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2022-07-16
Salvini e Berlusconi defenestrano i 5 stelle
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Ansa)
Il centrodestra di governo ha nelle sue mani il futuro della legislatura: la crisi innescata dal M5s, infatti, consegna a Lega e Forza Italia la possibilità di decidere se far votare gli italiani a ottobre, oppure a giugno, alla scadenza naturale del parlamento. Giorgia Meloni, da parte sua, continua a invocare il voto anticipato. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono in continuo contatto, ieri mattina si sono sentiti e hanno diramato un comunicato congiunto: «Lega e Forza Italia», recita la nota, «prendono atto della grave crisi politica innescata in modo irresponsabile dai 5 stelle che, come ha sottolineato il presidente Mario Draghi, ha fatto venir meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. Dopo quello che è successo, il centrodestra di governo vuole chiarezza e prende atto che non è più possibile contare sul Movimento 5 stelle in questa fase così drammatica. Noi siamo alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie», aggiungono Forza Italia e il Carroccio, «a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei no». La mossa è astuta: visto che Draghi ha più volte ripetuto «mai un governo senza il M5s», mettere nero su bianco «mai più al governo col M5s» significa intrappolare il presidente del Consiglio. Detto questo, la nota di Berlusconi e Salvini ha anche l’obiettivo di non prestare il fianco a chi tenta di far ricadere su Fi e Lega l’eventuale crisi con il voto a ottobre, tenendo anche buoni i «governisti» dei rispettivi partiti. Se Draghi accettasse di andare avanti senza il M5s, del resto, Berlusconi e Salvini avrebbero saldamente in pugno la golden share della maggioranza, e potrebbero spingere il premier a inserire nel programma del governo-bis gli argomenti che stanno a cuore al centrodestra: pace fiscale, profonda revisione se non eliminazione del reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse. Al di là delle dichiarazioni, c’è chi sinceramente auspica che Draghi vada avanti senza il M5s: «Intrappolare Draghi? Ma no», dice alla Verità una fonte molto autorevole del centrodestra di governo, «noi vogliamo che resti, perché votare ora è da pazzi. Ma con il M5s, che cambia idea ogni 5 minuti e fa follie, non ci stiamo più. Del resto», aggiunge il nostro interlocutore, «non riesco a immaginare Draghi che pianta in asso l’Italia così, senza ascoltare neanche Mattarella. Capisco che chi non si è mai occupato di politica viva con sofferenza certe dinamiche, ma non si manda allo sbando un paese per una crisi di nervi. La Meloni? Gioca una partita sua». Visione opposta da parte di big della Lega: «Non lo immagino Draghi che si rimangia tutto», sottolinea la nostra fonte, «e accetta di andare avanti senza il M5s. Certo, sarà sottoposto a mille pressioni, ma è andato troppo oltre per fare dietrofront. I governisti nel nostro partito? Possono fare poco, i gruppi parlamentari sono tutti con Salvini, le elezioni in autunno sono lo scenario più probabile».
Sembra gettare la spugna anche il superdraghiano Giancarlo Giorgetti: «Mi sembra una partita molto complicata da sbloccare», commenta il ministro leghista, «anche per l’imminente scadenza elettorale. Quel richiamo al senso di responsabilità mi sembra che qualcuno l’abbia ben capito. La Lega l’ha dimostrato in questo anno e mezzo. Quello che è accaduto non doveva accadere», aggiunge Giorgetti, «ho parlato di tempi supplementari ma mi sembra che le squadre siano un po’ stanche. Un gol si può sempre segnare ma solo se si riesce a costruire un governo che sappia dire dei sì davanti a scelte impegnative. Se dobbiamo mettere in piedi un governo bloccato da veti reciproci francamente anche no, non serve a nessuno. Penso che nel tempo che abbiamo da qui a mercoledì nessuno si tiri indietro ma con chi dice no non perdiamo altro tempo». «La vedo dura», confida alla Verità un esponente del governo, «sono andati tutti troppo oltre».
A proposito di ministri, Mariastella Gelmini, a quanto ci risulta, è sul punto di lasciare Forza Italia e aderire ad Azione di Carlo Calenda, magari in tandem con Giovanni Toti.
Intanto, la Meloni è scatenata: «Olanda, Germania, Portogallo e Francia», scrive su Facebook la leader di Fratelli d’Italia, «sono solo alcune delle nazioni dove nell’ultimo anno, tra pandemia e guerra, si è regolarmente espressa la volontà popolare attraverso il voto. Non veniteci a parlare di responsabilità la vostra è solo paura del giudizio degli italiani. Elezioni subito». «Il tempo è poco», aggiunge col Corriere.it, «se si dovesse votare in ottobre, agli alleati di centrodestra chiederei vertici da svolgere in sedi istituzionali e dove si prendessero decisioni concrete, quindi più operativi e meno conviviali». L’ennesima stoccata a Berlusconi, che ha la quasi trentennale consuetudine di ospitare i vertici nelle sue residenze. Per la Meloni la regola che, in caso di vittoria del centrodestra, assegna la premiership al leader del primo partito della coalizione, «deve ovviamente valere anche per Fratelli d’Italia». A microfoni spenti, un esponente importante del partito della Meloni è molto sincero: «Forza Italia voterebbe qualunque governo, pur di stare ancora otto mesi al potere e non vedersi ridotta al minimo la pattuglia parlamentare dopo il voto. Tutti hanno chiaro che il centrodestra può vincere e Draghi non vuole più governare, comprensibilmente: avrebbe contro il primo partito del 2018, il M5s, e il primo partito di oggi, ovvero noi. Altro che unità nazionale».
Caro vita, guerra e legge di bilancio. La coalizione offra una fine ordinata
Cinque giorni - nel labirinto dei palazzi romani - possono essere lunghissimi. E dunque non è il caso di vendere la pelle dell’orso prima del tempo: per quanto la prima giornata, quella di ieri, visto il perdurante psicodramma grillino, abbia avvicinato l’esito più ragionevole e più auspicabile della crisi - e cioè le elezioni -, fino all’ultimo occorre temere manovre di segno contrario, volte a evitare con qualunque scusa o pretesto lo scioglimento delle Camere.
Nella difficoltà di ricomporre una tela ormai sfibrata, ai tessitori del non voto è rimasto ormai un solo argomento: alimentare la paura, presentare le elezioni come un «salto nel buio», descrivere questioni reali (guerra, caro vita, crisi energetica) e temi assai gonfiati (nuove ondate Covid) come minacce rispetto alle quali l’Italia resterebbe nuda ed esposta per due o tre mesi. Ed è evidente che, se Sergio Mattarella terrà fede alla linea (legittima ma criticabilissima, e dagli esiti politici devastanti) che seguì nell’agosto del 2019 dopo la caduta del primo governo di Giuseppe Conte, quando si rifiutò di restituire la parola agli italiani e lasciò vivo un Parlamento già sfibrato e palesemente disarmonico rispetto ai nuovi orientamenti del corpo elettorale, stavolta si aggrapperà a questo appiglio.
Dunque, a mio avviso, le forze di destra, sia di governo sia di opposizione (e anzi auspicabilmente coordinandosi), non dovrebbero limitarsi a invocare il voto (richiesta sacrosanta) e a rispondere nel modo più prevedibile (per quanto esatto) e cioè attribuendo ai grillini la responsabilità del caos. Invece, per togliere alibi a chi non vuol far votare agli italiani, varrebbe la pena che la destra proponesse quella che chiamerei una «chiusura ordinata della legislatura», assumendo già il tono e la postura propri di uno schieramento che - se tutto andrà per il verso giusto - avrà tra una decina di settimane la responsabilità di governare il paese.
In altre parole, Fdi, Lega e Forza Italia (meglio ancora se tutti e tre insieme) potrebbero assumere pubblicamente una piccola ma decisiva serie di impegni, alcuni immediati (da realizzare nel giro di giorni, e cioè prima dell’auspicato scioglimento delle Camere), altri di periodo più dilatato (coincidente con i tre mesi, da adesso, che precedono l’insediamento del nuovo governo, a seguito del voto), e altri ancora destinati a concretizzarsi dopo l’eventuale successo elettorale.
L’elenco è presto fatto. Si tratta di autorizzare, prima che il governo guidato da Mario Draghi non ci sia più (quindi in una settimana), il varo di un ultimo decreto-legge volto a mitigare gli effetti del caro vita (in modo che nessuno possa dire che lo scioglimento delle Camere abbia impedito l’adozione di un provvedimento del genere); si tratta - ancora - di negoziare con il Pd una cornice bipartisan, di serio ancoraggio atlantista, sul conflitto russo-ucraino (tenendo l’orientamento dell’Italia sul tema il più possibile estraneo alle inevitabili risse della campagna elettorale); e si tratta infine di mostrare che la coalizione che si prepara a vincere, pur senza sacrificare nulla del suo programma (auspicabilmente di netta alternativa all’esistente), si dichiara attenta e disponibile all’ascolto delle esigenze di ogni settore e forza sociale in vista della futura legge di bilancio.
Fare queste cose sarebbe saggio di per sé. E contribuirebbe, tatticamente, a disarmare il partito del no alle urne: rassicurando chi - nell’elettorato - può ancora essere spaventato, e dando l’idea di una destra pronta a farsi carico del governo del paese.
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I due leader chiudono ad accordi con i grillini: «Non ci si può contare». Senza di loro, un nuovo esecutivo penderebbe più a destra. Persino Giancarlo Giorgetti, però, vede il voto anticipato. In Fdi sospetti sugli azzurri: «Pur di tirare avanti, direbbero sì a qualsiasi soluzione».Caro vita, guerra e legge di bilancio. La coalizione offra una fine ordinata. Gli alleati adottino una postura rassicurante per facilitare il percorso verso le urne.Lo speciale comprende due articoli.Il centrodestra di governo ha nelle sue mani il futuro della legislatura: la crisi innescata dal M5s, infatti, consegna a Lega e Forza Italia la possibilità di decidere se far votare gli italiani a ottobre, oppure a giugno, alla scadenza naturale del parlamento. Giorgia Meloni, da parte sua, continua a invocare il voto anticipato. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono in continuo contatto, ieri mattina si sono sentiti e hanno diramato un comunicato congiunto: «Lega e Forza Italia», recita la nota, «prendono atto della grave crisi politica innescata in modo irresponsabile dai 5 stelle che, come ha sottolineato il presidente Mario Draghi, ha fatto venir meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. Dopo quello che è successo, il centrodestra di governo vuole chiarezza e prende atto che non è più possibile contare sul Movimento 5 stelle in questa fase così drammatica. Noi siamo alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie», aggiungono Forza Italia e il Carroccio, «a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei no». La mossa è astuta: visto che Draghi ha più volte ripetuto «mai un governo senza il M5s», mettere nero su bianco «mai più al governo col M5s» significa intrappolare il presidente del Consiglio. Detto questo, la nota di Berlusconi e Salvini ha anche l’obiettivo di non prestare il fianco a chi tenta di far ricadere su Fi e Lega l’eventuale crisi con il voto a ottobre, tenendo anche buoni i «governisti» dei rispettivi partiti. Se Draghi accettasse di andare avanti senza il M5s, del resto, Berlusconi e Salvini avrebbero saldamente in pugno la golden share della maggioranza, e potrebbero spingere il premier a inserire nel programma del governo-bis gli argomenti che stanno a cuore al centrodestra: pace fiscale, profonda revisione se non eliminazione del reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse. Al di là delle dichiarazioni, c’è chi sinceramente auspica che Draghi vada avanti senza il M5s: «Intrappolare Draghi? Ma no», dice alla Verità una fonte molto autorevole del centrodestra di governo, «noi vogliamo che resti, perché votare ora è da pazzi. Ma con il M5s, che cambia idea ogni 5 minuti e fa follie, non ci stiamo più. Del resto», aggiunge il nostro interlocutore, «non riesco a immaginare Draghi che pianta in asso l’Italia così, senza ascoltare neanche Mattarella. Capisco che chi non si è mai occupato di politica viva con sofferenza certe dinamiche, ma non si manda allo sbando un paese per una crisi di nervi. La Meloni? Gioca una partita sua». Visione opposta da parte di big della Lega: «Non lo immagino Draghi che si rimangia tutto», sottolinea la nostra fonte, «e accetta di andare avanti senza il M5s. Certo, sarà sottoposto a mille pressioni, ma è andato troppo oltre per fare dietrofront. I governisti nel nostro partito? Possono fare poco, i gruppi parlamentari sono tutti con Salvini, le elezioni in autunno sono lo scenario più probabile». Sembra gettare la spugna anche il superdraghiano Giancarlo Giorgetti: «Mi sembra una partita molto complicata da sbloccare», commenta il ministro leghista, «anche per l’imminente scadenza elettorale. Quel richiamo al senso di responsabilità mi sembra che qualcuno l’abbia ben capito. La Lega l’ha dimostrato in questo anno e mezzo. Quello che è accaduto non doveva accadere», aggiunge Giorgetti, «ho parlato di tempi supplementari ma mi sembra che le squadre siano un po’ stanche. Un gol si può sempre segnare ma solo se si riesce a costruire un governo che sappia dire dei sì davanti a scelte impegnative. Se dobbiamo mettere in piedi un governo bloccato da veti reciproci francamente anche no, non serve a nessuno. Penso che nel tempo che abbiamo da qui a mercoledì nessuno si tiri indietro ma con chi dice no non perdiamo altro tempo». «La vedo dura», confida alla Verità un esponente del governo, «sono andati tutti troppo oltre». A proposito di ministri, Mariastella Gelmini, a quanto ci risulta, è sul punto di lasciare Forza Italia e aderire ad Azione di Carlo Calenda, magari in tandem con Giovanni Toti. Intanto, la Meloni è scatenata: «Olanda, Germania, Portogallo e Francia», scrive su Facebook la leader di Fratelli d’Italia, «sono solo alcune delle nazioni dove nell’ultimo anno, tra pandemia e guerra, si è regolarmente espressa la volontà popolare attraverso il voto. Non veniteci a parlare di responsabilità la vostra è solo paura del giudizio degli italiani. Elezioni subito». «Il tempo è poco», aggiunge col Corriere.it, «se si dovesse votare in ottobre, agli alleati di centrodestra chiederei vertici da svolgere in sedi istituzionali e dove si prendessero decisioni concrete, quindi più operativi e meno conviviali». L’ennesima stoccata a Berlusconi, che ha la quasi trentennale consuetudine di ospitare i vertici nelle sue residenze. Per la Meloni la regola che, in caso di vittoria del centrodestra, assegna la premiership al leader del primo partito della coalizione, «deve ovviamente valere anche per Fratelli d’Italia». A microfoni spenti, un esponente importante del partito della Meloni è molto sincero: «Forza Italia voterebbe qualunque governo, pur di stare ancora otto mesi al potere e non vedersi ridotta al minimo la pattuglia parlamentare dopo il voto. Tutti hanno chiaro che il centrodestra può vincere e Draghi non vuole più governare, comprensibilmente: avrebbe contro il primo partito del 2018, il M5s, e il primo partito di oggi, ovvero noi. Altro che unità nazionale». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-e-berlusconi-defenestrano-i-5-stelle-2657680987.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="caro-vita-guerra-e-legge-di-bilancio-la-coalizione-offra-una-fine-ordinata" data-post-id="2657680987" data-published-at="1657925425" data-use-pagination="False"> Caro vita, guerra e legge di bilancio. La coalizione offra una fine ordinata Cinque giorni - nel labirinto dei palazzi romani - possono essere lunghissimi. E dunque non è il caso di vendere la pelle dell’orso prima del tempo: per quanto la prima giornata, quella di ieri, visto il perdurante psicodramma grillino, abbia avvicinato l’esito più ragionevole e più auspicabile della crisi - e cioè le elezioni -, fino all’ultimo occorre temere manovre di segno contrario, volte a evitare con qualunque scusa o pretesto lo scioglimento delle Camere. Nella difficoltà di ricomporre una tela ormai sfibrata, ai tessitori del non voto è rimasto ormai un solo argomento: alimentare la paura, presentare le elezioni come un «salto nel buio», descrivere questioni reali (guerra, caro vita, crisi energetica) e temi assai gonfiati (nuove ondate Covid) come minacce rispetto alle quali l’Italia resterebbe nuda ed esposta per due o tre mesi. Ed è evidente che, se Sergio Mattarella terrà fede alla linea (legittima ma criticabilissima, e dagli esiti politici devastanti) che seguì nell’agosto del 2019 dopo la caduta del primo governo di Giuseppe Conte, quando si rifiutò di restituire la parola agli italiani e lasciò vivo un Parlamento già sfibrato e palesemente disarmonico rispetto ai nuovi orientamenti del corpo elettorale, stavolta si aggrapperà a questo appiglio. Dunque, a mio avviso, le forze di destra, sia di governo sia di opposizione (e anzi auspicabilmente coordinandosi), non dovrebbero limitarsi a invocare il voto (richiesta sacrosanta) e a rispondere nel modo più prevedibile (per quanto esatto) e cioè attribuendo ai grillini la responsabilità del caos. Invece, per togliere alibi a chi non vuol far votare agli italiani, varrebbe la pena che la destra proponesse quella che chiamerei una «chiusura ordinata della legislatura», assumendo già il tono e la postura propri di uno schieramento che - se tutto andrà per il verso giusto - avrà tra una decina di settimane la responsabilità di governare il paese. In altre parole, Fdi, Lega e Forza Italia (meglio ancora se tutti e tre insieme) potrebbero assumere pubblicamente una piccola ma decisiva serie di impegni, alcuni immediati (da realizzare nel giro di giorni, e cioè prima dell’auspicato scioglimento delle Camere), altri di periodo più dilatato (coincidente con i tre mesi, da adesso, che precedono l’insediamento del nuovo governo, a seguito del voto), e altri ancora destinati a concretizzarsi dopo l’eventuale successo elettorale. L’elenco è presto fatto. Si tratta di autorizzare, prima che il governo guidato da Mario Draghi non ci sia più (quindi in una settimana), il varo di un ultimo decreto-legge volto a mitigare gli effetti del caro vita (in modo che nessuno possa dire che lo scioglimento delle Camere abbia impedito l’adozione di un provvedimento del genere); si tratta - ancora - di negoziare con il Pd una cornice bipartisan, di serio ancoraggio atlantista, sul conflitto russo-ucraino (tenendo l’orientamento dell’Italia sul tema il più possibile estraneo alle inevitabili risse della campagna elettorale); e si tratta infine di mostrare che la coalizione che si prepara a vincere, pur senza sacrificare nulla del suo programma (auspicabilmente di netta alternativa all’esistente), si dichiara attenta e disponibile all’ascolto delle esigenze di ogni settore e forza sociale in vista della futura legge di bilancio. Fare queste cose sarebbe saggio di per sé. E contribuirebbe, tatticamente, a disarmare il partito del no alle urne: rassicurando chi - nell’elettorato - può ancora essere spaventato, e dando l’idea di una destra pronta a farsi carico del governo del paese.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.