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2019-01-26
Salvini non esclude il processo: per le elezioni sarebbe un jackpot
Ansa
«Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico.
Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.
Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.
Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula.
Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».
La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano.
Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. L'ennesimo.
Le Ong insistono per l’Italia. Salvini: «Cercate posto in Germania o Paesi Bassi»
Dopo una settimana a largo di Malta, la Sea Watch 3 (con a bordo 47 migranti), da ieri mattina è in un «posto di fonda» davanti al porto di Siracusa a causa del maltempo. Gettata l'ancora in acque italiane, dunque, ma senza il permesso di sbarco. Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo».
Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
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Il vicepremier: «Ho difeso la patria, avrei voglia d'andare fino in fondo ed essere convocato a Catania». In vista del voto, sarebbe un boom di consensi. Ma il Senato, pur con qualche dubbio nel M5s, è orientato sul no.Braccio di ferro sui 47 clandestini al largo di Siracusa. La Procura minorile: «Sbarcate i bambini». Il governo chiama in causa le nazioni di Ong e nave.Lo speciale contiene due articoli. «Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico. Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula. Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano. Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. 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Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo». Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
Ansa
A Zenica gli azzurri cadono ai rigori dopo l’1-1 nei tempi regolamentari. Decisivi gli errori dal dischetto di Esposito e Cristante. Per l’Italia è la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale: un dato che conferma una difficoltà ormai strutturale.
Psicodramma. Disfatta. Delusione. Fallimento. Maledizione. Si potrebbe andare avanti a oltranza per descrivere lo stato d’animo che accompagna la terza mancata qualificazione a un Mondiale della Nazionale. E invece è sufficiente dire che l’Italia si è sciolta, di nuovo, come neve al sole, nonostante il clima rigido di Zenica. E così dopo non essere andati in Russia nel 2018, in Qatar nel 2022, la prossima estate non andremo nemmeno in Usa, Canada e Messico. In principio fu la Svezia. Poi toccò alla Macedonia del Nord. E ora la Bosnia. Con l’unica differenza che stavolta la sofferenza si è prolungata per 120 minuti più i calci di rigore.
A decidere la finale playoff a Zenica sono stati infatti i tiri dal dischetto dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. Il match era partito come previsto, con l'Italia costretta subito a fare i conti con l’impatto emotivo del Bilino Polje. La Bosnia aggredisce, spinge, si appoggia sull’entusiasmo del pubblico e nei primi minuti prova a mettere pressione soprattutto sugli esterni. Gli azzurri reggono senza scomporsi, ma faticano a prendere il controllo del gioco.
Il primo squillo è dei padroni di casa, con Demirovic che calcia centralmente, senza creare problemi a Donnarumma. È un segnale però della direzione della partita: ritmo alto, pochi spazi e Italia più attenta a non concedere che a costruire. La svolta, almeno iniziale, arriva al quarto d’ora ed è figlia di un errore. Vasilj sbaglia un disimpegno elementare e consegna il pallone a Barella, che serve immediatamente Kean. L’attaccante non sbaglia e porta avanti l’Italia, gelando uno stadio che fino a quel momento aveva spinto con continuità. Il vantaggio però non cambia davvero l’inerzia. La Bosnia continua a giocare con intensità, costruisce occasioni soprattutto su cross e seconde palle, mentre Donnarumma è chiamato più volte a intervenire, prima su Basic e poi in uscita bassa sugli sviluppi da corner. L’episodio che rimette tutto in discussione arriva nel finale di primo tempo: Bastoni interviene in scivolata su Memic lanciato verso la porta e viene espulso. Una decisione che cambia la partita, costringe Gattuso a ridisegnare l’assetto e restituisce alla Bosnia entusiasmo e campo.
Nella ripresa lo scenario è inevitabile: Italia schiacciata, Bosnia stabilmente nella metà campo azzurra. L’ingresso dei nuovi giocatori dà ulteriore energia ai padroni di casa, che alzano il baricentro e trasformano la partita in un assedio continuo. Eppure, proprio nel momento più difficile, l’Italia ha le occasioni per chiuderla. Kean scappa via in campo aperto ma non trova la porta davanti a Vasilj. Poco dopo Pio Esposito, su assist di Palestra, calcia alto da posizione favorevole. Poi è Dimarco a non concretizzare un’altra situazione potenzialmente decisiva. Tre opportunità nitide che restano lì, non sfruttate.
Il prezzo arriva a dieci minuti dalla fine. Su un pallone messo in area, Dzeko riesce a colpire da distanza ravvicinata, Donnarumma respinge come può ma lascia il pallone vivo e Tabakovic è il più rapido ad avventarsi. È l’1-1 che riporta tutto in equilibrio, ma soprattutto che certifica il momento della partita: Bosnia in spinta, Italia in difficoltà numerica e fisica. Nel finale dei tempi regolamentari e poi nei supplementari, la gara resta aperta ma bloccata. L’Italia prova a resistere e a ripartire quando può, la Bosnia continua a cercare il colpo decisivo, andando anche vicina al gol con Tahirovic nel secondo tempo supplementare. Si arriva così ai rigori, inevitabile conclusione di una partita giocata più sull’equilibrio e sugli episodi che sulla qualità. Dal dischetto la Bosnia è perfetta. L’Italia no. Esposito calcia alto il primo rigore, Cristante colpisce la traversa. Errori che pesano più di tutto il resto e che consegnano la qualificazione ai padroni di casa.Un incantesimo che prosegue da 12 anni e che il nostro calcio proprio non riesce a spezzare.
La verità nuda e cruda con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti, è che soffriamo questo tipo di partite. Partite dove essere, o peggio sentirsi, superiori tecnicamente non basta. Abbiamo trascorso la vigilia a dividerci tra chi ha criticato quel gruppetto di azzurri sorpresi a festeggiare l’incrocio con la Bosnia anziché con il Galles e chi, al contrario, sosteneva che dopotutto era meglio così, perché vuoi mettere andare al Millennium Stadium di Cardiff e giocare davanti a 80.000 spettatori contro una squadra 37ª nel ranking Fifa? Certo, la Bosnia è 66ª, ma se è vero che il ranking è veritiero rispetto alla forza reale delle squadre, è altrettanto vero che l’Italia è 12ª (fino a stasera) in questa classifica e quindi non dovrebbe temere né l’una né l’altra. Ma quando sei assente dalla madre di tutte le competizioni calcistiche e non solo, succede questo. E non perché qualcuno lo aveva detto prima o perché è troppo semplice parlare con il senno del poi. Ma perché il calcio non è mai una scienza esatta e questo lo si sa da oltre un secolo.
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Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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