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2025-03-10
Teologia 2.0: Così San Tommaso torna in cattedra
Particolare del quadro di Francesco de Zurbaràn Apoteosi di San Tommaso (1631)
«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».
Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.
A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.
L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.
Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.
Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.
Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. Il mezzo che, forse più di ogni altro, rappresenta il fluire costante di un’enorme massa indistinta di informazioni, può anche ospitare la riscoperta del concetto di verità.
Il gigante che «sdoganò» Aristotele e mostrò l’unione tra fede e ragione
Col 2025 si conclude il triennio tomistico: un ciclo iniziato nel 2023, a 700 anni dalla canonizzazione di Tommaso d’Aquino, proseguito nel 2024, a 750 anni dalla morte, e culminato quest’anno con gli 800 anni dalla nascita. Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana.
«Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali.
La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi.
Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità».
La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede.
La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
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Alcuni domenicani mettono gratis online (con grande successo) corsi e lezioni sul pensiero dell’Aquinate. Che oggi si rivela l’antidoto migliore a una cultura che separa linguaggio e realtà.Quest’anno si celebrano gli 800 anni dalla nascita del «Doctor angelicus». A Milano, il teologo Serge-Thomas Bonino ne ha recentemente ricapitolato la vicenda intellettuale: «Il vero studioso è nemico del soggettivismo».Lo speciale contiene due articoli.«Forse verrò frainteso se dico che col suo amore per gli animali San Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca San Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra». Con queste parole Gilbert Keith Chesterton, all’inizio del suo libro su San Tommaso d’Aquino, descriveva i due grandi uomini di fede italiani. L’accostamento tra il poverello d’Assisi e l’Aquinate serviva al celebre autore inglese per dimostrare che, nonostante le alte vette della riflessione tomistica, essa «è più vicina al modo di ragionare dell’uomo della strada di quanto non lo sia la maggior parte delle filosofie». Questo perché, al contrario dei moderni, Tommaso non affronta la questione «se sia dimostrabile che il primo atto di conoscenza di ogni realtà è reale». «La risposta», scrive Chesterton, «è che San Tommaso ha capito subito ciò che tanti scettici moderni hanno faticosamente cominciato a intuire, e cioè che se uno non risponde affermativamente a quella domanda, non potrà mai rispondere a nessuna domanda, né fare domande, né esistere intellettualmente per fare domande o dare risposte». In poche parole, il punto di partenza del domenicano consiste nel riconoscere l’evidenza della realtà: «la filosofia di San Tommaso», continua l’inglese, «si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova». «Malauguratamente», aggiunge, «tra l’uomo della strada e il Doctor angelicus in questo momento c’è un muro altissimo con la sommità munita di spuntoni, a separare due individui che per molti versi la pensano allo stesso modo».Al di là della natura di questo muro, secondo Chesterton fatto di sopraggiunti problemi linguistici e logici, anche solo dalle brevi citazioni riportate sopra è facile avvertire, oggi, l’urgenza di abbatterlo. Di fronte all’incalzare di un’ideologia che separa la mente dal corpo e il linguaggio dalla realtà, laddove la parola non mira più a descrivere il reale ma a riplasmarlo capricciosamente, chiunque conservi un po’ di senso comune o, per dirla alla Chesterton, sia rimasto un «uomo della strada» non può che sentire il richiamo di un pensiero che non si attorciglia su sé stesso ma affonda le proprie radici in qualcosa di vero, cioè la realtà. Un pensiero che, fino a qualche tempo fa, pervadeva la cultura europea, ma che oggi pare difficilmente accessibile. O forse non più così tanto.A riavvicinare l’uomo della strada e Tommaso d’Aquino, infatti, ci sta pensando un gruppo di frati domenicani statunitensi. Il progetto si chiama Aquinas101 ed è sviluppato dal Thomistic Institute, facoltà pontificia di Washington, col proposito di promuovere le verità del cattolicesimo attraverso il pensiero del santo. Il sito (https://bit.ly/aquinas101) è una fucina di corsi su svariati temi legati alla ragione e alla fede, in cui trovano risposta molte delle obiezioni poste dalla modernità. Essi sono presentati in cicli di più video, in genere di breve durata, ognuno dei quali vede come relatore un frate domenicano o un esperto affiliato all’istituto. A conferire particolare fascino a questi filmati, oltre al valore intrinseco delle materie trattate, si aggiunge un uso sorprendente della tecnologia: durante le lezioni, infatti, le parole sono accompagnate da immagini e schemi interattivi, capaci di rendere visualizzabili e agilmente comprensibili tutti i passaggi. Questi, accanto alla chiarezza logica con cui vengono esposti i vari argomenti, rendono tale strumento adatto a chiunque.L’unico possibile ostacolo è la lingua inglese, ma si tratta di una difficoltà relativa. In primo luogo perché è pronunciato in maniera chiara anche per chi ne possiede soltanto le basi, in seconda battuta perché si possono abilitare i sottotitoli: sia quelli originali in inglese sia quelli in italiano, talvolta disponibili direttamente, talvolta solo con la traduzione automatica di Youtube (accettabile, benché non priva di qualche piccolo errore). Sulla nota piattaforma video, infatti, esiste una pagina del Thomistic Institute che raccoglie i filmati continuamente pubblicati (uno degli ultimi, per esempio, riguarda le indulgenze, tema attualissimo visto il Giubileo) e, tra essi, anche il podcast quotidiano dell’istituto (di durata più lunga delle lezioni). I video più popolari contano centinaia di migliaia di visualizzazioni: tra questi quello sulle cinque prove dell’esistenza di Dio (quasi 500.000), quello sul conflitto tra fede e ragione (circa 350.000) e quello sulla legge naturale (circa 200.000). Segno che il format, considerando la tipologia di contenuto, riscuote un certo successo. Sarebbe erroneo, d’altra parte, ritenere che il sito risulti interessante solo per chi si professa credente: il riferimento costante di San Tommaso, e dunque delle lezioni, è Aristotele, uno dei padri indiscussi della cultura europea. Riscoprire il pensiero aristotelico, con la sua concezione della realtà, della verità e dell’essere, significa tornare alle radici della nostra civiltà e acquisire strumenti fondamentali per giudicare il presente.Il modo migliore per approcciarsi ai filmati, però, è registrarsi ad Aquinas101 e seguire l’ordine dei primi corsi proposti. Essi forniscono un’introduzione essenziale, utile anche a comprendere gli altri e più specifici insegnamenti. A partire dall’«Introduzione a San Tommaso d’Aquino», con le sue sei lezioni, in cui viene raccontata la storia di questa figura, che cosa ha scritto, perché è così importante e in che modo accostarsi alle sue opere. Uno di questi primi filmati getta già le fondamenta di un punto cruciale, ossia la relazione tra fede e ragione. Confutando i presupposti dello scetticismo (la fede non è dimostrabile scientificamente, dunque è irragionevole), del fideismo (la fede è irragionevole ma questo non rappresenta un problema) e del soggettivismo (la fede è vera solo per me), frate Dominic Legge riafferma il tratto forse più distintivo della cultura giudaico-cristiana, ossia l’esigenza di sottoporre tutto, compresa la fede, alla prova della ragione (da non ridurre a mera razionalità): intesa - la fede - in primis come qualcosa che operiamo quotidianamente (per esempio quando prendiamo per vera un’informazione riferitaci da qualcuno che riteniamo degno di fiducia) e in secondo luogo, nel caso della fede religiosa, come ragionevolmente basata su concreti «segni di credibilità», questione approfondita nei corsi successivi. Conoscere San Tommaso, insomma, si rivela essere uno dei migliori antidoti contro l’intimismo del pensiero liberale che, riducendo la religiosità (ma anche l’etica) a mera questione del sentire individuale, senza legami con la realtà, sta distruggendo dall’interno la società occidentale. Alla base, in fondo, c’è la riscoperta del mondo come frutto di una creazione intelligente e buona: il fatto che esso si adegui alla nostra intelligenza conoscitiva, secondo l’Aquinate, ne è una prova.Un po’ più approfondito è il secondo corso, «Pensare come un tomista», una miniera preziosa di categorie spesso dimenticate: il principio di non contraddizione, atto e potenza, materia e forma, il fondamento della metafisica e della teologia (e il significato di queste parole apparentemente difficili), i concetti di essere, sostanza, accidente, la distinzione tra essenza ed esistenza, le quattro tipologie di cause (inclusa la causa finale, di grande valore scientifico), la definizione di bene e di male e il loro rapporto con la libertà dell’uomo. All’interno della piattaforma, poi, si trovano corsi su svariati temi: uno - molto attuale - riguarda la scienza e la possibilità dei miracoli; altri trattano la felicità, le virtù, i sacramenti, gli angeli, il peccato.Come il cristianesimo si è espanso nel mondo e nella storia senza calpestare, bensì accogliendo ed elevando le culture che ha incontrato, allo stesso modo quelle stesse verità (che hanno la pretesa di essere eterne, benché da ritradurre nel proprio tempo) non solo non temono, ma addirittura vivono anche su internet. 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Per celebrare questa ricorrenza, lo scorso 23 gennaio il Circolo culturale di Milano ha accolto Serge-Thomas Bonino, teologo domenicano e presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso, chiamato a raccontare la vita di uno dei più grandi pensatori italiani. Il frate ha ripercorso le tappe salienti del percorso del santo, offrendo una profonda riflessione sui momenti di transizione che segnano l’esistenza umana. «Ci sentivamo così bene nel grembo della mamma. Eppure, pena l’asfissia, siamo dovuti uscire, morire a un certo tipo di vita per nascere a un altro, più interessante, più ricco», esordisce Bonino, descrivendo la nascita come il primo di molti esodi. Questi «passaggi, queste Pasque» segnano ogni esistenza: dall’infanzia all’età adulta, dalla maturità alla vecchiaia, fino alla morte. «Chi non accetta di andare oltre, rischia di sprofondare nella tristezza», aggiunge. E così anche nella vita di Tommaso d’Aquino, celebre teologo ma soprattutto santo, il frate individua cinque Pasque fondamentali. La prima è quella della vocazione religiosa. Nato nel 1225 a Roccasecca, in un’Italia lacerata da conflitti, Tommaso per volere della famiglia diventa oblato a Montecassino, tra i monaci benedettini. Nel 1239 si riaccende la guerra, il giovane lascia l’abbazia e va a studiare a Napoli, dove incontra i frati predicatori e, sedotto dalla povertà evangelica, sceglie i domenicani. La famiglia, nobile, vive come un’umiliazione l’ingresso del figlio in un ordine di mendicanti, così lo sequestra per un anno. Ma dinnanzi alla sua determinazione è costretta a cedere. Tommaso si trasferisce a Parigi. Studente di Alberto Magno, il futuro santo vede la teologia come un cammino d’amore intellettuale verso Dio. «La fede innesca un dinamismo che porta a cercare la comprensione», spiega Bonino. Per Tommaso conoscere è un bene, ma va ordinato al significato ultimo: «Un uomo che studiasse solo la riproduzione dei protozoi, senza interrogarsi sul senso della vita, avrebbe sprecato l’intelligenza», prosegue il frate. Il secondo passaggio, allora, è proprio la ricerca della verità. «Lo studio autentico è quindi una Pasqua», spiega, «una forma di rinuncia, una forma di morte. Oggi questa ascesi intellettuale non è più scontata, in una cultura in cui l’istantanea delle immagini prevale sul tempo lungo della lettura e l’emozione prevale spesso sulla ragione». Bonino, allora, ammonisce contro la «tentazione del soggettivismo», cioè «la tendenza a giudicare tutto in funzione di me stesso, come se fossi io il centro della realtà», derivante «dal nostro orgoglio che ci porta a studiare non per cercare la verità, ma per giustificare le nostre opinioni». Il vero intellettuale, invece, è «nemico della partigianeria» e «cerca la comunione nella verità». La terza Pasqua è quella del servizio. Maestro a Parigi dal 1256, Tommaso è autore di un’instancabile produzione teologica ma, al contempo, si presta a ogni genere di interrogativo postogli e continua la sua attività accademica («insegnare la teologia è un autentico ministero»). Nel 1268, a Parigi, sfida l’averroismo radicale, che esalta la ragione a scapito della carità sostituendo la figura del santo con quella del filosofo: «A destra, i conservatori lo biasimano per essere troppo aperto alla nuova filosofia aristotelica, ma, a sinistra, Tommaso viene accusato di corrompere la vera filosofia di Aristotele nel cercare di conciliarla con la fede cristiana». Egli, però, riesce a mostrare che filosofia e fede si completano, ma - spiega Bonino - «bisogna morire alla pretesa di spiegare tutto con la sola ragione». È un appello all’umiltà davanti al mistero, ossia la quarta Pasqua: quella della fede. La quinta e ultima Pasqua è l’incontro finale. Il 6 dicembre 1273, dopo un’esperienza mistica, Tommaso posa definitivamente la penna: «Tutto quello che ho scritto mi sembra come paglia», spiega. Muore nel 1274, diretto a Lione per obbedire alla richiesta del Papa di partecipare al concilio.
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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