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2019-01-26
Salvini non esclude il processo: per le elezioni sarebbe un jackpot
Ansa
«Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico.
Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.
Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.
Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula.
Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».
La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano.
Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. L'ennesimo.
Le Ong insistono per l’Italia. Salvini: «Cercate posto in Germania o Paesi Bassi»
Dopo una settimana a largo di Malta, la Sea Watch 3 (con a bordo 47 migranti), da ieri mattina è in un «posto di fonda» davanti al porto di Siracusa a causa del maltempo. Gettata l'ancora in acque italiane, dunque, ma senza il permesso di sbarco. Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo».
Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
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Il vicepremier: «Ho difeso la patria, avrei voglia d'andare fino in fondo ed essere convocato a Catania». In vista del voto, sarebbe un boom di consensi. Ma il Senato, pur con qualche dubbio nel M5s, è orientato sul no.Braccio di ferro sui 47 clandestini al largo di Siracusa. La Procura minorile: «Sbarcate i bambini». Il governo chiama in causa le nazioni di Ong e nave.Lo speciale contiene due articoli. «Chi sono io per non farmi processare?». La tentazione sarebbe forte, anzi è forte: Matteo Salvini potrebbe sparigliare le carte e rinunciare all'immunità, trasformando il caso Diciotti in un mega show mediatico. Essere processato per aver «difeso i confini», rischiando dai 3 ai 15 anni di carcere, porterebbe a al ministro dell'Interno una marea di consensi, come ieri ha suggerito Ettore Rosato, deputato del Pd: «Può darsi che Salvini», ha detto Rosato, «decida di farsi processare. Sarebbe perfetto per lui poter parlare per mesi di un processo che si svolgerà». La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania: il vicepremier leghista è accusato di sequestro di persona per il trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 174 migranti soccorsi questa estate dal pattugliatore della Guardia costiera italiana. Dopo il salvataggio avvenuto al largo di Lampedusa - in zona di competenza maltese - lo scorso 16 agosto, la Diciotti attraccò a Catania il 20 agosto. Il 23 scesero dalla nave 29 minori; il 25 mattina sbarcarono altre 17 persone, in cattive condizioni di salute; infine, poco dopo la mezzanotte, scesero tutti. durante quei giorni, il governo italiano tentò in ogni modo di coinvolgere altre nazioni europee nell'accoglienza dei migranti.Da quel momento, per Salvini è iniziata una tortuosa vicenda giudiziaria: è stato indagato dalla Procura di Agrigento, che ha poi trasmesso gli atti alla Procura di Palermo per competenza funzionale; il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si è dichiarato incompetente perché l'ipotetico reato sarebbe stato commesso a Catania; lo scorso 1 novembre la Procura di Catania ha chiesto l'archiviazione perché la decisione di Salvini - non far sbarcare i migranti - costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza d'archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.Mercoledì prossimo (30 gennaio), la giunta per le immunità del Senato si riunirà per cominciare a esaminare il caso. La seduta si aprirà con la relazione del presidente della giunta, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che sarà anche relatore del procedimento. Salvini potrà intervenire personalmente o inviando una memoria scritta. In base all'articolo 135 del regolamento, la giunta deve riferire al Senato nel termine di 30 giorni dalla data di assegnazione della domanda (23 gennaio). Se la giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate proposte intese a negarla, l'aula non procede a votazioni intendendosi senz'altro approvate le conclusioni della giunta stessa. Presentata la relazione, la richiesta viene inserita tra gli argomenti iscritti nel calendario o nello schema dei lavori in corso. A quel punto, l'aula del Senato delibera sulla richiesta di autorizzazione, dopo aver ascoltato la relazione informativa del presidente o di altro membro della giunta. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'aula. Immaginate la scena: Matteo Salvini sul banco degli imputati, accusato di aver difeso i confini italiani dall'invasione degli immigrati. Le immagini farebbero il giro del mondo, il consenso del vicepremier - già alle stelle - crescerebbe a dismisura. «Avrei voglia», rivela Salvini, «di andare fino in fondo ed essere convocato a Catania. Ritengo di aver operato rispettando la Costituzione. Sarei curioso di essere processato per sequestro di persona. Se un ministro non può fare cose da ministro, che sono nei suoi poteri... Ritengo di aver difeso la patria, però il voto in aula ci deve essere. Io farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato», aggiunge Salvini, «mi dicono che è palese l'invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato, e di non permettere questa cosa. Io confesso», ribadisce il vicepremier, «contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo ed esser convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato».La decisione, dunque, non è stata ancora presa, e Salvini ha tutto il tempo che serve per valutare pro e contro di un'eventuale, clamorosa rinuncia all'immunità. I pro li abbiamo analizzati: sarebbero tutti politici ed elettorali. I contro? Un sacco di tempo andrebbe perso in riunioni con avvocati e dibattimenti; i suoi più stretti collaboratori verrebbero probabilmente ascoltati in qualità di testimoni; ogni decisione futura su vicende analoghe verrebbe influenzata dal processo in corso; il dibattito politico si trasferirebbe nelle aule giudiziarie. In sostanza, si tornerebbe indietro di qualche anno, quando l'opposizione più efficace ai governi guidati da Silvio Berlusconi veniva condotta dalle toghe di Milano. Dal punto di vista strettamente politico, la richiesta d'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, mentre Forza Italia ha già annunciato il «no» al processo e il Pd appare titubante e non compatto, mette in difficoltà più il M5s che la Lega. I pentastellati, se Salvini chiederà al Senato di negare l'autorizzazione a procedere, dovranno decidere cosa fare. Facile prevedere che la pressione sarà tutta su di loro. «Per il M5s», ha detto ieri a Radio 24 il sottosegretario leghista all'Economia, Massimo Garavaglia, «potrebbe esserci qualche problema interno. Vedremo come andrà a finire». Comunque vada, per Salvini sarà un successo. 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Dopo il braccio di ferro con Matteo Salvini la Ong tedesca continua la sua strategia, sfidando il ministro dell'Interno con l'obiettivo di attraccare e far sbarcare gli immigrati soccorsi sette giorni fa a nord di Zuwarah, nelle acque dell'area di ricerca e soccorso libica. E mentre il Tribunale dei minori di Catania chiede di far sbarcare gli 8 minorenni a bordo, stavolta non è solo Salvini a ribadire la linea di fermezza nei confronti di Ong e sbarchi, ma è tutto il governo. «Siccome sulla Sea Watch c'è una bandierina olandese che sventola, gli olandesi trovino il modo migliore per prendersi in carico i migranti», ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. In precedenza anche il vicepremier pentastellato, Luigi Di Maio, due giorni fa aveva invitato Sea Watch a puntare la prua verso Marsiglia, pur assicurando supporto medico e sanitario in caso di necessità, e ieri ha richiesto di convocare «immediatamente» l'ambasciatore olandese a Roma per chiedere quali intenzioni abbia il suo governo. «Chiederanno insieme a noi alla Sea Watch di andare a Marsiglia o li faranno sbarcare a Rotterdam? Noi siamo disposti alla massima collaborazione ma la nostra linea sulle Ong non cambia». Il vicepremier Salvini invece ha spedito «una lettera al governo olandese, in cui viene ufficialmente incaricato di occuparsi dell'imbarcazione e degli occupanti». Nella missiva il ministro dell'Interno italiano chiede di «poter disporre di ogni informazione in merito a Sea Watch», soprattutto sulla legittimità «dello stato di bandiera dell'organizzazione e delle attività della predetta Ong, nonché delle relative imbarcazioni ed equipaggio», avvisando in sostanza le autorità dell'Aja di prepararsi a farsi carico del problema. Il leader del Carroccio aveva anche annunciato un'inchiesta della Polizia «per verificare se le operazioni di salvataggio messe in campo dalla Ong si siano svolte nel rispetto delle normative nazionali e internazionali» o se la Ong «voglia imporre una sua legislazione in un Paese come l'Italia, che invece ha regole che vanno rispettate». Senza escludere ricadute penali: il Viminale sta raccogliendo elementi per valutare una denuncia nei confronti di ogni membro dell'equipaggio di Sea Watch 3, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Ieri mattina la nave dell'organizzazione tedesca si è fermata in rada davanti Siracusa, affiancata da motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, dopo che giovedì era entrata nelle acque italiane senza alcuna autorizzazione allo sbarco, ma solo per ripararsi dal maltempo (nel Canale di Sicialia si sono registrate onde fino a 7 metri). «A causa delle condizioni meteo avverse» aveva reso noto la Guardia costiera, «per trovare riparo giovedì la nave è entrata nelle acque territoriali italiane: inizialmente procedeva nella navigazione verso Lampedusa, successivamente verso la Sicilia orientale e nella notte le è stato assegnato un punto di fonda al largo delle coste di Siracusa (a 1 miglio a nord di punta Maglisi), per garantire la sicurezza dell'unità e delle persone a bordo». Sulla banchina del porto ieri mattina ha parlato il sindaco di Siracusa, Francesco Italia (centrosinistra), che ha dato disponibilità ad accogliere i profughi in città, «avvalendosi della collaborazione della curia e di tante associazioni che sono state contattate. Siracusa, città di mare e da sempre porto aperto, fa dell'accoglienza un tratto distintivo al quale non intendiamo derogare. Il governo autorizzi l'attracco a Siracusa della Sea Watch 3. Al resto penseremo noi, la curia e tutte le associazioni di volontariato che si sono dette immediatamente pronte a prestare aiuto come storicamente abbiamo sempre fatto e come hanno sempre fatto la Sicilia e l'Italia». Il primo cittadino ha inviato anche una lettera al ministro della Marina mercantile, sollecitando «la signoria vostra a voler consentire l'attracco di questa nave nel porto di Siracusa, Comune che mi onoro di rappresentare e che, in coerenza con le sue tradizioni di accoglienza, vuole ospitare le persone a bordo della nave, sottraendole allo stato di incertezza ed angoscia in cui verosimilmente si trovano». Insieme a Francesco Italia, hanno offerto ospitalità tutti i sindaci che si oppongono al decreto sicurezza: quello di Palermo, Leoluca Orlando; di Napoli, Luigi De Magistris e quello di Lampedusa, Salvatore Martello. Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ieri durante la trasmissione Agorà su Rai3, ha chiesto alla capitaneria di porto di far entrare la Sea Watch: «Nessuno può sequestrare delle persone. La filiera di comando non è nelle mani del ministro dell'Interno». L'accusa di «sequestratore» non è piaciuta al ministro Salvini che ha replicato: «Non vediamo l'ora di farli arrivare sani e salvi in altri Paesi europei. In Italia non c'è spazio, vadano in Germania o Paesi Bassi». Nel frattempo, dopo un appello firmato da 20 Ong e lanciato a Italia ed Europa, è stata firmata una petizione online con la richiesta di aprire i porti, che ha raccolto 37.000 firme. Appena gettata l'ancora, dalla Sea Watch è partito un messaggio tra l'ironico e il polemico: «Ci hanno assegnato un posto di fonda invece di un Pos (acronimo che indica un luogo sicuro in cui si trasbordare persone salvate in mare, ndr)» e poi sono arrivati i primi video con i migranti «contenti di essere arrivati in Italia». Un'altra Ong, Mediterranea, ha annunciato di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l'evolversi della situazione e di segnalare all'autorità giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo. Da Bruxelles il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha avvisato: «La sicurezza delle persone a bordo è la prima preoccupazione».
Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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Alberto Stasi (Ansa)
Dal 2015 Stasi era detenuto a Bollate e dal 2023 lavorava all’esterno dell’istituto penitenziario, in uno studio nel centro di Milano con mansioni amministrative e contabili terminate le quali con l’autobus si rimetteva sulla via del penitenziario. Negli ultimi mesi i giornalisti lo attendevano all’inizio o alla fine del lavoro nella speranza di strappare qualche commento dopo la riapertura delle indagini da parte della procura di Pavia a carico di Andrea Sempio, ma lui nulla, nessuna parola sui fatti giudiziari; solo parole di massima educazione nei confronti di chi si presentava col taccuino aperto o le telecamere accese. Del resto l’unica volta che si era sbilanciato concedendo un’intervista la Procura generale milanese chiese di annullare la semilibertà nell’aprile 2025; per fortuna la Cassazione confermò la scelta. Nell’udienza di ieri, cui ha partecipato anche Stasi, la Procura generale ha messo in luce come nel comportamento corretto ci siano anche l’accettazione della condanna da parte dell’ex bocconiano (accettazione che ovviamente non preclude la convinzione di proclamarsi innocente) e il risarcimento dei familiari di Chiara Poggi.
Stasi potrà continuare a lavorare dove già lavora e alle mansioni di ufficio affiancherà anche un percorso di volontariato. Nel provvedimento, che sarà depositato entro cinque giorni, il Tribunale indicherà le prescrizioni, come l’orario di rientro a casa, il fatto che non potrà lasciare l’Italia, e forse anche non dovrà rilasciare interviste e dichiarazioni perché tecnicamente non è ancora un uomo libero, una condizione che conoscerà - stando alla data di fine pena - nel 2028.
In questi mesi lo abbiamo conosciuto una seconda volta così, dopo che nel 2016 il tribunale dei giudici - e pure quello del popolo - cercava un colpevole, e forse lo voleva trovare anche senza che ve ne fosse l’assoluta certezza. Con la riapertura delle indagini il caso Garlasco ha riposizionato tutti gli attori, ne ha scombussolato le caselle e su quel ragazzo che da dieci anni e sei mesi si ritrova in carcere con l’accusa di essere il colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi, gli occhi di molti italiani hanno mutato il punto di visto, il giudizio, l’impressione. Ecco perché la decisione del Tribunale di sorveglianza di accogliere la richiesta di affidamento in prova ci procura un brivido di compassione suppletiva, un moto di compiacimento, una «pacca sulla spalla» data a questo ragazzo invecchiato in gattabuia senza la certezza «al di là di ogni ragionevole dubbio» che fosse stato lui a uccidere Chiara.
Il fatto che non debba più tornare in carcere la sera e che possa riprendere le misure di una dimensione domestica senza sbarre, senza orari, senza quei rumori di fondo che per dieci anni e passa sono entrati nell’orecchio come acufene, merita un sorriso di compiacimento. Il nostro - da tempo riteniamo ingiusta quella condanna e quindi quella detenzione - di sicuro; ma anche chi non lo crede del tutto innocente non può che rallegrarsi per questa scelta che riallinea i principi del processo penale: non si condanna se la verità resta appiccicata ai dubbi, se la verità processuale non si smarca dalla leggerezza degli indizi. Perché il paradosso di questa lunga, tormentata vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi è proprio questo: chi ha ucciso la ragazza? Chi non ha saputo leggere la scena del crimine? Chi non ha saputo in questi anni togliere la patina ai dubbi affermando una solida verità processuale?
Se ci rallegriamo perché Stasi non dovrà più tornare in cella dopo l’affidamento in prova ai servizi sociali, restiamo impauriti perché si possano fare dieci anni e sei mesi in galera quando - come stiamo vedendo - ci sono diversi scenari investigativi e quindi processuali possibili. È per questa scena del crimine «aperta» che ci viene da incoraggiare quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio, diventato grande in un altro modo.
L’affidamento in prova non fa da preludio all’eventuale revisione del suo processo, sia chiaro, ma per l’opinione pubblica è intanto un alleggerimento della sua posizione personale, e poi è la speranza di arrivare a questa benedetta verità processuale «al di là di ogni ragionevole dubbio». Dicono che Stasi non tornerà a vivere a Garlasco, dicono che resterà a Milano in una casa dove vuole respirare aria nuova. E per questo potrebbe lasciare persino gli abiti ai compagni di cella. Alberto proverà a riprendersi la vita (e come messa in prova potrebbe bastare).
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