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2022-07-16
Salvini e Berlusconi defenestrano i 5 stelle
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Ansa)
Il centrodestra di governo ha nelle sue mani il futuro della legislatura: la crisi innescata dal M5s, infatti, consegna a Lega e Forza Italia la possibilità di decidere se far votare gli italiani a ottobre, oppure a giugno, alla scadenza naturale del parlamento. Giorgia Meloni, da parte sua, continua a invocare il voto anticipato. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono in continuo contatto, ieri mattina si sono sentiti e hanno diramato un comunicato congiunto: «Lega e Forza Italia», recita la nota, «prendono atto della grave crisi politica innescata in modo irresponsabile dai 5 stelle che, come ha sottolineato il presidente Mario Draghi, ha fatto venir meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. Dopo quello che è successo, il centrodestra di governo vuole chiarezza e prende atto che non è più possibile contare sul Movimento 5 stelle in questa fase così drammatica. Noi siamo alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie», aggiungono Forza Italia e il Carroccio, «a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei no». La mossa è astuta: visto che Draghi ha più volte ripetuto «mai un governo senza il M5s», mettere nero su bianco «mai più al governo col M5s» significa intrappolare il presidente del Consiglio. Detto questo, la nota di Berlusconi e Salvini ha anche l’obiettivo di non prestare il fianco a chi tenta di far ricadere su Fi e Lega l’eventuale crisi con il voto a ottobre, tenendo anche buoni i «governisti» dei rispettivi partiti. Se Draghi accettasse di andare avanti senza il M5s, del resto, Berlusconi e Salvini avrebbero saldamente in pugno la golden share della maggioranza, e potrebbero spingere il premier a inserire nel programma del governo-bis gli argomenti che stanno a cuore al centrodestra: pace fiscale, profonda revisione se non eliminazione del reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse. Al di là delle dichiarazioni, c’è chi sinceramente auspica che Draghi vada avanti senza il M5s: «Intrappolare Draghi? Ma no», dice alla Verità una fonte molto autorevole del centrodestra di governo, «noi vogliamo che resti, perché votare ora è da pazzi. Ma con il M5s, che cambia idea ogni 5 minuti e fa follie, non ci stiamo più. Del resto», aggiunge il nostro interlocutore, «non riesco a immaginare Draghi che pianta in asso l’Italia così, senza ascoltare neanche Mattarella. Capisco che chi non si è mai occupato di politica viva con sofferenza certe dinamiche, ma non si manda allo sbando un paese per una crisi di nervi. La Meloni? Gioca una partita sua». Visione opposta da parte di big della Lega: «Non lo immagino Draghi che si rimangia tutto», sottolinea la nostra fonte, «e accetta di andare avanti senza il M5s. Certo, sarà sottoposto a mille pressioni, ma è andato troppo oltre per fare dietrofront. I governisti nel nostro partito? Possono fare poco, i gruppi parlamentari sono tutti con Salvini, le elezioni in autunno sono lo scenario più probabile».
Sembra gettare la spugna anche il superdraghiano Giancarlo Giorgetti: «Mi sembra una partita molto complicata da sbloccare», commenta il ministro leghista, «anche per l’imminente scadenza elettorale. Quel richiamo al senso di responsabilità mi sembra che qualcuno l’abbia ben capito. La Lega l’ha dimostrato in questo anno e mezzo. Quello che è accaduto non doveva accadere», aggiunge Giorgetti, «ho parlato di tempi supplementari ma mi sembra che le squadre siano un po’ stanche. Un gol si può sempre segnare ma solo se si riesce a costruire un governo che sappia dire dei sì davanti a scelte impegnative. Se dobbiamo mettere in piedi un governo bloccato da veti reciproci francamente anche no, non serve a nessuno. Penso che nel tempo che abbiamo da qui a mercoledì nessuno si tiri indietro ma con chi dice no non perdiamo altro tempo». «La vedo dura», confida alla Verità un esponente del governo, «sono andati tutti troppo oltre».
A proposito di ministri, Mariastella Gelmini, a quanto ci risulta, è sul punto di lasciare Forza Italia e aderire ad Azione di Carlo Calenda, magari in tandem con Giovanni Toti.
Intanto, la Meloni è scatenata: «Olanda, Germania, Portogallo e Francia», scrive su Facebook la leader di Fratelli d’Italia, «sono solo alcune delle nazioni dove nell’ultimo anno, tra pandemia e guerra, si è regolarmente espressa la volontà popolare attraverso il voto. Non veniteci a parlare di responsabilità la vostra è solo paura del giudizio degli italiani. Elezioni subito». «Il tempo è poco», aggiunge col Corriere.it, «se si dovesse votare in ottobre, agli alleati di centrodestra chiederei vertici da svolgere in sedi istituzionali e dove si prendessero decisioni concrete, quindi più operativi e meno conviviali». L’ennesima stoccata a Berlusconi, che ha la quasi trentennale consuetudine di ospitare i vertici nelle sue residenze. Per la Meloni la regola che, in caso di vittoria del centrodestra, assegna la premiership al leader del primo partito della coalizione, «deve ovviamente valere anche per Fratelli d’Italia». A microfoni spenti, un esponente importante del partito della Meloni è molto sincero: «Forza Italia voterebbe qualunque governo, pur di stare ancora otto mesi al potere e non vedersi ridotta al minimo la pattuglia parlamentare dopo il voto. Tutti hanno chiaro che il centrodestra può vincere e Draghi non vuole più governare, comprensibilmente: avrebbe contro il primo partito del 2018, il M5s, e il primo partito di oggi, ovvero noi. Altro che unità nazionale».
Caro vita, guerra e legge di bilancio. La coalizione offra una fine ordinata
Cinque giorni - nel labirinto dei palazzi romani - possono essere lunghissimi. E dunque non è il caso di vendere la pelle dell’orso prima del tempo: per quanto la prima giornata, quella di ieri, visto il perdurante psicodramma grillino, abbia avvicinato l’esito più ragionevole e più auspicabile della crisi - e cioè le elezioni -, fino all’ultimo occorre temere manovre di segno contrario, volte a evitare con qualunque scusa o pretesto lo scioglimento delle Camere.
Nella difficoltà di ricomporre una tela ormai sfibrata, ai tessitori del non voto è rimasto ormai un solo argomento: alimentare la paura, presentare le elezioni come un «salto nel buio», descrivere questioni reali (guerra, caro vita, crisi energetica) e temi assai gonfiati (nuove ondate Covid) come minacce rispetto alle quali l’Italia resterebbe nuda ed esposta per due o tre mesi. Ed è evidente che, se Sergio Mattarella terrà fede alla linea (legittima ma criticabilissima, e dagli esiti politici devastanti) che seguì nell’agosto del 2019 dopo la caduta del primo governo di Giuseppe Conte, quando si rifiutò di restituire la parola agli italiani e lasciò vivo un Parlamento già sfibrato e palesemente disarmonico rispetto ai nuovi orientamenti del corpo elettorale, stavolta si aggrapperà a questo appiglio.
Dunque, a mio avviso, le forze di destra, sia di governo sia di opposizione (e anzi auspicabilmente coordinandosi), non dovrebbero limitarsi a invocare il voto (richiesta sacrosanta) e a rispondere nel modo più prevedibile (per quanto esatto) e cioè attribuendo ai grillini la responsabilità del caos. Invece, per togliere alibi a chi non vuol far votare agli italiani, varrebbe la pena che la destra proponesse quella che chiamerei una «chiusura ordinata della legislatura», assumendo già il tono e la postura propri di uno schieramento che - se tutto andrà per il verso giusto - avrà tra una decina di settimane la responsabilità di governare il paese.
In altre parole, Fdi, Lega e Forza Italia (meglio ancora se tutti e tre insieme) potrebbero assumere pubblicamente una piccola ma decisiva serie di impegni, alcuni immediati (da realizzare nel giro di giorni, e cioè prima dell’auspicato scioglimento delle Camere), altri di periodo più dilatato (coincidente con i tre mesi, da adesso, che precedono l’insediamento del nuovo governo, a seguito del voto), e altri ancora destinati a concretizzarsi dopo l’eventuale successo elettorale.
L’elenco è presto fatto. Si tratta di autorizzare, prima che il governo guidato da Mario Draghi non ci sia più (quindi in una settimana), il varo di un ultimo decreto-legge volto a mitigare gli effetti del caro vita (in modo che nessuno possa dire che lo scioglimento delle Camere abbia impedito l’adozione di un provvedimento del genere); si tratta - ancora - di negoziare con il Pd una cornice bipartisan, di serio ancoraggio atlantista, sul conflitto russo-ucraino (tenendo l’orientamento dell’Italia sul tema il più possibile estraneo alle inevitabili risse della campagna elettorale); e si tratta infine di mostrare che la coalizione che si prepara a vincere, pur senza sacrificare nulla del suo programma (auspicabilmente di netta alternativa all’esistente), si dichiara attenta e disponibile all’ascolto delle esigenze di ogni settore e forza sociale in vista della futura legge di bilancio.
Fare queste cose sarebbe saggio di per sé. E contribuirebbe, tatticamente, a disarmare il partito del no alle urne: rassicurando chi - nell’elettorato - può ancora essere spaventato, e dando l’idea di una destra pronta a farsi carico del governo del paese.
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I due leader chiudono ad accordi con i grillini: «Non ci si può contare». Senza di loro, un nuovo esecutivo penderebbe più a destra. Persino Giancarlo Giorgetti, però, vede il voto anticipato. In Fdi sospetti sugli azzurri: «Pur di tirare avanti, direbbero sì a qualsiasi soluzione».Caro vita, guerra e legge di bilancio. La coalizione offra una fine ordinata. Gli alleati adottino una postura rassicurante per facilitare il percorso verso le urne.Lo speciale comprende due articoli.Il centrodestra di governo ha nelle sue mani il futuro della legislatura: la crisi innescata dal M5s, infatti, consegna a Lega e Forza Italia la possibilità di decidere se far votare gli italiani a ottobre, oppure a giugno, alla scadenza naturale del parlamento. Giorgia Meloni, da parte sua, continua a invocare il voto anticipato. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono in continuo contatto, ieri mattina si sono sentiti e hanno diramato un comunicato congiunto: «Lega e Forza Italia», recita la nota, «prendono atto della grave crisi politica innescata in modo irresponsabile dai 5 stelle che, come ha sottolineato il presidente Mario Draghi, ha fatto venir meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. Dopo quello che è successo, il centrodestra di governo vuole chiarezza e prende atto che non è più possibile contare sul Movimento 5 stelle in questa fase così drammatica. Noi siamo alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie», aggiungono Forza Italia e il Carroccio, «a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei no». La mossa è astuta: visto che Draghi ha più volte ripetuto «mai un governo senza il M5s», mettere nero su bianco «mai più al governo col M5s» significa intrappolare il presidente del Consiglio. Detto questo, la nota di Berlusconi e Salvini ha anche l’obiettivo di non prestare il fianco a chi tenta di far ricadere su Fi e Lega l’eventuale crisi con il voto a ottobre, tenendo anche buoni i «governisti» dei rispettivi partiti. Se Draghi accettasse di andare avanti senza il M5s, del resto, Berlusconi e Salvini avrebbero saldamente in pugno la golden share della maggioranza, e potrebbero spingere il premier a inserire nel programma del governo-bis gli argomenti che stanno a cuore al centrodestra: pace fiscale, profonda revisione se non eliminazione del reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse. Al di là delle dichiarazioni, c’è chi sinceramente auspica che Draghi vada avanti senza il M5s: «Intrappolare Draghi? Ma no», dice alla Verità una fonte molto autorevole del centrodestra di governo, «noi vogliamo che resti, perché votare ora è da pazzi. Ma con il M5s, che cambia idea ogni 5 minuti e fa follie, non ci stiamo più. Del resto», aggiunge il nostro interlocutore, «non riesco a immaginare Draghi che pianta in asso l’Italia così, senza ascoltare neanche Mattarella. Capisco che chi non si è mai occupato di politica viva con sofferenza certe dinamiche, ma non si manda allo sbando un paese per una crisi di nervi. La Meloni? Gioca una partita sua». Visione opposta da parte di big della Lega: «Non lo immagino Draghi che si rimangia tutto», sottolinea la nostra fonte, «e accetta di andare avanti senza il M5s. Certo, sarà sottoposto a mille pressioni, ma è andato troppo oltre per fare dietrofront. I governisti nel nostro partito? Possono fare poco, i gruppi parlamentari sono tutti con Salvini, le elezioni in autunno sono lo scenario più probabile». Sembra gettare la spugna anche il superdraghiano Giancarlo Giorgetti: «Mi sembra una partita molto complicata da sbloccare», commenta il ministro leghista, «anche per l’imminente scadenza elettorale. Quel richiamo al senso di responsabilità mi sembra che qualcuno l’abbia ben capito. La Lega l’ha dimostrato in questo anno e mezzo. Quello che è accaduto non doveva accadere», aggiunge Giorgetti, «ho parlato di tempi supplementari ma mi sembra che le squadre siano un po’ stanche. Un gol si può sempre segnare ma solo se si riesce a costruire un governo che sappia dire dei sì davanti a scelte impegnative. Se dobbiamo mettere in piedi un governo bloccato da veti reciproci francamente anche no, non serve a nessuno. Penso che nel tempo che abbiamo da qui a mercoledì nessuno si tiri indietro ma con chi dice no non perdiamo altro tempo». «La vedo dura», confida alla Verità un esponente del governo, «sono andati tutti troppo oltre». A proposito di ministri, Mariastella Gelmini, a quanto ci risulta, è sul punto di lasciare Forza Italia e aderire ad Azione di Carlo Calenda, magari in tandem con Giovanni Toti. Intanto, la Meloni è scatenata: «Olanda, Germania, Portogallo e Francia», scrive su Facebook la leader di Fratelli d’Italia, «sono solo alcune delle nazioni dove nell’ultimo anno, tra pandemia e guerra, si è regolarmente espressa la volontà popolare attraverso il voto. Non veniteci a parlare di responsabilità la vostra è solo paura del giudizio degli italiani. Elezioni subito». «Il tempo è poco», aggiunge col Corriere.it, «se si dovesse votare in ottobre, agli alleati di centrodestra chiederei vertici da svolgere in sedi istituzionali e dove si prendessero decisioni concrete, quindi più operativi e meno conviviali». L’ennesima stoccata a Berlusconi, che ha la quasi trentennale consuetudine di ospitare i vertici nelle sue residenze. Per la Meloni la regola che, in caso di vittoria del centrodestra, assegna la premiership al leader del primo partito della coalizione, «deve ovviamente valere anche per Fratelli d’Italia». A microfoni spenti, un esponente importante del partito della Meloni è molto sincero: «Forza Italia voterebbe qualunque governo, pur di stare ancora otto mesi al potere e non vedersi ridotta al minimo la pattuglia parlamentare dopo il voto. Tutti hanno chiaro che il centrodestra può vincere e Draghi non vuole più governare, comprensibilmente: avrebbe contro il primo partito del 2018, il M5s, e il primo partito di oggi, ovvero noi. 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Nella difficoltà di ricomporre una tela ormai sfibrata, ai tessitori del non voto è rimasto ormai un solo argomento: alimentare la paura, presentare le elezioni come un «salto nel buio», descrivere questioni reali (guerra, caro vita, crisi energetica) e temi assai gonfiati (nuove ondate Covid) come minacce rispetto alle quali l’Italia resterebbe nuda ed esposta per due o tre mesi. Ed è evidente che, se Sergio Mattarella terrà fede alla linea (legittima ma criticabilissima, e dagli esiti politici devastanti) che seguì nell’agosto del 2019 dopo la caduta del primo governo di Giuseppe Conte, quando si rifiutò di restituire la parola agli italiani e lasciò vivo un Parlamento già sfibrato e palesemente disarmonico rispetto ai nuovi orientamenti del corpo elettorale, stavolta si aggrapperà a questo appiglio. Dunque, a mio avviso, le forze di destra, sia di governo sia di opposizione (e anzi auspicabilmente coordinandosi), non dovrebbero limitarsi a invocare il voto (richiesta sacrosanta) e a rispondere nel modo più prevedibile (per quanto esatto) e cioè attribuendo ai grillini la responsabilità del caos. Invece, per togliere alibi a chi non vuol far votare agli italiani, varrebbe la pena che la destra proponesse quella che chiamerei una «chiusura ordinata della legislatura», assumendo già il tono e la postura propri di uno schieramento che - se tutto andrà per il verso giusto - avrà tra una decina di settimane la responsabilità di governare il paese. In altre parole, Fdi, Lega e Forza Italia (meglio ancora se tutti e tre insieme) potrebbero assumere pubblicamente una piccola ma decisiva serie di impegni, alcuni immediati (da realizzare nel giro di giorni, e cioè prima dell’auspicato scioglimento delle Camere), altri di periodo più dilatato (coincidente con i tre mesi, da adesso, che precedono l’insediamento del nuovo governo, a seguito del voto), e altri ancora destinati a concretizzarsi dopo l’eventuale successo elettorale. L’elenco è presto fatto. Si tratta di autorizzare, prima che il governo guidato da Mario Draghi non ci sia più (quindi in una settimana), il varo di un ultimo decreto-legge volto a mitigare gli effetti del caro vita (in modo che nessuno possa dire che lo scioglimento delle Camere abbia impedito l’adozione di un provvedimento del genere); si tratta - ancora - di negoziare con il Pd una cornice bipartisan, di serio ancoraggio atlantista, sul conflitto russo-ucraino (tenendo l’orientamento dell’Italia sul tema il più possibile estraneo alle inevitabili risse della campagna elettorale); e si tratta infine di mostrare che la coalizione che si prepara a vincere, pur senza sacrificare nulla del suo programma (auspicabilmente di netta alternativa all’esistente), si dichiara attenta e disponibile all’ascolto delle esigenze di ogni settore e forza sociale in vista della futura legge di bilancio. Fare queste cose sarebbe saggio di per sé. E contribuirebbe, tatticamente, a disarmare il partito del no alle urne: rassicurando chi - nell’elettorato - può ancora essere spaventato, e dando l’idea di una destra pronta a farsi carico del governo del paese.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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