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2025-02-05
Doppio parapiglia di Sala per il Salva Milano
Beppe Sala (Ansa)
Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi».
Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli.
Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano.
A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.
Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». E se ci si accorgesse che serve il Salva Milano sì, ma da Sala?
Boeri interrogato un’ora e mezza. Atteso il verdetto sui domiciliari
I due principali indagati dell’inchiesta Beic, l’archistar Stefano Boeri - progettista del Bosco verticale e docente al Politecnico, con un passato nella giunta milanese di Giuliano Pisapia e attualmente presidente della Triennale di Milano - e il collega Cino Paolo Zucchi, sono stati interrogati ieri dal gip Luigi Iannelli. Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini.
Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione.
Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine».
Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti».
Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
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Il sindaco incalza il Pd: «Dica che vuol fare». Gelo pure con i suoi consiglieri, che non lo spalleggiano: «Il loro parere non serve». Intanto rivendica l’aumento dei ghisa (dopo aver contestato i blitz del questore in stazione). E li esorta a multare chi fuma all’aperto.L’archistar Stefano Boeri: «Me ne starò in disparte per un po’». Zucchi: «Travisati messaggi ironici».Lo speciale contiene due articoli.Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi». Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli. Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano. A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». E se ci si accorgesse che serve il Salva Milano sì, ma da Sala?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sala-salva-milano-2671095010.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boeri-interrogato-unora-e-mezza-atteso-il-verdetto-sui-domiciliari" data-post-id="2671095010" data-published-at="1738742494" data-use-pagination="False"> Boeri interrogato un’ora e mezza. Atteso il verdetto sui domiciliari I due principali indagati dell’inchiesta Beic, l’archistar Stefano Boeri - progettista del Bosco verticale e docente al Politecnico, con un passato nella giunta milanese di Giuliano Pisapia e attualmente presidente della Triennale di Milano - e il collega Cino Paolo Zucchi, sono stati interrogati ieri dal gip Luigi Iannelli. Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini. Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione. Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine». Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti». Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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