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2025-03-10
Teologia 2.0: Così San Tommaso torna in cattedra
Particolare del quadro di Francesco de Zurbaràn Apoteosi di San Tommaso (1631)
«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».
Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.
A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.
L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.
Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.
Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.
Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. Il mezzo che, forse più di ogni altro, rappresenta il fluire costante di un’enorme massa indistinta di informazioni, può anche ospitare la riscoperta del concetto di verità.
Il gigante che «sdoganò» Aristotele e mostrò l’unione tra fede e ragione
Col 2025 si conclude il triennio tomistico: un ciclo iniziato nel 2023, a 700 anni dalla canonizzazione di Tommaso d’Aquino, proseguito nel 2024, a 750 anni dalla morte, e culminato quest’anno con gli 800 anni dalla nascita. Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana.
«Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali.
La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi.
Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità».
La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede.
La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
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Alcuni domenicani mettono gratis online (con grande successo) corsi e lezioni sul pensiero dell’Aquinate. Che oggi si rivela l’antidoto migliore a una cultura che separa linguaggio e realtà.Quest’anno si celebrano gli 800 anni dalla nascita del «Doctor angelicus». A Milano, il teologo Serge-Thomas Bonino ne ha recentemente ricapitolato la vicenda intellettuale: «Il vero studioso è nemico del soggettivismo».Lo speciale contiene due articoli.«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. 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Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana. «Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali. La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi. Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità». La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede. La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
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«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.
Il pm Fabio De Pasquale (Ansa)
Ecco, io non vorrei farmi indagare da un magistrato che ha collezionato ben due condanne, a otto mesi di carcere, per reati inerenti il suo lavoro. E invece nel magico mondo della magistratura italiana, quella che non vuole farsi riformare né giudicare, questo è ritenuto assolutamente normale. Scusate se scrivo per fatto personale, ma ieri ho ricevuto dalla procura di Milano un avviso di fine indagini a mio carico e fissazione dell’udienza preliminare. Da direttore de Il Giornale non avrei impedito la pubblicazione di una notizia del collega Felice Manti che raccontava di una denuncia della famiglia Borsellino su alcune vicende che riguardano l’allora procuratore di Palermo, Guido Lo Forte, e i veleni che circolavano in quella procura ai tempi di Falcone e Borsellino. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l’inchiesta su di me, conclusa il 14 gennaio 2026, porta la firma del Pm Fabio De Pasquale, condannato per ben due volte, in primo e secondo grado, a otto mesi di reclusione per avere truccato uno dei più importanti processi che si sono celebrati recentemente in Italia, quello all’Eni che tanto danno ha provocato a quell’azienda e all’immagine dell’Italia, e che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati «per non aver commesso il fatto». La domanda è semplice: come è possibile che a un pm condannato al carcere per un reato grave e infamante sia concesso di continuare a fare il suo mestiere, di indagare su chicchessia, di formulare accuse e chiedere processi?
Ecco, io non accetto di essere sottoposto ad esame da una persona del genere, neppure da una categoria, i magistrati, che tollerano tutto ciò. Non dico tanto, ma una «sospensione cautelare» in attesa della Cassazione - come accadrebbe in qualsiasi altra professione - sarebbe chiedere troppo? Non lo accetto da cittadino, non lo accetto da giornalista, non lo accetto neppure da portavoce del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia. Quella di De Pasquale - al quale non ho mai risparmiato dure critiche per il suo operato che a oggi ben due sentenze definiscono truffaldino - è una intimidazione inaccettabile, che guarda caso arriva a due anni distanza dai fatti e nel pieno della campagna referendaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l’Associazione nazionale magistrati, che cosa ne pensa il Csm che si ostina a lasciarlo al suo posto, che cosa ne pensano i vari sostenitori del No alla riforma. Mi piacerebbe, ma so già che nulla accadrà perché De Pasquale ben li rappresenta. Rappresenta tutto ciò che la riforma della giustizia che andrà a referendum il 22 e 23 marzo vuole cambiare e che la casta dei magistrati vuole invece mantenere per continuare a spadroneggiare sul diritto.
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La sede dell'Eppo, la Procura europea (Ansa)
Giuseppe Capoccia, Procuratore di Lecce
Poi, come spesso accade, l’attesa è durata fino al 1989 quando fu varato il Codice Vassalli, frutto di una lunghissima gestazione: scomparve il giudice istruttore e si creò la Procura presso la Pretura. Ancora dieci anni dopo si introdusse in Costituzione il principio del giusto processo: «Ogni processo si svolge in contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale».
Cosa significava l’inserimento di quell’articolo in Costituzione? Che in precedenza i processi erano ontologicamente ingiusti? Che i Costituenti avevano pensato a un processo senza il giudice terzo? No di certo! L’articolo 111 testimoniava che la sensibilità della società era cambiata, si era evoluta, accresciuta, migliorata e, a un dato momento, è stato necessario introdurre innovazioni che meglio rispondessero a questa nuova esigenza sociale.
Ha forse l’articolo 111 della Costituzione risolto i problemi del processo penale? No, ma non è la Costituzione che risolve i problemi pratici della giustizia penale (al pari dei problemi della sanità). Ma certamente le norme costituzionali stabiliscono i principi e indicano la via di una evoluzione sulla quale, infatti, il legislatore ordinario si è incamminato (e ancora prosegue) nell’intento di riequilibrare le posizioni delle parti, di aumentare gli spazi per la difesa, soprattutto in tema di libertà personale e di tutela della riservatezza e dignità delle persone indagate. Percorso lungo e non sempre lineare che, però, se osservato con un minimo di sguardo storico, evidenzia una direzione ben precisa.
E la separazione delle carriere (non solo delle funzioni) è un passaggio decisivo per porre il giudice in una posizione di assoluta terzietà rispetto alle parti processuali.
Giudice e Pm fanno mestieri diversi e devono avere percorsi professionali distinti e separati a partire dalla selezione iniziale; un percorso formativo che educhi e raffini capacità differenti.
L’approccio alla realtà da parte del Pm è propositivo, coltivando curiosità e spirito di ricerca, capacità di dirigere la polizia giudiziaria (e di non farsi da quella dirigere), attitudine a considerare una strategia investigativa nella prospettiva del dibattimento. E poi occorre che sia sempre aggiornato sulle tecniche di investigazione, sui nuovi strumenti, sulle specializzazioni dei consulenti tecnici; deve anche essere appassionato a conoscere l’evoluzione dei fenomeni criminali. E soprattutto deve essere pronto e disponibile alla collaborazione con i colleghi dell’ufficio, con altre Procure e con gli organismi dell’Unione europea e degli altri Stati: oggi non si può concepire alcuna indagine che abbia un qualche rilievo e che non coinvolga nella fase del coordinamento investigativo la Procura nazionale antimafia o Eurojust. L’epoca del Pm solitario, geloso del suo fascicolo, è definitivamente tramontata; l’autonomia del magistrato si misura nella sua capacità di collaborare lealmente con altri uffici, condividendo informazioni e atti, agendo di comune accordo, calibrando i tempi e riconoscendo le legittime esigenze dei colleghi: su questi parametri si deve misurare adesso il Pm che voglia essere realmente autonomo, ma al contempo responsabile. L’idea che autonomia e indipendenza siano la monade in cui è racchiuso il singolo Pm è oggi piuttosto la caricatura del nostro ruolo. La Procura è un ufficio giudiziario in cui predomina il profilo della collaborazione, della condivisione, del lavoro in gruppo: il frequente riunirsi in assemblea generale o per gruppi specializzati evidenzia una attitudine ad affrontare insieme questioni e problemi e trovare soluzioni nella sintesi delle differenti posizioni individuali: e tutti sono sollecitati, in correttezza e lealtà, a convergere verso posizioni condivise.
Al Giudice queste caratteristiche e questo lavoro di sintesi non interessano! Anzi il Giudice deve agire in maniera esattamente opposta: seduto sul suo ideale scranno, attende le richieste del Pm (e della Difesa), le valuta nella loro oggettività in quel luogo sacro e inviolabile che è la camera di consiglio ed esprime il suo giudizio.
Mi soffermo soltanto sulla fase delle indagini preliminari, allorquando il Pm agisce con la tutela del segreto istruttorio, di tanto in tanto domandando al Giudice un’autorizzazione per un atto particolarmente invasivo o per una misura cautelare. Sia chiaro: le indagini devono essere segrete, altrimenti non sarebbero indagini. Ma proprio in ragione di questa caratteristica e della occasionalità del suo intervento, egli non è coinvolto nelle investigazioni, non conosce e non deve conoscere il percorso investigativo che conduce il Pm a quella richiesta da valutarsi nella sua pura oggettività: legittimità della richiesta e adeguatezza degli argomenti. Il Giudice non deve occuparsi di considerazioni complessive dell’indagine, del suo sviluppo, della sua razionalità: interviene soltanto per singoli, isolati atti di cui giudica legittimità e motivazione. Figura lontanissima dal vecchio giudice istruttore che (come dice il nome) istruiva il processo, accompagnato dal Pm, formando una coppia inseparabile. È giunto il tempo in cui questo legame indissolubile tra giudice e Pm sia sciolto perché il processo accusatorio è tutt’altra cosa da quello inquisitorio. Le indagini sono condotte in autonomia dal Pm con la polizia giudiziaria, richiedendo l’intervento del giudice per singoli, isolati atti. E la necessaria frequentazione processuale (spesso quotidiana) non deve essere alterata dalla colleganza: è necessario che sia presidiata dalla separatezza delle carriere scolpita in Costituzione.
D’altro canto, nel panorama europeo la più recente creazione di un ufficio del Pm è stato Eppo (European public prosecutor’s office) che svolge investigazioni sui fatti che offendono gli interessi finanziari dell’Unione: si tratta di un ufficio separato e distinto dai giudici nazionali davanti ai quali propone e sostiene l’accusa. Non ha nulla a che vedere con i giudici. Totale estraneità. È questo è il modello europeo di Pm: indipendente e autonomo da ogni altro potere. Separato dal Giudice.
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