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2025-09-25
La sinistra fa un Salis-scendi sull’immunità
Ilaria Salis (Ansa)
«Per gli amici tutto, per i nemici la legge». Il vecchio, cinico motto di Giovanni Giolitti nella versione adattata ai tempi grami di Tangentopoli non passa mai di moda. Anzi rimane un principio assoluto nella lotta politica da basso impero. Ieri è stato allegramente evocato dalla sinistra, impegnata a fingere di difendere «la dignità delle istituzioni». Lo ha fatto Ilaria Cucchi, infastidita dalla decisione della Giunta per le immunità del Senato di dare parere favorevole sull’esistenza di un conflitto di attribuzione a Milano nel processo al ministro Daniela Santanchè.
Ora la parola passa all’Aula che voterà il 30 settembre, ma la senatrice di Avs ha già espresso il pollice verso, accompagnandolo con motivazioni da vestale di diritto costituzionale, a metà strada fra Nilde Iotti e Tina Anselmi. «Il voto di oggi non riguarda la carriera politica della ministra Santanchè», ha tuonato Cucchi. «Ma la dignità delle istituzioni e il rispetto della giustizia. La maggioranza ha scelto di piegare la Costituzione per evitare il processo a un’esponente di governo accusata di frode ai danni dello Stato. Così si tradisce la fiducia dei cittadini e si difendono solo privilegi di parte».
La spiegazione è dadaista perché al momento dell’intervento non erano ancora trascorse 24 ore dalla festa mobile che la stessa parte politica aveva inscenato per la mancata autorizzazione a procedere della commissione Affari legali dell’Eurocamera nei confronti di Ilaria Salis, compagna di partito di lady Cucchi, salvata dal processo di Budapest per un voto determinato da accordicchi di corridoio. La dignità delle istituzioni e il rispetto della giustizia, prostrati da esecrabili attentati del governo cattivo il mercoledì, erano rimasti intatti nel loro fulgore democratico il martedì quando faceva comodo agli okkupatori di abitazioni altrui, nonché sprangatori di manifestanti ungheresi troppo di destra per i gusti dei leonka di turno.
Ilaria Cucchi va capita. Per lei e per la cultura da comitato centrale della sua parte politica, garantismo e giustizialismo, con oltre due secoli di storie e ragioni contrapposte, non esistono. Sarebbe troppo complicato argomentarne le differenze, coglierne le sfumature. Esiste invece qualcosa di più elementare: gli amici devono danzare liberi, i nemici devono marcire in galera. Venerdì di magro e sabato trippa. Così la «dignità delle istituzioni» diventa un menù à la carte e il Parlamento un ristorante nel quale si cucina qualsiasi cosa in nome dell’ideologia. Di conseguenza, secondo la più manichea delle visioni del mondo progressista, Santanchè non dovrebbe utilizzare nessuno strumento che la legge le mette a disposizione.
La ministra, accusata di falso ideologico e truffa ai danni dell’Inps, sostiene che l’acquisizione di mail, chat e registrazioni da parte dei pm milanesi sia avvenuta senza l’autorizzazione preventiva, richiesta per i parlamentari proprio dall’articolo 68 della Costituzione. «La Procura ha utilizzato la trascrizione di conversazioni registrate da un privato, nascostamente», ha sottolineato Erika Stefani, senatrice della Lega che ha illustrato la vicenda davanti alla Giunta per le immunità. In questo caso le comunicazioni digitali non dovrebbero far parte degli atti processuali, allungando i tempi dell’eventuale rinvio a giudizio. La prossima udienza, con interrogatorio di Santanchè, è fissata il 17 ottobre. Da parte dell’accusa si fa notare che le conversazioni registrate da un cittadino non dovrebbero essere considerate intercettazioni. Insomma, materia per la Corte costituzionale.
Impegnata a galleggiare nello stagno delle contraddizioni, la Cucchi non accetta ulteriori distinguo e calca la mano: «Ecco un’altra pagina nera per la nostra democrazia. La destra si presenta come paladina degli italiani, ma ha scelto di proteggere sé stessa e non il Paese. Noi diciamo no, perché crediamo che onestà e credibilità vengano prima di qualsiasi poltrona». Anche qui, in nome degli alti principi giuridici, siamo al balletto delle convenienze. Il condannato Mimmo Lucano (Avs) non avrebbe creato alcun problema alla «dignità delle istituzioni» se candidato ed eletto in Calabria. Il gatto con gli stivali Aboubakar Soumahoro (ex Avs) rimane un genio dell’agricoltura bio. Invece per gli stessi irreprensibili custodi della Carta, Matteo Salvini meritava i ceppi per aver contrastato l’immigrazione clandestina. E Giuseppe Conte? Un bandito quando era a Palazzo Chigi con la Lega, un fulgido esempio di correttezza istituzionale da quando passeggia dentro il recinto del campo largo.
È il Cucchi style, quello che fece cacciare Silvio Berlusconi dal Senato (il pianeta rosso votò in blocco, Matteo Renzi si esibì nel triste «game over») e impedisce il ripristino dell’immunità parlamentare. L’equivoco perseguimento del tornaconto immediato è un male della sinistra dai tempi di Mani pulite, quando si convinse che i pm erano suoi grandi elettori e cominciò ad accarezzarne il pelo per garantirsi un viatico politico per via giudiziaria. Da allora tifare sguaiatamente per le manette altrui è diventato il suo sport preferito. Quanto alle proprie, chi le evoca è un fascista. Un atteggiamento meschino in capo al quale vale un altro vecchio e cinico motto: accarezzare il coccodrillo nella speranza di essere mangiati per ultimi.
Negare il processo alla deputata significa tradire l’ordinamento Ue
Il caso di Ilaria Salis, eletta al Parlamento europeo nel giugno 2024 nelle liste di Alleanza verdi e sinistra e iscritta al gruppo The Left, rappresenta un banco di prova cruciale per la comprensione dell’immunità parlamentare nell’ordinamento dell’Unione europea. La deputata, com’è noto, è sottoposta a procedimento penale in Ungheria per fatti risalenti al 2023, antecedenti alla sua elezione e privi di connessione con l’attività parlamentare. Alcuni giorni fa la Commissione per gli Affari giuridici (Juri) ha espresso parere contrario (non vincolante) alla revoca dell’immunità, con una maggioranza risicata (13 voti contro 12). Tale decisione, tuttavia, non è definitiva: la competenza spetta al plenum, che potrà deliberare in senso opposto nella prossima sessione. La disciplina applicabile è quella dell’articolo 9 del Protocollo n. 7 sullo Statuto dei deputati del Parlamento europeo, che estende loro le immunità riconosciute ai parlamentari nazionali. Questa prerogativa, però, non è concepita come privilegio personale, bensì come garanzia funzionale dell’indipendenza del Parlamento rispetto a indebite pressioni giudiziarie o politiche. La ratio è chiara: proteggere la funzione, non la persona in quanto tale.L’obiezione secondo la quale la revoca dell’immunità esporrebbe Ilaria Salis al rischio di strumentalizzazione politica da parte della giurisdizione ungherese, con conseguente compromissione della sua libertà parlamentare, non risulta così pregnante. L’argomento, infatti, appare eccessivamente dilatato. Se fosse accolto in via generale, allora qualunque procedimento penale contro un parlamentare dovrebbe essere sospeso per il solo timore di un uso politico della giurisdizione, con il risultato di trasformare l’immunità in uno scudo assoluto e permanente. In tal modo, l’istituto perderebbe la sua natura funzionale e degenererebbe in privilegio, negando il principio dell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge.Nell’ordinamento dell’Unione europea, la Carta dei diritti fondamentali, inserita nel Trattato di Lisbona del 2007, assicura il diritto a un equo processo (articolo 47), con giudice indipendente e imparziale, ragionevole durata e diritto a un ricorso effettivo; la presunzione di innocenza e i diritti della difesa (articolo 48) sono poi rafforzati dalla Direttiva (Ue) 2016/343, che stabilisce standard minimi uniformi proprio in materia di presunzione di innocenza e diritto a presenziare al processo. A questo si aggiunga che, anche livello convenzionale, l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea dei diritti umani del 1950) ribadisce il diritto a un processo equo, pubblico e contraddittorio, con adeguate garanzie difensive. Tutti aspetti i quali si aggiungono agli strumenti di tutela interni all’ordinamento ungherese. In tale prospettiva, la situazione di Salis appare davvero paradigmatica. Poiché i fatti contestati sono anteriori all’elezione e del tutto estranei alla funzione parlamentare, non sussiste alcun nesso funzionale che giustifichi il mantenimento dell’immunità. Revocarla non significherebbe comprimere in alcun modo la libertà parlamentare, che riguarda il libero esercizio di parola, voto e deliberazione all’interno dell’assemblea, ma semplicemente consentire che la persona risponda, con tutte le garanzie, delle accuse mosse a suo carico. Al contrario, mantenere l’immunità in simili circostanze equivarrebbe a rovesciarne il fondamento, trasformando una garanzia dell’istituzione in un privilegio individuale contrario al principio di legalità.Il Parlamento europeo, chiamato a pronunciarsi in seduta plenaria ad ottobre, dovrà distinguere con rigore tra immunità e impunità. La prima tutela la funzione, la seconda la nega. Solo se la revoca verrà deliberata, si potrà dire che l’Unione ha mantenuto fede alla propria vocazione giuridica: essere ordinamento di libertà e responsabilità, in cui nessun mandato rappresentativo cancella il vincolo della legge comune e in cui il rispetto della funzione parlamentare non si traduce in immunità personale illimitata, restando strumento mirato a preservare la dignità e l’indipendenza dell’istituzione.
*Ssml/Istituto di grado universitario «san Domenico» di Roma
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Gli stessi che hanno reso intoccabile la militante arruolata da Bonelli e Fratoianni si stracciano le vesti perché il Senato soccorre la Santanchè sull’uso improprio di alcune trascrizioni. La Cucchi, anche lei di Avs, ha la faccia tosta di tuonare: «Lese le istituzioni».I fatti contestati non c’entrano con l’attività parlamentare dell’esponente di The Left.Lo speciale contiene due articoli.«Per gli amici tutto, per i nemici la legge». Il vecchio, cinico motto di Giovanni Giolitti nella versione adattata ai tempi grami di Tangentopoli non passa mai di moda. Anzi rimane un principio assoluto nella lotta politica da basso impero. Ieri è stato allegramente evocato dalla sinistra, impegnata a fingere di difendere «la dignità delle istituzioni». Lo ha fatto Ilaria Cucchi, infastidita dalla decisione della Giunta per le immunità del Senato di dare parere favorevole sull’esistenza di un conflitto di attribuzione a Milano nel processo al ministro Daniela Santanchè.Ora la parola passa all’Aula che voterà il 30 settembre, ma la senatrice di Avs ha già espresso il pollice verso, accompagnandolo con motivazioni da vestale di diritto costituzionale, a metà strada fra Nilde Iotti e Tina Anselmi. «Il voto di oggi non riguarda la carriera politica della ministra Santanchè», ha tuonato Cucchi. «Ma la dignità delle istituzioni e il rispetto della giustizia. La maggioranza ha scelto di piegare la Costituzione per evitare il processo a un’esponente di governo accusata di frode ai danni dello Stato. Così si tradisce la fiducia dei cittadini e si difendono solo privilegi di parte».La spiegazione è dadaista perché al momento dell’intervento non erano ancora trascorse 24 ore dalla festa mobile che la stessa parte politica aveva inscenato per la mancata autorizzazione a procedere della commissione Affari legali dell’Eurocamera nei confronti di Ilaria Salis, compagna di partito di lady Cucchi, salvata dal processo di Budapest per un voto determinato da accordicchi di corridoio. La dignità delle istituzioni e il rispetto della giustizia, prostrati da esecrabili attentati del governo cattivo il mercoledì, erano rimasti intatti nel loro fulgore democratico il martedì quando faceva comodo agli okkupatori di abitazioni altrui, nonché sprangatori di manifestanti ungheresi troppo di destra per i gusti dei leonka di turno.Ilaria Cucchi va capita. Per lei e per la cultura da comitato centrale della sua parte politica, garantismo e giustizialismo, con oltre due secoli di storie e ragioni contrapposte, non esistono. Sarebbe troppo complicato argomentarne le differenze, coglierne le sfumature. Esiste invece qualcosa di più elementare: gli amici devono danzare liberi, i nemici devono marcire in galera. Venerdì di magro e sabato trippa. Così la «dignità delle istituzioni» diventa un menù à la carte e il Parlamento un ristorante nel quale si cucina qualsiasi cosa in nome dell’ideologia. Di conseguenza, secondo la più manichea delle visioni del mondo progressista, Santanchè non dovrebbe utilizzare nessuno strumento che la legge le mette a disposizione. La ministra, accusata di falso ideologico e truffa ai danni dell’Inps, sostiene che l’acquisizione di mail, chat e registrazioni da parte dei pm milanesi sia avvenuta senza l’autorizzazione preventiva, richiesta per i parlamentari proprio dall’articolo 68 della Costituzione. «La Procura ha utilizzato la trascrizione di conversazioni registrate da un privato, nascostamente», ha sottolineato Erika Stefani, senatrice della Lega che ha illustrato la vicenda davanti alla Giunta per le immunità. In questo caso le comunicazioni digitali non dovrebbero far parte degli atti processuali, allungando i tempi dell’eventuale rinvio a giudizio. La prossima udienza, con interrogatorio di Santanchè, è fissata il 17 ottobre. Da parte dell’accusa si fa notare che le conversazioni registrate da un cittadino non dovrebbero essere considerate intercettazioni. Insomma, materia per la Corte costituzionale. Impegnata a galleggiare nello stagno delle contraddizioni, la Cucchi non accetta ulteriori distinguo e calca la mano: «Ecco un’altra pagina nera per la nostra democrazia. La destra si presenta come paladina degli italiani, ma ha scelto di proteggere sé stessa e non il Paese. Noi diciamo no, perché crediamo che onestà e credibilità vengano prima di qualsiasi poltrona». Anche qui, in nome degli alti principi giuridici, siamo al balletto delle convenienze. Il condannato Mimmo Lucano (Avs) non avrebbe creato alcun problema alla «dignità delle istituzioni» se candidato ed eletto in Calabria. Il gatto con gli stivali Aboubakar Soumahoro (ex Avs) rimane un genio dell’agricoltura bio. Invece per gli stessi irreprensibili custodi della Carta, Matteo Salvini meritava i ceppi per aver contrastato l’immigrazione clandestina. E Giuseppe Conte? Un bandito quando era a Palazzo Chigi con la Lega, un fulgido esempio di correttezza istituzionale da quando passeggia dentro il recinto del campo largo.È il Cucchi style, quello che fece cacciare Silvio Berlusconi dal Senato (il pianeta rosso votò in blocco, Matteo Renzi si esibì nel triste «game over») e impedisce il ripristino dell’immunità parlamentare. L’equivoco perseguimento del tornaconto immediato è un male della sinistra dai tempi di Mani pulite, quando si convinse che i pm erano suoi grandi elettori e cominciò ad accarezzarne il pelo per garantirsi un viatico politico per via giudiziaria. Da allora tifare sguaiatamente per le manette altrui è diventato il suo sport preferito. Quanto alle proprie, chi le evoca è un fascista. Un atteggiamento meschino in capo al quale vale un altro vecchio e cinico motto: accarezzare il coccodrillo nella speranza di essere mangiati per ultimi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salis-scendi-sullimmunita-2674032082.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="negare-il-processo-alla-deputata-significa-tradire-lordinamento-ue" data-post-id="2674032082" data-published-at="1758796326" data-use-pagination="False"> Negare il processo alla deputata significa tradire l’ordinamento Ue Il caso di Ilaria Salis, eletta al Parlamento europeo nel giugno 2024 nelle liste di Alleanza verdi e sinistra e iscritta al gruppo The Left, rappresenta un banco di prova cruciale per la comprensione dell’immunità parlamentare nell’ordinamento dell’Unione europea. La deputata, com’è noto, è sottoposta a procedimento penale in Ungheria per fatti risalenti al 2023, antecedenti alla sua elezione e privi di connessione con l’attività parlamentare. Alcuni giorni fa la Commissione per gli Affari giuridici (Juri) ha espresso parere contrario (non vincolante) alla revoca dell’immunità, con una maggioranza risicata (13 voti contro 12). Tale decisione, tuttavia, non è definitiva: la competenza spetta al plenum, che potrà deliberare in senso opposto nella prossima sessione. La disciplina applicabile è quella dell’articolo 9 del Protocollo n. 7 sullo Statuto dei deputati del Parlamento europeo, che estende loro le immunità riconosciute ai parlamentari nazionali. Questa prerogativa, però, non è concepita come privilegio personale, bensì come garanzia funzionale dell’indipendenza del Parlamento rispetto a indebite pressioni giudiziarie o politiche. La ratio è chiara: proteggere la funzione, non la persona in quanto tale.L’obiezione secondo la quale la revoca dell’immunità esporrebbe Ilaria Salis al rischio di strumentalizzazione politica da parte della giurisdizione ungherese, con conseguente compromissione della sua libertà parlamentare, non risulta così pregnante. L’argomento, infatti, appare eccessivamente dilatato. Se fosse accolto in via generale, allora qualunque procedimento penale contro un parlamentare dovrebbe essere sospeso per il solo timore di un uso politico della giurisdizione, con il risultato di trasformare l’immunità in uno scudo assoluto e permanente. In tal modo, l’istituto perderebbe la sua natura funzionale e degenererebbe in privilegio, negando il principio dell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge.Nell’ordinamento dell’Unione europea, la Carta dei diritti fondamentali, inserita nel Trattato di Lisbona del 2007, assicura il diritto a un equo processo (articolo 47), con giudice indipendente e imparziale, ragionevole durata e diritto a un ricorso effettivo; la presunzione di innocenza e i diritti della difesa (articolo 48) sono poi rafforzati dalla Direttiva (Ue) 2016/343, che stabilisce standard minimi uniformi proprio in materia di presunzione di innocenza e diritto a presenziare al processo. A questo si aggiunga che, anche livello convenzionale, l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea dei diritti umani del 1950) ribadisce il diritto a un processo equo, pubblico e contraddittorio, con adeguate garanzie difensive. Tutti aspetti i quali si aggiungono agli strumenti di tutela interni all’ordinamento ungherese. In tale prospettiva, la situazione di Salis appare davvero paradigmatica. Poiché i fatti contestati sono anteriori all’elezione e del tutto estranei alla funzione parlamentare, non sussiste alcun nesso funzionale che giustifichi il mantenimento dell’immunità. Revocarla non significherebbe comprimere in alcun modo la libertà parlamentare, che riguarda il libero esercizio di parola, voto e deliberazione all’interno dell’assemblea, ma semplicemente consentire che la persona risponda, con tutte le garanzie, delle accuse mosse a suo carico. Al contrario, mantenere l’immunità in simili circostanze equivarrebbe a rovesciarne il fondamento, trasformando una garanzia dell’istituzione in un privilegio individuale contrario al principio di legalità.Il Parlamento europeo, chiamato a pronunciarsi in seduta plenaria ad ottobre, dovrà distinguere con rigore tra immunità e impunità. La prima tutela la funzione, la seconda la nega. Solo se la revoca verrà deliberata, si potrà dire che l’Unione ha mantenuto fede alla propria vocazione giuridica: essere ordinamento di libertà e responsabilità, in cui nessun mandato rappresentativo cancella il vincolo della legge comune e in cui il rispetto della funzione parlamentare non si traduce in immunità personale illimitata, restando strumento mirato a preservare la dignità e l’indipendenza dell’istituzione.*Ssml/Istituto di grado universitario «san Domenico» di Roma
I progressisti esultano per il nuovo premier ungherese. Che vuole chiudere le frontiere ed esalta Meloni. È l’ultimo cortocircuito dei compagni.
«Non c’è altro tempo per discutere, ora occorre reagire sospendendo il Patto di stabilità». Lo ha dichiarato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy durante Vinitaly 2026.
Angelo Bonelli con Elly Schlein (Ansa)
Il lunedì del «prenda posizione» questa volta è davvero originale perché vede noti mangiapreti come Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, Angelo Bonelli vestirsi da chierichetti (ed Elly Schlein da suora) pur di sollecitare, premere, incalzare la maggioranza a fare qualcosa di scontato: difendere papa Leone XIV dalle insolenti parole di Donald Trump.
Tutti reduci dalla notte dell’Innominato, tutti in processione con i ceri al posto dei vessilli della Cgil. La scena è singolare, i teologi usciti dal comitato centrale mettono perfino tenerezza. Bonelli parla di blasfemia con la giugulare gonfia neanche fosse un allievo di don Baget Bozzo: «Giorgia Meloni augura buon viaggio al Papa in Africa ma tace vergognosamente sulla blasfemia di Trump. Da cattolico sono indignato. Meloni richiami l’ambasciatore Usa e pretenda le scuse formali». Il leader di Avs è così disturbato da scambiare la premier per una papessa o per il cardinale Pietro Parolin, attribuendole doveri di supplenza nella diplomazia vaticana.
Il fastidio degli adoratori dei sassi dell’Adige è curiosamente determinato dal tono della solidarietà di Giorgia Meloni al pontefice, ritenuto troppo poco papalino. «Desidero rivolgere al Papa il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa», aveva vergato in mattinata la premier. «Possa il Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace nel solco tracciato dai suoi predecessori». Non essendoci la parola «Trump» si era scatenata la bagarre.
Così Meloni ha ritenuto di precisare qualche ora più tardi: «Pensavo che il senso della mia dichiarazione fosse chiaro, ma lo ribadisco. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». La polemica dell’opposizione è palesemente strumentale anche perché lo stesso tono istituzionale utilizzato da palazzo Chigi percorre l’augurio di Sergio Mattarella: non nomina mai la Casa Bianca ma nessuno si permette di «vergognarsi».
La processione continua. Nicola Zingaretti sgomita per mostrarsi in prima fila sul sagrato: «Non siamo di fronte a una divergenza politica ma a un tentativo esplicito di piegare l’autorità morale a una logica di propaganda. Noi stiamo con il Papa». E ci mancherebbe. Con un dettaglio inedito: è la prima volta. Perché a fungere oggi da guardie svizzere sono gli stessi leader politici schierati da anni e in modo ferreo con l’aborto «senza se e senza ma», con l’utero in affitto e i bambini comprati nelle fiere, con l’eutanasia come ultima allegra scampagnata. Punti fermi dell’ideologia progressista che vedono il pontefice da 2.000 anni sull’altro fronte. Perfino più vicino, nei valori non negoziabili, a Trump che a loro.
Elly Schlein da sempre ripete: «Non sono credente, sono laica». Ma non potendo farsi sorprendere dagli autonominati «catechisti per un giorno» decide di indossare il velo con buone ragioni: «Insultare il Papa per il suo fortissimo richiamo alla pace, al dialogo e alla dignità umana è un atto gravissimo che rivela fino in fondo la cultura della sopraffazione di chi non tollera voci libere». Tra i finti flagellanti c’è anche Matteo Renzi in fiocchetto e bermuda da capo scout. È meraviglioso vedere prìncipi e vestali del laicismo anticlericale aggrapparsi alla veste bianca per opportunismo politico. «I Trump passano, i papi restano. Ma non c’è nessuno che sventolava il cappellino Maga che oggi avverta il bisogno di stigmatizzare l’attacco della Casa Bianca? Tajani è ancora a Cologno Monzese a rapporto? Salvini potrà mai ritrovare la favella?».
Sempre concentrato su se stesso, il poco credibile prevosto di Italia viva si era dimenticato di aprire la homepage di tutti i siti. Matteo Salvini: «Se c’è una persona che si sta spendendo sul tema della pace e sulla soluzione del conflitto è papa Leone. Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale di miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare». Antonio Tajani: «Nutro grandissimo rispetto nei confronti del Papa; è un uomo forte, determinato, parla di fede e di pace dal primo giorno. Condivido profondamente il suo pensiero». Maurizio Lupi (Noi Moderati): «Solidarietà piena al pontefice dopo le inopportune parole di Trump. In un tempo pieno di incertezze e irrazionalità è ancora una volta la Chiesa a indicare la via».
Tutto rientrato nell’alveo di un’intelligente normalità? No, perché quando arriva il vespro si materializza Giuseppe Conte. «Le parole del Papa sono la migliore reazione agli inqualificabili attacchi di Trump. Però Meloni, madre cristiana, ancora non si è schierata. Prenda posizione». Lo ha fatto due volte, ma nell’oratorio del centrosinistra la realtà è un optional.
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Trump nei panni di Gesù nell'immagine postata su Truth (Ansa)
E non perché noi abbiamo perso il senso dell’umorismo, ma perché a un certo punto, ci sia consentito dirlo con sfumatura nazional-populista, anche basta. Non ci sono mai piaciuti i discorsi pregiudizialmente ostili a The Donald, e anzi per l’uomo abbiamo nutrito inizialmente una certa simpatia. Dopo tutto aveva cominciato piuttosto bene, picconando il woke e presentandosi come il presidente della pace. Certo, non ha risolto il conflitto ucraino in 24 ore come promesso, ma che quella fosse una esagerazione da comizio lo sapeva perfino lui: l’importante era offrire segnali distensivi sulla Russia. Abbiamo tollerato certe sue uscite di pessimo gusto come i video propagandistici su Gaza trasformata in una sorta di nuova Dubai perché poco dopo si era prodigato per ottenere una sottospecie di tregua al massacro (un rallentamento dei bombardamenti era meglio che niente). Abbiamo perfino compreso la ratio dei dazi, per quanto rischiassero di mettere in difficoltà l’economia europea, perché in fondo il gioco sporco della Germania sulle esportazioni era noto e negli anni aveva danneggiato pure noi. E comunque le politiche green europee erano decisamente peggio delle gabelle americane. Abbiamo portato pazienza sull’attacco al Venezuela. Maduro non piaceva a nessuno, e in quel caso l’uso della forza era circoscritto, la strategia era piuttosto chiara e gli obiettivi sono stati velocemente raggiunti. Poi però è arrivato l’attacco all’Iran. E avrà pure qualche ragione, come sostengono certi strenui difensori di Washington, ma ogni tanto bisognerebbe anche ricordarsi che gli alleati vanno trattati con rispetto. Un rispetto per lo meno uguale a quello che gli Usa riservano a Israele. Invece Trump si è imbarcato in una impresa che i suoi più lungimiranti collaboratori gli avevano presentato come complessa e preferibilmente evitabile. Lo ha fatto a nostro danno, senza offrire nulla in cambio e senza un orizzonte chiaro. Sarà anche vero che lo scopo è colpire la Cina, ma se a farne le spese devono essere gli europei, beh allora anche no, grazie. E saranno brutti e cattivi gli ayatollah, come no. Però, di nuovo, occorre avere un po’ di rispetto. Dichiarare che «un’intera civiltà morirà stanotte» non è retorica bellica, è una aberrazione che dovrebbe suscitare vergogna, se non altro perché rende l’Occidente (o presunto tale) esattamente uguale ai nemici che dice di voler combattere in nome della libertà. In ogni caso, non si è trattato solo dell’Iran, ma pure del Libano. È stata lasciata mano libera a Benjamin Netanyahu, dalla cui brama di annientamento sinceramente non vorremmo essere né contagiati né sfiorati. Il Trump che si voleva presidente della pace è morto, sepolto sotto le bombe israeliane e sotto le stupidaggini proferite da certi consiglieri in fase di eccitazione militare. Adesso tocca al Papa. Il quale, con tutta evidenza, fa infuriare Donald perché non è controllabile e a differenza dei rappresentanti delle Chiese di Stato può agire senza condizionamenti politici. Trump, in escalation mistica, prima si finge Spirito santo sostenendo di averlo fatto eleggere. Poi si tramuta in Martin Lutero e lo copre di insulti perché osa parlare di pace. Infine si paragona a Cristo e si fabbrica da solo sui social ritratti da venerare. Non sappiamo se qualche svalvolato pastore evangelico o qualche bellicoso protestante-sionista abbia convinto il presidente di essere un nuovo Messia. Di certo nelle sue azioni si legge una buona dose di esaltazione apocalittica, emerge l’antico vizio dei puritani che si credevano i soli illuminati da Dio, investiti dalla missione sacra di redimere il mondo. Ma poco importa: Trump dovrebbe sapere che chi si crede il Messia ritornato, di solito, non fa una bella fine, e il più delle volte porta alla rovina un bel po’ di innocenti. Si, lo ammettiamo: Donald ci è stato simpatico, tempo fa. Ma adesso (non da oggi) ci suscita un solo commento: anche basta.
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