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2021-10-07
Salvini punta i piedi sul nuovo catasto: «Il Parlamento fermi il salasso sulla casa»
Matteo Salvini (Getty Images)
Sulle tasse, la Lega stana Mario Draghi, costretto ad assicurare pubblicamente che nessuna patrimoniale è in arrivo e che non verranno toccate le case degli italiani. Ma Matteo Salvini non abbassa la guardia e mette in chiaro che allora, se è vero quello che ha detto ieri il premier dalla Slovenia, il Parlamento dovrà per forza cambiare la delega fiscale che mercoledì i ministri del Carroccio non hanno votato. Anche perché dal Pd continuano ad arrivare segnali bellicosi.
In mattinata, fuori dal Senato, Salvini sventola davanti ai cronisti il testo della legge delega e cerca di spiegare che il Carroccio non ha fatto alcuna guerra ai fantasmi, né si è concesso una vendetta sul voto. Con insolita pedanteria, il leader del Carroccio indica i due commi del testo voluto dal ministro dell'Economia, Daniele Franco, nei quali, con assoluta chiarezza, si spalanca la strada a una mazzata fiscale, magari da parte di un futuro governo con una maggioranza diversa da quella attuale. Anche perché è un fatto noto che la Lega sia entrata in maggioranza proprio per evitare brutti scherzi sul fisco. «Partendo da quello che c'è scritto, perché verba volant, scripta manent», spiega Salvini, «nella delega fiscale approvata ieri in Cdm, al comma 2 dell'articolo 7, lettere a e b, c'è un aumento possibile delle tasse sulla casa. Ecco perché la Lega non ha votato». Poi sgancia la bomba che poche ore dopo convincerà Draghi a chiarire i suoi progetti, ovvero l'allarme sulla patrimoniale: «Io non firmo un assegno in bianco e non mi basta che il ministro dell'Economia dica che gli aumenti potrebbero esserci dal 2026 […] , perché questa è una patrimoniale su un bene già tassato». E quindi: «La Lega non darà mai il suo ok a un aumento delle tasse».
Con la pressione fiscale ufficiale (fonte Istat) al 43%, a metà giornata Draghi capisce che non se la può cavare con la difesa d'ufficio dei giornaloni e di Enrico Letta, ma deve dare assicurazioni pubbliche con le quali, ovviamente, scavalca a destra i suoi zelanti fan. Dal vertice Ue in Slovenia sui Balcani, l'ex presidente della Bce, che precisa, piccato, di non poter «seguire il calendario elettorale», scandisce: «Questo governo non tassa, non tocca le case degli italiani. L'ho detto fin dall'inizio: questo governo non aumenta le tasse». Poi, comprensibilmente, prova a difendere la legge delega preparata da Franco, il ministro più fidato che ha, definendo l'aggiornamento del catasto una semplice «operazione di trasparenza». In conferenza stampa, Draghi chiede provocatoriamente: «Ma perché nascondersi dietro l'opacità e calcolare le tasse sulla base di numeri che non hanno senso? Sono numeri che sono stati verificati vent'anni fa […] Non è meglio fare luce, essere trasparenti? E poi la decisione se far pagare o meno è una decisione assolutamente diversa ma intanto facciamo chiarezza». Il problema è proprio in quell'avverbio «intanto», che potenzialmente apre un'autostrada al primo Mario Monti che passa, o allo stesso Franco, nel caso Draghi traslocasse al Quirinale. E visto quello che è accaduto in passato sul Patto di stabilità e su altre eurofregature, è facile immaginare che il giorno in cui salissero le tasse sulla casa il governo di turno si difenderebbe così: «Ma come, a ottobre 2021 non eravamo tutti d'accordo?». Poi, certo, il Draghi da esportazione non può smentire, per la pura soddisfazione di Pd e M5s, il Draghi che andò in Confindustria a promettere di non aumentare le tasse. E così anche ieri ha provato a garantire: «Non aumenteremo le tasse e il motivo è semplice e l'ho detto tante volte: l'economia italiana prima del Covid era molto fiacca e quando è entrata nella pandemia ha avuto un trauma, un tracollo tra i più alti tra i paesi Ue. Ora non turbiamola con attacchi fiscali».
Per adesso, l'incidente potrebbe anche chiudersi se fosse solo una questione tra Salvini e Draghi, che nelle prossime ore potrebbero parlarsi direttamente e che comunque credono l'uno alla parola dell'altro. Il problema è che nella maggioranza c'è chi soffia sul fuoco delle tasse e tira la giacca al premier. E poi c'è il Parlamento, che per la Lega deve correggere la delega fiscale ma ovviamente poi è sovrano. Così nel pomeriggio, dopo le rassicurazioni da Lubiana, dal quartier generale della Lega filtra soddisfazione. Ma una soddisfazione vigile: «Bene Draghi contro patrimoniale e nuove tasse sulla casa, adesso il Parlamento in Aula tolga ogni accenno a riforma del catasto che preluda a nuove tasse sulla casa», dicono i salviniani. Che poi aggiungono una richiesta supplementare, come in ogni trattativa concreta, ovvero una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali.
Ieri Letta non ha certo fatto il pompiere e intervistato dal Corriere della Sera ha sparato: «Lo strappo sul fisco è gravissimo e irresponsabile […] La riforma fiscale è fondamentale per avere i soldi del Pnrr». Tre sindaci eletti al primo turno e siamo già tornati al mitico «ce lo chiede l'Europa»? Mentre un suo fedelissimo come il ministro Francesco Boccia tenta di ributtare la palla nel campo della Lega, sostenendo che «Draghi ha presentato una delega frutto di un lungo lavoro fatto anche dai leghisti. La cosa che sconforta è che questa reazione è forse dovuta ai risultati elettorali». Ma Salvini ha ribadito per tutto il giorno che «il sostegno al governo non è in discussione» (se non alza le tasse); piuttosto, dall'esecutivo «escano Letta e Conte». E ha aperto anche un nuovo fronte, bollando come «una presa in giro senza senso scientifico, sanitario, sociale ed economico» la riapertura delle discoteche con il green pass e la capienza solo al 35%.
Alta tensione nella triade di destra. Brunetta: «Ora serve una verifica»
Lui, lei e l'altro. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. La coalizione di centrodestra a livello nazionale sembra tornata ai bei tempi della Casa delle libertà, nella versione più pura del termine: ognuno fa quello che vuole. Berlusconi è orgogliosamente al governo e ne approva tutti i provvedimenti, la Meloni è saldamente all'opposizione e contesta tutto, Salvini si trova nella condizione di stare un po' dentro e un po' fuori, per non deludere la porzione più radicale del suo elettorato pur restando in maggioranza, e in queste ore sta battagliando sulla questione del catasto. Come sono, al di là delle dichiarazioni ufficiali, i rapporti tra Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega?
«I rapporti tra di noi», dice alla Verità un big di Forza Italia, «sono ottimi. Piuttosto, i tentativi del Pd di mandare all'opposizione la Lega sono irresponsabili, scellerati. Se il Carroccio uscisse dal governo, Draghi si dimetterebbe. Non resterebbe un solo minuto a Palazzo Chigi, ostaggio del M5s. Manderebbe tutti a quel paese, potete starne certi. Draghi non è un politico», aggiunge la nostra fonte, «non farebbe mai un partito, non è Monti. È uno che domani può andare al Quirinale, può andare a dirigere il Fondo monetario internazionale, o a guidare la Commissione europea, o può restarsene a casa e godersi la famiglia. Ce lo vedete che litiga con un assessore regionale, o che prepara le liste per le comunali?».
Sul catasto Salvini pensa che la legge delega sul fisco, approvata anche da Fi, servirà a aumentare le tasse sulla casa… «La realtà», replica il fedelissimo di Silvio Berlusconi, «è che se la sinistra andrà al governo potrà comunque fare quello che vuole. Del resto, stiamo parlando di una digitalizzazione, di andare a censire fabbricati che dalla strada o da Google si vedono e sulle carte ufficiali non esistono». Quindi voi di Forza Italia siete certi che questa riforma non produrrà nuove tasse sugli immobili? «Finché noi e la Lega saremo al governo, non succederà mai. E se il centrodestra vincerà le elezioni politiche gli italiani possono essere certi che non ci sarà alcun aumento». E la federazione del centrodestra? «Non è un argomento all'ordine del giorno, ora pensiamo ai ballottaggi».
Molto meno conciliante è l'uscita, in chiaro, del ministro della Pa, Renato Brunetta. Il quale, in serata, spara a zero: «Il centrodestra è un assemblaggio di partiti che di solito vincono le elezioni politiche, hanno più difficoltà a governare. Credo ci debba essere un chiarimento all'interno del centrodestra perché non è possibile procedere per strappi. Con gli strappi si va a sbattere».
Sull'altro versante della coalizione, quello di Fratelli d'Italia, la musica cambia: «I rapporti con Salvini e i suoi fedelissimi sono ottimi», dice alla Verità un colonnello meloniano, «quelli con Giorgetti e la sua corrente pessimi. L'intervista con la quale il ministro ha scaricato i candidati alle amministrative ha lasciato il segno. Meno si fanno vedere, e meglio è». Eppure molti osservatori segnalano una competizione esasperata tra Matteo e Giorgia… «È una narrazione senza fondamento. Senza Salvini non vinceremo mai le elezioni, è il frontman ideale della Lega, piuttosto Giorgetti sembra già preparare un'altra soluzione, strizza l'occhio dall'altra parte». Quale? «Quella di Draghi e del governone anche dopo le elezioni. Giorgetti e i suoi», sospira il big di Fratelli d'Italia, «si sono messi in testa di continuare a governare insieme al Pd, per non avere problemi e non correre rischi».
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Il premier giura: «No ad aumenti d'imposte». Il leghista: «L'Aula lo certifichi». Poi sferza Enrico Letta: «Dal governo escano lui e Conte».Sospetti di Fdi su Giancarlo Giorgetti e Fi: «Vogliono stare con i dem». E la federazione è abortita.Lo speciale contiene due articoli.Sulle tasse, la Lega stana Mario Draghi, costretto ad assicurare pubblicamente che nessuna patrimoniale è in arrivo e che non verranno toccate le case degli italiani. Ma Matteo Salvini non abbassa la guardia e mette in chiaro che allora, se è vero quello che ha detto ieri il premier dalla Slovenia, il Parlamento dovrà per forza cambiare la delega fiscale che mercoledì i ministri del Carroccio non hanno votato. Anche perché dal Pd continuano ad arrivare segnali bellicosi.In mattinata, fuori dal Senato, Salvini sventola davanti ai cronisti il testo della legge delega e cerca di spiegare che il Carroccio non ha fatto alcuna guerra ai fantasmi, né si è concesso una vendetta sul voto. Con insolita pedanteria, il leader del Carroccio indica i due commi del testo voluto dal ministro dell'Economia, Daniele Franco, nei quali, con assoluta chiarezza, si spalanca la strada a una mazzata fiscale, magari da parte di un futuro governo con una maggioranza diversa da quella attuale. Anche perché è un fatto noto che la Lega sia entrata in maggioranza proprio per evitare brutti scherzi sul fisco. «Partendo da quello che c'è scritto, perché verba volant, scripta manent», spiega Salvini, «nella delega fiscale approvata ieri in Cdm, al comma 2 dell'articolo 7, lettere a e b, c'è un aumento possibile delle tasse sulla casa. Ecco perché la Lega non ha votato». Poi sgancia la bomba che poche ore dopo convincerà Draghi a chiarire i suoi progetti, ovvero l'allarme sulla patrimoniale: «Io non firmo un assegno in bianco e non mi basta che il ministro dell'Economia dica che gli aumenti potrebbero esserci dal 2026 […] , perché questa è una patrimoniale su un bene già tassato». E quindi: «La Lega non darà mai il suo ok a un aumento delle tasse».Con la pressione fiscale ufficiale (fonte Istat) al 43%, a metà giornata Draghi capisce che non se la può cavare con la difesa d'ufficio dei giornaloni e di Enrico Letta, ma deve dare assicurazioni pubbliche con le quali, ovviamente, scavalca a destra i suoi zelanti fan. Dal vertice Ue in Slovenia sui Balcani, l'ex presidente della Bce, che precisa, piccato, di non poter «seguire il calendario elettorale», scandisce: «Questo governo non tassa, non tocca le case degli italiani. L'ho detto fin dall'inizio: questo governo non aumenta le tasse». Poi, comprensibilmente, prova a difendere la legge delega preparata da Franco, il ministro più fidato che ha, definendo l'aggiornamento del catasto una semplice «operazione di trasparenza». In conferenza stampa, Draghi chiede provocatoriamente: «Ma perché nascondersi dietro l'opacità e calcolare le tasse sulla base di numeri che non hanno senso? Sono numeri che sono stati verificati vent'anni fa […] Non è meglio fare luce, essere trasparenti? E poi la decisione se far pagare o meno è una decisione assolutamente diversa ma intanto facciamo chiarezza». Il problema è proprio in quell'avverbio «intanto», che potenzialmente apre un'autostrada al primo Mario Monti che passa, o allo stesso Franco, nel caso Draghi traslocasse al Quirinale. E visto quello che è accaduto in passato sul Patto di stabilità e su altre eurofregature, è facile immaginare che il giorno in cui salissero le tasse sulla casa il governo di turno si difenderebbe così: «Ma come, a ottobre 2021 non eravamo tutti d'accordo?». Poi, certo, il Draghi da esportazione non può smentire, per la pura soddisfazione di Pd e M5s, il Draghi che andò in Confindustria a promettere di non aumentare le tasse. E così anche ieri ha provato a garantire: «Non aumenteremo le tasse e il motivo è semplice e l'ho detto tante volte: l'economia italiana prima del Covid era molto fiacca e quando è entrata nella pandemia ha avuto un trauma, un tracollo tra i più alti tra i paesi Ue. Ora non turbiamola con attacchi fiscali».Per adesso, l'incidente potrebbe anche chiudersi se fosse solo una questione tra Salvini e Draghi, che nelle prossime ore potrebbero parlarsi direttamente e che comunque credono l'uno alla parola dell'altro. Il problema è che nella maggioranza c'è chi soffia sul fuoco delle tasse e tira la giacca al premier. E poi c'è il Parlamento, che per la Lega deve correggere la delega fiscale ma ovviamente poi è sovrano. Così nel pomeriggio, dopo le rassicurazioni da Lubiana, dal quartier generale della Lega filtra soddisfazione. Ma una soddisfazione vigile: «Bene Draghi contro patrimoniale e nuove tasse sulla casa, adesso il Parlamento in Aula tolga ogni accenno a riforma del catasto che preluda a nuove tasse sulla casa», dicono i salviniani. Che poi aggiungono una richiesta supplementare, come in ogni trattativa concreta, ovvero una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali.Ieri Letta non ha certo fatto il pompiere e intervistato dal Corriere della Sera ha sparato: «Lo strappo sul fisco è gravissimo e irresponsabile […] La riforma fiscale è fondamentale per avere i soldi del Pnrr». Tre sindaci eletti al primo turno e siamo già tornati al mitico «ce lo chiede l'Europa»? Mentre un suo fedelissimo come il ministro Francesco Boccia tenta di ributtare la palla nel campo della Lega, sostenendo che «Draghi ha presentato una delega frutto di un lungo lavoro fatto anche dai leghisti. La cosa che sconforta è che questa reazione è forse dovuta ai risultati elettorali». Ma Salvini ha ribadito per tutto il giorno che «il sostegno al governo non è in discussione» (se non alza le tasse); piuttosto, dall'esecutivo «escano Letta e Conte». E ha aperto anche un nuovo fronte, bollando come «una presa in giro senza senso scientifico, sanitario, sociale ed economico» la riapertura delle discoteche con il green pass e la capienza solo al 35%. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-punta-piedi-nuovo-catasto-2655240013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alta-tensione-nella-triade-di-destra-brunetta-ora-serve-una-verifica" data-post-id="2655240013" data-published-at="1633546899" data-use-pagination="False"> Alta tensione nella triade di destra. Brunetta: «Ora serve una verifica» Lui, lei e l'altro. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. La coalizione di centrodestra a livello nazionale sembra tornata ai bei tempi della Casa delle libertà, nella versione più pura del termine: ognuno fa quello che vuole. Berlusconi è orgogliosamente al governo e ne approva tutti i provvedimenti, la Meloni è saldamente all'opposizione e contesta tutto, Salvini si trova nella condizione di stare un po' dentro e un po' fuori, per non deludere la porzione più radicale del suo elettorato pur restando in maggioranza, e in queste ore sta battagliando sulla questione del catasto. Come sono, al di là delle dichiarazioni ufficiali, i rapporti tra Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega? «I rapporti tra di noi», dice alla Verità un big di Forza Italia, «sono ottimi. Piuttosto, i tentativi del Pd di mandare all'opposizione la Lega sono irresponsabili, scellerati. Se il Carroccio uscisse dal governo, Draghi si dimetterebbe. Non resterebbe un solo minuto a Palazzo Chigi, ostaggio del M5s. Manderebbe tutti a quel paese, potete starne certi. Draghi non è un politico», aggiunge la nostra fonte, «non farebbe mai un partito, non è Monti. È uno che domani può andare al Quirinale, può andare a dirigere il Fondo monetario internazionale, o a guidare la Commissione europea, o può restarsene a casa e godersi la famiglia. Ce lo vedete che litiga con un assessore regionale, o che prepara le liste per le comunali?». Sul catasto Salvini pensa che la legge delega sul fisco, approvata anche da Fi, servirà a aumentare le tasse sulla casa… «La realtà», replica il fedelissimo di Silvio Berlusconi, «è che se la sinistra andrà al governo potrà comunque fare quello che vuole. Del resto, stiamo parlando di una digitalizzazione, di andare a censire fabbricati che dalla strada o da Google si vedono e sulle carte ufficiali non esistono». Quindi voi di Forza Italia siete certi che questa riforma non produrrà nuove tasse sugli immobili? «Finché noi e la Lega saremo al governo, non succederà mai. E se il centrodestra vincerà le elezioni politiche gli italiani possono essere certi che non ci sarà alcun aumento». E la federazione del centrodestra? «Non è un argomento all'ordine del giorno, ora pensiamo ai ballottaggi». Molto meno conciliante è l'uscita, in chiaro, del ministro della Pa, Renato Brunetta. Il quale, in serata, spara a zero: «Il centrodestra è un assemblaggio di partiti che di solito vincono le elezioni politiche, hanno più difficoltà a governare. Credo ci debba essere un chiarimento all'interno del centrodestra perché non è possibile procedere per strappi. Con gli strappi si va a sbattere». Sull'altro versante della coalizione, quello di Fratelli d'Italia, la musica cambia: «I rapporti con Salvini e i suoi fedelissimi sono ottimi», dice alla Verità un colonnello meloniano, «quelli con Giorgetti e la sua corrente pessimi. L'intervista con la quale il ministro ha scaricato i candidati alle amministrative ha lasciato il segno. Meno si fanno vedere, e meglio è». Eppure molti osservatori segnalano una competizione esasperata tra Matteo e Giorgia… «È una narrazione senza fondamento. Senza Salvini non vinceremo mai le elezioni, è il frontman ideale della Lega, piuttosto Giorgetti sembra già preparare un'altra soluzione, strizza l'occhio dall'altra parte». Quale? «Quella di Draghi e del governone anche dopo le elezioni. Giorgetti e i suoi», sospira il big di Fratelli d'Italia, «si sono messi in testa di continuare a governare insieme al Pd, per non avere problemi e non correre rischi».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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