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2018-04-18
Salvini zen lascia la mossa al Cav. E intanto i grillini si avvicinano sempre di più al Pd
ANSA
«C'è chi chiude il forno e chi cura l'orto». Matteo Salvini si fa un selfie in mezzo al verde, sbeffeggia Luigi Di Maio e aspetta in versione Cincinnato la decisione del presidente della Repubblica, cominciando a immaginare di dover trascorrere ancora qualche tempo all'opposizione nonostante la vittoria elettorale.
Il suo destino immediato dipende da due grandi vecchi, appunto Sergio Mattarella e Silvio Berlusconi, che in queste settimane hanno giocato la partita con la ferocia dei pallanuotisti: sorrisi sul pelo dell'acqua e colpi proibiti sotto. Fino all'incarico esplorativo previsto per oggi, con in pole position la famosa «figura istituzionale terza»: la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati.
Il leader della Lega approva l'eventuale investitura femminile: «Casellati può fare un buon lavoro, se fosse per la Lega il governo sarebbe partito da un mese». Ora sta alla finestra. Il centrodestra non ha i numeri per fare da solo e il governissimo potrebbe essere un boomerang per chi lo sostiene, quindi Salvini si limita a ribadire la sua disponibilità a trattare con chiunque (tranne con lo sconfitto Pd): «Una figura terza va bene. Se ci fosse qualcuno in gamba che sottoscrive un programma che condivido, perché non accettarlo? Io a differenza di Di Maio non sono qua a dire: o governo io o non si fa niente. Dico no al Pd perché se il Paese è in queste condizioni la colpa è di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. C'è molto Pd nel disastro». A Telemolise spiega anche perché domenica gli elettori della regione dovrebbero votare il Carroccio: «Governiamo Lombardia e Veneto da 23 anni e la gente continua a votarci perché lo sappiamo fare. Dai 5 stelle sento solo dei no. E dove governano, Roma-Livorno-Torino, governano male. Aspettiamo le decisioni del capo dello Stato con fiducia».
Per la prima volta Salvini parla dello show di Berlusconi al termine delle consultazioni al Quirinale. Finora in pubblico non l'aveva mai fatto, si era limitato a definire in privato «imbarazzante» la sceneggiata del Cavaliere. «Io adotto da tempo il consiglio della mia mamma che mi dice sempre: Matteo non arrabbiarti, sorridi e tira dritto. Però quando eravamo al Quirinale e leggevo la dichiarazione che avevamo concordato, vedevo che a sinistra c'era un po' di agitazione. C'era Berlusconi che gesticolava, mimava. Vabbè, se a lui piace così, va bene così. Non è un mio problema».
Mattarella dovrebbe sciogliere le riserve in giornata e la presidente del Senato è pronta a indossare la casacca da esploratrice per la felicità di Berlusconi che riterrebbe il gesto del presidente un'investitura per interposta persona. È la sua strategia da sempre: una figura vicinissima a lui a Palazzo Chigi e le mani libere per poter convincere i nuovi responsabili; leggenda vuole che abbia nel cassetto una lista con 50 grillini malleabili. Tutto questo per poi trattare con tutti, soprattutto con il Pd, da posizione di forza. Senza contare che Casellati (l'ultima ad arrendersi alla favola di Ruby nipote di Mubarak) lo metterebbe al riparo dal rischio di colpi di mano come quelli organizzati a sua insaputa da Di Maio e Salvini sulle presidenze di Camera e Senato e sulle supercommissioni spartite fra 5 stelle e Lega.
Il cammino della presidente nella giungla sarebbe comunque impervio. Il problema più grande è convincere i grillini a votarla una seconda volta. «In Senato ci siamo riusciti con un blitz, dando il nome meno di un'ora prima. Ma qui ci aspettano al varco», sussurra un colonnello di Forza Italia. Dopo quel voto il movimento subì uno scossone, la base capì troppo tardi il significato della scelta iperberlusconiana e per un paio di giorni lo scollamento dentro le varie anime dei 5 stelle fu palpabile. Ora l'avvocatessa del Cavaliere con tailleur Chanel e borsa Vuitton torna con ben altre aspirazioni. Di Maio non vede l'ora di togliersi il problema cascando nelle braccia del Pd. E in Forza Italia si materializza una nuova preoccupazione: incarico a Casellati per bruciarla, con Carlo Calenda pronto dietro la tenda del Quirinale. Dall'orto, Cincinnato Salvini sembra ridere.
E ora l'attenzione di Matteo Salvini si sposta decisamente a Sud. Oggi il leader del Carroccio, che negli ultimi giorni ha fatto la spola tra Molise (dove si vota domenica per le regionali) e Friuli (alle urne il 29 aprile), sarà a Catania. Il capoluogo più popoloso fra quelli che andranno al voto alle prossime amministrative di giugno è una tappa cruciale per la tenuta della coalizione di centrodestra. In un incontro di ieri a Roma al tavolo sulle amministrative gli alleati hanno confermato di voler marciare insieme. Ma anche per la corsa per Palazzo degli Elefanti lo scenario è in continua evoluzione: quel che è certo è che se Salvini dovesse confermare la corsa del suo candidato a Catania, Angelo Attaguile, le speranze dell'eurodeputato forzista Salvo Pogliese, su cui si punta per una candidatura unitaria, andrebbero a farsi benedire. Con inevitabili ripercussioni sul patto dell'arancino siglato per le regionali siciliane da Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni che garantisce nel bene o nel male la tenuta della giunta Musumeci. Ma soprattutto significherebbe la frantumazione del centrodestra, già messo seriamente alla prova al termine del secondo giro di consultazioni al Quirinale.
Per ora nessuno vuole rompere, ma gli scricchiolii si sentono eccome. «Le consultazioni per la formazione del governo nazionale e le imminenti elezioni amministrative del 10 giugno, che coinvolgono ben cinque capoluoghi di provincia (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa e Trapani) sono due argomenti che le forze di opposizione all'Assemblea regionale siciliana, stanno cercando di sfruttare in tutte le salse. Soprattutto, il Movimento 5 stelle, che non lesina critiche demagogiche al centrodestra», ha scritto su Facebook l'uomo forte di Fi sull'isola, Gianfranco Miccichè, presidente dell'Ars. Che richiama tutti alla ragionevolezza: «Il centrodestra siciliano ha il dovere di essere sempre più compatto, presentandosi agli elettori unito e con candidature a sindaco, scelte collegialmente, di prim'ordine. Ogni partito, come ha spesso fatto Forza Italia, deve abbandonare l'idea di piantare proprie bandierine su questo o quel Municipio. Come hanno dimostrato le elezioni regionali, uniti si vince». A preoccupare, a Catania, non è tanto la candidatura di Enzo Bianco, sindaco uscente del Pd in corsa per un nuovo mandato. Quanto gli effetti che si determinerebbero nel caso in cui il suo partito, a Roma, abbandonasse l'Aventino per fornire appoggio ad un governo a trazione 5 stelle.
I pentastellati, d'altra parte, sono corteggiati da tempo da Attaguile che non ha mai fatto mistero di volerli coinvolgere, anche in giunta. Le loro mosse sono tenute sotto osservazione da tutti dopo l'exploit elettorale registrato anche in Sicilia ed in particolate in questa parte dell'isola alle ultime politiche: le chances per il professore di musica Giovanni Russo, scelto dal meetup cittadino, di diventare sindaco sono già sostanziose. Lo diventerebbero ancora di più in caso di un impegno diretto di Luigi Di Maio e degli altri maggiorenti del Movimento che a Catania ha visto eletti nomi di peso, da Nunzia Catalfo a Michele Giarrusso. Per Forza Italia (uscita con le ossa rotte anche in Sicilia il 4 marzo) è essenziale evitare la possibile concorrenza interna di Attaguile. La cui candidatura rischia di azzoppare le speranze di Pogliese di raggiungere il 40 per cento dei voti utili all'elezione già al primo turno e forse anche quelli per andarsela a giocare al ballottaggio. Per questo si pensa di offrirgli la vicesindacatura, ma non è detto che basti. Anche perché per la Lega si tratterebbe del un sacrificio ulteriore rispetto a quello che ne ha determinato l'esclusione dalla giunta Musumeci. Le prossime ore saranno decisive per continuare a marciare insieme o far saltare tutto. Mentre al Quirinale si dà per imminente una decisione del capo dello Stato alle prese col difficile rompicapo del governo.
Ilaria Proietti
«I leghisti la manderanno al tappeto al primo voto segreto». «No, Berlusconi li tiene sotto schiaffo. Saranno i piddini a farla schiantare». Il dibattito ai piani alti del Movimento 5 stelle sulle chance di Maria Elisabetta Alberti Casellati di riuscire a formare un governo è tutto sul «come». Perché nel giorno in cui prende sempre più corpo l'ipotesi di un mandato esplorativo di Sergio Mattarella al presidente del Senato, i pentastellati «traditi» da Matteo Salvini non hanno dubbi che l'avvocato padovano che piace a Niccolò Ghedini e a Giorgio Napolitano «non andrà da nessuna parte». Tanto più vista la rottura delle alleanze in Veneto tra Lega e Fi.
Mentre il disgelo M5s-Pd prosegue quasi a tappe forzate, con una giornata di avvicinamenti su economia, esteri e giustizia. Si mordono davvero la lingua i deputati di Luigi Di Maio, per evitare che nuovi attacchi a Silvio Berlusconi diano degli alibi ai leghisti. Un governo con gli ex padani era l'ipotesi preferita, se non altro perché avrebbe numeri blindati alla Camera come al Senato. E poi quella storia dell'alleanza tra simili, ovvero tra movimenti anti sistema, a lungo osteggiati dalla grande stampa, dalle televisioni e dalla finanza, sembrava una garanzia di mantenimento, ognuno, della propria verginità. E invece niente, il richiamo di Arcore è stato forte. Fortissimo. Oltre a Beppe Grillo, alcuni tra i deputati più anziani, dotati di memoria storica, ripetono ai più giovani che «alla prova dei fatti, la Lega è irretita, se non ricattata, dal Grande seduttore». E però sono convinti che in qualche modo, prima o poi, ci sarà uno scatto d'orgoglio del Carroccio nei confronti del Cavaliere «e la berlusconiana di ferro Casellati farà poca strada».
Di Maio e Alessandro Di Battista, ma dicono anche Di Maio stesso, sono invece convinti che saranno i democrat, i cui voti sarebbero necessari per far nascere un governo senza il Movimento, a sfilarsi ben presto da un esecutivo «dove i ministri di Salvini andrebbero tutti i giorni in tv a dire cose per loro imbarazzanti». In ogni caso, l'intero plotone dei deputati a 5 stelle ha avuto dai vertici l'assicurazione che verrà ricandidato alle prossime elezioni e un mantra per i momenti più bui: «Non si farà nessun governo senza di noi». Il problema del governo senza M5s, in effetti, ce l'ha anche Salvini. Il ragionamento è molto semplice ed è un'altra delle frecce che Di Maio sta scoccando verso il Carroccio: «Loro sono terrorizzati di andare in un governo, sicuramente popolato anche di personaggi non del tutto presentabili, dove noi non entriamo e che possiamo cannoneggiare dai banchi dell'opposizione, accrescendo i nostri consensi». Ma chi pensasse che il Movimento si sia accomodato sul trespolo a fare il gufo sarebbe fuori strada.
Dopo il segnale del giorno primo sul «forno» leghista che ha i giorni contati, ieri sono arrivati almeno tre segnali di avvicinamento con quel che resta del Pd. Il primo, il più vistoso, riguarda la politica economica ed è arrivato via Facebook a nome dello stesso Maurizio Martina, con queste parole molto in stile Di Maio: «Ripartiamo dalle nostre proposte concrete, confrontiamoci con i cittadini a partire dai loro bisogni e dalle loro aspettative». Innanzitutto, alla voce «lotta alla povertà» il segretario reggente propone di allargare il reddito di inclusione «per azzerare la povertà assoluta in tre anni e potenziare le azioni contro la povertà educativa». Poi, sul fronte della famiglia, Martina promette «l'assegno universale per le famiglie con figli, la carta dei servizi per l'infanzia e nuovi strumenti di welfare a favore dell'occupazione femminile». E infine ecco anche il lavoro, per il quale, evidentemente, il Jobs act di Matteo Renzi non dev'essere bastato: «Introdurre il salario minimo legale, combattere il dumping salariale dei contratti pirata anche valorizzando il patto per la fabbrica promosso». E poi, ancora, «tagliare il carico fiscale sul costo del lavoro a tempo indeterminato per favorire assunzioni stabili con priorità a donne e giovani, norme per la parità di retribuzione dei generi».
Immediata la replica dei 5 stelle, che parlano di «iniziativa utile da parte del pd». Più in controluce, ma da interpretare come un altro piccolo segnale di disgelo, il fatto che in Commissione speciale il Movimento, con il suo relatore Davide Crippa, non abbia dato battaglia sull'acquisto di nuovi droni per oltre 700 milioni varato da Roberta Pinotti, anche se è presto per dire che dirà sì. Mentre non ci sono dubbi sul fatto che la richiesta di approvare prima possibile la riforma penitenziaria arrivata ieri dal presidente della Camera, Roberto Fico, sia una carezza ad Andrea Orlando, ministro della Giustizia e leader della sinistra Pd. Già, proprio quella componente del partito renziano che potrebbe risultare decisiva per consentire un governo Di Maio. O, guarda un po', un governo Fico.
Francesco Bonazzi
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Il leader della Lega sfotte Luigi Di Maio e si prepara a qualunque scenario: ok alla Elisabetta Alberti Casellati, se il Pd resta fuori. Altrimenti l'opposizione non fa paura, anzi può essere una pacchia.Nel frattempo il leader del Carroccio scende a Sud, visita Catania e rischia di rompere l'asse con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni.Intanto il Movimento 5 stelle continua le prove di disgelo con il Partito Democratico su esteri e giustizia Lo speciale contiene tre articoli«C'è chi chiude il forno e chi cura l'orto». Matteo Salvini si fa un selfie in mezzo al verde, sbeffeggia Luigi Di Maio e aspetta in versione Cincinnato la decisione del presidente della Repubblica, cominciando a immaginare di dover trascorrere ancora qualche tempo all'opposizione nonostante la vittoria elettorale. Il suo destino immediato dipende da due grandi vecchi, appunto Sergio Mattarella e Silvio Berlusconi, che in queste settimane hanno giocato la partita con la ferocia dei pallanuotisti: sorrisi sul pelo dell'acqua e colpi proibiti sotto. Fino all'incarico esplorativo previsto per oggi, con in pole position la famosa «figura istituzionale terza»: la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Il leader della Lega approva l'eventuale investitura femminile: «Casellati può fare un buon lavoro, se fosse per la Lega il governo sarebbe partito da un mese». Ora sta alla finestra. Il centrodestra non ha i numeri per fare da solo e il governissimo potrebbe essere un boomerang per chi lo sostiene, quindi Salvini si limita a ribadire la sua disponibilità a trattare con chiunque (tranne con lo sconfitto Pd): «Una figura terza va bene. Se ci fosse qualcuno in gamba che sottoscrive un programma che condivido, perché non accettarlo? Io a differenza di Di Maio non sono qua a dire: o governo io o non si fa niente. Dico no al Pd perché se il Paese è in queste condizioni la colpa è di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. C'è molto Pd nel disastro». A Telemolise spiega anche perché domenica gli elettori della regione dovrebbero votare il Carroccio: «Governiamo Lombardia e Veneto da 23 anni e la gente continua a votarci perché lo sappiamo fare. Dai 5 stelle sento solo dei no. E dove governano, Roma-Livorno-Torino, governano male. Aspettiamo le decisioni del capo dello Stato con fiducia». Per la prima volta Salvini parla dello show di Berlusconi al termine delle consultazioni al Quirinale. Finora in pubblico non l'aveva mai fatto, si era limitato a definire in privato «imbarazzante» la sceneggiata del Cavaliere. «Io adotto da tempo il consiglio della mia mamma che mi dice sempre: Matteo non arrabbiarti, sorridi e tira dritto. Però quando eravamo al Quirinale e leggevo la dichiarazione che avevamo concordato, vedevo che a sinistra c'era un po' di agitazione. C'era Berlusconi che gesticolava, mimava. Vabbè, se a lui piace così, va bene così. Non è un mio problema».Mattarella dovrebbe sciogliere le riserve in giornata e la presidente del Senato è pronta a indossare la casacca da esploratrice per la felicità di Berlusconi che riterrebbe il gesto del presidente un'investitura per interposta persona. È la sua strategia da sempre: una figura vicinissima a lui a Palazzo Chigi e le mani libere per poter convincere i nuovi responsabili; leggenda vuole che abbia nel cassetto una lista con 50 grillini malleabili. Tutto questo per poi trattare con tutti, soprattutto con il Pd, da posizione di forza. Senza contare che Casellati (l'ultima ad arrendersi alla favola di Ruby nipote di Mubarak) lo metterebbe al riparo dal rischio di colpi di mano come quelli organizzati a sua insaputa da Di Maio e Salvini sulle presidenze di Camera e Senato e sulle supercommissioni spartite fra 5 stelle e Lega.Il cammino della presidente nella giungla sarebbe comunque impervio. Il problema più grande è convincere i grillini a votarla una seconda volta. «In Senato ci siamo riusciti con un blitz, dando il nome meno di un'ora prima. Ma qui ci aspettano al varco», sussurra un colonnello di Forza Italia. Dopo quel voto il movimento subì uno scossone, la base capì troppo tardi il significato della scelta iperberlusconiana e per un paio di giorni lo scollamento dentro le varie anime dei 5 stelle fu palpabile. Ora l'avvocatessa del Cavaliere con tailleur Chanel e borsa Vuitton torna con ben altre aspirazioni. Di Maio non vede l'ora di togliersi il problema cascando nelle braccia del Pd. E in Forza Italia si materializza una nuova preoccupazione: incarico a Casellati per bruciarla, con Carlo Calenda pronto dietro la tenda del Quirinale. Dall'orto, Cincinnato Salvini sembra ridere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-zen-lascia-la-mossa-al-cav-2560960814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2560960814" data-published-at="1781366661" data-use-pagination="False"> E ora l'attenzione di Matteo Salvini si sposta decisamente a Sud. Oggi il leader del Carroccio, che negli ultimi giorni ha fatto la spola tra Molise (dove si vota domenica per le regionali) e Friuli (alle urne il 29 aprile), sarà a Catania. Il capoluogo più popoloso fra quelli che andranno al voto alle prossime amministrative di giugno è una tappa cruciale per la tenuta della coalizione di centrodestra. In un incontro di ieri a Roma al tavolo sulle amministrative gli alleati hanno confermato di voler marciare insieme. Ma anche per la corsa per Palazzo degli Elefanti lo scenario è in continua evoluzione: quel che è certo è che se Salvini dovesse confermare la corsa del suo candidato a Catania, Angelo Attaguile, le speranze dell'eurodeputato forzista Salvo Pogliese, su cui si punta per una candidatura unitaria, andrebbero a farsi benedire. Con inevitabili ripercussioni sul patto dell'arancino siglato per le regionali siciliane da Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni che garantisce nel bene o nel male la tenuta della giunta Musumeci. Ma soprattutto significherebbe la frantumazione del centrodestra, già messo seriamente alla prova al termine del secondo giro di consultazioni al Quirinale. Per ora nessuno vuole rompere, ma gli scricchiolii si sentono eccome. «Le consultazioni per la formazione del governo nazionale e le imminenti elezioni amministrative del 10 giugno, che coinvolgono ben cinque capoluoghi di provincia (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa e Trapani) sono due argomenti che le forze di opposizione all'Assemblea regionale siciliana, stanno cercando di sfruttare in tutte le salse. Soprattutto, il Movimento 5 stelle, che non lesina critiche demagogiche al centrodestra», ha scritto su Facebook l'uomo forte di Fi sull'isola, Gianfranco Miccichè, presidente dell'Ars. Che richiama tutti alla ragionevolezza: «Il centrodestra siciliano ha il dovere di essere sempre più compatto, presentandosi agli elettori unito e con candidature a sindaco, scelte collegialmente, di prim'ordine. Ogni partito, come ha spesso fatto Forza Italia, deve abbandonare l'idea di piantare proprie bandierine su questo o quel Municipio. Come hanno dimostrato le elezioni regionali, uniti si vince». A preoccupare, a Catania, non è tanto la candidatura di Enzo Bianco, sindaco uscente del Pd in corsa per un nuovo mandato. Quanto gli effetti che si determinerebbero nel caso in cui il suo partito, a Roma, abbandonasse l'Aventino per fornire appoggio ad un governo a trazione 5 stelle. I pentastellati, d'altra parte, sono corteggiati da tempo da Attaguile che non ha mai fatto mistero di volerli coinvolgere, anche in giunta. Le loro mosse sono tenute sotto osservazione da tutti dopo l'exploit elettorale registrato anche in Sicilia ed in particolate in questa parte dell'isola alle ultime politiche: le chances per il professore di musica Giovanni Russo, scelto dal meetup cittadino, di diventare sindaco sono già sostanziose. Lo diventerebbero ancora di più in caso di un impegno diretto di Luigi Di Maio e degli altri maggiorenti del Movimento che a Catania ha visto eletti nomi di peso, da Nunzia Catalfo a Michele Giarrusso. Per Forza Italia (uscita con le ossa rotte anche in Sicilia il 4 marzo) è essenziale evitare la possibile concorrenza interna di Attaguile. La cui candidatura rischia di azzoppare le speranze di Pogliese di raggiungere il 40 per cento dei voti utili all'elezione già al primo turno e forse anche quelli per andarsela a giocare al ballottaggio. Per questo si pensa di offrirgli la vicesindacatura, ma non è detto che basti. Anche perché per la Lega si tratterebbe del un sacrificio ulteriore rispetto a quello che ne ha determinato l'esclusione dalla giunta Musumeci. Le prossime ore saranno decisive per continuare a marciare insieme o far saltare tutto. Mentre al Quirinale si dà per imminente una decisione del capo dello Stato alle prese col difficile rompicapo del governo.Ilaria Proietti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-zen-lascia-la-mossa-al-cav-2560960814.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2560960814" data-published-at="1781366661" data-use-pagination="False"> «I leghisti la manderanno al tappeto al primo voto segreto». «No, Berlusconi li tiene sotto schiaffo. Saranno i piddini a farla schiantare». Il dibattito ai piani alti del Movimento 5 stelle sulle chance di Maria Elisabetta Alberti Casellati di riuscire a formare un governo è tutto sul «come». Perché nel giorno in cui prende sempre più corpo l'ipotesi di un mandato esplorativo di Sergio Mattarella al presidente del Senato, i pentastellati «traditi» da Matteo Salvini non hanno dubbi che l'avvocato padovano che piace a Niccolò Ghedini e a Giorgio Napolitano «non andrà da nessuna parte». Tanto più vista la rottura delle alleanze in Veneto tra Lega e Fi. Mentre il disgelo M5s-Pd prosegue quasi a tappe forzate, con una giornata di avvicinamenti su economia, esteri e giustizia. Si mordono davvero la lingua i deputati di Luigi Di Maio, per evitare che nuovi attacchi a Silvio Berlusconi diano degli alibi ai leghisti. Un governo con gli ex padani era l'ipotesi preferita, se non altro perché avrebbe numeri blindati alla Camera come al Senato. E poi quella storia dell'alleanza tra simili, ovvero tra movimenti anti sistema, a lungo osteggiati dalla grande stampa, dalle televisioni e dalla finanza, sembrava una garanzia di mantenimento, ognuno, della propria verginità. E invece niente, il richiamo di Arcore è stato forte. Fortissimo. Oltre a Beppe Grillo, alcuni tra i deputati più anziani, dotati di memoria storica, ripetono ai più giovani che «alla prova dei fatti, la Lega è irretita, se non ricattata, dal Grande seduttore». E però sono convinti che in qualche modo, prima o poi, ci sarà uno scatto d'orgoglio del Carroccio nei confronti del Cavaliere «e la berlusconiana di ferro Casellati farà poca strada». Di Maio e Alessandro Di Battista, ma dicono anche Di Maio stesso, sono invece convinti che saranno i democrat, i cui voti sarebbero necessari per far nascere un governo senza il Movimento, a sfilarsi ben presto da un esecutivo «dove i ministri di Salvini andrebbero tutti i giorni in tv a dire cose per loro imbarazzanti». In ogni caso, l'intero plotone dei deputati a 5 stelle ha avuto dai vertici l'assicurazione che verrà ricandidato alle prossime elezioni e un mantra per i momenti più bui: «Non si farà nessun governo senza di noi». Il problema del governo senza M5s, in effetti, ce l'ha anche Salvini. Il ragionamento è molto semplice ed è un'altra delle frecce che Di Maio sta scoccando verso il Carroccio: «Loro sono terrorizzati di andare in un governo, sicuramente popolato anche di personaggi non del tutto presentabili, dove noi non entriamo e che possiamo cannoneggiare dai banchi dell'opposizione, accrescendo i nostri consensi». Ma chi pensasse che il Movimento si sia accomodato sul trespolo a fare il gufo sarebbe fuori strada. Dopo il segnale del giorno primo sul «forno» leghista che ha i giorni contati, ieri sono arrivati almeno tre segnali di avvicinamento con quel che resta del Pd. Il primo, il più vistoso, riguarda la politica economica ed è arrivato via Facebook a nome dello stesso Maurizio Martina, con queste parole molto in stile Di Maio: «Ripartiamo dalle nostre proposte concrete, confrontiamoci con i cittadini a partire dai loro bisogni e dalle loro aspettative». Innanzitutto, alla voce «lotta alla povertà» il segretario reggente propone di allargare il reddito di inclusione «per azzerare la povertà assoluta in tre anni e potenziare le azioni contro la povertà educativa». Poi, sul fronte della famiglia, Martina promette «l'assegno universale per le famiglie con figli, la carta dei servizi per l'infanzia e nuovi strumenti di welfare a favore dell'occupazione femminile». E infine ecco anche il lavoro, per il quale, evidentemente, il Jobs act di Matteo Renzi non dev'essere bastato: «Introdurre il salario minimo legale, combattere il dumping salariale dei contratti pirata anche valorizzando il patto per la fabbrica promosso». E poi, ancora, «tagliare il carico fiscale sul costo del lavoro a tempo indeterminato per favorire assunzioni stabili con priorità a donne e giovani, norme per la parità di retribuzione dei generi». Immediata la replica dei 5 stelle, che parlano di «iniziativa utile da parte del pd». Più in controluce, ma da interpretare come un altro piccolo segnale di disgelo, il fatto che in Commissione speciale il Movimento, con il suo relatore Davide Crippa, non abbia dato battaglia sull'acquisto di nuovi droni per oltre 700 milioni varato da Roberta Pinotti, anche se è presto per dire che dirà sì. Mentre non ci sono dubbi sul fatto che la richiesta di approvare prima possibile la riforma penitenziaria arrivata ieri dal presidente della Camera, Roberto Fico, sia una carezza ad Andrea Orlando, ministro della Giustizia e leader della sinistra Pd. Già, proprio quella componente del partito renziano che potrebbe risultare decisiva per consentire un governo Di Maio. O, guarda un po', un governo Fico. Francesco Bonazzi
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».