2022-04-21
Russia o Ucraina? Conta più l’Italia. È sacrosanto ma nessuno osa dirlo
Romano Prodi ed Enrico Letta (Ansa)
Romano Prodi si fa intervistare per suggerire altre sanzioni contro Mosca, Enrico Letta blatera di confederazioni europee. Tutti si inzuppano di retorica sulla resistenza di Kiev, ben sapendo che per il nostro Paese ciò ha un prezzo.«Stai con la Russia o l’Ucraina?». Anche quando non viene espressa direttamente, questa domanda ormai da settimane aleggia su tutti i programmi televisivi d’informazione, sguscia fra gli articoli di giornale, impesta i social media, s’infiltra persino nelle conversazioni fra conoscenti al bar. Il tono indagatore con cui viene posta ricorda quello utilizzato qualche mese fa per chiedere: «Hai fatto il vaccino?», e la risposta ovviamente è utile a schedare l’interlocutore. Perché i buoni, le persone civili e presentabili, ovviamente si sono vaccinate, e stanno con l’Ucraina. Potremmo chiamarla «trappola dello stadio»: oggi è richiesto di fare il tifo, di schierarsi acriticamente, di prendere parte, o di qua o di là.Ebbene, forse è giunto il momento che qualcuno rivendichi il diritto di scegliere un’opzione diversa. La più semplice, financo banale, ma anche l’unica utile e intelligente. Tra Russia e Ucraina, stiamo con l’Italia. Chissà, forse non si tratta di una dichiarazione d’intenti all’altezza del clima da grandi manovre ormai dominante. Forse i nostri politici ritengono che un atteggiamento del genere sia eccessivamente provinciale: vogliono farsi belli sulla scena internazionale, e amano avvolgersi nelle bandiere altrui. Comunque sia, pare che nessuno sia intenzionato a proferire queste parole cristalline: io sto con l’Italia. Enrico Letta discetta sul Corriere della Sera d’improbabili confederazioni europee che dovrebbero includere praticamente tutti gli Stati ex sovietici. Persino Romano Prodi si prende la briga di concedere un’intervista per far sapere che lui, se fosse premier, acconsentirebbe a imporre nuove sanzioni su petrolio e gas russi (ma pensa: qualcuno forse s’immaginava qualcosa di diverso?). Tutti gli altri, da settimane, s’avventurano in analisi spericolate, in complicati esami della mente di Putin, fanno a gara a chi si spella più le mani battendole per Zelensky. Ma il tema vero resta sempre lì, evitato da tutti: è l’Italia? Non appena si richiama l’interesse nazionale, c’è sempre qualcuno pronto a scoccare l’accusa di cinismo. C’è sempre un editorialista o un esponente di partito sinceramente democratico pronto a dichiarare che, laddove la libertà sia in pericolo, siamo chiamati a intervenire. C’è sempre un attivista ucraino - spesso residente in Italia da anni, e dunque lontano dalle bombe - pronto a sostenere che noi non possiamo rimanere a bagno nel nostro benessere e abbiamo il dovere di fare di più. Pensare all’Italia è da egoisti, dicono, e intanto chiedono sacrifici, anzi li impongono. Forse, però, è ora di dirsi la verità. In questo conflitto la democrazia e la libertà non c’entrano nulla. Putin non sta minacciando l’intera Europa come un Hitler o uno Stalin redivivo: sta regolando i conti con uno Stato che considera una specie di satellite e che, dal 2014 in avanti, è stato utilizzato dagli Stati Uniti come un pungolo elettrico utile a indispettire l’orso russo. L’Ucraina non fa parte della Nato, e nemmeno dell’Unione Europea. Dunque - se gli accordi e le alleanze internazionali valgono qualcosa - in linea teorica questo conflitto non ci riguarda. Altrimenti dovrebbero riguardarci anche altre guerre di cui allegramente ci disinteressiamo (per lo Yemen martoriato nessuno si fa palpitare il cuore). Si tratta di una questione umanitaria a cui non possiamo restare indifferenti? Ottimo. E allora dovremmo - anzi, avremmo dovuto perché ormai è tardi - far sentire la nostra voce affinché l’Europa, invece di diventare cobelligerante, operasse attivamente sul fronte diplomatico, dimostrando così di servire a qualcosa. L’occasione, purtroppo, è persa, e altri trattano al posto nostro, o fingono di farlo. Certo: possiamo continuare finché vogliamo a fare sfoggio di emotività. La guerra è senz’altro un ottimo carburante per liti catodiche o per discussioni al bancone. Ma alla Storia, della nostra emotività, importa un fico secco. Non è sparandola grossa o facendo i fenomeni che risolveremo la situazione. Al massimo, le dichiarazioni roboanti possono servire a qualche politico o capo partito per tentare di accaparrarsi uno scranno di rilievo alla Nato. Resterebbe una sola cosa utile da fare: occuparsi dell’Italia. Come hanno riportato praticamente tutti i media, già le nostre previsioni di crescita sono stare riviste al ribasso: -1,5% nel 2022 rispetto alle stime. Aziende e privati cittadini devono ancora riprendersi dallo choc del Covid, vengono regolarmente massacrati dalle bollette esplose, e il peggio deve ancora venire. Se daremo retta ai furbastri come Prodi, rinunciando al gas russo saremo condannati ad affrontare pesanti conseguenze. I primi (per ora blandi) razionamenti energetici già ci attendono al varco, per la gioia di Alessandro Gassmann e degli altri «amici del condizionatore». Sapete che significa? Che la guerra la pagheranno soprattutto i poveri cristi. Uomini, donne, anziani e famiglie con stipendi bassi, che verranno ulteriormente penalizzati. È a queste persone che i politici italiani devono risposte, e le devono subito. Gli ucraini sono intenzionati a combattere fino all’ultima stilla di sangue? Fanno bene, l’eroismo di alcuni di loro è ammirevole, che indossino o meno le svastiche. Ma a quanti di loro ci fanno la morale, forse dovremmo rispondere che qui non tutti vivono nella villa con piscina accendendosi i sigari con le banconote. Siamo, al contrario, una nazione provata e con poche prospettive di miglioramento, e dobbiamo renderci conto che il nostro benedetto «stile di vita» - tanto spesso chiamato in causa - non si difende a Mariupol, ma a Milano, Roma, Napoli, Bari, Bologna e via dicendo. Opporsi all’aumento (in questo frangente) delle spese militari o all’introduzione di ulteriori sanzioni su gas e petrolio significa schierarsi con Putin? No, significa pensare all’interesse della nostra nazione. Non chiediamo agli ucraini di cessare la lotta per il nostro bene. E di certo non ci aspettiamo che siano gli Stati Uniti a occuparsene, anche perché l’amministrazione Biden ha già dimostrato di considerarci sacrificabili. Difendere il nostro popolo spetta a noi: non è egoismo, è un dovere. «Gloria all’Ucraina!», gridano i nostri. E sanno bene che significa «povertà per l’Italia».
(Totaleu)
Lo ha detto l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Paolo Inselvini alla sessione plenaria di Strasburgo.
Giornata cruciale per le relazioni economiche tra Italia e Arabia Saudita. Nel quadro del Forum Imprenditoriale Italia–Arabia Saudita, che oggi riunisce a Riyad istituzioni e imprese dei due Paesi, Cassa depositi e prestiti (Cdp), Simest e la Camera di commercio italo-araba (Jiacc) hanno firmato un Memorandum of Understanding volto a rafforzare la cooperazione industriale e commerciale con il mondo arabo. Contestualmente, Simest ha inaugurato la sua nuova antenna nella capitale saudita, alla presenza del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’accordo tra Cdp, Simest e Jiacc – sottoscritto alla presenza di Tajani e del ministro degli Investimenti saudita Khalid A. Al Falih – punta a costruire un canale stabile di collaborazione tra imprese italiane e aziende dei Paesi arabi, con particolare attenzione alle opportunità offerte dal mercato saudita. L’obiettivo è facilitare l’accesso delle aziende italiane ai mega-programmi legati alla Vision 2030 e promuovere partnership industriali e commerciali ad alto valore aggiunto.
Il Memorandum prevede iniziative congiunte in quattro aree chiave: business matching, attività di informazione e orientamento ai mercati arabi, eventi e missioni dedicate, e supporto ai processi di internazionalizzazione. «Questo accordo consolida l’impegno di Simest nel supportare l’espansione delle Pmi italiane in un’area strategica e in forte crescita», ha commentato il presidente di Simest, Vittorio De Pedys, sottolineando come la collaborazione con Cdp e Jiacc permetterà di offrire accompagnamento, informazione e strumenti finanziari mirati.
Parallelamente, sempre a Riyad, si è svolta la cerimonia di apertura del nuovo presidio SIMEST, inaugurato dal ministro Tajani insieme al presidente De Pedys e all’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo. L’antenna nasce per fornire assistenza diretta alle imprese italiane impegnate nei percorsi di ingresso e consolidamento in uno dei mercati più dinamici al mondo, in un Medio Oriente considerato sempre più strategico per la crescita internazionale dell’Italia.
L’Arabia Saudita, al centro di una fase di profonda trasformazione economica, ospita già numerose aziende italiane attive in settori quali infrastrutture, automotive, trasporti sostenibili, edilizia, farmaceutico-medicale, alta tecnologia, agritech, cultura e sport. «L’apertura dell’antenna di Riyad rappresenta un passo decisivo nel rafforzamento della nostra presenza a fianco delle imprese italiane, con un’attenzione particolare alle Pmi», ha dichiarato Corradini D’Arienzo. Un presidio che, ha aggiunto, opererà in stretto coordinamento con la Farnesina, Cdp, Sace, Ice, la Camera di Commercio, Confindustria e l’Ambasciata italiana, con l’obiettivo di facilitare investimenti e cogliere le opportunità offerte dall’economia saudita, anche in settori in cui la filiera italiana sta affrontando difficoltà, come la moda.
Le due iniziative – il Memorandum e l’apertura dell’antenna – rafforzano dunque la presenza del Sistema Italia in una delle aree più strategiche del panorama globale, con l’ambizione di trasformare le opportunità della Vision 2030 in collaborazioni concrete per le imprese italiane.
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