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2019-01-26
Salvini non esclude il processo: per le elezioni sarebbe un jackpot
Ansa
«Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico.
Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.
Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.
Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula.
Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».
La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano.
Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. L'ennesimo.
Le Ong insistono per l’Italia. Salvini: «Cercate posto in Germania o Paesi Bassi»
Dopo una settimana a largo di Malta, la Sea Watch 3 (con a bordo 47 migranti), da ieri mattina è in un «posto di fonda» davanti al porto di Siracusa a causa del maltempo. Gettata l'ancora in acque italiane, dunque, ma senza il permesso di sbarco. Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo».
Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
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Il vicepremier: «Ho difeso la patria, avrei voglia d'andare fino in fondo ed essere convocato a Catania». In vista del voto, sarebbe un boom di consensi. Ma il Senato, pur con qualche dubbio nel M5s, è orientato sul no.Braccio di ferro sui 47 clandestini al largo di Siracusa. La Procura minorile: «Sbarcate i bambini». Il governo chiama in causa le nazioni di Ong e nave.Lo speciale contiene due articoli. «Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico. Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula. Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano. Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. L'ennesimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-non-esclude-il-processo-per-le-elezioni-sarebbe-un-jackpot-2627097475.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-insistono-per-litalia-salvini-cercate-posto-in-germania-o-paesi-bassi" data-post-id="2627097475" data-published-at="1780573852" data-use-pagination="False"> Le Ong insistono per l’Italia. Salvini: «Cercate posto in Germania o Paesi Bassi» Dopo una settimana a largo di Malta, la Sea Watch 3 (con a bordo 47 migranti), da ieri mattina è in un «posto di fonda» davanti al porto di Siracusa a causa del maltempo. Gettata l'ancora in acque italiane, dunque, ma senza il permesso di sbarco. Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo». Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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