True
2018-08-22
Salvini sfida l’Ue: «Chi prende i migranti?»
«O l'Europa inizia a fare sul serio difendendo i suoi confini e ricollocando gli immigrati, oppure inizieremo a riportarli nei porti da dove sono partiti. L'Italia ha già fatto la sua parte, e quando è troppo, è troppo». Matteo Salvini affida l'esposizione della propria linea sulla nave Diciotti ai suoi profili social, come da tradizione. Ma per scrivere «difendendo» usa il maiuscolo, come a segnalare una questione di priorità: bisogna redistribuire i migranti che sbarcano qui, certo. Ma prima ancora bisogna evitare che arrivino in Italia.
Cioè in Europa, anche se i rapporti tra Roma e Bruxelles sono sempre più tesi. Al centro del contenzioso, la nave della Guardia costiera giunta nelle scorse ore al porto di Catania, ma senza l'autorizzazione allo sbarco per i 177 migranti a bordo.
Si tratta di uno «scalo tecnico», per la precisione: formula burocratica escogitata per inquadrare la situazione bizzarra che si è venuta a creare, con una nave italiana in cerca di un porto italiano in cui far sbarcare immigrati raccolti in acque maltesi, che però le autorità de La Valletta non hanno voluto soccorrere, preferendo semmai «scortare» il barcone verso le nostre coste. Matteo Salvini sembra quindi impegnato in un braccio di ferro multiplo: contro Malta, contro la Ue, contro una Guardia costiera che appare mal disposta a rinunciare al potere ottenuto grazie all'emergenza migranti, e anche contro pezzi del suo stesso governo.
La differenza di approccio alla questione tra il titolare del Viminale e Danilo Toninelli non è sfuggita a molti commentatori, che hanno parlato di governo diviso. Sta di fatto che la soluzione di ripiego sullo «scalo tecnico» è anche probabilmente la risultante di un compromesso fra le diverse anime dell'esecutivo. Una linea dura, ma non troppo, insomma. Salvini, dal canto suo, rilancia con una nota, in cui fa una delle sue ormai frequenti cronache «dall'Europa che non c'è». E lo fa operando un passo indietro. «A proposito dei 450 immigrati sbarcati a luglio a Pozzallo e che dovevano essere ripartiti tra gli altri Paesi europei», scrive il vicepremier, «solo la Francia ha mantenuto l'impegno, accogliendone 47 sui 50 promessi (tre cittadini stranieri sono ricoverati in ospedali e in attesa di trasferimento). La Germania aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. Il Portogallo aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. La Spagna aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. L'Irlanda aveva accettato di accoglierne 20: ne ha presi zero. Malta aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero». Il senso dello sfogo è chiaro: come fa l'Italia a fidarsi ancora? Sostanzialmente, dice Salvini, «tutti cercano di guadagnare tempo. Imponendo all'Italia i costi per i trasferimenti (500 euro a persona). In tutto questo, siamo in attesa di capire se l'Europa - così solerte nel sanzionare e bacchettare il nostro Paese - si degnerà di aprire un'inchiesta nei confronti de La Valletta, dopo i racconti di alcuni immigrati trasportati a Lampedusa e che hanno raccontato di essere stati intercettati dai maltesi, indirizzati e accompagnati verso l'Italia e poi abbandonati in mezzo al mare e in condizioni di pericolo. Prima di chiedere lo sbarco dalla Diciotti, forse sarebbe meglio alzare il telefono e chiedere spiegazioni a Bruxelles e agli altri governi europei».
Dei rapporti con i partner europei si sta occupando la Farnesina (il cui titolare, Enzo Moavero, è peraltro ben lungi dall'essere totalmente allineato sulle posizioni salviniane). Una portavoce della Commissione Ue per la migrazione, intanto, fa sapere che sul caso della nave Diciotti, «i contatti con gli Stati membri sono ancora in corso, siamo al lavoro per trovare una soluzione al più presto».
E, nel frattempo, anche il Quirinale, secondo alcune indiscrezioni circolate sui media, sembrerebbe piuttosto preoccupato dagli sviluppi della vicenda, soprattutto per quel che riguarda l'aspetto umanitario. A bordo della Diciotti, a dirla tutta, non si registrerebbe alcuna emergenza particolare, al netto, ovviamente, delle difficoltà e delle sofferenze patite da chi sta in mare da tanti giorni. Save the Children, tuttavia, denuncia la presenza a bordo di moltissimi minori, 28 dei quali sarebbero non accompagnati. «Le persone a bordo» della nave Diciotti «hanno subito abusi, torture, sono vittime di tratta e traffico di esseri umani. Hanno bisogno urgente di ricevere assistenza e diritto a chiedere asilo. Un diritto fondamentale, non un crimine», twitta dal canto suo la portavoce dell'Unhcr, Carlotta Sami.
E, sempre sui social, Medici senza frontiere scrive che i suoi dottori «sono in attesa di prestare i primi aiuti psicologici alle persone soccorse da nave Diciotti e lasciate per giorni in mare. Esortiamo le autorità italiane a concedere rapidamente lo sbarco in modo da poter prestare le cure».
Adriano Scianca
Il prossimo obiettivo è smantellare il Cara dei mille scandali a Mineo
Mentre è molto occupato a non far sbarcare più migranti in Italia, o almeno non solo in Italia, Matteo Salvini comincia a occuparsi anche di quelli che sono già qui. Al Cara di Mineo, per esempio. Una vera e propria struttura degli scandali in cui, il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, l'attuale ministro finì persino per dormire, proprio per rendersi bene conto di come andassero le cose lì dentro. Ora che ha in mano le leve del Viminale, il leader leghista passa dalle parole ai fatti.
«Meno oneroso e meno affollato: il Cara di Mineo passerà da 3.000 a 2.400 ospiti, con un costo giornaliero per immigrato che scenderà da 29 a 15 euro», si legge sul sito del ministero degli Interni.
La misura, spiega ancora il portale istituzionale, comporterà risparmi superiori a 10 milioni di euro in un anno. «L'obiettivo finale resta la chiusura» conferma Salvini «ma stiamo dimostrando di aver imboccato la strada giusta». Ed è sempre il sito del Viminale a ricordare che il Cara di Mineo, in passato, è arrivato a ospitare fino a 4.000 cittadini stranieri, con gravi problemi igienico sanitari e di sicurezza. Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo (Cara, appunto) di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella. Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli.
Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa. Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo. Una situazione decisamente sfuggita di mano, a cui la politica, da tempo, dice di voler mettere mano, al momento senza alcun risultato.
Salvini, nella sua notte passata nella struttura fece una diretta Facebook in cui disse: «Ogni giorno vengono buttati via centomila euro, tanto serve per mantenere in vita questo baraccone dove vivono circa 3.300 stranieri dei quali solo 14 sono siriani e sette iracheni. Abbiamo visto cose incredibili un vero e proprio mercato a cielo aperto e senza regole dove puoi acquistare di tutto: biciclette, stereo, t-shirt, pantaloni di marca con etichette, scarpe nuove. Da dove arrivi tutta questa merce è un mistero». Ma già nel 2015, il leader leghista scriveva sui suoi profili social, proprio in relazione alla struttura situata nei pressi di Catania: «In Sicilia un giovane su due non ha lavoro: aiutiamo loro, non altri!».
Ma adesso, almeno secondo le promesse dell'inquilino del Viminale, il Cara di Mineo dovrebbe finalmente avere le ore contate.
Fabrizio La Rocca
Continua a leggereRiduci
La nave Diciotti resta in «scalo tecnico» nel porto di Catania. Il titolare del Viminale va allo scontro con Bruxelles, ricordando che dei 450 sbarcati a luglio a Pozzallo, solo 50 sono stati ridistribuiti, malgrado le promesse. E incalza: «Indagate su Malta».Il prossimo obiettivo è smantellare il Cara dei mille scandali a Mineo. Il ministero annuncia: «Meno ospiti e meno soldi al centro, presto lo chiuderemo».Lo speciale contiene due articoli.«O l'Europa inizia a fare sul serio difendendo i suoi confini e ricollocando gli immigrati, oppure inizieremo a riportarli nei porti da dove sono partiti. L'Italia ha già fatto la sua parte, e quando è troppo, è troppo». Matteo Salvini affida l'esposizione della propria linea sulla nave Diciotti ai suoi profili social, come da tradizione. Ma per scrivere «difendendo» usa il maiuscolo, come a segnalare una questione di priorità: bisogna redistribuire i migranti che sbarcano qui, certo. Ma prima ancora bisogna evitare che arrivino in Italia. Cioè in Europa, anche se i rapporti tra Roma e Bruxelles sono sempre più tesi. Al centro del contenzioso, la nave della Guardia costiera giunta nelle scorse ore al porto di Catania, ma senza l'autorizzazione allo sbarco per i 177 migranti a bordo. Si tratta di uno «scalo tecnico», per la precisione: formula burocratica escogitata per inquadrare la situazione bizzarra che si è venuta a creare, con una nave italiana in cerca di un porto italiano in cui far sbarcare immigrati raccolti in acque maltesi, che però le autorità de La Valletta non hanno voluto soccorrere, preferendo semmai «scortare» il barcone verso le nostre coste. Matteo Salvini sembra quindi impegnato in un braccio di ferro multiplo: contro Malta, contro la Ue, contro una Guardia costiera che appare mal disposta a rinunciare al potere ottenuto grazie all'emergenza migranti, e anche contro pezzi del suo stesso governo. La differenza di approccio alla questione tra il titolare del Viminale e Danilo Toninelli non è sfuggita a molti commentatori, che hanno parlato di governo diviso. Sta di fatto che la soluzione di ripiego sullo «scalo tecnico» è anche probabilmente la risultante di un compromesso fra le diverse anime dell'esecutivo. Una linea dura, ma non troppo, insomma. Salvini, dal canto suo, rilancia con una nota, in cui fa una delle sue ormai frequenti cronache «dall'Europa che non c'è». E lo fa operando un passo indietro. «A proposito dei 450 immigrati sbarcati a luglio a Pozzallo e che dovevano essere ripartiti tra gli altri Paesi europei», scrive il vicepremier, «solo la Francia ha mantenuto l'impegno, accogliendone 47 sui 50 promessi (tre cittadini stranieri sono ricoverati in ospedali e in attesa di trasferimento). La Germania aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. Il Portogallo aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. La Spagna aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. L'Irlanda aveva accettato di accoglierne 20: ne ha presi zero. Malta aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero». Il senso dello sfogo è chiaro: come fa l'Italia a fidarsi ancora? Sostanzialmente, dice Salvini, «tutti cercano di guadagnare tempo. Imponendo all'Italia i costi per i trasferimenti (500 euro a persona). In tutto questo, siamo in attesa di capire se l'Europa - così solerte nel sanzionare e bacchettare il nostro Paese - si degnerà di aprire un'inchiesta nei confronti de La Valletta, dopo i racconti di alcuni immigrati trasportati a Lampedusa e che hanno raccontato di essere stati intercettati dai maltesi, indirizzati e accompagnati verso l'Italia e poi abbandonati in mezzo al mare e in condizioni di pericolo. Prima di chiedere lo sbarco dalla Diciotti, forse sarebbe meglio alzare il telefono e chiedere spiegazioni a Bruxelles e agli altri governi europei».Dei rapporti con i partner europei si sta occupando la Farnesina (il cui titolare, Enzo Moavero, è peraltro ben lungi dall'essere totalmente allineato sulle posizioni salviniane). Una portavoce della Commissione Ue per la migrazione, intanto, fa sapere che sul caso della nave Diciotti, «i contatti con gli Stati membri sono ancora in corso, siamo al lavoro per trovare una soluzione al più presto». E, nel frattempo, anche il Quirinale, secondo alcune indiscrezioni circolate sui media, sembrerebbe piuttosto preoccupato dagli sviluppi della vicenda, soprattutto per quel che riguarda l'aspetto umanitario. A bordo della Diciotti, a dirla tutta, non si registrerebbe alcuna emergenza particolare, al netto, ovviamente, delle difficoltà e delle sofferenze patite da chi sta in mare da tanti giorni. Save the Children, tuttavia, denuncia la presenza a bordo di moltissimi minori, 28 dei quali sarebbero non accompagnati. «Le persone a bordo» della nave Diciotti «hanno subito abusi, torture, sono vittime di tratta e traffico di esseri umani. Hanno bisogno urgente di ricevere assistenza e diritto a chiedere asilo. Un diritto fondamentale, non un crimine», twitta dal canto suo la portavoce dell'Unhcr, Carlotta Sami. E, sempre sui social, Medici senza frontiere scrive che i suoi dottori «sono in attesa di prestare i primi aiuti psicologici alle persone soccorse da nave Diciotti e lasciate per giorni in mare. Esortiamo le autorità italiane a concedere rapidamente lo sbarco in modo da poter prestare le cure».Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-sfida-lue-chi-prende-i-migranti-2597853680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prossimo-obiettivo-e-smantellare-il-cara-dei-mille-scandali-a-mineo" data-post-id="2597853680" data-published-at="1774143066" data-use-pagination="False"> Il prossimo obiettivo è smantellare il Cara dei mille scandali a Mineo Mentre è molto occupato a non far sbarcare più migranti in Italia, o almeno non solo in Italia, Matteo Salvini comincia a occuparsi anche di quelli che sono già qui. Al Cara di Mineo, per esempio. Una vera e propria struttura degli scandali in cui, il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, l'attuale ministro finì persino per dormire, proprio per rendersi bene conto di come andassero le cose lì dentro. Ora che ha in mano le leve del Viminale, il leader leghista passa dalle parole ai fatti. «Meno oneroso e meno affollato: il Cara di Mineo passerà da 3.000 a 2.400 ospiti, con un costo giornaliero per immigrato che scenderà da 29 a 15 euro», si legge sul sito del ministero degli Interni. La misura, spiega ancora il portale istituzionale, comporterà risparmi superiori a 10 milioni di euro in un anno. «L'obiettivo finale resta la chiusura» conferma Salvini «ma stiamo dimostrando di aver imboccato la strada giusta». Ed è sempre il sito del Viminale a ricordare che il Cara di Mineo, in passato, è arrivato a ospitare fino a 4.000 cittadini stranieri, con gravi problemi igienico sanitari e di sicurezza. Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo (Cara, appunto) di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella. Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli. Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa. Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo. Una situazione decisamente sfuggita di mano, a cui la politica, da tempo, dice di voler mettere mano, al momento senza alcun risultato. Salvini, nella sua notte passata nella struttura fece una diretta Facebook in cui disse: «Ogni giorno vengono buttati via centomila euro, tanto serve per mantenere in vita questo baraccone dove vivono circa 3.300 stranieri dei quali solo 14 sono siriani e sette iracheni. Abbiamo visto cose incredibili un vero e proprio mercato a cielo aperto e senza regole dove puoi acquistare di tutto: biciclette, stereo, t-shirt, pantaloni di marca con etichette, scarpe nuove. Da dove arrivi tutta questa merce è un mistero». Ma già nel 2015, il leader leghista scriveva sui suoi profili social, proprio in relazione alla struttura situata nei pressi di Catania: «In Sicilia un giovane su due non ha lavoro: aiutiamo loro, non altri!». Ma adesso, almeno secondo le promesse dell'inquilino del Viminale, il Cara di Mineo dovrebbe finalmente avere le ore contate. Fabrizio La Rocca
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci