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2019-01-26
Salvini non esclude il processo: per le elezioni sarebbe un jackpot
Ansa
«Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico.
Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.
Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.
Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula.
Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».
La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano.
Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. L'ennesimo.
Le Ong insistono per l’Italia. Salvini: «Cercate posto in Germania o Paesi Bassi»
Dopo una settimana a largo di Malta, la Sea Watch 3 (con a bordo 47 migranti), da ieri mattina è in un «posto di fonda» davanti al porto di Siracusa a causa del maltempo. Gettata l'ancora in acque italiane, dunque, ma senza il permesso di sbarco. Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo».
Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
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Il vicepremier: «Ho difeso la patria, avrei voglia d'andare fino in fondo ed essere convocato a Catania». In vista del voto, sarebbe un boom di consensi. Ma il Senato, pur con qualche dubbio nel M5s, è orientato sul no.Braccio di ferro sui 47 clandestini al largo di Siracusa. La Procura minorile: «Sbarcate i bambini». Il governo chiama in causa le nazioni di Ong e nave.Lo speciale contiene due articoli. «Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico. Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula. Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano. Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. L'ennesimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-non-esclude-il-processo-per-le-elezioni-sarebbe-un-jackpot-2627097475.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-insistono-per-litalia-salvini-cercate-posto-in-germania-o-paesi-bassi" data-post-id="2627097475" data-published-at="1780727984" data-use-pagination="False"> Le Ong insistono per l’Italia. Salvini: «Cercate posto in Germania o Paesi Bassi» Dopo una settimana a largo di Malta, la Sea Watch 3 (con a bordo 47 migranti), da ieri mattina è in un «posto di fonda» davanti al porto di Siracusa a causa del maltempo. Gettata l'ancora in acque italiane, dunque, ma senza il permesso di sbarco. Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo». Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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Beppe Sala e Marco Travaglio (Ansa)
Ieri se ne è uscito con un «c’è una parte della Procura che fa politica». E ha aggiunto che la candidatura dell’ex procuratrice aggiunta meneghina Tiziana Siciliano nella lista civica collegata a Massimiliano Lisa ne sarebbe «una solida dimostrazione». Se queste parole fossero provenute da destra sarebbero state bollate come attacco alla magistratura o eversione verbale. Ma a parlare, questa volta, non è il nemico storico delle Procure. È uno di casa, cresciuto dentro quella cultura politica che da sempre considera la magistratura quasi una forma superiore di moralità pubblica. Da una parte c’è l’inchiesta sui presunti favori nelle concessioni della Galleria, con ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione di spazi commerciali ed eventi (con otto indagati tra imprenditori, funzionari comunali e della Sovrintendenza), dall’altra c’è il candidato sindaco Massimiliano Lisa, ideatore del museo Leonardo3 che ha sede proprio in Galleria. È l’imprenditore che contrasta il Municipio davanti alla magistratura amministrativa e autore dell’esposto da cui è partita l’indagine. Da tempo è in causa con il Comune per gli spazi che occupa e che secondo l’amministrazione sono in subconcessione (che sarebbe vietata dal contratto). Il Tar ha dato ragione al Comune, ma l’imprenditore continua a sostenere di essere vittima di un trattamento ingiusto e chiede trasparenza sulle concessioni.
«Io non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse, porto rispetto a tutte le istituzioni, anche alla Procura, però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica», afferma Sala. E per dimostrare la sua tesi tira in ballo un’ex toga: Tiziana Siciliano, già procuratore aggiunto a Milano, pronta a scendere in campo proprio accanto a Lisa. Con il referendum sulla riforma della magistratura alle spalle Sala, però, si accorge solo ora degli sconfinamenti delle toghe. La ex pm ha spiegato di non ricordare dell’esposto di Lisa e di avere preso contatti con l’imprenditore solo all’inizio di questo anno. «Ogni giorno che passa resto sempre più perplesso», ha commentato Sala aggiungendo, a proposito dell’esposto, di avere «qualche dubbio» rispetto alla spiegazione della Siciliano. E ha lanciato una stoccata: «Ma una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in Procura, si candida con una persona che conosce poco, senza fare alcuna verifica? Ecco questo è incomprensibile». Il sindaco, insomma, sembra insinuare che dietro quell’alleanza politica possa esserci qualcosa di più di una semplice convergenza amministrativa. La replica di Lisa è arrivata immediatamente: «Il sindaco non riesce a concepire che due persone possano incontrarsi, condividere un programma per la città, stimarsi e impegnarsi insieme senza secondi fini, patti segreti o trame nascoste». Poi l’affondo politico: «Questo dice molto di Sala e del suo modo di vedere la politica. Sostiene che la candidatura della ex pm Siciliano dimostrerebbe che una parte della Procura fa politica. C’è un piccolo problema, Sala sembra sostenere che le inchieste sull’urbanistica fossero mosse da finalità politiche per delegittimarlo. Eppure questa fuga di notizie, che ha portato sui giornali il mio nome e quello della Siciliano invece di quelli degli indagati, avrebbe dovuto semmai favorire lui, non danneggiarlo». Infine riporta il discorso sul terreno della campagna elettorale: «Milano ha bisogno di risposte su sicurezza, degrado, casa e trasparenza. Non di teorie che si smentiscono da sole o di complotti immaginari. Io continuerò a occuparmi dei fatti. Lascio volentieri ad altri i romanzi». Ma l’indagine sulla Galleria non è l’unica ad aver messo dei carboni ardenti sulla strada percorsa dall’amministrazione Sala (che ha frignato più di una volta al deflagrare delle attività investigative). Arriva dopo quelle su presunti abusi edilizi e sulla vendita dello stadio di San Siro. Un clima pesante, da fine impero amministrativo. «Sull’urbanistica chiediamo troppo poco ai costruttori, sulla Galleria chiediamo troppo... è un po’ difficile così», sostiene ora il primo cittadino a proposito delle inchieste. E in parte il governatore lombardo Attilio Fontana gli dà ragione: «Io sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella di Sala è una delle ipotesi». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, invece, non pensa «che ci siano strategie politiche e complotti giudiziari». E, sorpreso, afferma: «Di solito è la sinistra a sostenere che siamo noi a evocare golpe giudiziari». Alla fine però ritiene «che la pm non andrà lontano alle elezioni».
Causa Cipriani, tremano i televolti di sinistra
Per una volta Marco Travaglio ha dovuto fare una cosa poco travagliesca: prendersela con i magistrati. La sera del 4 giugno, a Otto e mezzo su La7, il direttore del Fatto quotidiano ha scelto lo scontro frontale con la Procura generale di Milano, dopo il comunicato con cui l’ufficio guidato da Francesca Nanni ha scritto che le notizie di stampa sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Travaglio ha parlato di «diffamazione» e ha annunciato che, se la Procura non farà marcia indietro e non chiederà scusa, sarà il Fatto a denunciarla. Dal tribunale milanese ieri non è arrivata alcuna comunicazione. Del resto, la polemica, ormai, non è più solo televisiva. Mentre il giornale difende la propria inchiesta e promette nuovi sviluppi, nei giorni scorsi Giuseppe Cipriani ha aperto anche il fronte americano: una causa a New York che può coinvolgere Fatto quotidiano, Report ed È sempre Cartabianca. Se il contenzioso andrà avanti, la partita rischia di diventare molto più costosa di un confronto in studio. La richiesta americana da oltre 250 milioni di dollari non viene presentata come una cifra simbolica. Secondo la difesa, è stata calcolata dai legali statunitensi sul valore del marchio, sul volume d’affari e sul danno reputazionale per il gruppo Cipriani. Il punto è che non si parla solo del danno personale a Minetti e Cipriani, ma del possibile pregiudizio a una realtà internazionale dell’ospitalità e della ristorazione. Il marchio, secondo stime commerciali non ufficiali, vanterebbe ricavi annui intorno ai 657,9 milioni di dollari. La questione potrebbe diventare rilevante anche per la nostra pubblica amministrazione. Se Report dovrà difendersi a New York, nella pratica il conto legale potrebbe finire sulla Rai, perché Report è un programma Rai. Se poi dovessero essere chiamati in causa anche Sigfrido Ranucci o singoli autori, la copertura dipenderebbe da manleve, contratti e assicurazioni. In caso di condanna della Rai, pagherebbe la Rai; in caso di condanna personale dei giornalisti, bisognerà vedere se l’azienda li coprirà o se riterrà la condotta fuori dal perimetro della tutela.
Sempre su La7 Travaglio ha poi allargato l’attacco al Quirinale, accusato di aver affidato la verifica alla stessa Procura generale che aveva già espresso il parere favorevole sulla grazia a Nicole Minetti. «Hanno chiesto all’oste se il vino è buono», ha detto. Poi il passaggio su Sergio Mattarella: «Secondo me, Mattarella è un amante del pericolo», ha aggiunto, definendolo «uno spericolato» e «un amante del brivido», nonostante la sua fama di uomo prudente. Nel ragionamento del direttore del Fatto, il Colle avrebbe corso un rischio politico e istituzionale affidandosi allo stesso ufficio che aveva seguito l’istruttoria originaria sulla grazia. La linea di difesa del Fatto è chiara: la Procura generale non avrebbe potuto liquidare come false le notizie pubblicate senza ascoltare direttamente le fonti del giornale, a partire dalla massaggiatrice Graciela De Los Santos Torres. Ma la Procura non stava celebrando un processo penale: doveva verificare se quelle notizie modificassero i presupposti della grazia. Per questo, spiega nel comunicato, non è stata disposta una rogatoria internazionale: il trattato di cooperazione penale tra Italia e Uruguay serve ad acquisire prove in un procedimento penale, mentre qui si trattava di un accertamento diverso.
Non solo. La Procura scrive di avere delegato accertamenti a Carabinieri e Interpol e conclude che le notizie di stampa «non corrispondono al vero». In particolare, le accuse della massaggiatrice sui presunti festini con droga e sesso risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede difensiva sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti: per verificare quel racconto sarebbero state sentite decine di persone. Anche la credibilità della fonte è diventata oggetto di scontro. Il racconto iniziale la presentava come una persona legata da vent’anni alla tenuta di Cipriani ma secondo la difesa, invece, i documenti dimostrerebbero che il rapporto di lavoro durò pochi mesi, non vent’anni. È qui che si giocherà una parte della partita: non solo se la donna sia stata ascoltata, ma se il suo racconto regga davanti a contratti, presenze, spostamenti e testimonianze raccolte. Il comunicato della Procura concentra le smentite poi sugli altri punti principali: sull’adozione non emergono irregolarità; il legale morto in Uruguay era il legale del minore, favorevole all’adozione, non quello dei genitori biologici; il quadro clinico del bambino, in cura al Boston Children’s Hospital, è confermato; per la coppia non risultano pendenze o indagini in Uruguay e Spagna. Nel frattempo, i legali di Minetti e Cipriani - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno già annunciato richieste risarcitorie per oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, per la puntata di È sempre Cartabianca del 28 aprile e per quella di Report del 3 maggio. In Italia il terreno potrà essere quello della diffamazione a mezzo stampa e del risarcimento del danno. Resta il profilo più delicato, quello del minore. Il diritto di cronaca sulla grazia esisteva, ma non imponeva di rendere riconoscibile un bambino adottato, né di esporne storia personale, condizioni cliniche, cure o rapporti con la famiglia biologica. Se sono stati pubblicati il nome del minore o elementi capaci di identificarlo, la questione potrà essere valutata sul piano deontologico, civile e, nei casi più gravi, anche penale. È il punto più pesante. Ciò che oggi resta online può essere ritrovato domani dallo stesso bambino. La notizia era la grazia a Minetti; il minore, secondo i legali, non doveva diventare il centro del racconto.
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