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2025-02-05
Doppio parapiglia di Sala per il Salva Milano
Beppe Sala (Ansa)
Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi».
Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli.
Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano.
A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.
Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». E se ci si accorgesse che serve il Salva Milano sì, ma da Sala?
Boeri interrogato un’ora e mezza. Atteso il verdetto sui domiciliari
I due principali indagati dell’inchiesta Beic, l’archistar Stefano Boeri - progettista del Bosco verticale e docente al Politecnico, con un passato nella giunta milanese di Giuliano Pisapia e attualmente presidente della Triennale di Milano - e il collega Cino Paolo Zucchi, sono stati interrogati ieri dal gip Luigi Iannelli. Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini.
Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione.
Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine».
Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti».
Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
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Il sindaco incalza il Pd: «Dica che vuol fare». Gelo pure con i suoi consiglieri, che non lo spalleggiano: «Il loro parere non serve». Intanto rivendica l’aumento dei ghisa (dopo aver contestato i blitz del questore in stazione). E li esorta a multare chi fuma all’aperto.L’archistar Stefano Boeri: «Me ne starò in disparte per un po’». Zucchi: «Travisati messaggi ironici».Lo speciale contiene due articoli.Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi». Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli. Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano. A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». 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Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini. Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione. Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine». Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti». Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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