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2025-02-05
Doppio parapiglia di Sala per il Salva Milano
Beppe Sala (Ansa)
Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi».
Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli.
Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano.
A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.
Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». E se ci si accorgesse che serve il Salva Milano sì, ma da Sala?
Boeri interrogato un’ora e mezza. Atteso il verdetto sui domiciliari
I due principali indagati dell’inchiesta Beic, l’archistar Stefano Boeri - progettista del Bosco verticale e docente al Politecnico, con un passato nella giunta milanese di Giuliano Pisapia e attualmente presidente della Triennale di Milano - e il collega Cino Paolo Zucchi, sono stati interrogati ieri dal gip Luigi Iannelli. Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini.
Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione.
Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine».
Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti».
Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
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Il sindaco incalza il Pd: «Dica che vuol fare». Gelo pure con i suoi consiglieri, che non lo spalleggiano: «Il loro parere non serve». Intanto rivendica l’aumento dei ghisa (dopo aver contestato i blitz del questore in stazione). E li esorta a multare chi fuma all’aperto.L’archistar Stefano Boeri: «Me ne starò in disparte per un po’». Zucchi: «Travisati messaggi ironici».Lo speciale contiene due articoli.Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi». Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli. Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano. A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». E se ci si accorgesse che serve il Salva Milano sì, ma da Sala?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sala-salva-milano-2671095010.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boeri-interrogato-unora-e-mezza-atteso-il-verdetto-sui-domiciliari" data-post-id="2671095010" data-published-at="1738742494" data-use-pagination="False"> Boeri interrogato un’ora e mezza. Atteso il verdetto sui domiciliari I due principali indagati dell’inchiesta Beic, l’archistar Stefano Boeri - progettista del Bosco verticale e docente al Politecnico, con un passato nella giunta milanese di Giuliano Pisapia e attualmente presidente della Triennale di Milano - e il collega Cino Paolo Zucchi, sono stati interrogati ieri dal gip Luigi Iannelli. Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini. Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione. Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine». Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti». Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.