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2025-02-05
Doppio parapiglia di Sala per il Salva Milano
Beppe Sala (Ansa)
Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi».
Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli.
Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano.
A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.
Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». E se ci si accorgesse che serve il Salva Milano sì, ma da Sala?
Boeri interrogato un’ora e mezza. Atteso il verdetto sui domiciliari
I due principali indagati dell’inchiesta Beic, l’archistar Stefano Boeri - progettista del Bosco verticale e docente al Politecnico, con un passato nella giunta milanese di Giuliano Pisapia e attualmente presidente della Triennale di Milano - e il collega Cino Paolo Zucchi, sono stati interrogati ieri dal gip Luigi Iannelli. Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini.
Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione.
Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine».
Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti».
Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
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Il sindaco incalza il Pd: «Dica che vuol fare». Gelo pure con i suoi consiglieri, che non lo spalleggiano: «Il loro parere non serve». Intanto rivendica l’aumento dei ghisa (dopo aver contestato i blitz del questore in stazione). E li esorta a multare chi fuma all’aperto.L’archistar Stefano Boeri: «Me ne starò in disparte per un po’». Zucchi: «Travisati messaggi ironici».Lo speciale contiene due articoli.Nei circoli Arci che Giuseppe Sala forse non ha mai frequentato - si fuma e sono assai distanti dal Quadrilatero della moda dove si va solo a piedi - si gustavano i cioccolatini ripieni di amarene al liquore. Scartandoli se ne poteva avere un altro gratis oppure c’era la sorpresa: ritenta, sarai più fortunato. Erano i boeri - ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale - e al sindaco di Milano sono toccati i boeri perdenti. Gli è andata male in Consiglio comunale (nessuna presa di posizione della sua maggioranza), gli va malissimo nei rapporti col Pd su quelle norme edilizie che per lui non sono «una sanatoria di abusi, ma l’esatta interpretazione dei piani urbanistici». Sa che se non passa il Salva Milano si trova con le imprese, i funzionari del Comune e il milieu dei ricchi immobiliaristi alla gola. Perciò esautora i consiglieri meneghini - «lascio al Consiglio comunale la possibilità di intervenire» e non pare un afflato democratico - e poi incalza: «L’interpretazione non la chiediamo al Consiglio comunale, ma al Parlamento». Al Pd - che tentenna - manda a dire: «Alla Camera ha votato compatto sul Salva Milano, al Senato stanno valutando. Al Pd, non ho la tessera, che però è il mio azionista di riferimento, dico: siate chiari, ditemi cosa farete». La risposta arriva da Pierfrancesco Majorino, capogruppo in Regione Lombardia: «Il Pd sarà chiarissimo: abbiamo difronte alcune settimane di discussione al Senato e poi ci sarà il voto. Sono convinto che si troverà una sintesi». Il Salva Milano, con le manette che incalzano la base elettorale di Sala, rischia di far esplodere non solo la giunta di Palazzo Marino e far saltare il sindaco, ma anche l’ipotesi, assai remota, del campo largo romano. Agostino Santillo, onorevole contiano, annota: «La corale pro cemento, che sta aiutando Giuseppe Sala a picconare il Pd, deve comprendere che le leggi in Parlamento non si approvano a spallate. Quel testo è indigeribile». Sarà per questo che il sindaco agita bandiere progressiste, o presunte tali, a casaccio; parla di ordine pubblico e rivendica di aver raddoppiato i ghisa in strada, rilancia la crociata anti sigarette e la polemica sui migranti. Magari è il giorno sbagliato perché il coinvolgimento del tesoriere del Pd di Salerno, Nicola Salvati, finito in manette, nel traffico di permessi di soggiorno, non porta bene. Ma Sala ha bisogno di celare il suo necessitato rapporto con la Lega sul Salva Milano. Lega che peraltro aveva provato a far approvare un documento di sostegno al decreto, ma il Pd, i verdi e i sinistri si sono opposti al grido - il copyright è di Francesca Cucchiara di Europa Verde - «Non ci facciamo dettare l’agenda dalla Lega.» Però se a Roma non passa il Salva Milano - Sala fa lo snob, « il nome è orrendo lo hanno inventato queste destre»- le inchieste della Procura della Repubblica di Milano vanno avanti, 150 cantieri restano bloccati e c’è un esercito di funzionari pubblici che rischiano il processo.Sono in ottima compagnia; sulla star degli archistar Stefano Boeri - interrogato ieri dal gip Luigi Iannelli - pende la richiesta di arresti domiciliari per l’inchiesta sulla Beic ed è già rinviato a giudizio per il progetto Bosconavigli. Per il «povero» sindaco sono boeri amari. Anche se proposto da Matteo Salvini - a decreto donato non si guarda in bocca - il sindaco vuole a ogni costo il Salva Milano. A Rtl 102.5 confida: «Mi mancano 160 milioni di oneri di urbanizzazione e per quest’anno il bilancio lo chiudo, ma al prossimo o arrivano quei soldi o devo tagliare dei servizi». Al Piccolo Teatro, a margine della presentazione del Salone del Mobile, mentre Stefano Boeri era sotto torchio, Sala glissa dicendo: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città, sulle inchieste no so un granché, provo disagio e mi auguro che si chiarisca presto»; poi si lascia andare a pareri assai «mobili»; passa dal parlare male di Salvini sui migranti a dire che ci vuole più sicurezza sulle strade, che con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavora benissimo e che uno dei suoi grandi successi è l’ordinanza antifumo all’aperto che ha un carattere «educativo». Dove sia finito il Beppe Sala che biasimava i carabinieri per l’inseguimento dello scooter con Ramy Elgaml non si sa, quando rivendica: «Stiamo iniziando a vedere i frutti sulla presenza di più vigili in strada a Milano: di giorno sono il 30% in più e di sera il 10-15% in più e andremo avanti. Stiamo facendo i pattuglioni serali», ha ricordato Sala , «ogni tanto ci vado anche io». E meno male che s’indignava per i blitz della polizia davanti la stazione, perché la Questura lo avvisava «all’ultio momento». «Con Piantedosi, aggiunge, lavoriamo bene, ma è la politica che non funziona: c’è sempre la ricerca del consenso». Appunto, il Beppe della ztl diventa antipolitico.Appena la Lega in Regione Lombardia propone di vietare il velo nei luoghi pubblici incalza: «Becchiamoci anche questa: è una polemichetta. Bisogna che non ci sia un senso di continua boutade: l’immigrazione va governata. A Milano c’è il 21% di residenti non italiani; fa comodo avere chi ti porta da mangiare la sera o chi si prende cura degli anziani. Salvini diceva: manderemo a casa 600.000 irregolari, e la gente ci credeva e poi lo votava. L’Italia ne manda a casa 5.000 di cui 500 a Milano. Mi sfilo», sostiene Sala, «dal cliché buonista del sindaco di sinistra, ma togliamoci dalla testa che la repressione sia sufficiente se non si fa integrazione è una partita persa». Invece lui vuole vincere la battaglia contro il fumo: «Qualcosa sta cambiando; sto dicendo ai vigili: qualche multa datela, è una campagna che induce la gente a riflettere». 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Oltre ai due imputati (accusati di turbativa d’asta e falso), per cui il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, e ai rispettivi avvocati, hanno preso parte ai diversi colloqui anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e i pm Paolo Filippini e Giancarla Serafini. Secondo l’accusa, Boeri e Zucchi, nel loro ruolo all’interno della commissione esaminatrice (il primo ne era anche presidente), che nel 2022 ha assegnato il concorso per la progettazione della Biblioteca europea di informazione e cultura, non avrebbero dichiarato i loro conflitti di interessi. I pm avevano chiesto il loro arresto immediato, ma il gip, valutando non sussistente il rischio di inquinamento probatorio (ma solo quello di reiterazione del reato), in base alla norma introdotta dal Guardasigilli Carlo Nordio, prima di pronunciarsi ha convocato gli imputati per gli interrogatori preventivi, che si sono tenuti ieri. Tra gli auditi figura anche Pier Paolo Tamburelli, il quale, oltre a esser parte del team vincitore, è considerato dagli inquirenti il presunto «regista» occulto degli accordi e, per questo, è occorso anch’egli nella richiesta di domiciliari con l’accusa di concorso per turbativa d’asta. A seguire sono stati sentiti anche gli altri due indagati della cordata vincitrice, per cui i pm chiedono misure interdittive dalla professione. Il primo a essere interrogato è stato proprio Boeri, assistito dall’avvocato Francesco Mucciarelli. «Ho esposto nei dettagli le mie considerazioni circa i fatti contestati al gip, il dottor Iannelli, attendo con fiducia le valutazioni del giudice», ha dichiarato dopo un’ora e mezza di colloquio, dicendosi «speranzoso». «Per il momento me ne starei molto in disparte per un po’, poi magari riprenderò», ha poi risposto l’architetto a chi gli chiedeva se in futuro accetterà ancora di far parte di commissioni giudicatrici di progetti. Su di lui è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala: «Non posso negare che Boeri è un protagonista della città», ha commentato. «Mi auguro che tutto possa essere chiarito. Vediamo un po’ quello che emerge da questa indagine». Subito dopo è stato sentito Zucchi, il quale ha anch’egli negato le accuse. «Non sapevo di chi fossero i progetti, li ho valutati, ho lavorato e giudicato nell’anonimato totale e non ho mai incontrato i progettisti», ha spiegato ai giornalisti. Nelle carte dell’indagine, l’accusa riporta di chat allusive tra Zucchi e Tamburelli in cui compare la foto di un libro con all’interno banconote da 50 euro. «Quei soldi li ho messi io, non Tamburelli», ha detto Zucchi: «Era una mia ironia sulla inopportunità del contatto, perché mi sembrava una strana coincidenza temporale, era un messaggio ironico che è stato travisato totalmente». E sul conflitto di interessi, l’architetto si è difeso sostenendo che esso «riguarda l’ambito professionale ed economico e quello non c’era, mentre il contesto culturale di relazioni non può essere preso per un contesto che dà origine ad illeciti». Dopodiché è stata la volta di Tamburelli, indagato in concorso per turbativa d’asta, e a seguire di Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, i quali ai tempi lavoravano nello stesso dipartimento universitario dei commissari Boeri e Zucchi. La decisione del gip è attesa nei prossimi giorni.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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