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2018-08-22
Salvini sfida l’Ue: «Chi prende i migranti?»
«O l'Europa inizia a fare sul serio difendendo i suoi confini e ricollocando gli immigrati, oppure inizieremo a riportarli nei porti da dove sono partiti. L'Italia ha già fatto la sua parte, e quando è troppo, è troppo». Matteo Salvini affida l'esposizione della propria linea sulla nave Diciotti ai suoi profili social, come da tradizione. Ma per scrivere «difendendo» usa il maiuscolo, come a segnalare una questione di priorità: bisogna redistribuire i migranti che sbarcano qui, certo. Ma prima ancora bisogna evitare che arrivino in Italia.
Cioè in Europa, anche se i rapporti tra Roma e Bruxelles sono sempre più tesi. Al centro del contenzioso, la nave della Guardia costiera giunta nelle scorse ore al porto di Catania, ma senza l'autorizzazione allo sbarco per i 177 migranti a bordo.
Si tratta di uno «scalo tecnico», per la precisione: formula burocratica escogitata per inquadrare la situazione bizzarra che si è venuta a creare, con una nave italiana in cerca di un porto italiano in cui far sbarcare immigrati raccolti in acque maltesi, che però le autorità de La Valletta non hanno voluto soccorrere, preferendo semmai «scortare» il barcone verso le nostre coste. Matteo Salvini sembra quindi impegnato in un braccio di ferro multiplo: contro Malta, contro la Ue, contro una Guardia costiera che appare mal disposta a rinunciare al potere ottenuto grazie all'emergenza migranti, e anche contro pezzi del suo stesso governo.
La differenza di approccio alla questione tra il titolare del Viminale e Danilo Toninelli non è sfuggita a molti commentatori, che hanno parlato di governo diviso. Sta di fatto che la soluzione di ripiego sullo «scalo tecnico» è anche probabilmente la risultante di un compromesso fra le diverse anime dell'esecutivo. Una linea dura, ma non troppo, insomma. Salvini, dal canto suo, rilancia con una nota, in cui fa una delle sue ormai frequenti cronache «dall'Europa che non c'è». E lo fa operando un passo indietro. «A proposito dei 450 immigrati sbarcati a luglio a Pozzallo e che dovevano essere ripartiti tra gli altri Paesi europei», scrive il vicepremier, «solo la Francia ha mantenuto l'impegno, accogliendone 47 sui 50 promessi (tre cittadini stranieri sono ricoverati in ospedali e in attesa di trasferimento). La Germania aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. Il Portogallo aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. La Spagna aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. L'Irlanda aveva accettato di accoglierne 20: ne ha presi zero. Malta aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero». Il senso dello sfogo è chiaro: come fa l'Italia a fidarsi ancora? Sostanzialmente, dice Salvini, «tutti cercano di guadagnare tempo. Imponendo all'Italia i costi per i trasferimenti (500 euro a persona). In tutto questo, siamo in attesa di capire se l'Europa - così solerte nel sanzionare e bacchettare il nostro Paese - si degnerà di aprire un'inchiesta nei confronti de La Valletta, dopo i racconti di alcuni immigrati trasportati a Lampedusa e che hanno raccontato di essere stati intercettati dai maltesi, indirizzati e accompagnati verso l'Italia e poi abbandonati in mezzo al mare e in condizioni di pericolo. Prima di chiedere lo sbarco dalla Diciotti, forse sarebbe meglio alzare il telefono e chiedere spiegazioni a Bruxelles e agli altri governi europei».
Dei rapporti con i partner europei si sta occupando la Farnesina (il cui titolare, Enzo Moavero, è peraltro ben lungi dall'essere totalmente allineato sulle posizioni salviniane). Una portavoce della Commissione Ue per la migrazione, intanto, fa sapere che sul caso della nave Diciotti, «i contatti con gli Stati membri sono ancora in corso, siamo al lavoro per trovare una soluzione al più presto».
E, nel frattempo, anche il Quirinale, secondo alcune indiscrezioni circolate sui media, sembrerebbe piuttosto preoccupato dagli sviluppi della vicenda, soprattutto per quel che riguarda l'aspetto umanitario. A bordo della Diciotti, a dirla tutta, non si registrerebbe alcuna emergenza particolare, al netto, ovviamente, delle difficoltà e delle sofferenze patite da chi sta in mare da tanti giorni. Save the Children, tuttavia, denuncia la presenza a bordo di moltissimi minori, 28 dei quali sarebbero non accompagnati. «Le persone a bordo» della nave Diciotti «hanno subito abusi, torture, sono vittime di tratta e traffico di esseri umani. Hanno bisogno urgente di ricevere assistenza e diritto a chiedere asilo. Un diritto fondamentale, non un crimine», twitta dal canto suo la portavoce dell'Unhcr, Carlotta Sami.
E, sempre sui social, Medici senza frontiere scrive che i suoi dottori «sono in attesa di prestare i primi aiuti psicologici alle persone soccorse da nave Diciotti e lasciate per giorni in mare. Esortiamo le autorità italiane a concedere rapidamente lo sbarco in modo da poter prestare le cure».
Adriano Scianca
Il prossimo obiettivo è smantellare il Cara dei mille scandali a Mineo
Mentre è molto occupato a non far sbarcare più migranti in Italia, o almeno non solo in Italia, Matteo Salvini comincia a occuparsi anche di quelli che sono già qui. Al Cara di Mineo, per esempio. Una vera e propria struttura degli scandali in cui, il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, l'attuale ministro finì persino per dormire, proprio per rendersi bene conto di come andassero le cose lì dentro. Ora che ha in mano le leve del Viminale, il leader leghista passa dalle parole ai fatti.
«Meno oneroso e meno affollato: il Cara di Mineo passerà da 3.000 a 2.400 ospiti, con un costo giornaliero per immigrato che scenderà da 29 a 15 euro», si legge sul sito del ministero degli Interni.
La misura, spiega ancora il portale istituzionale, comporterà risparmi superiori a 10 milioni di euro in un anno. «L'obiettivo finale resta la chiusura» conferma Salvini «ma stiamo dimostrando di aver imboccato la strada giusta». Ed è sempre il sito del Viminale a ricordare che il Cara di Mineo, in passato, è arrivato a ospitare fino a 4.000 cittadini stranieri, con gravi problemi igienico sanitari e di sicurezza. Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo (Cara, appunto) di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella. Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli.
Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa. Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo. Una situazione decisamente sfuggita di mano, a cui la politica, da tempo, dice di voler mettere mano, al momento senza alcun risultato.
Salvini, nella sua notte passata nella struttura fece una diretta Facebook in cui disse: «Ogni giorno vengono buttati via centomila euro, tanto serve per mantenere in vita questo baraccone dove vivono circa 3.300 stranieri dei quali solo 14 sono siriani e sette iracheni. Abbiamo visto cose incredibili un vero e proprio mercato a cielo aperto e senza regole dove puoi acquistare di tutto: biciclette, stereo, t-shirt, pantaloni di marca con etichette, scarpe nuove. Da dove arrivi tutta questa merce è un mistero». Ma già nel 2015, il leader leghista scriveva sui suoi profili social, proprio in relazione alla struttura situata nei pressi di Catania: «In Sicilia un giovane su due non ha lavoro: aiutiamo loro, non altri!».
Ma adesso, almeno secondo le promesse dell'inquilino del Viminale, il Cara di Mineo dovrebbe finalmente avere le ore contate.
Fabrizio La Rocca
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La nave Diciotti resta in «scalo tecnico» nel porto di Catania. Il titolare del Viminale va allo scontro con Bruxelles, ricordando che dei 450 sbarcati a luglio a Pozzallo, solo 50 sono stati ridistribuiti, malgrado le promesse. E incalza: «Indagate su Malta».Il prossimo obiettivo è smantellare il Cara dei mille scandali a Mineo. Il ministero annuncia: «Meno ospiti e meno soldi al centro, presto lo chiuderemo».Lo speciale contiene due articoli.«O l'Europa inizia a fare sul serio difendendo i suoi confini e ricollocando gli immigrati, oppure inizieremo a riportarli nei porti da dove sono partiti. L'Italia ha già fatto la sua parte, e quando è troppo, è troppo». Matteo Salvini affida l'esposizione della propria linea sulla nave Diciotti ai suoi profili social, come da tradizione. Ma per scrivere «difendendo» usa il maiuscolo, come a segnalare una questione di priorità: bisogna redistribuire i migranti che sbarcano qui, certo. Ma prima ancora bisogna evitare che arrivino in Italia. Cioè in Europa, anche se i rapporti tra Roma e Bruxelles sono sempre più tesi. Al centro del contenzioso, la nave della Guardia costiera giunta nelle scorse ore al porto di Catania, ma senza l'autorizzazione allo sbarco per i 177 migranti a bordo. Si tratta di uno «scalo tecnico», per la precisione: formula burocratica escogitata per inquadrare la situazione bizzarra che si è venuta a creare, con una nave italiana in cerca di un porto italiano in cui far sbarcare immigrati raccolti in acque maltesi, che però le autorità de La Valletta non hanno voluto soccorrere, preferendo semmai «scortare» il barcone verso le nostre coste. Matteo Salvini sembra quindi impegnato in un braccio di ferro multiplo: contro Malta, contro la Ue, contro una Guardia costiera che appare mal disposta a rinunciare al potere ottenuto grazie all'emergenza migranti, e anche contro pezzi del suo stesso governo. La differenza di approccio alla questione tra il titolare del Viminale e Danilo Toninelli non è sfuggita a molti commentatori, che hanno parlato di governo diviso. Sta di fatto che la soluzione di ripiego sullo «scalo tecnico» è anche probabilmente la risultante di un compromesso fra le diverse anime dell'esecutivo. Una linea dura, ma non troppo, insomma. Salvini, dal canto suo, rilancia con una nota, in cui fa una delle sue ormai frequenti cronache «dall'Europa che non c'è». E lo fa operando un passo indietro. «A proposito dei 450 immigrati sbarcati a luglio a Pozzallo e che dovevano essere ripartiti tra gli altri Paesi europei», scrive il vicepremier, «solo la Francia ha mantenuto l'impegno, accogliendone 47 sui 50 promessi (tre cittadini stranieri sono ricoverati in ospedali e in attesa di trasferimento). La Germania aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. Il Portogallo aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. La Spagna aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. L'Irlanda aveva accettato di accoglierne 20: ne ha presi zero. Malta aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero». Il senso dello sfogo è chiaro: come fa l'Italia a fidarsi ancora? Sostanzialmente, dice Salvini, «tutti cercano di guadagnare tempo. Imponendo all'Italia i costi per i trasferimenti (500 euro a persona). In tutto questo, siamo in attesa di capire se l'Europa - così solerte nel sanzionare e bacchettare il nostro Paese - si degnerà di aprire un'inchiesta nei confronti de La Valletta, dopo i racconti di alcuni immigrati trasportati a Lampedusa e che hanno raccontato di essere stati intercettati dai maltesi, indirizzati e accompagnati verso l'Italia e poi abbandonati in mezzo al mare e in condizioni di pericolo. Prima di chiedere lo sbarco dalla Diciotti, forse sarebbe meglio alzare il telefono e chiedere spiegazioni a Bruxelles e agli altri governi europei».Dei rapporti con i partner europei si sta occupando la Farnesina (il cui titolare, Enzo Moavero, è peraltro ben lungi dall'essere totalmente allineato sulle posizioni salviniane). Una portavoce della Commissione Ue per la migrazione, intanto, fa sapere che sul caso della nave Diciotti, «i contatti con gli Stati membri sono ancora in corso, siamo al lavoro per trovare una soluzione al più presto». E, nel frattempo, anche il Quirinale, secondo alcune indiscrezioni circolate sui media, sembrerebbe piuttosto preoccupato dagli sviluppi della vicenda, soprattutto per quel che riguarda l'aspetto umanitario. A bordo della Diciotti, a dirla tutta, non si registrerebbe alcuna emergenza particolare, al netto, ovviamente, delle difficoltà e delle sofferenze patite da chi sta in mare da tanti giorni. Save the Children, tuttavia, denuncia la presenza a bordo di moltissimi minori, 28 dei quali sarebbero non accompagnati. «Le persone a bordo» della nave Diciotti «hanno subito abusi, torture, sono vittime di tratta e traffico di esseri umani. Hanno bisogno urgente di ricevere assistenza e diritto a chiedere asilo. Un diritto fondamentale, non un crimine», twitta dal canto suo la portavoce dell'Unhcr, Carlotta Sami. E, sempre sui social, Medici senza frontiere scrive che i suoi dottori «sono in attesa di prestare i primi aiuti psicologici alle persone soccorse da nave Diciotti e lasciate per giorni in mare. Esortiamo le autorità italiane a concedere rapidamente lo sbarco in modo da poter prestare le cure».Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-sfida-lue-chi-prende-i-migranti-2597853680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prossimo-obiettivo-e-smantellare-il-cara-dei-mille-scandali-a-mineo" data-post-id="2597853680" data-published-at="1770318164" data-use-pagination="False"> Il prossimo obiettivo è smantellare il Cara dei mille scandali a Mineo Mentre è molto occupato a non far sbarcare più migranti in Italia, o almeno non solo in Italia, Matteo Salvini comincia a occuparsi anche di quelli che sono già qui. Al Cara di Mineo, per esempio. Una vera e propria struttura degli scandali in cui, il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, l'attuale ministro finì persino per dormire, proprio per rendersi bene conto di come andassero le cose lì dentro. Ora che ha in mano le leve del Viminale, il leader leghista passa dalle parole ai fatti. «Meno oneroso e meno affollato: il Cara di Mineo passerà da 3.000 a 2.400 ospiti, con un costo giornaliero per immigrato che scenderà da 29 a 15 euro», si legge sul sito del ministero degli Interni. La misura, spiega ancora il portale istituzionale, comporterà risparmi superiori a 10 milioni di euro in un anno. «L'obiettivo finale resta la chiusura» conferma Salvini «ma stiamo dimostrando di aver imboccato la strada giusta». Ed è sempre il sito del Viminale a ricordare che il Cara di Mineo, in passato, è arrivato a ospitare fino a 4.000 cittadini stranieri, con gravi problemi igienico sanitari e di sicurezza. Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo (Cara, appunto) di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella. Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli. Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa. Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo. Una situazione decisamente sfuggita di mano, a cui la politica, da tempo, dice di voler mettere mano, al momento senza alcun risultato. Salvini, nella sua notte passata nella struttura fece una diretta Facebook in cui disse: «Ogni giorno vengono buttati via centomila euro, tanto serve per mantenere in vita questo baraccone dove vivono circa 3.300 stranieri dei quali solo 14 sono siriani e sette iracheni. Abbiamo visto cose incredibili un vero e proprio mercato a cielo aperto e senza regole dove puoi acquistare di tutto: biciclette, stereo, t-shirt, pantaloni di marca con etichette, scarpe nuove. Da dove arrivi tutta questa merce è un mistero». Ma già nel 2015, il leader leghista scriveva sui suoi profili social, proprio in relazione alla struttura situata nei pressi di Catania: «In Sicilia un giovane su due non ha lavoro: aiutiamo loro, non altri!». Ma adesso, almeno secondo le promesse dell'inquilino del Viminale, il Cara di Mineo dovrebbe finalmente avere le ore contate. Fabrizio La Rocca
Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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Ansa
Secondo Marco Femminella e Danila Solinas, gli avvocati dei Trevallion che avevano depositato la segnalazione all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’Ente regionale competente per il servizio del Comune di Palmoli, in provincia di Chieti, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria», lo scorso 20 novembre.
Contestazione rispedita al mittente in tempi record e con poche righe di motivazione: «Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma», hanno scritto i funzionari dell’Ente d’ambito sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali su più territori. Manca ancora la risposta dell’Ordine professionale degli assistenti sociali, ma la valutazione amministrativa, non giudiziaria, è già un pessimo segnale.
Nel documento del 29 gennaio, i legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham contestavano anche la limitatezza dei contatti tra D’Angelo, i genitori e i minori. L’assistente sociale si sarebbe mostrata «ostile» e «avrebbe interpretato le proprie mansioni con negligenza», rilasciando pure eccessive interviste. «Un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe», evidenziavano gli avvocati.
Per l’Ente, invece, non sarà avviata alcuna azione disciplinare, D’Angelo continua nel suo lavoro senza cambiamenti. Nell’ultima relazione che ha redatto assieme agli operatori della casa famiglia a Vasto conferma che la madre dei bambini è «oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie». I conflitti con Catherine proseguono, rendendo ancora più complicata la situazione. Eppure, gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti si sono espressi favorevolmente al rientro in famiglia dei minori.
Nella relazione, firmata da un’équipe multidisciplinare, i medici scrivono: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Il documento bene evidenzia come la separazione stia producendo più danni che benefici, quando invece è dimostrata la capacità genitoriale dei Trevallion: «L’interazione con i genitori risulta validata e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per la salute psicologica ed emotiva dei tre bambini ospiti da oltre due mesi nella casa famiglia di Vasto e provati dal trauma dell’allontanamento e della rottura del nucleo familiare. «La perizia indipendente realizzata dall’équipe di psichiatri della Asl Lanciano Vasto Chieti conferma, infatti, lo stato di disagio e sofferenza dei minori segnalato dalla madre Catherine Trevallion», dichiara Terragni.
L’auspicio del Garante, «è che in sede giudiziaria si tenga nel debito conto questa valutazione, conformando anche i tempi del procedimento al superiore diritto alla salute psicologica dei tre bambini». Terragni sottolinea come il caso di Palmoli non sia «l’unico né probabilmente quello maggiormente problematico tra i molti casi di allontanamento di minori che vengono portati ogni giorno alla nostra attenzione, ma ha il merito di avere acceso i riflettori su un sistema che necessita riflessione e anche cambiamenti, laddove necessari».
La sua conclusione è che «al momento basterebbe fare riferimento alla normativa vigente, cosa che purtroppo non sempre avviene. Proprio per questo scopo abbiamo voluto fare il punto con il nostro recente documento Prelevamento dei minori. Facciamo il punto, dedicato al tema». Sui tempi lunghi è intervenuto il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. «I bambini sono nella casa protetta dal 20 novembre. Vogliamo capire se ci sono stati progressi. I cittadini hanno il diritto di sapere», ha detto. Per il Comune, è anche una spesa gravosa considerato che il collocamento costa 244 euro al giorno.
Intanto è cambiata la guida del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il Consiglio superiore della magistratura ha nominato come nuovo presidente Nicoletta Orlando, ex deputata del Pci-Pds. Sostituirà Cecilia Angrisano, che aveva firmato l’ordinanza dell’11 novembre con cui era stata sospesa la responsabilità genitoriale alla coppia disponendo il trasferimento dei bambini a Vasto.
Ieri è arrivata la sorella psicologa di Catherine che si augura una soluzione positiva, anche un possibile rientro in Australia.
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