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2025-03-10
Teologia 2.0: Così San Tommaso torna in cattedra
Particolare del quadro di Francesco de Zurbaràn Apoteosi di San Tommaso (1631)
«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».
Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.
A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.
L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.
Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.
Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.
Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. Il mezzo che, forse più di ogni altro, rappresenta il fluire costante di un’enorme massa indistinta di informazioni, può anche ospitare la riscoperta del concetto di verità.
Il gigante che «sdoganò» Aristotele e mostrò l’unione tra fede e ragione
Col 2025 si conclude il triennio tomistico: un ciclo iniziato nel 2023, a 700 anni dalla canonizzazione di Tommaso d’Aquino, proseguito nel 2024, a 750 anni dalla morte, e culminato quest’anno con gli 800 anni dalla nascita. Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana.
«Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali.
La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi.
Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità».
La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede.
La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
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Alcuni domenicani mettono gratis online (con grande successo) corsi e lezioni sul pensiero dell’Aquinate. Che oggi si rivela l’antidoto migliore a una cultura che separa linguaggio e realtà.Quest’anno si celebrano gli 800 anni dalla nascita del «Doctor angelicus». A Milano, il teologo Serge-Thomas Bonino ne ha recentemente ricapitolato la vicenda intellettuale: «Il vero studioso è nemico del soggettivismo».Lo speciale contiene due articoli.«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. 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Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana. «Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali. La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi. Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità». La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede. La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
Germano Dottori (Imagoeconomica)
Germano Dottori analista e consigliere scientifico di Limes, la disputa sulla Groenlandia e il suo esito, in parte ancora da scrivere, cosa ci dice? Che, come al solito, Donald Trump fa marcia indietro? O che ha utilizzato la sua solita strategia negoziale? E in finale per ottenere che cosa che già non aveva?
«Ci dice soprattutto che in questo suo secondo mandato la politica di Trump sembra riflettere due cose: l’accettazione di un mondo strutturato su sfere d’influenza più o meno esclusive e la volontà di crearne una di natura “emisferica” per gli Stati Uniti, dalla quale escludere russi e, soprattutto, cinesi. Ha sorpreso la spregiudicatezza con la quale il tycoon ha aperto un contenzioso con un alleato atlantico, ma occorre sottolineare che per Trump anche la Nato può essere messa in discussione, se fonte di vincoli non compensati da vantaggi tangibili. È un nazionalista integrale».
E propone addirittura il Board of Peace: una struttura internazionale da lui personalmente gestita. Trump sta picconando le strutture sovranazionali di cui non si fida più? E se sì perché?
«Questa diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali non è un dato del tutto nuovo nella storia americana. Gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni, che pure nacque grazie all’impulso di un loro presidente, Woodrow Wilson. E prima di dar vita all’Onu ebbero cura di prevedere che al loro interno fosse creato un Consiglio di Sicurezza soggetto al loro diritto di veto. Ciò premesso, il Board sembra poggiare su premesse inedite, di natura privatistica, con tanto di tassa di partecipazione. Difficile formulare previsioni sulla sua efficacia, ma nel peggiore dei casi sarà soltanto un tentativo ulteriore andato a vuoto come altri in precedenza. Speriamo invece che funzioni, perché il suo obiettivo è la pacificazione, interesse collettivo. Trump si è riservato al suo interno un ruolo centrale, che peraltro difficilmente verrebbe accettato una volta cessato il suo mandato alla Casa Bianca».
Mentre negozia un possibile accordo in Ucraina, Trump sembra voler smontare pezzo per pezzo il cosiddetto Sud globale. Dal Venezuela all’Iran. Una strategia di pressione per costringere Vladimir Putin ad accettare un compromesso?
«Per Trump la politica internazionale dovrebbe privilegiare i rapporti bilaterali, nei quali gli Stati Uniti possono più agevolmente far valere il peso superiore della loro potenza politica, economica e militare. Le aggregazioni costituiscono invece un problema, sia quando legano le mani a Washington costringendola a decisioni collettive, che nelle circostanze in cui sono costituite senza, o contro, gli Stati Uniti per bilanciare la loro supremazia».
La Cina è una superpotenza economica. Ma sul piano militare sono ancora gli Stati Uniti a dettare legge. Avevamo dato per morta troppo presto l’America con la sua capacità di esercitare il cosiddetto hard power?
«La Repubblica Popolare Cinese è un’immensa fabbrica ma ha dei limiti importanti. Sul piano finanziario, gli Stati Uniti rimangono significativamente superiori: se vuoi fare soldi con i soldi, è ancora all’industria finanziaria americana che occorre rivolgersi. Accende spesso la fantasia il fatto che i cinesi detengano una parte significativa dei titoli del debito sovrano statunitense, ma a ben vedere, si sono legati le mani: infatti, non possono indebolire il loro debitore senza subire perdite molto alte. Probabilmente, Pechino pensa a un condominio sul mondo, non ad affossare gli Stati Uniti. Sul piano militare, poi, la geografia rappresenta un grosso problema per i cinesi. E non può essere modificata. L’America controlla le vie marittime da cui dipende la prosperità della Repubblica Popolare. Nessuno ha dato per morti gli Stati Uniti: non per caso, il Pianeta è sempre pieno di persone che dimostrano contro la loro permanente supremazia. Anche dalle nostre parti».
Il Venezuela è il giardino di casa. E l’esfiltrazione di Nicolás Maduro rientrava sicuramente nelle capacità degli Stati Uniti. L’Iran è invece lontano. E Trump non può permettersi un conflitto del tipo di quelli promossi in passato dai neocon e dai Democratici. Che scenario dobbiamo aspettarci in Iran una volta che questo regime sarà eventualmente caduto?
«A Caracas non è stato abbattuto un regime, ma soltanto rimosso il suo leader, permettendone la sostituzione con la sua vice, che pare abbia promesso di collaborare con gli Stati Uniti, ponendo fine all’influenza che esercitavano localmente cinesi e russi. La situazione iraniana è completamente differente. È in atto una rivolta interna, innescata da una crisi idrica ed alimentare che ha fatto esplodere l’inflazione, convincendo vasti strati della popolazione a chiedere la fine della Repubblica Islamica. In Iran capiscono perfettamente che le sanzioni non potranno essere abolite fintantoché gli islamisti resteranno al potere. Più in generale, la società civile iraniana, altamente istruita e sofisticata, non accetta più le restrizioni delle libertà che la soffocano dal 1979. Il regime ha risposto con enorme violenza, uccidendo molte migliaia di persone e macchiandosi di crimini odiosi, che interrogano la coscienza di tutto l’Occidente. I dimostranti chiedono aiuto. Pur essendo certamente impressionato dalle immagini che riceve anche lui, Trump però ha finora esitato, perché è stato sorpreso ed è consapevole che ci sono dei rischi. Ha chiesto opzioni e fatto convergere forze nell’area del Golfo. Nel frattempo, le autorità iraniane lo hanno insolentito, circostanza che potrebbe bastare a motivare dei raid punitivi nei loro confronti, come accadde con il generale Soleimani. La situazione è molto fluida».
Trump di fatto prende a schiaffi l’Ue perché sa che questa non ha alternative? E soprattutto che Europa vuole Trump?
«In campo commerciale, l’unico in cui l’Europa agisca davvero come soggetto sovranazionale, l’Ue è un attore con il quale anche gli Stati Uniti son costretti a fare i conti. Al contrario di quanto comunemente si crede, gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo d’integrazione in atto nel nostro Continente, in parte anche per colpa nostra. Qualche errore di comunicazione lo abbiamo infatti commesso anche noi, enunciando ambizioni del tutto legittime, ma che hanno generato un senso d’allarme Oltreoceano».
Innegabile che Trump abbia decisamente cambiato rotta e velocità di marcia nella politica estera americana. Ritiene questi cambiamenti irreversibili indipendentemente da chi sarà il successore di Trump?
«Non sappiamo chi gli succederà. Trump accelera anche perché sa di avere a disposizione poco tempo. Tre anni, forse meno, se i risultati delle elezioni di medio termine lo trasformeranno in un’anatra zoppa».
È corretto immaginare che sarà una sfida a due fra Rubio e Vance nel provare a raccogliere l’eredità di Trump? Che differenza c’è fra i due?
«È molto prematuro. Se la presidenza Trump sarà considerata un successo, i suoi esponenti di maggior spicco se ne contenderanno l’eredità. Ma se si concluderà in un fallimento, i repubblicani cercheranno verosimilmente qualcuno che non abbia fatto parte della sua amministrazione».
Le elezioni di mezzo termine sono tradizionalmente sfavorevoli al presidente in carica. Sul piano interno Trump ha ancora carte da giocare per provare ad evitare una sconfitta quantomeno probabile? In Minnesota sembra di assistere a una guerra civile!
«Sta provando a farlo, anche per evitare l’impeachment, spingendo sull’economia e adesso anche sull’espansione territoriale, che peraltro non convince al momento gli elettori americani».
Keir Starmer in UK e Mark Carney in Canada sono i più acerrimi avversari di Trump. Non esiste più l’anglosfera?
«L’anglosfera non è una realtà superficiale che connette dei leader. È qualcosa di molto più concreto e profondo, non congiunturale, che investe le élite ma coinvolge al massimo la stampa, l’editoria e la cultura. La comunanza linguistica è un collante fortissimo, resistente alle fluttuazioni della politica».
L’intesa fra Giorgia Meloni e Friedrich Merz ci dice che la Francia ha perso il suo ruolo di leadership in Unione europea. È un decadimento strutturale o passeggero quello di Parigi?
«L’Unione europea senza la Francia semplicemente non esiste. E la Francia è un “sistema”, a differenza nostra, dotato di un’élite coesa dalla fortissima identità nazionale e capace di immaginare progetti a lunghissimo termine. Noi siamo diversi, guardiamo più al locale che al globale, all’oggi più che al domani. L’Italia fa benissimo a sperimentare ogni geometria che ne enfatizzi la flessibilità e creatività diplomatica, ma dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti. In altre parole, occorre realismo per tutelare i nostri interessi al meglio, con pragmatismo, senza inseguire chimere».
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Milena Gabanelli (Ansa)
Non solo, nel sottotitolo ecco la fosca previsione: «Con il decreto Caivano saranno multati i genitori, ma si taglia sulla prevenzione». Ma è davvero così? Non è compito dei giornali difendere i governi, anche perché la realtà di solito si difende benissimo da sola, ma l’esplosione della violenza giovanile è un problema talmente grave da meritare più riflessioni e meno slogan.
Cominciamo dai numeri. In base ai dati del ministero della Giustizia, i minori indagati in carico ai servizi sociali erano 20.963 nel 2019 e sono diventati 23.862 alla fine del 2025, con un aumento del 13,8%. Il governo guidato da Giorgia Meloni è in carica da settembre 2022 e in questi tre anni la crescita è stata del 9,3%. Sicuramente sulla dinamica del dato degli indagati incide anche il decreto Caivano, convertito in legge alla fine del 2023, che ha inasprito le pene e ha reso possibile l’arresto dei minori anche per lo spaccio di lieve entità, il furto aggravato e la resistenza alle forze dell’ordine. A parte l’uso discutibile di queste statistiche, comprese quelle sugli arresti preventivi, va detto che se con lo stesso metro si misurassero le politiche di contrasto ai femminicidi si sarebbe costretti ad affermare che le nuove leggi più severe non funzionano, o che l’aumento degli assassinii è colpa della Meloni e di Carlo Nordio. Sono due evidenti bestialità.
Resta aperta l’indagine sulle cause dell’aumento della violenza giovanile. E qui, a patto di sganciarlo dall’uso politico o dalla continua manipolazione dei codici, il dibattito è ovviamente benvenuto e importante. Scrive il giornale diretto da Luciano Fontana che «dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle». Una notazione interessante, ma purtroppo gli autori dell’articolo, Milena Gabanelli e Andrea Priante, non la sviluppano in alcun modo. Forse il motivo è questo, ed è un motivo che i lettori della Verità conosco bene: fin dai tempi del primo lockdown, che colpì sia i lavoratori cinquantenni sia bambini e ragazzi in età scolare, pediatri e psicologi avvertirono che si rischiava un aumento dell’aggressività dei minori. Il fenomeno fu rilevato in tempi abbastanza brevi in famiglia, a danno dei genitori, e poi si vide a scuola quando riaprirono le classi. Nulla di più facile da capire. Se prendi un ragazzino e lo rinchiudi in casa, levandogli la possibilità di socializzare e di fare sport, prima o poi esplode e te la fa pagare. Insomma, se per decreto prendi un dodicenne e lo fai vivere recluso, quando tutto intorno era chiaro che il Covid stava mietendo vittime tra persone già malate o anziane, poi non c’è da stupirsi se rischi di avere una generazione mezzo bruciata. Non per colpa sua, ovviamente. Ma certo, riflessioni del genere su giornali che hanno avallato persino il Green pass non sono ancora possibili.
Se poi si passa ai modi per contrastare questo picco di violenza, il Corriere incolpa il governo attuale (tra il 2019 e il 2022 c’erano Conte e Draghi e i bambini erano tutti buoni) e attacca sul fronte dei fondi disponibili per la prevenzione. A un certo punto scrive che «sui Comuni, sempre a corto di risorse, sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati che rappresentano la vera grande emergenza perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità». Un passaggio notevole, almeno per gli standard buonisti della narrazione democratica ed inclusiva dominante, perché riconosce l’esistenza di minori stranieri che delinquono, un fenomeno che questo giornale segnala da anni in perfetta solitudine, beccandosi anche surreali accuse di razzismo. E accorgersi oggi dei ragazzi stranieri «reclutati» dalla criminalità è fuori tempo massimo, se si pensa che a settembre 2022, quando la Verità osò scrivere di «migranti scaricati» da un porto all’altro, fu accusata di parlarne come pacchi postali. Ma a ben vedere, se si guardano le cronache quasi quotidiane dei minori migranti arrestati, si nota che ci sono molte violenze sessuali. Non è chiaro se anche gli stupri possano essere organizzati dalla criminalità nostrana, ma certo che anche parlare di una vaga, fantomatica e onnipotente «criminalità» che recluta i minori aiuta a non fare i conti con la realtà dell’immigrazione clandestina.
Il Corriere, sistemato il governo, si dedica poi alla consueta predica da barbagianni sull’uso dei telefoni cellulari e sulla violenza dei contenuti online, come se non fossero il terminale ultimo di un disastro educativo e di una disumanizzazione della società. I cellulari sono un mezzo, non un fine e neppure un inizio. Sarebbe molto più interessante ragionare su quali siano gli spazi a disposizione di questi ragazzi per sfogare e gestire la violenza. Ovviamente non è il caso di rimpiangere l’epoca in cui i giovani si prendevano a sprangate per motivi politici o calcistici, ma forse una riflessione su come evitate che tanti minorenni si sentano compressi sarebbe utile. Anche perché se la si lascia allo Stato, la risposta non può che essere in gran parte repressiva. Per il Corriere, «la repressione non serve se non è accompagnata da interventi di politiche sociali, con il diretto coinvolgimento della famiglia e soprattutto, della scuola». In quel soprattutto c’è una buona dose dei motivi per cui siamo conciati così male: il disprezzo della famiglia. E poi, finalino da incorniciare: «A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria». La non violenza ce la insegnerà lo Stato, che come scriveva Max Weber ne ha il monopolio legalizzato.
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