato le relazioni tra Brasilia e Pechino durante un viaggio in Cina ad aprile ed è anche stato tra i principali protagonisti dell’ultimo summit dei Brics ad agosto. Fu proprio durante quell’evento che Lula ebbe un bilaterale con Raisi. D’altronde, l’Iran è uno dei nuovi Paesi che si accingono a entrare nei Brics.
A marzo 2021, Pechino e Teheran hanno siglato un accordo di cooperazione venticinquennale, mentre il Dragone si rifiuta di riconoscere Hezbollah e Hamas come organizzazioni terroristiche. Sempre Pechino ha votato contro l’emendamento che avrebbe inserito una condanna di Hamas nella recente risoluzione Onu volta a invocare un cessate il fuoco a Gaza. Il Wall Street Journal ha anche sottolineato che i giganti cinesi Baidu e Alibaba sembrerebbero aver cancellato Israele dalle loro mappe. Il governo di Pechino ha negato di aver eliminato lo Stato ebraico dalle proprie carte geografiche, mentre – secondo Newsweek – l’assenza dei nomi di Israele e Gaza dalle mappe dei due colossi cinesi risulterebbe antecedente allo scoppio della crisi in corso. Come che sia, sabato il New York Times ha riportato che i media statali di Pechino starebbero veicolando alcuni contenuti anti israeliani e che elementi antisemiti circolerebbero sui social cinesi.
Più in generale, dietro l’apparente tentativo di mediazione, il Dragone sta puntando a massimizzare il proprio tornaconto geopolitico dalla crisi di Gaza. Obiettivo di Pechino è quello di far saltare definitivamente la logica degli accordi di Abramo per fiaccare ulteriormente l’influenza statunitense sul Medio Oriente. In tal senso, la Cina auspica un indebolimento di Israele. E, non a caso, il network latinoamericano del Dragone si sta muovendo sulla base di questa linea.
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Il premier spagnolo ha perso le ultime elezioni ma prova a rimanere in sella promettendo amnistia ai separatisti catalani e andando allo scontro con l’ambasciata di Gerusalemme per compiacere altri suoi alleati. E pensare che dava dell’impresentabile a Giorgia Meloni.Bolivia, Cile, Colombia, Venezuela, Brasile: così Pechino usa i suoi partner economici.Lo speciale contiene due articoli.«Adelante Pedro, con juicio». All’omonimo premier spagnolo tocca ricordare le parole di Antonio Ferrer: il gran cancelliere che, nei Promessi Sposi, suggerisce al cocchiere di procedere con prudenza. Pedro Sánchez, alla disperata ricerca di alleati per rimanere in sella, sembra invece più spericolato che mai. Il leader del Psoe è stato sconfitto alle ultime politiche. Ma i popolari non hanno la maggioranza. E lui adesso sigla patti governativi con indipendentisti, ultraprogressisti e simpatizzanti di Hamas. Ultima prodezza: i suoi socialisti, la Sinistra repubblicana e gli indomiti di Erc vogliono dare l’amnistia agli indipendentisti catalani finiti a processo per il referendum illegale del 2017. A partire da Carles Puigdemont, l’ex presidente della generalitat, riparato a Bruxelles per evitare la cattura in Spagna. Tutto è perdonato. In cambio della generosa concessione, Sanchez otterrà il sostegno dei sette deputati di Junts, il partito dell’esule. Altrettanti ne porta in dote Erc, guidato dall’attuale presidente della Catalogna, Pere Aragones. Gli indipendentisti, viste le ambasce di Sánchez, fiutano l’occasione epocale. Oltre all’amnistia, chiedono così l’impensabile: autodeterminazione, poteri fiscali, più autonomia di bilancio e controllo delle ferrovie nella regione. Il voto di fiducia è previsto l’8 novembre, anche se ci sarebbe tempo fino al 27 per trovare una maggioranza. Se Sánchez dovesse fallire, la Spagna andrebbe a nuove elezioni il prossimo gennaio. Pur di rimanere alla Moncloa, Pedro è pronto a concedere e ammiccare. Senza juicio. Proprio lui: l’idolo dei progressisti continentali. Il politico a cui pure la nostra Elly Schlein, segretaria del Pd, spudoratamente s’ispira: diritti civili, femminismo, anticapitalismo. Uno di quelli che, da anni, lancia accorati allarmi sull’emergenza democratica in Europa. Esemplificata in patria da Vox, membro dei conservatori di Ecr, guidati dalla premier italiana, Giorgia Meloni. Nonché dagli pseudofascisti di Marine Le Pen, che invece fanno parte, assieme alla Lega, del gruppo Identità e democrazia. Ma come fanno i popolari, attaccano Sanchez e compagni, a immaginare un’alleanza con siffatti impresentabili?Ecco, proprio lì eravamo rimasti. Adesso, visti gli interessati baciamani di Pedro, chi è il vero indecoroso? Anche perché lo spavaldo Sánchez, oltre a brigare per l’appoggio degli indipendentisti, vanta già nel suo dimissionario governo perfino simpatizzanti di Hamas. Vedi Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali e leader di Podemos. Gli ha proposto di portare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, davanti alla Corte penale internazionale: processiamolo da criminale di guerra, suggerisce Belarra. Non è certo l’unica. Nonostante gli storici legami tra Spagna e Israele, mezzo governo iberico sembra tifare per i terroristi. Vedi Sumar: la piattaforma progressista della ministra del Lavoro e vicepremier, Yolanda Díaz. O Izquierda unida: guidata dal ministro dei Consumatori, Alberto Garzón. Assieme a Podemos, dopo l’ultimo attacco di Hamas, esecrano la rappresaglia di Israele. E accusano l’Ue di usare «due pesi e due misure». Fa ancora peggio un’altra ministra, Irene Montero. Posta su X una foto di Netanyahu con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Sotto, commenta: «Not in our name». Non nel loro nome. Non contro il terrorismo islamico, quindi. «Non c’è spazio per l’equidistanza. Bisogna dire chiaramente che Israele è uno Stato occupante» deflagra ancora Belarra. «Dobbiamo alzare la voce per fermare questo genocidio una volta per tutte» insiste. «Dichiarazioni assolutamente immorali» risponde l’ambasciata israeliana a Madrid, riferendosi ad «alcuni elementi» del governo, accusati di aver «messo in pericolo la sicurezza delle comunità ebraiche in Spagna». E invita Sánchez a «denunciare e condannare inequivocabilmente queste dichiarazioni vergognose». Già, solo che l’agonizzante Pedro non può. Per sopravvivere ha bisogno dei deplorevoli ultrasinistri. Così, piuttosto che marcare distanza, il governo rintuzza: «Rifiuta categoricamente le falsità espresse nel comunicato dell’ambasciata israeliana su alcuni dei suoi membri e non accetta insinuazioni infondate». Mentre il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, parla di «incidente isolato», che segue un «gesto ostile» dell’ambasciata israeliana. Comunque, il caso non è certo chiuso. La scorsa domenica Díaz rilancia. Partecipa a una manifestazione organizzata da gruppi e ong palestinesi contro il «genocidio» israeliano. E accusa nuovamente Tel Aviv di «crimini di guerra», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Lo stesso, aggiunge, dovrebbe fare il valoroso Pedro. Che, viste pure le faticose alleanze post elettorali, ha già fatto capire da che parte sta. A margine del consiglio europeo, gli domandano: «Ritiene che Israele stia violando il diritto internazionale?». E lui: «Penso che sia legittimo porsi questa domanda». A questo punto, è ancor più legittimo un altro quesito: chi sono in Europa i veri impresentabili?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-con-chi-tifa-hamas-2666131293.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-il-sudamerica-condanna-israele-e-per-la-spinta-decisiva-della-cina" data-post-id="2666131293" data-published-at="1698936076" data-use-pagination="False"> Se il Sudamerica condanna Israele è per la spinta decisiva della Cina È significativo, oltreché preoccupante, il numero dei Paesi latinoamericani che stanno assumendo posizioni anti israeliane. Paesi che, guarda caso, intrattengono quasi sempre strette relazioni con Cina e Iran. Martedì, la Bolivia ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a causa della crisi di Gaza. Ebbene, proprio la Bolivia ha firmato a giugno accordi sul litio, per un valore di 1,4 miliardi di dollari, con l’azienda statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan. Tutto questo, mentre un’intesa similare l’aveva raggiunta a gennaio con il colosso cinese Catl. Era invece luglio quando il governo di La Paz ha siglato un accordo di cooperazione nel settore della Difesa con l’Iran. Dal canto loro, Colombia e Cile hanno richiamato i propri ambasciatori in Israele per consultazioni. Ebbene, era lo scorso 25 ottobre, quando Pechino ha elevato le proprie relazioni diplomatiche con Bogotà al livello di cooperazione strategica. A metà dello stesso mese, il presidente cileno, Gabriel Boric, ha invece partecipato al Belt and Road Forum di Pechino, dove ha incontrato Xi Jinping. «La cooperazione tra Cina e Cile in vari campi ha promosso lo sviluppo e la rivitalizzazione di entrambi i Paesi e ha portato benefici sostanziali al nostro popolo», ha detto nell’occasione il presidente cinese. Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, ha accusato Israele di «genocidio». Sarà un caso, ma a settembre, lo stesso Maduro ha incontrato Xi a Pechino, per siglare accordi nei settori del commercio e del turismo. Era invece giugno, quando il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recato a Caracas, dove ha firmato un’intesa per incrementare la cooperazione nel comparto petrolchimico. Non dimentichiamo inoltre che, a ottobre 2020, l’Atlantic Council mise in evidenza i legami tra il regime venezuelano ed Hezbollah, che è storicamente spalleggiata da Teheran. Era infine maggio 2020, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò formalmente un alleato di Maduro, Adel El Zabayar, di narcoterrorismo, traffico di droga e sostegno a gruppi terroristici, tra cui Hamas ed Hezbollah. Di «genocidio» a Gaza ha parlato anche il presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva: quest’ultimo ha notevolmente rafforzato le relazioni tra Brasilia e Pechino durante un viaggio in Cina ad aprile ed è anche stato tra i principali protagonisti dell’ultimo summit dei Brics ad agosto. Fu proprio durante quell’evento che Lula ebbe un bilaterale con Raisi. D’altronde, l’Iran è uno dei nuovi Paesi che si accingono a entrare nei Brics. A marzo 2021, Pechino e Teheran hanno siglato un accordo di cooperazione venticinquennale, mentre il Dragone si rifiuta di riconoscere Hezbollah e Hamas come organizzazioni terroristiche. Sempre Pechino ha votato contro l’emendamento che avrebbe inserito una condanna di Hamas nella recente risoluzione Onu volta a invocare un cessate il fuoco a Gaza. Il Wall Street Journal ha anche sottolineato che i giganti cinesi Baidu e Alibaba sembrerebbero aver cancellato Israele dalle loro mappe. Il governo di Pechino ha negato di aver eliminato lo Stato ebraico dalle proprie carte geografiche, mentre – secondo Newsweek – l’assenza dei nomi di Israele e Gaza dalle mappe dei due colossi cinesi risulterebbe antecedente allo scoppio della crisi in corso. Come che sia, sabato il New York Times ha riportato che i media statali di Pechino starebbero veicolando alcuni contenuti anti israeliani e che elementi antisemiti circolerebbero sui social cinesi. Più in generale, dietro l’apparente tentativo di mediazione, il Dragone sta puntando a massimizzare il proprio tornaconto geopolitico dalla crisi di Gaza. Obiettivo di Pechino è quello di far saltare definitivamente la logica degli accordi di Abramo per fiaccare ulteriormente l’influenza statunitense sul Medio Oriente. In tal senso, la Cina auspica un indebolimento di Israele. E, non a caso, il network latinoamericano del Dragone si sta muovendo sulla base di questa linea.
Alle spalle, il Quirinale (Imagoeconomica). Nel riquadro, il libro di Castellani e Quagliariello
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 giugno con Carlo Cambi
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
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