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2025-03-10
Teologia 2.0: Così San Tommaso torna in cattedra
Particolare del quadro di Francesco de Zurbaràn Apoteosi di San Tommaso (1631)
«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».
Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.
A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.
L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.
Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.
Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.
Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. Il mezzo che, forse più di ogni altro, rappresenta il fluire costante di un’enorme massa indistinta di informazioni, può anche ospitare la riscoperta del concetto di verità.
Il gigante che «sdoganò» Aristotele e mostrò l’unione tra fede e ragione
Col 2025 si conclude il triennio tomistico: un ciclo iniziato nel 2023, a 700 anni dalla canonizzazione di Tommaso d’Aquino, proseguito nel 2024, a 750 anni dalla morte, e culminato quest’anno con gli 800 anni dalla nascita. Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana.
«Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali.
La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi.
Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità».
La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede.
La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
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Alcuni domenicani mettono gratis online (con grande successo) corsi e lezioni sul pensiero dell’Aquinate. Che oggi si rivela l’antidoto migliore a una cultura che separa linguaggio e realtà.Quest’anno si celebrano gli 800 anni dalla nascita del «Doctor angelicus». A Milano, il teologo Serge-Thomas Bonino ne ha recentemente ricapitolato la vicenda intellettuale: «Il vero studioso è nemico del soggettivismo».Lo speciale contiene due articoli.«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. 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Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana. «Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali. La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi. Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità». La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede. La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.
Friedrich Merz (Getty Images)
La più diffusa reazione sarebbe stata certamente quella dello sgomento e dell’indignazione a fronte di ciò che ai più sarebbe apparso come un inopinato e terrificante risorgere del militarismo tedesco, responsabile esclusivo, secondo la «vulgata» della storiografia ufficiale, delle due guerre mondiali che hanno funestato la prima metà del XX secolo. Torniamo ora ai nostri giorni e constatiamo come la stessa identica intenzione, manifestata dall’attuale cancelliere Friedrich Merz, viene invece accolta con la più assoluta indifferenza se non anche, da parte di determinati ambienti politici e militari che sembrano ormai affascinati dall’idea di una possibile guerra con la Russia, con vera e propria soddisfazione. E con indifferenza risulta accolta anche la ulteriore intenzione, manifestata di recente dal ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, di far assumere alla Germania le sue «responsabilità di leadership» nell’ambito dell’alleanza atlantica, a fronte di quello che appare il progressivo disimpegno degli Usa. Prospettiva questa che, in anni non lontani, avrebbe anch’essa suscitato reazioni oscillanti fra l’incredulità, l’ironia e la più seria preoccupazione. Pressoché nulle risultano poi le reazioni al manifestarsi di idee come quelle che si ritrovano, ad esempio, in un articolo recentemente comparso sul settimanale tedesco Focus (che, insieme allo Spiegel e allo Stern, è uno dei più diffusi in Germania), in cui, come riferito da Money.it, tali Roderich Kiesewetter e Susann Worschech, rispettivamente ex colonnello dell’esercito tedesco e docente (pare) di non meglio precisati «studi ucraini» presso l’Università di Francoforte oltre che aderente al partito dei Verdi, prospettano come obiettivo auspicabile e realistico niente di meno che la «resa incondizionata» della Russia nell’attuale conflitto con l’Ucraina; obiettivo da realizzarsi mediante un massiccio rafforzamento della capacità militari dell’Ucraina tale da consentirle il recupero di tutti i territori occupati dalla Russia, compresa la Crimea, nonché mediante ricorso a un forte aumento delle sanzioni, all’esproprio degli «asset» russi in Europa e a ogni altro mezzo che appaia idoneo a far sì che la Russia sia «messa in ginocchio». A preoccupare non è tanto il fatto che qualcuno esprima farneticazioni del genere, ma quello che esse trovino spazio su organi d’informazione autorevoli e di larga diffusione senza timore né del ridicolo né (a dir poco) dello sconcerto che dovrebbero suscitare in chiunque abbia il benché minimo uso di ragione.
Ma - occorre ora chiedersi - come ci si può spiegare un tale cambiamento proprio in un Paese come la Germania che, a causa delle passate, tragiche esperienze vissute e fatte vivere ad altri, appariva ed era considerato come il più vaccinato contro ogni possibile ritorno di «spiriti guerrieri»? Tanto vaccinato da aver rifiutato, a suo tempo, la propria partecipazione (suscitando anche qualche malumore, specialmente oltre Atlantico) a iniziative belliche quali, in particolare, le due «guerre del golfo» condotte, nel 1990 e nel 2003, contro l’Iraq di Saddam Hussein; la «guerra umanitaria» a sostegno dei kosovari contro la Serbia di Slobodan Milošević nel 1999; la guerra a sostegno della «primavera araba» contro la Libia di Muammar Gheddafi, nel 2011. Guerre, queste, tutte promosse e condotte dagli Usa e altri alleati della Nato tra i quali, salvo che nel caso della seconda guerra del golfo, figurava anche l’Italia.
Che all’origine del fenomeno vi sia il fatto nuovo costituito dall’«operazione militare speciale» condotta dalla Russia contro l’Ucraina appare, ovviamente, di tutta evidenza. Sarebbe però del tutto errato pensare che ad avere efficacia determinante sia stato veramente - come, invece, si vuol far credere - il timore che, una volta liquidata in qualche modo la partita con l’Ucraina, la Russia rivolgerebbe le sue mire aggressive contro altri Paesi europei ivi compresa, naturalmente, la Germania. Un tale timore può, infatti, per ragioni storiche, essere largamente nutrito - non importa se a torto o a ragione - in popolazioni come quelle dei paesi baltici o della Polonia, che dell’espansionismo russo sono stati, a suo tempo, vittime, ma non certo nella popolazione tedesca, in cui, semmai, dovrebbe essere presente il ricordo delle due guerre condotte, a iniziativa della Germania, contro la Russia nel 1914 e nel 1941. Né può ritenersi che il mutamento sia frutto soltanto del pur sicuramente presente interesse economico della Germania allo sviluppo dell’industria bellica, a compenso del declino di altre, a cominciare da quella automobilistica, follemente sacrificata alle presunte esigenze del Green deal. Se così fosse il governo tedesco tutto farebbe tranne che ostentare ed esaltare un proposito che gli converrebbe, invece, tenere il più possibile nascosto. Rimane, quindi, a questo punto, come ipotesi più probabile, quella che il mutamento sia stato determinato essenzialmente dal fatto che la Russia, con la guerra definita tout court di «aggressione» contro l’Ucraina, è venuta ad assumere, nella narrazione imposta dall’«establishment» politico e mediatico dominante in Europa, quello stesso ruolo di nazione irremissibilmente colpevole di un «male assoluto» che, in precedenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era stato riservato alla Germania; ruolo che quest’ultima, «bon grè mal grè», aveva dovuto accettare, rassegnandosi ad assumere l’atteggiamento di perenne contrizione per il suo passato che esso richiedeva nonché ad astenersi da ogni comportamento che potesse anche lontanamente dar luogo al sospetto che quel passato potesse tornare. Non le è parso vero, quindi, di potersi scrollare di dosso, finalmente, l’abito penitenziale che così a lungo ha dovuto portare per riprendere, al suo posto, l’antica e forzatamente dimessa veste di autonominatasi suprema garante dell’ordine in tutto il continente europeo, con il diritto, perciò, di disporre della forza necessaria per imporne, all’occasione, l’osservanza a chi, come oggi la Russia, lo abbia violato. Se così è, sia però almeno consentito sperare, senza che a Berlino qualcuno si offenda, che quell’occasione non abbia mai a presentarsi.
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Il ministro dal Consiglio Agrifish della Ue: «L’Italia non ha paura di affrontare fasi di dibattito e di dialogo anche rispetto a regolamenti che si sono dimostrati non capaci di garantire». Ha poi aggiunto: «Ci interessa il modello di informazione puntuale alle persone che acquistano e consumano».
Roberto Vannacci nella sede romana di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
Perché», risponde Vannacci, «non mi risulta sia capo di un partito politico. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è un partito eterodiretto dal potere dei soldi e dell’editoria? Non mi risulta che Marina Berlusconi faccia politica. Quindi perché dovrei rispondere a qualcuno che non fa politica?».
Vannacci è convinto, ed è difficile dargli torto, che il centrodestra, alle prossime politiche, avrà bisogno di lui, e quindi può permettersi di tutto e di più, anche di dettare condizioni: «Per l’alleanza», sottolinea il generale, «ci sono margini, purché si adeguino alle nostre linee rosse che sono quelle della destra, perché oggi probabilmente abbiamo una destra che fa più la sinistra, non alla moda. Questo probabilmente non piace ai cittadini, tant’è vero che in soli tre mesi Futuro nazionale sta riscuotendo successo per questo motivo. La sinistra non è alla moda, non piace. E quindi, che la destra ritorni a fare la destra. La destra ha perso la trebisonda, probabilmente. E quindi arriva Futuro nazionale che è una specie di sestante: fa il punto nave, ristabilisce la rotta giusta e andiamo avanti per la rotta giusta». Per Vannacci, in fin dei conti, la legge elettorale non è un grande problema: se il centrodestra avrà bisogno dei suoi voti e stringerà l’intesa elettorale, o dovrà assegnare a Futuro nazionale una parte di collegi sicuri, come accade per tutti i partiti, oppure, se la legge cambierà, avrà una quota di suoi rappresentanti nel listino bloccato del premio di maggioranza. Tiene però alle preferenze: «Noi ci preoccupiamo poco della legge elettorale», argomenta Vannacci, «perché qualsiasi essa sia noi ci adegueremo. Ci dispiace che le nostre proposte non siano state prese in considerazione e ci dispiace che la futura legge elettorale, se andrà per come è stata disegnata e progettata, continui a togliere la sovranità al popolo. Noi ci vogliamo battere per il ritorno delle preferenze, perché la democrazia è là dove il cittadino sceglie i propri rappresentanti. Oggi non siamo in questa situazione, oggi i rappresentanti vengono scelti dalle segreterie di partito, secondo delle logiche e delle dinamiche totalmente estranee a quelle democratiche».
Intanto, il suo partito continua a crescere sui territori. Ieri due consiglieri regionali lombardi, Luca Ferrazzi del gruppo misto e Pietro Macconi di Fratelli d’Italia, hanno aderito a Futuro nazionale. «Non ho nessuna valutazione da fare», commenta il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, «nel senso che è una scelta che hanno fatto due consiglieri, sono liberissimi di farla. Possono spostarsi dove vogliono. Personalmente ho sempre sostenuto che la Lega non abbia nulla in comune con Vannacci». Stessa scelta l’ha fatta la ex deputata leghista Francesca Martini, già Sottosegretaria alla Salute nel governo Berlusconi dal 2009 al 2011 e, prima ancora, assessore alla Sanità della Regione Veneto. La Martini è stata parlamentare del Carroccio per due legislature, e nel 2017 era stata tra i fondatori di Grande Nord.
L’unico a tenere ancora chiuse le porte del centrodestra a Futuro nazionale è Maurizio Lupi: «Ho un grande rispetto per tutti coloro che si mettono a fare politica», sottolinea il leader di Noi moderati, «che iniziano anche una proposta politica e un percorso. Detto questo, Vannacci nulla ha a che fare con la storia del centrodestra, nulla ha a che fare con la proposta di governo del futuro del nostro Paese». Questa ce la segniamo…
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