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2025-03-10
Teologia 2.0: Così San Tommaso torna in cattedra
Particolare del quadro di Francesco de Zurbaràn Apoteosi di San Tommaso (1631)
«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».
Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.
A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.
L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.
Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.
Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.
Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. Il mezzo che, forse più di ogni altro, rappresenta il fluire costante di un’enorme massa indistinta di informazioni, può anche ospitare la riscoperta del concetto di verità.
Il gigante che «sdoganò» Aristotele e mostrò l’unione tra fede e ragione
Col 2025 si conclude il triennio tomistico: un ciclo iniziato nel 2023, a 700 anni dalla canonizzazione di Tommaso d’Aquino, proseguito nel 2024, a 750 anni dalla morte, e culminato quest’anno con gli 800 anni dalla nascita. Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana.
«Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali.
La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi.
Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità».
La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede.
La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
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Alcuni domenicani mettono gratis online (con grande successo) corsi e lezioni sul pensiero dell’Aquinate. Che oggi si rivela l’antidoto migliore a una cultura che separa linguaggio e realtà.Quest’anno si celebrano gli 800 anni dalla nascita del «Doctor angelicus». A Milano, il teologo Serge-Thomas Bonino ne ha recentemente ricapitolato la vicenda intellettuale: «Il vero studioso è nemico del soggettivismo».Lo speciale contiene due articoli.«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. 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Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana. «Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali. La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi. Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità». La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede. La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
Il neopresidente bulgaro Rumen Radev (Ansa)
L’ex presidente della repubblica Rumen Radev, sostenuto dal nuovo partito Bulgaria Progressista (Progresivna Bulgariya - Pb, fondato a marzo), ha infatti vinto le elezioni parlamentari di domenica, ottenendo la maggioranza assoluta con il 44,7% dei voti (130 seggi sui 240 totali): 30 punti percentuali in più rispetto al partito conservatore Gerb di Boyko Borissov, che ha riscosso il consenso di appena il 13% degli elettori, dopo una legislatura che ha visto ben otto cambi di governo.
Non è sicuro, per usare un eufemismo, che la vittoria di Radev sia una buona notizia per Von der Leyen, la presidente che, dopo una prima legislatura orientata a sinistra, dopo le elezioni europee del 2024 ha cercato di barcamenarsi virando il timone del suo esecutivo più verso il centrodestra. Di fatto, la vittoria del neo premier bulgaro rappresenta un cortocircuito per Bruxelles, essendo stata accolta con favore sia dalla Russia che dall’Unione europea. Il Cremlino ha definito «positive» le dichiarazioni di Radev a favore del dialogo con la Russia. Ma anche donna Ursula gli ha espresso le sue vive congratulazioni, facendo buon viso a cattivo gioco: «La Bulgaria è un membro orgoglioso della famiglia europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni. Non vedo l’ora di collaborare con lui (Radev, ndr) per la prosperità e la sicurezza della Bulgaria e dell’Europa». Quasi le stesse parole usate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che su X ha scritto: «Congratulazioni a Rumen Radev per la sua vittoria. Non vedo l’ora di lavorare assieme a voi nel Consiglio sulla nostra agenda condivisa per un’Europa prospera, autonoma e sicura».
Non vedranno l’ora, ma l’elezione di Radev rischia di essere una bella patata bollente per Von der Leyen e tutta l’eurocrazia europea, che temono più della morte l’avvento di un nuovo Orbán e di nuovi veti al Consiglio: non così improbabili, dato che il vincitore delle elezioni ha espressamente manifestato idee euroscettiche e non ostili a Mosca nel corso della campagna elettorale.
Il neo premier ha auspicato infatti il ripristino di relazioni «pratiche e pragmatiche» con la Russia, basate sul rispetto reciproco e sul libero flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, che passa proprio per il territorio bulgaro. Ha ripetutamente dichiarato che le sanzioni europee contro Putin sono «inefficaci» e dannose per l’economia Ue, definendo «immorale», da parte dell’Europa, la pressione sull’Ucraina per il proseguimento della guerra. «Queste politiche stanno portando l’Ucraina al disastro e l’Europa a un vicolo cieco», ha detto.
Ma il fattore forse decisivo che ha condotto alla vittoria di domenica è stata l’ondata di proteste, per tutto il 2025, all’adesione, fortemente sostenuta dalla Bce e dalla Commissione, della Bulgaria alla zona euro, scattata a gennaio 2026: anche Radev, che all’epoca era presidente della repubblica, si è schierato contro, chiedendo che la voce del popolo fosse ascoltata. Il 9 maggio dello scorso anno, data simbolica per l’Europa, il neo premier ha proposto, inascoltato, di indire un referendum per decidere l’ingresso nell’eurozona. Sulla notizia è caduto l’occhio attento dell’economista Alberto Bagnai, deputato e responsabile economico della Lega che, affiancando i dati del Pil pro capite di Bulgaria e Italia rispetto alla media europea dal 2000 ad oggi (in euro e a parità di potere d’acquisto), ha osservato che la percentuale bulgara è andata in costante aumento, mentre quella italiana in declino. È vero che il lev bulgaro era già agganciato all’euro da tempo ma, ha commentato Bagnai sul suo blog goofynomics, «quanto può far schifo il “progetto europeo” se perfino quelli che ne hanno tratto un discreto vantaggio fanno così tanta resistenza a un definitivo ingresso in esso? Di cosa hanno paura i bulgari? Sospetto che temano che l’entrata nell’euro interrompa la fase di catch-up, di recupero di posizioni rispetto alla media. Sarà un timore fondato, o è un’ondata di irrazionalità fomentata dai soliti populisti irresponsabili?», ha ironizzato il deputato leghista.
Toccherà a Ursula & Co. sbrogliare la matassa. Le elezioni di domenica, che hanno riunito sotto lo stesso tetto un pot-pourri di elettori di diversa estrazione politica (socialisti anti-sistema ma anche sovranisti), accomunati dal malcontento, stanno riposizionando Sofia anche sul piano geopolitico: pur mantenendo formalmente gli impegni dell’Ue e della Nato, Radev cerca relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con Mosca, con buona pace della vacuità bruxellese.
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Ansa
Le famiglie dei feriti - alcuni molto gravi e ancora in riabilitazione - denunciano che «gli ospedali svizzeri non ci mandano le cartelle sanitarie (fondamentali per i processi, ndr) bensì le fatture per le cure ricevute poco dopo l’incendio». A far indignare anche le cifre: per un ricovero di appena 15 ore, prima del trasferimento in elicottero verso l’ospedale Niguarda di Milano, vengono contabilizzati dai 17.000 ai 75.000 euro. Sui documenti, inviati via mail, è indicato che quelle somme non dovranno essere pagate dalle famiglie, ma sono ben spiegati i dettagli economici relativi alle prime ore di ricovero in strutture come quella di Sion, dove i ragazzi furono soccorsi prima che venisse messo in moto il ponte aereo fra Svizzera e Italia. «Oltre il danno la beffa», commenta Umberto Marcucci, papà del sedicenne Manfredi sopravvissuto al rogo, «per tutti noi è stato uno choc vedere quella mail, arrivata senza nessun avvertimento, con cifre senza nessuna spiegazione che somigliano più che altro a una tariffa oraria». Intanto le famiglie sono sempre in attesa delle cartelle cliniche, che però non arrivano, e che invece sarebbero necessarie considerato che molti ragazzi sono ancora ricoverati o in fase di riabilitazione dopo ustioni gravissime e danni polmonari in virtù dei quali, per proseguire il percorso di ripresa, è utile sapere nel dettaglio le cure effettuate nelle prime ore successive all’incendio.
Nel frattempo, la postilla sui documenti contabili che specifica come il pagamento non vada effettuato, non rassicura mamme e papà di casa nostra che chiedono chiarezza e garanzie: vogliono la certezza che i costi saranno interamente coperti dal Cantone Vallese e che lo Stato italiano non debba intervenire. Per discutere di questa delicata questione l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, nei prossimi giorni avrà una serie di incontri con le autorità elvetiche, tra Berna e il Vallese, proprio per una conferma ufficiale di quanto già stabilito: le spese sanitarie sono interamente a carico delle autorità svizzere, non di quelle italiane né delle famiglie delle vittime. L’ambasciatore si fa portavoce dell’indignazione dei genitori: «Di fronte a una tragedia spaventosa, capisco che ricevere un documento del genere possa far male e far ripiombare nella tragedia, ma è prassi ricorrente in Svizzera».
Pià netto l’avvocato Domenico Radice, legale di diverse famiglie di feriti italiani, che parla apertamente di gestione inadeguata: «Al di là di chi dovrà pagare, l’invio delle fatture in un contesto del genere è abbastanza scandaloso e avrebbe richiesto maggiore attenzione. Per le famiglie la misura è colma».
Sul fronte delle indagini salgono a 13 gli indagati per la strage di Crans-Montana, provocata dal rogo innescato da fontane luminose pirotecniche, che incendiarono i pannelli fonoassorbenti del soffitto nel seminterrato. La Procura di Sion oltre al Comune di Crans-Montana ha coinvolto anche i vertici politici della vecchia amministrazione di Chermignon, in carica fino al 2017, prima della fusione tra le due comunità.
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Keir Starmer (Ansa)
Il premier britannico sotto assedio: «Non mi riferirono del vetting fallito da Mandelson». I Tories: «Ha mentito all'Aula, deve dimettersi». Bordate anche dall'ala sinistra del Labour.
«Voglio essere molto chiaro con la Camera: anche se questa dichiarazione si concentrerà sul processo riguardante il vetting e la nomina di Peter Mandelson, al centro di tutto c’è anche un giudizio che ho espresso e che era sbagliato. Non avrei dovuto nominare Peter Mandelson. Mi assumo la piena responsabilità di quella decisione. E chiedo nuovamente scusa alle vittime del pedofilo Jeffrey Epstein, che sono state chiaramente deluse dalla mia decisione». Inizia con un mea culpa l’intervento di Keir Starmer, ieri alla Camera dei Comuni, dopo che la settimana scorsa è emerso che Mandelson era stato nominato ambasciatore negli Stati Uniti nonostante non avesse superato i controlli di sicurezza.
Un mea culpa che molti giudicano strumentale: mentre il premier ammette l’errore di giudizio, il resto del discorso punta a dimostrare che lui non era stato informato dell’esito negativo del vetting, un processo di indagine approfondita condotto dai servizi di sicurezza britannici prima di assegnare incarichi sensibili. Starmer punta il dito contro Olly Robbins, il sottosegretario permanente al Foreign Office costretto alle dimissioni la settimana scorsa. Robbins, però, ha dichiarato davanti alla commissione parlamentare: «Starmer voleva Mandelson. Noi abbiamo agito sulla base della sua decisione». Fonti vicine a Robbins, citate da Sky News, riferiscono inoltre che Starmer e l’allora capo dello staff Morgan McSweeney avevano fatto capire chiaramente ai funzionari che «non erano interessati a obiezioni» e che la nomina «doveva andare avanti a tutti i costi».
«La raccomandazione relativa al caso di Mandelson avrebbe potuto e dovuto essere condivisa con me prima che assumesse l’incarico», dichiara Starmer in Parlamento. «È incredibile che», aggiunge, «durante tutto questo susseguirsi di eventi, i funzionari del ministero degli Esteri abbiano ritenuto opportuno nascondere queste informazioni ai ministri di più alto livello del nostro governo». In pochi nel Regno Unito, però, credono a questa ricostruzione. La leader dei Conservatori, Kemi Badenoch, ha ribadito la richiesta di dimissioni del premier, accusandolo di aver mentito al Parlamento e ricordandogli le sue stesse parole pronunciate contro Boris Johnson durante il Partygate: «Conferma le sue parole di allora, o vale una regola per lei e un’altra per tutti gli altri?». Prima dell’affondo, Badenoch aveva rivolto a Starmer sei domande scomode sulla vicenda, ricordando tra l’altro le indiscrezioni sul mancato superamento del vetting da parte di Mandelson, pubblicate già a settembre dello scorso anno dal giornalista David Maddox dell’Independent.
Maddox aveva reso pubblica la chat Whatsapp con Tim Allan, allora direttore della Comunicazione di Downing Street (un’altra figura sacrificata nello scandalo per cercare di salvare la faccia a Starmer), il quale aveva risposto alle sue domande: «Il vetting è stato effettuato dal Foreign Office nel modo normale». Questa risposta, insieme alla pubblicazione della notizia sette mesi fa, rende poco credibile la versione secondo cui Starmer sarebbe venuto a conoscenza del problema solo la settimana scorsa. Prima del discorso in Parlamento, inoltre, Sky News aveva pubblicato un documento che dimostrerebbe come il premier fosse stato informato della procedura di controllo necessaria per la nomina, suggerendogli di rinviare l’assegnazione all’espletamento delle verifiche.
Ma le critiche non arrivano solo dall’opposizione. Il deputato laburista John McDonnell in Aula afferma che «il messaggio non detto ai funzionari civili era: quello che vuole Mandelson, Mandelson lo ottiene». L’anziano esponente della sinistra laburista ha sottolineato la dipendenza di Starmer da Mandelson e McSweeney per finanziare e organizzare la sua campagna da leader: «Quando è diventato primo ministro, la ricompensa per McSweeney è stata il controllo di Downing Street, e per Mandelson il più alto incarico diplomatico». Il portavoce del premier, tuttavia, aveva già avvisato prima della seduta in Aula: Starmer non si dimetterà. Per ora, verrebbe da aggiungere.
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Il centro per migranti di Gjader, in Albania (Getty Images)
di Matteo Carnieletto, inviato a Gjader (Albania)
Quando entriamo, gli ospiti del centro di permanenza per i rimpatri, che ha una capienza massima di 96 posti, sono 83. Altre 82 persone - l’ultima, di nazionalità algerina, è stata rimpatriata proprio questa notte - sono state rimandate nei loro Paesi di origine. In totale, da quando è stato aperto il centro (aprile 2025), sono passati 536 migranti da Gjader. Tra questi, la metà è stata rilasciata per non convalida del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria. Altri 40, invece, sono stati dimessi per motivi sanitari e inidoneità alla vita ristretta. Il centro quindi, nonostante gli ostacoli di una certa magistratura, funziona. Come spiega - mentre è in visita al centro insieme a Giovanni Donzelli, Galeazzo Bignami, Lucio Malan, Augusta Montaruli, Raffaele Speranzon, Salvatore Sallemi, Francesco Filini e Marco Lisei - Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia che, alla Verità, dichiara: «Siamo venuti a smentire la narrazione falsa e distorta delle sinistre. Il Cpr in Albania funziona a pieno regime. Qui transitano migranti con profili di altissima pericolosità sociale. In questo modo, noi difendiamo la sicurezza dei cittadini, a differenza delle sinistre che addirittura vorrebbero chiudere i Cpr».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vice capogruppo di Fdl alla Camera, Augusta Montaruli: «Mentre la sinistra vuole smantellare il modello Albania del governo Meloni, Fratelli d’Italia e qui per difenderlo e per continuare quella lotta all’immigrazione clandestina che ha già portato a una riduzione di oltre il 70% degli sbarchi».
Al momento, i fondi assegnati per l’attuazione del protocollo tra Italia e Albania ammontano a circa 670 milioni euro nell’arco del primo quinquennio (2024-2028): 134 milioni l’anno, ovvero il 7,5% delle spese riguardanti l’accoglienza dei migranti in Italia se paragonati a quelli del 2023. Una cifra non così «monstre» come una certa sinistra vorrebbe far credere. Questi i numeri.
Oggi, quindi, la parte di Gjader che ospita il Cpr funziona a pieno regime. Quella invece che dovrebbe servire a facilitare la richiesta (o il respingimento) delle domande di asilo è ancora vuota a causa del blocco dei giudici. Eppure qui tutto è pronto, come sottolineano i rappresentanti di Fdi mentre attraversano l’area: «Il Centro per l’espletamento per le procedure accelerate di frontiera è già pronto per entrare in funzione non appena sarà in vigore il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo». Del resto, le camere per accogliere gli ospiti ci sono già. Lo stesso per il centro medico dove è possibile fare anche piccole operazioni chirurgiche (e una è già stata fatta dopo che un migrante ha aggredito un operatore). Gli psicologi sono già operativi 24 ore su 24 e sono già state allestite anche le stanze in cui gli ospiti potrebbero incontrare i loro avvocati. Tutto pronto, eppure congelato. Nessuno entra. Anche se a giugno le cose dovrebbero cambiare. Del resto, l’Unione europea ha recepito l’indirizzo sui Paesi sicuri e anche il cosiddetto «modello Albania» è stato apprezzato da altri membri Ue ottenendo parecchi consensi.
La vita all’interno del Cpr è monotona ma comunque dignitosa. L’area è però inaccessibile e gli ospiti non si possono incontrare. Ma si intravedono i panni stesi, il vociare continuo dei migranti che mischiano parole straniere e italiane. Ogni tanto, poi, si sente qualche protesta non appena i migranti sentono qualche passo in lontananza. Ogni giorno, però, i migranti presenti nel Cpr ricevono una piccola mancia di 2,50 euro per qualche sfizio o per le sigarette. I pasti sono regolari, le aree a disposizione sono tutto sommato confortevoli. Non si tratta di un lager, come è stato descritto da una certa stampa. È semplicemente un centro di permanenza per i rimpatri che funziona. Con buona pace di chi ha cercato di sabotarlo.
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