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2022-07-16
Salvini e Berlusconi defenestrano i 5 stelle
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Ansa)
Il centrodestra di governo ha nelle sue mani il futuro della legislatura: la crisi innescata dal M5s, infatti, consegna a Lega e Forza Italia la possibilità di decidere se far votare gli italiani a ottobre, oppure a giugno, alla scadenza naturale del parlamento. Giorgia Meloni, da parte sua, continua a invocare il voto anticipato. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono in continuo contatto, ieri mattina si sono sentiti e hanno diramato un comunicato congiunto: «Lega e Forza Italia», recita la nota, «prendono atto della grave crisi politica innescata in modo irresponsabile dai 5 stelle che, come ha sottolineato il presidente Mario Draghi, ha fatto venir meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. Dopo quello che è successo, il centrodestra di governo vuole chiarezza e prende atto che non è più possibile contare sul Movimento 5 stelle in questa fase così drammatica. Noi siamo alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie», aggiungono Forza Italia e il Carroccio, «a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei no». La mossa è astuta: visto che Draghi ha più volte ripetuto «mai un governo senza il M5s», mettere nero su bianco «mai più al governo col M5s» significa intrappolare il presidente del Consiglio. Detto questo, la nota di Berlusconi e Salvini ha anche l’obiettivo di non prestare il fianco a chi tenta di far ricadere su Fi e Lega l’eventuale crisi con il voto a ottobre, tenendo anche buoni i «governisti» dei rispettivi partiti. Se Draghi accettasse di andare avanti senza il M5s, del resto, Berlusconi e Salvini avrebbero saldamente in pugno la golden share della maggioranza, e potrebbero spingere il premier a inserire nel programma del governo-bis gli argomenti che stanno a cuore al centrodestra: pace fiscale, profonda revisione se non eliminazione del reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse. Al di là delle dichiarazioni, c’è chi sinceramente auspica che Draghi vada avanti senza il M5s: «Intrappolare Draghi? Ma no», dice alla Verità una fonte molto autorevole del centrodestra di governo, «noi vogliamo che resti, perché votare ora è da pazzi. Ma con il M5s, che cambia idea ogni 5 minuti e fa follie, non ci stiamo più. Del resto», aggiunge il nostro interlocutore, «non riesco a immaginare Draghi che pianta in asso l’Italia così, senza ascoltare neanche Mattarella. Capisco che chi non si è mai occupato di politica viva con sofferenza certe dinamiche, ma non si manda allo sbando un paese per una crisi di nervi. La Meloni? Gioca una partita sua». Visione opposta da parte di big della Lega: «Non lo immagino Draghi che si rimangia tutto», sottolinea la nostra fonte, «e accetta di andare avanti senza il M5s. Certo, sarà sottoposto a mille pressioni, ma è andato troppo oltre per fare dietrofront. I governisti nel nostro partito? Possono fare poco, i gruppi parlamentari sono tutti con Salvini, le elezioni in autunno sono lo scenario più probabile».
Sembra gettare la spugna anche il superdraghiano Giancarlo Giorgetti: «Mi sembra una partita molto complicata da sbloccare», commenta il ministro leghista, «anche per l’imminente scadenza elettorale. Quel richiamo al senso di responsabilità mi sembra che qualcuno l’abbia ben capito. La Lega l’ha dimostrato in questo anno e mezzo. Quello che è accaduto non doveva accadere», aggiunge Giorgetti, «ho parlato di tempi supplementari ma mi sembra che le squadre siano un po’ stanche. Un gol si può sempre segnare ma solo se si riesce a costruire un governo che sappia dire dei sì davanti a scelte impegnative. Se dobbiamo mettere in piedi un governo bloccato da veti reciproci francamente anche no, non serve a nessuno. Penso che nel tempo che abbiamo da qui a mercoledì nessuno si tiri indietro ma con chi dice no non perdiamo altro tempo». «La vedo dura», confida alla Verità un esponente del governo, «sono andati tutti troppo oltre».
A proposito di ministri, Mariastella Gelmini, a quanto ci risulta, è sul punto di lasciare Forza Italia e aderire ad Azione di Carlo Calenda, magari in tandem con Giovanni Toti.
Intanto, la Meloni è scatenata: «Olanda, Germania, Portogallo e Francia», scrive su Facebook la leader di Fratelli d’Italia, «sono solo alcune delle nazioni dove nell’ultimo anno, tra pandemia e guerra, si è regolarmente espressa la volontà popolare attraverso il voto. Non veniteci a parlare di responsabilità la vostra è solo paura del giudizio degli italiani. Elezioni subito». «Il tempo è poco», aggiunge col Corriere.it, «se si dovesse votare in ottobre, agli alleati di centrodestra chiederei vertici da svolgere in sedi istituzionali e dove si prendessero decisioni concrete, quindi più operativi e meno conviviali». L’ennesima stoccata a Berlusconi, che ha la quasi trentennale consuetudine di ospitare i vertici nelle sue residenze. Per la Meloni la regola che, in caso di vittoria del centrodestra, assegna la premiership al leader del primo partito della coalizione, «deve ovviamente valere anche per Fratelli d’Italia». A microfoni spenti, un esponente importante del partito della Meloni è molto sincero: «Forza Italia voterebbe qualunque governo, pur di stare ancora otto mesi al potere e non vedersi ridotta al minimo la pattuglia parlamentare dopo il voto. Tutti hanno chiaro che il centrodestra può vincere e Draghi non vuole più governare, comprensibilmente: avrebbe contro il primo partito del 2018, il M5s, e il primo partito di oggi, ovvero noi. Altro che unità nazionale».
Caro vita, guerra e legge di bilancio. La coalizione offra una fine ordinata
Cinque giorni - nel labirinto dei palazzi romani - possono essere lunghissimi. E dunque non è il caso di vendere la pelle dell’orso prima del tempo: per quanto la prima giornata, quella di ieri, visto il perdurante psicodramma grillino, abbia avvicinato l’esito più ragionevole e più auspicabile della crisi - e cioè le elezioni -, fino all’ultimo occorre temere manovre di segno contrario, volte a evitare con qualunque scusa o pretesto lo scioglimento delle Camere.
Nella difficoltà di ricomporre una tela ormai sfibrata, ai tessitori del non voto è rimasto ormai un solo argomento: alimentare la paura, presentare le elezioni come un «salto nel buio», descrivere questioni reali (guerra, caro vita, crisi energetica) e temi assai gonfiati (nuove ondate Covid) come minacce rispetto alle quali l’Italia resterebbe nuda ed esposta per due o tre mesi. Ed è evidente che, se Sergio Mattarella terrà fede alla linea (legittima ma criticabilissima, e dagli esiti politici devastanti) che seguì nell’agosto del 2019 dopo la caduta del primo governo di Giuseppe Conte, quando si rifiutò di restituire la parola agli italiani e lasciò vivo un Parlamento già sfibrato e palesemente disarmonico rispetto ai nuovi orientamenti del corpo elettorale, stavolta si aggrapperà a questo appiglio.
Dunque, a mio avviso, le forze di destra, sia di governo sia di opposizione (e anzi auspicabilmente coordinandosi), non dovrebbero limitarsi a invocare il voto (richiesta sacrosanta) e a rispondere nel modo più prevedibile (per quanto esatto) e cioè attribuendo ai grillini la responsabilità del caos. Invece, per togliere alibi a chi non vuol far votare agli italiani, varrebbe la pena che la destra proponesse quella che chiamerei una «chiusura ordinata della legislatura», assumendo già il tono e la postura propri di uno schieramento che - se tutto andrà per il verso giusto - avrà tra una decina di settimane la responsabilità di governare il paese.
In altre parole, Fdi, Lega e Forza Italia (meglio ancora se tutti e tre insieme) potrebbero assumere pubblicamente una piccola ma decisiva serie di impegni, alcuni immediati (da realizzare nel giro di giorni, e cioè prima dell’auspicato scioglimento delle Camere), altri di periodo più dilatato (coincidente con i tre mesi, da adesso, che precedono l’insediamento del nuovo governo, a seguito del voto), e altri ancora destinati a concretizzarsi dopo l’eventuale successo elettorale.
L’elenco è presto fatto. Si tratta di autorizzare, prima che il governo guidato da Mario Draghi non ci sia più (quindi in una settimana), il varo di un ultimo decreto-legge volto a mitigare gli effetti del caro vita (in modo che nessuno possa dire che lo scioglimento delle Camere abbia impedito l’adozione di un provvedimento del genere); si tratta - ancora - di negoziare con il Pd una cornice bipartisan, di serio ancoraggio atlantista, sul conflitto russo-ucraino (tenendo l’orientamento dell’Italia sul tema il più possibile estraneo alle inevitabili risse della campagna elettorale); e si tratta infine di mostrare che la coalizione che si prepara a vincere, pur senza sacrificare nulla del suo programma (auspicabilmente di netta alternativa all’esistente), si dichiara attenta e disponibile all’ascolto delle esigenze di ogni settore e forza sociale in vista della futura legge di bilancio.
Fare queste cose sarebbe saggio di per sé. E contribuirebbe, tatticamente, a disarmare il partito del no alle urne: rassicurando chi - nell’elettorato - può ancora essere spaventato, e dando l’idea di una destra pronta a farsi carico del governo del paese.
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I due leader chiudono ad accordi con i grillini: «Non ci si può contare». Senza di loro, un nuovo esecutivo penderebbe più a destra. Persino Giancarlo Giorgetti, però, vede il voto anticipato. In Fdi sospetti sugli azzurri: «Pur di tirare avanti, direbbero sì a qualsiasi soluzione».Caro vita, guerra e legge di bilancio. La coalizione offra una fine ordinata. Gli alleati adottino una postura rassicurante per facilitare il percorso verso le urne.Lo speciale comprende due articoli.Il centrodestra di governo ha nelle sue mani il futuro della legislatura: la crisi innescata dal M5s, infatti, consegna a Lega e Forza Italia la possibilità di decidere se far votare gli italiani a ottobre, oppure a giugno, alla scadenza naturale del parlamento. Giorgia Meloni, da parte sua, continua a invocare il voto anticipato. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono in continuo contatto, ieri mattina si sono sentiti e hanno diramato un comunicato congiunto: «Lega e Forza Italia», recita la nota, «prendono atto della grave crisi politica innescata in modo irresponsabile dai 5 stelle che, come ha sottolineato il presidente Mario Draghi, ha fatto venir meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. Dopo quello che è successo, il centrodestra di governo vuole chiarezza e prende atto che non è più possibile contare sul Movimento 5 stelle in questa fase così drammatica. Noi siamo alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie», aggiungono Forza Italia e il Carroccio, «a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei no». La mossa è astuta: visto che Draghi ha più volte ripetuto «mai un governo senza il M5s», mettere nero su bianco «mai più al governo col M5s» significa intrappolare il presidente del Consiglio. Detto questo, la nota di Berlusconi e Salvini ha anche l’obiettivo di non prestare il fianco a chi tenta di far ricadere su Fi e Lega l’eventuale crisi con il voto a ottobre, tenendo anche buoni i «governisti» dei rispettivi partiti. Se Draghi accettasse di andare avanti senza il M5s, del resto, Berlusconi e Salvini avrebbero saldamente in pugno la golden share della maggioranza, e potrebbero spingere il premier a inserire nel programma del governo-bis gli argomenti che stanno a cuore al centrodestra: pace fiscale, profonda revisione se non eliminazione del reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse. Al di là delle dichiarazioni, c’è chi sinceramente auspica che Draghi vada avanti senza il M5s: «Intrappolare Draghi? Ma no», dice alla Verità una fonte molto autorevole del centrodestra di governo, «noi vogliamo che resti, perché votare ora è da pazzi. Ma con il M5s, che cambia idea ogni 5 minuti e fa follie, non ci stiamo più. Del resto», aggiunge il nostro interlocutore, «non riesco a immaginare Draghi che pianta in asso l’Italia così, senza ascoltare neanche Mattarella. Capisco che chi non si è mai occupato di politica viva con sofferenza certe dinamiche, ma non si manda allo sbando un paese per una crisi di nervi. La Meloni? Gioca una partita sua». Visione opposta da parte di big della Lega: «Non lo immagino Draghi che si rimangia tutto», sottolinea la nostra fonte, «e accetta di andare avanti senza il M5s. Certo, sarà sottoposto a mille pressioni, ma è andato troppo oltre per fare dietrofront. I governisti nel nostro partito? Possono fare poco, i gruppi parlamentari sono tutti con Salvini, le elezioni in autunno sono lo scenario più probabile». Sembra gettare la spugna anche il superdraghiano Giancarlo Giorgetti: «Mi sembra una partita molto complicata da sbloccare», commenta il ministro leghista, «anche per l’imminente scadenza elettorale. Quel richiamo al senso di responsabilità mi sembra che qualcuno l’abbia ben capito. La Lega l’ha dimostrato in questo anno e mezzo. Quello che è accaduto non doveva accadere», aggiunge Giorgetti, «ho parlato di tempi supplementari ma mi sembra che le squadre siano un po’ stanche. Un gol si può sempre segnare ma solo se si riesce a costruire un governo che sappia dire dei sì davanti a scelte impegnative. Se dobbiamo mettere in piedi un governo bloccato da veti reciproci francamente anche no, non serve a nessuno. Penso che nel tempo che abbiamo da qui a mercoledì nessuno si tiri indietro ma con chi dice no non perdiamo altro tempo». «La vedo dura», confida alla Verità un esponente del governo, «sono andati tutti troppo oltre». A proposito di ministri, Mariastella Gelmini, a quanto ci risulta, è sul punto di lasciare Forza Italia e aderire ad Azione di Carlo Calenda, magari in tandem con Giovanni Toti. Intanto, la Meloni è scatenata: «Olanda, Germania, Portogallo e Francia», scrive su Facebook la leader di Fratelli d’Italia, «sono solo alcune delle nazioni dove nell’ultimo anno, tra pandemia e guerra, si è regolarmente espressa la volontà popolare attraverso il voto. Non veniteci a parlare di responsabilità la vostra è solo paura del giudizio degli italiani. Elezioni subito». «Il tempo è poco», aggiunge col Corriere.it, «se si dovesse votare in ottobre, agli alleati di centrodestra chiederei vertici da svolgere in sedi istituzionali e dove si prendessero decisioni concrete, quindi più operativi e meno conviviali». L’ennesima stoccata a Berlusconi, che ha la quasi trentennale consuetudine di ospitare i vertici nelle sue residenze. Per la Meloni la regola che, in caso di vittoria del centrodestra, assegna la premiership al leader del primo partito della coalizione, «deve ovviamente valere anche per Fratelli d’Italia». A microfoni spenti, un esponente importante del partito della Meloni è molto sincero: «Forza Italia voterebbe qualunque governo, pur di stare ancora otto mesi al potere e non vedersi ridotta al minimo la pattuglia parlamentare dopo il voto. Tutti hanno chiaro che il centrodestra può vincere e Draghi non vuole più governare, comprensibilmente: avrebbe contro il primo partito del 2018, il M5s, e il primo partito di oggi, ovvero noi. 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Nella difficoltà di ricomporre una tela ormai sfibrata, ai tessitori del non voto è rimasto ormai un solo argomento: alimentare la paura, presentare le elezioni come un «salto nel buio», descrivere questioni reali (guerra, caro vita, crisi energetica) e temi assai gonfiati (nuove ondate Covid) come minacce rispetto alle quali l’Italia resterebbe nuda ed esposta per due o tre mesi. Ed è evidente che, se Sergio Mattarella terrà fede alla linea (legittima ma criticabilissima, e dagli esiti politici devastanti) che seguì nell’agosto del 2019 dopo la caduta del primo governo di Giuseppe Conte, quando si rifiutò di restituire la parola agli italiani e lasciò vivo un Parlamento già sfibrato e palesemente disarmonico rispetto ai nuovi orientamenti del corpo elettorale, stavolta si aggrapperà a questo appiglio. Dunque, a mio avviso, le forze di destra, sia di governo sia di opposizione (e anzi auspicabilmente coordinandosi), non dovrebbero limitarsi a invocare il voto (richiesta sacrosanta) e a rispondere nel modo più prevedibile (per quanto esatto) e cioè attribuendo ai grillini la responsabilità del caos. Invece, per togliere alibi a chi non vuol far votare agli italiani, varrebbe la pena che la destra proponesse quella che chiamerei una «chiusura ordinata della legislatura», assumendo già il tono e la postura propri di uno schieramento che - se tutto andrà per il verso giusto - avrà tra una decina di settimane la responsabilità di governare il paese. In altre parole, Fdi, Lega e Forza Italia (meglio ancora se tutti e tre insieme) potrebbero assumere pubblicamente una piccola ma decisiva serie di impegni, alcuni immediati (da realizzare nel giro di giorni, e cioè prima dell’auspicato scioglimento delle Camere), altri di periodo più dilatato (coincidente con i tre mesi, da adesso, che precedono l’insediamento del nuovo governo, a seguito del voto), e altri ancora destinati a concretizzarsi dopo l’eventuale successo elettorale. L’elenco è presto fatto. Si tratta di autorizzare, prima che il governo guidato da Mario Draghi non ci sia più (quindi in una settimana), il varo di un ultimo decreto-legge volto a mitigare gli effetti del caro vita (in modo che nessuno possa dire che lo scioglimento delle Camere abbia impedito l’adozione di un provvedimento del genere); si tratta - ancora - di negoziare con il Pd una cornice bipartisan, di serio ancoraggio atlantista, sul conflitto russo-ucraino (tenendo l’orientamento dell’Italia sul tema il più possibile estraneo alle inevitabili risse della campagna elettorale); e si tratta infine di mostrare che la coalizione che si prepara a vincere, pur senza sacrificare nulla del suo programma (auspicabilmente di netta alternativa all’esistente), si dichiara attenta e disponibile all’ascolto delle esigenze di ogni settore e forza sociale in vista della futura legge di bilancio. Fare queste cose sarebbe saggio di per sé. E contribuirebbe, tatticamente, a disarmare il partito del no alle urne: rassicurando chi - nell’elettorato - può ancora essere spaventato, e dando l’idea di una destra pronta a farsi carico del governo del paese.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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