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2022-04-14
I russi si ammassano sul Donbass. Mosca avverte: a Kiev non è finita
Ansa
Non si arrestano le operazioni militari in Ucraina. Le forze russe stanno infatti continuando il loro attacco su Mariupol. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che 1.026 soldati ucraini si sarebbero arresi nella città: un’affermazione, tuttavia, non confermata da Kiev, che ha detto di non avere informazioni in tal senso. Ieri sera, sempre il ministero della Difesa russo ha detto che il porto di Mariupol era sotto il controllo delle truppe di Mosca.
«I russi hanno distrutto gli ospedali e tutta la città. Questo è un genocidio, lanciato da un criminale di guerra: Putin. Finché resisteremo, resisterà anche l’Ucraina», ha dichiarato ieri il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Stiamo raccogliendo prove dell’uso di armi chimiche da parte delle forze russe in Ucraina. I nostri esperti le stanno esaminando, anche se non sarà facile», ha aggiunto, precisando inoltre che circa 100.000 persone sono in attesa di essere evacuate dall’area. Secondo Al Jazeera, i timori sull’uso di armi chimiche sono aumentati ieri, dopo le parole pronunciate dal portavoce dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, Eduard Basurin, il quale - parlando dell’assedio di Mariupol - ha dichiarato: «Penso che le truppe russe] dovrebbero rivolgersi alle forze di guerra chimiche, le quali troverebbero un modo per far uscire le talpe dai loro buchi».
Mosca sta puntando notevolmente su Mariupol, in quanto il controllo della città le consentirebbe di conseguire due vantaggi: la trasformazione del Mare d’Azov in un lago russo e la creazione di una striscia di terra in grado di congiungere la Crimea al Donbass. E proprio sul Donbass il Cremlino ha deciso di concentrare la propria pressione militare, dopo aver ritirato le sue forze dalla parte settentrionale dell’Ucraina. Ieri, lo stato maggiore di Kiev ha dichiarato di aver respinto sei offensive russe nell’area. «Nei prossimi giorni, circa dieci forse, la Russia potrebbe rilanciare i suoi sforzi con un’offensiva su larga scala a est e a sud, per conquistare le regioni di Donetsk e Lugansk […] o addirittura spingersi fino al fiume Dnepr, se le sue capacità lo consentono», ha detto ieri il portavoce militare francese, Pascal Lanni.
Insomma, è altamente probabile che l’offensiva russa nel Donbass si intensificherà nelle prossime ore, soprattutto se - come riferito da più parti- nelle intenzioni del Cremlino si registra realmente la volontà di concludere l’invasione entro il prossimo 9 maggio (data in cui la Russia festeggia la vittoria sul Terzo Reich). Bombardamenti stanno colpendo anche la città orientale di Kharkiv, danneggiando alcuni edifici residenziali.
La stessa Kiev non è ancora del tutto uscita dalle operazioni belliche. «Vediamo tentativi di sabotaggio e attacchi da parte delle truppe ucraine su obiettivi nel territorio della Federazione russa», ha affermato in una nota il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov. «Se tali episodi dovessero continuare, le forze armate della Federazione russa colpiranno i centri decisionali, anche a Kiev».
Mentre ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere più materiale bellico all’Occidente, la Casa Bianca è in procinto di approvare un nuovo pacchetto di assistenza militare dal valore di circa 800 milioni di dollari.
La questione è stata discussa ieri in una telefonata tra il presidente americano, Joe Biden, e il leader ucraino. «Dialogo continuo e costante con il presidente Usa. Abbiamo valutato i crimini di guerra russi, discusso un pacchetto aggiuntivo di difesa e un possibile aiuto macro-finanziario. Siamo d’accordo per intensificare le sanzioni», ha twittato Zelensky. Intanto, le sanzioni sono arrivate da Mosca nei confronti di 398 membri del Congresso Usa e di 87 senatori canadesi, riporta la Tass.
Svezia e Finlandia stanno nel frattempo seriamente considerando l’ipotesi di entrare nell’Alleanza atlantica. Sarebbe anche per mettere sotto pressione Helsinki che, secondo indiscrezioni e immagini diffuse sui social, Mosca starebbe inviando materiale militare al confine finlandese: una circostanza che deve tuttavia ancora essere confermata a livello ufficiale. L’altro ieri, il portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva infatti riferito di non avere prove certe di un tale trasferimento di armamenti.
Nel frattempo, le trattative diplomatiche tra Mosca e Kiev, che stanno proseguendo per via telematica, restano in salita. Il ministero degli Esteri russo ha accusato infatti l’Ucraina di ritardare deliberatamente i colloqui di pace. A sottolineare le difficoltà del momento è stato anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, secondo cui «al momento non c’è la possibilità di un cessate il fuoco globale in Ucraina».
Zelensky, attriti con Scholz e Macron
Si sta iniziando a registrare una spaccatura politica all’interno del fronte europeo sulla crisi ucraina.
Ieri è infatti salita significativamente la tensione tra Kiev e l’asse franco-tedesco. Il cancelliere Olaf Scholz ha innanzitutto criticato il governo ucraino, definendo «irritante» il suo stop alla visita a Kiev del presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier.
«Ero pronto ad andare in Ucraina e, devo prenderne atto, non è stato voluto da Kiev», aveva detto l’altro ieri il capo di Stato tedesco. Sembra che, alla base del rifiuto di Kiev, vi fosse il fatto che, in passato, Steinmeier è stato un fautore dell’approccio distensivo tra Berlino e Mosca, sostenendo tra l’altro - insieme all’allora cancelliere Angela Merkel - il controverso gasdotto Nord Stream 2. «Non siamo stati ufficialmente contattati dal presidente tedesco o dall'ufficio del presidente tedesco per questa visita», ha replicato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
Turbolenze si sono registrate inoltre anche tra Kiev e Parigi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha infatti preso le distanze dall’omologo americano, Joe Biden, che l’altro ieri aveva detto di ritenere che in Ucraina i russi stiano commettendo un genocidio (anche se l’ambasciatore americano presso l’Osce, Michael Carpenter, ha detto che quella del presidente era una «determinazione morale» e che la questione dovrà essere tecnicamente definita dagli esperti di diritto internazionale). «Non penso che un’escalation di parole sia utile.
Quello che possiamo dire è che la situazione è inaccettabile e che ci sono crimini di guerra», ha dichiarato il presidente francese. Parole caute, che hanno irritato il ministero degli Esteri ucraino, che si è detto deluso.
Mentre raffredda i suoi rapporti con l’asse franco-tedesco, Kiev sta invece rinsaldando quelli con i Paesi dell’Europa orientale, da sempre fautori - insieme al Regno Unito - della linea dura nei confronti di Mosca. I presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia si sono non a caso recati ieri in visita nella capitale ucraina, per avere un incontro con Zelensky. Nel frattempo, il Pentagono ha avuto un incontro con i suoi principali appaltatori (tra cui Boeing, Raytheon, Lockheed Martin e General Dynamics) per discutere delle forniture belliche a Kiev. A tal proposito, Cnn ha riferito che il comparto della Difesa americana sta affrontando serie difficoltà a causa di «problemi gravi della catena di approvvigionamento e la mancanza di manodopera a prezzi accessibili». Proseguono intanto gli sforzi di Washington per sganciare Pechino da Mosca. Il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha dichiarato: «La Cina ha recentemente affermato un rapporto speciale con la Russia. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina e la sua volontà di abbracciare un’ulteriore integrazione economica potrebbe essere influenzato dalla reazione della Cina alla nostra richiesta di un’azione risoluta sulla Russia», ha aggiunto. Speranza vana: Pechino punta, infatti, a sfruttare questa crisi per creare un ordine internazionale di cui essere il perno e marginalizzare così gli Stati Uniti.
Bisognava cercare semmai di fare (per tempo) il contrario e, cioè, tentare di sganciare il più possibile (pur con le dovute cautele) la Russia dalla Cina (come aveva provato a fare Trump).
Adesso è tardi. E l’Occidente inizia purtroppo a pagare gli errori commessi da Biden già l’anno scorso (dalla repentina distensione con l’Iran alla revoca delle sanzioni al Nord Stream 2, fino all’incapacità di esercitare la deterrenza mentre la crisi ucraina iniziava a montare). Giusto ieri, il ministero degli Esteri russo ha rilanciato la cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi nel settore energetico e militare. Ulteriore segno, questo, del progressivo isolamento di Biden.
In tutto ciò, non si arresta la diplomazia religiosa. I presidenti della Conferenza delle Chiese europee e della Commissione dei vescovi cattolici europei hanno infatti inviato una lettera a Zelensky e al presidente russo, Vladimir Putin, invocando un cessate il fuoco pasquale in Ucraina dalla mezzanotte del 17 aprile alla mezzanotte del 24 aprile. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è poi tornato ieri a invitare Papa Francesco a visitare Kiev.
L’Agenzia spaziale europea ha frattanto annunciato che interromperà la cooperazione con Mosca per quanto riguarda le missioni lunari.
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La Russia minaccia: centri di comando della capitale possibili bersagli. Allarme per spostamenti sul confine finlandese, non confermati. Dal Cremlino multe a 398 senatori Usa. L’Onu: «Cessate il fuoco ora impossibile».Ira del cancelliere tedesco per il no di Volodymyr Zelensky a Frank-Walter Steinmeier. L’Eliseo si smarca da Joe Biden sulle accuse di genocidio. La replica ucraina: «Deludente». La visita dei leader baltici e polacco.Lo speciale contiene due articoli.Non si arrestano le operazioni militari in Ucraina. Le forze russe stanno infatti continuando il loro attacco su Mariupol. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che 1.026 soldati ucraini si sarebbero arresi nella città: un’affermazione, tuttavia, non confermata da Kiev, che ha detto di non avere informazioni in tal senso. Ieri sera, sempre il ministero della Difesa russo ha detto che il porto di Mariupol era sotto il controllo delle truppe di Mosca. «I russi hanno distrutto gli ospedali e tutta la città. Questo è un genocidio, lanciato da un criminale di guerra: Putin. Finché resisteremo, resisterà anche l’Ucraina», ha dichiarato ieri il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Stiamo raccogliendo prove dell’uso di armi chimiche da parte delle forze russe in Ucraina. I nostri esperti le stanno esaminando, anche se non sarà facile», ha aggiunto, precisando inoltre che circa 100.000 persone sono in attesa di essere evacuate dall’area. Secondo Al Jazeera, i timori sull’uso di armi chimiche sono aumentati ieri, dopo le parole pronunciate dal portavoce dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, Eduard Basurin, il quale - parlando dell’assedio di Mariupol - ha dichiarato: «Penso che le truppe russe] dovrebbero rivolgersi alle forze di guerra chimiche, le quali troverebbero un modo per far uscire le talpe dai loro buchi». Mosca sta puntando notevolmente su Mariupol, in quanto il controllo della città le consentirebbe di conseguire due vantaggi: la trasformazione del Mare d’Azov in un lago russo e la creazione di una striscia di terra in grado di congiungere la Crimea al Donbass. E proprio sul Donbass il Cremlino ha deciso di concentrare la propria pressione militare, dopo aver ritirato le sue forze dalla parte settentrionale dell’Ucraina. Ieri, lo stato maggiore di Kiev ha dichiarato di aver respinto sei offensive russe nell’area. «Nei prossimi giorni, circa dieci forse, la Russia potrebbe rilanciare i suoi sforzi con un’offensiva su larga scala a est e a sud, per conquistare le regioni di Donetsk e Lugansk […] o addirittura spingersi fino al fiume Dnepr, se le sue capacità lo consentono», ha detto ieri il portavoce militare francese, Pascal Lanni. Insomma, è altamente probabile che l’offensiva russa nel Donbass si intensificherà nelle prossime ore, soprattutto se - come riferito da più parti- nelle intenzioni del Cremlino si registra realmente la volontà di concludere l’invasione entro il prossimo 9 maggio (data in cui la Russia festeggia la vittoria sul Terzo Reich). Bombardamenti stanno colpendo anche la città orientale di Kharkiv, danneggiando alcuni edifici residenziali. La stessa Kiev non è ancora del tutto uscita dalle operazioni belliche. «Vediamo tentativi di sabotaggio e attacchi da parte delle truppe ucraine su obiettivi nel territorio della Federazione russa», ha affermato in una nota il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov. «Se tali episodi dovessero continuare, le forze armate della Federazione russa colpiranno i centri decisionali, anche a Kiev». Mentre ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere più materiale bellico all’Occidente, la Casa Bianca è in procinto di approvare un nuovo pacchetto di assistenza militare dal valore di circa 800 milioni di dollari. La questione è stata discussa ieri in una telefonata tra il presidente americano, Joe Biden, e il leader ucraino. «Dialogo continuo e costante con il presidente Usa. Abbiamo valutato i crimini di guerra russi, discusso un pacchetto aggiuntivo di difesa e un possibile aiuto macro-finanziario. Siamo d’accordo per intensificare le sanzioni», ha twittato Zelensky. Intanto, le sanzioni sono arrivate da Mosca nei confronti di 398 membri del Congresso Usa e di 87 senatori canadesi, riporta la Tass. Svezia e Finlandia stanno nel frattempo seriamente considerando l’ipotesi di entrare nell’Alleanza atlantica. Sarebbe anche per mettere sotto pressione Helsinki che, secondo indiscrezioni e immagini diffuse sui social, Mosca starebbe inviando materiale militare al confine finlandese: una circostanza che deve tuttavia ancora essere confermata a livello ufficiale. L’altro ieri, il portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva infatti riferito di non avere prove certe di un tale trasferimento di armamenti. Nel frattempo, le trattative diplomatiche tra Mosca e Kiev, che stanno proseguendo per via telematica, restano in salita. Il ministero degli Esteri russo ha accusato infatti l’Ucraina di ritardare deliberatamente i colloqui di pace. A sottolineare le difficoltà del momento è stato anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, secondo cui «al momento non c’è la possibilità di un cessate il fuoco globale in Ucraina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russi-si-ammassano-donbass-2657152503.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-attriti-con-scholz-e-macron" data-post-id="2657152503" data-published-at="1649897717" data-use-pagination="False"> Zelensky, attriti con Scholz e Macron Si sta iniziando a registrare una spaccatura politica all’interno del fronte europeo sulla crisi ucraina. Ieri è infatti salita significativamente la tensione tra Kiev e l’asse franco-tedesco. Il cancelliere Olaf Scholz ha innanzitutto criticato il governo ucraino, definendo «irritante» il suo stop alla visita a Kiev del presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier. «Ero pronto ad andare in Ucraina e, devo prenderne atto, non è stato voluto da Kiev», aveva detto l’altro ieri il capo di Stato tedesco. Sembra che, alla base del rifiuto di Kiev, vi fosse il fatto che, in passato, Steinmeier è stato un fautore dell’approccio distensivo tra Berlino e Mosca, sostenendo tra l’altro - insieme all’allora cancelliere Angela Merkel - il controverso gasdotto Nord Stream 2. «Non siamo stati ufficialmente contattati dal presidente tedesco o dall'ufficio del presidente tedesco per questa visita», ha replicato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Turbolenze si sono registrate inoltre anche tra Kiev e Parigi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha infatti preso le distanze dall’omologo americano, Joe Biden, che l’altro ieri aveva detto di ritenere che in Ucraina i russi stiano commettendo un genocidio (anche se l’ambasciatore americano presso l’Osce, Michael Carpenter, ha detto che quella del presidente era una «determinazione morale» e che la questione dovrà essere tecnicamente definita dagli esperti di diritto internazionale). «Non penso che un’escalation di parole sia utile. Quello che possiamo dire è che la situazione è inaccettabile e che ci sono crimini di guerra», ha dichiarato il presidente francese. Parole caute, che hanno irritato il ministero degli Esteri ucraino, che si è detto deluso. Mentre raffredda i suoi rapporti con l’asse franco-tedesco, Kiev sta invece rinsaldando quelli con i Paesi dell’Europa orientale, da sempre fautori - insieme al Regno Unito - della linea dura nei confronti di Mosca. I presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia si sono non a caso recati ieri in visita nella capitale ucraina, per avere un incontro con Zelensky. Nel frattempo, il Pentagono ha avuto un incontro con i suoi principali appaltatori (tra cui Boeing, Raytheon, Lockheed Martin e General Dynamics) per discutere delle forniture belliche a Kiev. A tal proposito, Cnn ha riferito che il comparto della Difesa americana sta affrontando serie difficoltà a causa di «problemi gravi della catena di approvvigionamento e la mancanza di manodopera a prezzi accessibili». Proseguono intanto gli sforzi di Washington per sganciare Pechino da Mosca. Il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha dichiarato: «La Cina ha recentemente affermato un rapporto speciale con la Russia. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina e la sua volontà di abbracciare un’ulteriore integrazione economica potrebbe essere influenzato dalla reazione della Cina alla nostra richiesta di un’azione risoluta sulla Russia», ha aggiunto. Speranza vana: Pechino punta, infatti, a sfruttare questa crisi per creare un ordine internazionale di cui essere il perno e marginalizzare così gli Stati Uniti. Bisognava cercare semmai di fare (per tempo) il contrario e, cioè, tentare di sganciare il più possibile (pur con le dovute cautele) la Russia dalla Cina (come aveva provato a fare Trump). Adesso è tardi. E l’Occidente inizia purtroppo a pagare gli errori commessi da Biden già l’anno scorso (dalla repentina distensione con l’Iran alla revoca delle sanzioni al Nord Stream 2, fino all’incapacità di esercitare la deterrenza mentre la crisi ucraina iniziava a montare). Giusto ieri, il ministero degli Esteri russo ha rilanciato la cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi nel settore energetico e militare. Ulteriore segno, questo, del progressivo isolamento di Biden. In tutto ciò, non si arresta la diplomazia religiosa. I presidenti della Conferenza delle Chiese europee e della Commissione dei vescovi cattolici europei hanno infatti inviato una lettera a Zelensky e al presidente russo, Vladimir Putin, invocando un cessate il fuoco pasquale in Ucraina dalla mezzanotte del 17 aprile alla mezzanotte del 24 aprile. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è poi tornato ieri a invitare Papa Francesco a visitare Kiev. L’Agenzia spaziale europea ha frattanto annunciato che interromperà la cooperazione con Mosca per quanto riguarda le missioni lunari.
Magari ci si aspettava qualcosa di più ma è il massimo che le risorse in campo permettono, dopo il veto di Bruxelles alla flessibilità per le spese contro il caro energia. Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale dei ministeri dell’Economia e dell’Ambiente che prolunga fino al 3 luglio il taglio delle accise sui carburanti, a decorrere da oggi. Lo sconto è solo di 5 centesimi. Per la benzina è una conferma rispetto a quello già in vigore con il precedente decreto, mentre per il gasolio il taglio di 5 centesimi è un dimezzamento dagli attuali 10 centesimi (12,2 contando anche l’Iva). È il quinto intervento del governo per calmierare i prezzi dei carburanti dopo la crisi energetica per la guerra nel Golfo.
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel corso della scorsa settimana, ha detto più volte che le decisioni sarebbero state prese in base ai listini nelle stazioni di servizio. I lenti e continui ribassi lasciavano già presagire una riduzione dello sconto. In particolare, negli ultimi giorni, secondo il monitoraggio del Mimit, i prezzi medi alla pompa in modalità self service lungo la rete stradale nazionale sono rimasti sotto la soglia dei 2 euro al litro, registrando un valore pari a 1,921 euro/l per la benzina (era 1,926 venerdì) e 1,980 euro/l per il gasolio (in calo rispetto ai 1,984 euro del giorno prima). Come anticipato alla vigilia, il meccanismo adottato è quello delle accise mobili, che tiene conto dell’extra gettito dell’Iva dovuto ai rincari. Un sistema obbligato, alla luce del divieto della Commissione Ue di utilizzare la flessibilità di bilancio per misure che non siano le fonti rinnovabili, quindi per il taglio delle accise. Non è consentito fare più deficit. Nel decreto è precisato che «al fine di compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto rispetto all’ultima previsione, derivanti dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio greggio, a decorrere dal 7 giugno 2026 e fino al 3 luglio 2026, le aliquote di accisa vengono rideterminate per la benzina a 622,90 euro per mille litri; per gli oli da gas o gasolio usato come carburante a 622,90 euro per mille litri; per i gas di petrolio liquefatti (GPL) usati come carburanti a 242,77 euro per mille chilogrammi; per il gas naturale usato come carburante: zero euro per metro cubo». Quanto alla copertura finanziaria del provvedimento, «pari a 149,4 milioni di euro, è garantita dal maggior gettito conseguito nel periodo dal 1 maggio al 31 maggio 2026 in relazione ai versamenti periodici dell’imposta sul valore aggiunto».
Considerando che il taglio durerà per altri 27 giorni, il costo quotidiano è di circa 5,5 milioni. Molto meno del periodo iniziale in cui, per finanziare lo sconto di 24,4 centesimi sia per la benzina che per il gasolio, sono serviti centinaia di milioni per periodi anche più brevi.
Il prezzo della benzina quindi rimarrà invariato, intorno a 1,920 euro al litro nei prossimi giorni. Per il diesel, invece, bisogna aspettarsi una risalita sopra la soglia dei due euro litro, seppur di poco. Con il taglio dimezzato, si dovrebbe arrivare intorno a 2,040 euro al litro. Per entrambi, comunque, c’è un andamento al ribasso.
Con ogni probabilità questo sarà l’ultimo intervento generalizzato. Sia la Ue che il Fondo monetario internazionale hanno auspicato interventi mirati in favore delle famiglie più vulnerabili e delle imprese più esposte ai rincari, e non un taglio indiscriminato che contrasta con la politica di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Nei giorni scorsi era emersa la possibilità di voucher per le famiglie sotto i 15.000 euro di reddito. Ipotesi che a questo punto potrebbe essere valutata in un successivo intervento.
Le associazioni di consumatori sono rimaste deluse dal decreto.
Il Codacons ha stimato che «per effetto del minor sconto fiscale un pieno di diesel costerà 3,05 euro in più, considerata l’Iva. Maggior costo che raggiunge +9,1 euro al litro se il confronto è col precedente taglio da 20 centesimi del 18 marzo».
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Scorte di greggio USA sotto pressione. Aggirare Hormuz si può (alla lunga). Transiti protetti nell’ombra. Arriva il ferro di Simandou. Data center contro bollette.
Ansa
Anche Callum Turner è inglese e fa l’attore: di lui si sa soprattutto che è uno di quelli in predicato di fare James Bond. A meno che non lo blocchi l’accusa di… concorso esterno in associazione mafiosa, che la stampa inglese ha appiccicato addosso a lui e alla cantante, novella neomelodica.
Ai due consigliamo di non sottovalutare questi articoli: in Italia sappiamo bene dove portino certe campagne stampa... Battute a parte, dopo il matrimonio in forma privata celebrato a Londra, i due si stanno dando alla pazza gioia in Sicilia: giorni interi di feste, gite, piatti tipici; con ospiti di prim’ordine come Elton John (nei panni del testimone di nozze e performer di un mini show al pianoforte), Donatella Versace, le colleghe di lei, Olivia Dean e Charli XCX, e il produttore Mark Ronson. Per un costo totale che si aggira attorno a 1,7 milioni di dollari, e un giro d’affari per l’isola calcolato - indotto compreso - in addirittura 268 milioni di euro per il marchio della Trinacria. Ed è qui che gli inglesi non ci hanno visto più: ma come, qui stiamo nella crisi economica più nera, e voi andate a spendere i vostri soldi in Italia, in Sicilia? E così, accecati da un livore olimpico ineguagliabile, hanno commesso il più stupido dei falli di reazione: accusare la coppia di aver portato i soldi nella terra dei mafiosi. Una specie di concorso esterno, appunto.
Gli indizi, per i tabloid inglesi, sarebbero puntuali e precisi: un obbligo di tenere la bocca cucita e gli occhi chiusi, tipico delle famigghie «Non vedo, non sento, non parlo. Nulla saccio»; e poi la location principale - Villa Valguarnera - individuata a Bagheria. Cascano pure male perché la principessa proprietaria del palazzo, Vittoria Alliata, è stata protagonista di una coraggiosa denuncia proprio contro gli uomini di Cosa nostra. Il Telegraph aveva addirittura definito Bagheria «covo della mafia siciliana», salvo poi aggiungerci un «ex» nel tentativo di metterci una pezza, ma aggiungendo un riferimento al «triangolo della morte», una fabbrica di chiodi abbandonata dove, secondo il giornale, le vittime della criminalità organizzata venivano eliminate e disciolte nell’acido. E qui, a corredo dell’articolo, una bella foto di Bernardo Provenzano.
Per non farsi mancare nulla l’altro giornale popolare, The Sun ha titolato «Sole, mare e sopranos, il brutale passato dell’isola amata dalle star». E il Daily Mail ha paragonato queste nozze siciliane al matrimonio tra Michael Corleone e Apollonia Vitelli nel Padrino di Coppola: il più importante celebrato sull’isola da allora, a loro giudizio.
Insomma, agli amici inglesi è scivolato il piede sulla frizione e hanno dimenticato alcune cosette che ci permettiamo di ricordare loro. La prima: la mafia esiste a Palermo, esiste in Sicilia ma opera ormai con modalità che nella City londinese e nei paradisi fiscali britannici conoscono ancora meglio; pertanto c’è più capitale mafioso (di una mafia globale) nelle operazioni finanziarie che nelle mura di Villa Valguarnera o nelle strade di Palermo. Quella Palermo scelta dalle star perché è una città viva e la Sicilia sarà pure «buttanissima», per dirla col nostro amico Pietrangelo Buttafuoco, ma è una delle terre più belle al mondo. Già a luglio dello scorso anni Dua Lipa e Callum Turner erano stati paparazzati a Palermo, senza scorta o altro, pienamente immersi in quell’anima che evidentemente Londra non ha o non è capace di trasmettere.
I tabloid inglesi avrebbero potuto raccontare questo cambiamento, o cercare di strappare foto e video esclusivi della festa, o farsi coinvolgere. Invece no: hanno dovuto pescare nel peggior pregiudizio, dal sapore stantio. E dire che ai giornalisti inglesi certe notizie non mancano: in questi giorni per esempio avrebbero potuto seguire le polemiche sull’omicidio di Henry Nowak, ammanettato e ucciso dalla polizia che - secondo le indicazioni - ha preferito credere alle ricostruzioni false di un giovane sikh che, ubriaco e armato, aveva sferrato alcune coltellate al ragazzo bianco, salvo poi accusarlo di razzismo. E così, il ragazzo bianco è morto mentre continuava a dire che l’avevano ferito e che non riusciva a respirare: un George Floyd al contrario? Boh, meglio non montare polemiche per non favorire la destra e Nigel Farage che già vola nei sondaggi.
Per lo stesso motivo, in Gran Bretagna la sinistra ha nascosto e silenziato le violenze e i soprusi compiuti da alcuni uomini delle comunità pakistane nei confronti di donne e ragazze inglesi: i sindaci dei diversi Comuni coinvolti diedero ordine alla polizia locale di tenere coperte queste situazioni per non favorire il razzismo. Poi il bubbone è scoppiato e né il Partito laburista né il premier Starmer hanno potuto tenere la sordina attiva. E questi sono alcuni esempi di un fallimento sostanziale chiamato Londonistan. Poi certo, la stampa britannica può andare alla caccia dei mafiosi siciliani invece di quelli che nella City ripuliscono il malaffare. Se non bastassero certi articoli, potranno sperare nel nuovo 007 (che a questo punto non sarà Callum: troppo amico di don Vito Corleone...).
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Nicole Minetti (Ansa)
Adesso a spiare i contendenti non c’è l’occhio della televisione, ma lo scontro è comunque pubblico, con tanto di minaccia di finire in tribunale. Marco Travaglio e Fatto quotidiano da una parte, Francesca Nanni e la Procura generaledella Corte d’appello di Milano dall’altra. Una lite violenta, cominciata - guarda caso - da un risvolto di uno dei tanti processi a carico di Silvio Berlusconi. Sembra di vederlo, il Cavaliere, che da lassù se la ride, guardando uno dei suoi più acerrimi accusatori, l’ex Torquemada al servizio pubblico di Michele Santoro, che duella con uno dei magistrati gerarchicamente più in vista del tribunale lombardo, annunciando carte bollate e querela per diffamazione.
Memorabile, l’una che con linguaggio para giuridico dà all’altro del venditore di frottole, l’altro che risponde accusando il magistrato di non sapere fare le indagini e pretende le scuse per l’accusa di aver pubblicato «cose non vere». Tutto ha inizio dalla grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale che, con Berlusconi, prima divenne protagonista delle famose cene eleganti per poi finire a fare il consigliere della Regione Lombardia. Per le prime, i giudici l’hanno condannata a due anni e dieci mesi di carcere. Per l’attività politica, con l’accusa di aver usato fondi per scopi personali, le hanno inflitto un altro anno più un mese di detenzione. In totale, tre anni e 11 mesi, da scontarsi ai servizi sociali. Però, nell’estate del 2025, prima che il Tribunale di sorveglianza decidesse l’applicazione della pena, i legali di Nicole Minetti si sono rivolti a Sergio Mattarella, chiedendo un atto di clemenza perché l’ex igienista e consigliere regionale, a 15 anni di distanza dai fatti per cui fu condannata, ha ormai cambiato vita. A supporto della richiesta, gli avvocati allegano le cartelle mediche del minore che, nel frattempo, Minetti e il compagno hanno adottato. Il bambino ha bisogno di cure e «siccome è seguito dall’ospedale di Boston» non può essere staccato dalla madre adottiva. Per di più l’ex organizzatrice delle cene eleganti ormai vive tra l’Italia, gli Stati Uniti e l’Uruguay, dove lei e il suo fidanzato hanno attività imprenditoriali.
Mattarella, che ha il cuore d’oro, si commuove e, senza far suonare la grancassa, concede la grazia. Travaglio, che viene a sapere del gesto di clemenza, invece di commuoversi, si agita e comincia a scandagliare la vita privata di Minetti e compagno sostenendo che la donna continui a organizzare cene eleganti, con contorno di donnine e sostanze. Segue nota del Quirinale che, spaventato dai contraccolpi mediatici, chiede alla Procura generale, che aveva dato via libera alla grazia, di riconsiderare il caso con un supplemento d’indagine. E qui ecco il preludio dello show, con «Che dici? Ti querelo». Francesca Nanni, procuratrice generale di Milano che si è incaricata di effettuare le successive verifiche, scrive un comunicato puntuto in cui dice chiaro e tondo che Il Fatto quotidiano ha pubblicato una serie di balle, smentendo le accuse contro Minetti. A suo carico non ci sono indagini, né qui né in Spagna né Uruguay, dice l’alto magistrato. Non risultano ombre sull’adozione del bambino, la mamma lo ha abbandonato rendendosi irreperibile e il legale della donna, che sarebbe morto in circostanze misteriose, non era il difensore della madre, ma l’avvocato d’ufficio del bambino. Non solo: oltre a essersi espresso a favore dell’adozione del piccolo, il legale non è stato ucciso. Insomma, una smentita su tutta la linea che rischia di minare la credibilità della testata di Travaglio e proprio su un argomento di battaglia del giornale, Berlusconi e le sue feste.
E dunque, dopo aver sostenuto l’indipendenza, l’autonomia e la necessità di rispettare le sentenze e l’azione della magistratura, il direttore del Fatto dalla carta passa alle carte bollate, annunciando querela. La guerra alle toghe, ovviamente, è appena all’inizio. Non avendo alcuna intenzione di accettare la patente di bugiardo, Travaglio ha spedito i suoi inviati in Uruguay a scandagliare nuovamente la vita di Minetti e compagno. Dunque, ne vedremo delle belle, con protagonisti, oltre al suddetto direttore, anche Quirinale e tribunale. Uno spettacolo. Stampa, sinistra e magistratura si erano tanto amati. Ma adesso che Berlusconi non c’è più, tutto è cambiato e perfino Beppe Sala, il sindaco sulla cui attività da commissario Expo si consumò uno strappo fra magistrati (il capo della Procura voleva archiviare, il suo vice invece intendeva processare: la bega finì al Csm) dice che le toghe fanno politica. Uno scontro che arriva dopo il referendum sulla giustizia e a mettere sul banco degli imputati i giudici non è la destra, ma coloro che fino a ieri ne sostenevano l’indipendenza, l’autonomia e l’autorevolezza.
Come finirà? Beh, se la querela di Travaglio verrà davvero presentata, ci sarà da ridere. Il Cavaliere, se ci fosse, pulirebbe la sedia con il suo fazzoletto e si accomoderebbe per assistere in prima fila allo show. Come da Santoro.
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