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2022-04-14
I russi si ammassano sul Donbass. Mosca avverte: a Kiev non è finita
Ansa
Non si arrestano le operazioni militari in Ucraina. Le forze russe stanno infatti continuando il loro attacco su Mariupol. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che 1.026 soldati ucraini si sarebbero arresi nella città: un’affermazione, tuttavia, non confermata da Kiev, che ha detto di non avere informazioni in tal senso. Ieri sera, sempre il ministero della Difesa russo ha detto che il porto di Mariupol era sotto il controllo delle truppe di Mosca.
«I russi hanno distrutto gli ospedali e tutta la città. Questo è un genocidio, lanciato da un criminale di guerra: Putin. Finché resisteremo, resisterà anche l’Ucraina», ha dichiarato ieri il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Stiamo raccogliendo prove dell’uso di armi chimiche da parte delle forze russe in Ucraina. I nostri esperti le stanno esaminando, anche se non sarà facile», ha aggiunto, precisando inoltre che circa 100.000 persone sono in attesa di essere evacuate dall’area. Secondo Al Jazeera, i timori sull’uso di armi chimiche sono aumentati ieri, dopo le parole pronunciate dal portavoce dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, Eduard Basurin, il quale - parlando dell’assedio di Mariupol - ha dichiarato: «Penso che le truppe russe] dovrebbero rivolgersi alle forze di guerra chimiche, le quali troverebbero un modo per far uscire le talpe dai loro buchi».
Mosca sta puntando notevolmente su Mariupol, in quanto il controllo della città le consentirebbe di conseguire due vantaggi: la trasformazione del Mare d’Azov in un lago russo e la creazione di una striscia di terra in grado di congiungere la Crimea al Donbass. E proprio sul Donbass il Cremlino ha deciso di concentrare la propria pressione militare, dopo aver ritirato le sue forze dalla parte settentrionale dell’Ucraina. Ieri, lo stato maggiore di Kiev ha dichiarato di aver respinto sei offensive russe nell’area. «Nei prossimi giorni, circa dieci forse, la Russia potrebbe rilanciare i suoi sforzi con un’offensiva su larga scala a est e a sud, per conquistare le regioni di Donetsk e Lugansk […] o addirittura spingersi fino al fiume Dnepr, se le sue capacità lo consentono», ha detto ieri il portavoce militare francese, Pascal Lanni.
Insomma, è altamente probabile che l’offensiva russa nel Donbass si intensificherà nelle prossime ore, soprattutto se - come riferito da più parti- nelle intenzioni del Cremlino si registra realmente la volontà di concludere l’invasione entro il prossimo 9 maggio (data in cui la Russia festeggia la vittoria sul Terzo Reich). Bombardamenti stanno colpendo anche la città orientale di Kharkiv, danneggiando alcuni edifici residenziali.
La stessa Kiev non è ancora del tutto uscita dalle operazioni belliche. «Vediamo tentativi di sabotaggio e attacchi da parte delle truppe ucraine su obiettivi nel territorio della Federazione russa», ha affermato in una nota il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov. «Se tali episodi dovessero continuare, le forze armate della Federazione russa colpiranno i centri decisionali, anche a Kiev».
Mentre ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere più materiale bellico all’Occidente, la Casa Bianca è in procinto di approvare un nuovo pacchetto di assistenza militare dal valore di circa 800 milioni di dollari.
La questione è stata discussa ieri in una telefonata tra il presidente americano, Joe Biden, e il leader ucraino. «Dialogo continuo e costante con il presidente Usa. Abbiamo valutato i crimini di guerra russi, discusso un pacchetto aggiuntivo di difesa e un possibile aiuto macro-finanziario. Siamo d’accordo per intensificare le sanzioni», ha twittato Zelensky. Intanto, le sanzioni sono arrivate da Mosca nei confronti di 398 membri del Congresso Usa e di 87 senatori canadesi, riporta la Tass.
Svezia e Finlandia stanno nel frattempo seriamente considerando l’ipotesi di entrare nell’Alleanza atlantica. Sarebbe anche per mettere sotto pressione Helsinki che, secondo indiscrezioni e immagini diffuse sui social, Mosca starebbe inviando materiale militare al confine finlandese: una circostanza che deve tuttavia ancora essere confermata a livello ufficiale. L’altro ieri, il portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva infatti riferito di non avere prove certe di un tale trasferimento di armamenti.
Nel frattempo, le trattative diplomatiche tra Mosca e Kiev, che stanno proseguendo per via telematica, restano in salita. Il ministero degli Esteri russo ha accusato infatti l’Ucraina di ritardare deliberatamente i colloqui di pace. A sottolineare le difficoltà del momento è stato anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, secondo cui «al momento non c’è la possibilità di un cessate il fuoco globale in Ucraina».
Zelensky, attriti con Scholz e Macron
Si sta iniziando a registrare una spaccatura politica all’interno del fronte europeo sulla crisi ucraina.
Ieri è infatti salita significativamente la tensione tra Kiev e l’asse franco-tedesco. Il cancelliere Olaf Scholz ha innanzitutto criticato il governo ucraino, definendo «irritante» il suo stop alla visita a Kiev del presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier.
«Ero pronto ad andare in Ucraina e, devo prenderne atto, non è stato voluto da Kiev», aveva detto l’altro ieri il capo di Stato tedesco. Sembra che, alla base del rifiuto di Kiev, vi fosse il fatto che, in passato, Steinmeier è stato un fautore dell’approccio distensivo tra Berlino e Mosca, sostenendo tra l’altro - insieme all’allora cancelliere Angela Merkel - il controverso gasdotto Nord Stream 2. «Non siamo stati ufficialmente contattati dal presidente tedesco o dall'ufficio del presidente tedesco per questa visita», ha replicato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
Turbolenze si sono registrate inoltre anche tra Kiev e Parigi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha infatti preso le distanze dall’omologo americano, Joe Biden, che l’altro ieri aveva detto di ritenere che in Ucraina i russi stiano commettendo un genocidio (anche se l’ambasciatore americano presso l’Osce, Michael Carpenter, ha detto che quella del presidente era una «determinazione morale» e che la questione dovrà essere tecnicamente definita dagli esperti di diritto internazionale). «Non penso che un’escalation di parole sia utile.
Quello che possiamo dire è che la situazione è inaccettabile e che ci sono crimini di guerra», ha dichiarato il presidente francese. Parole caute, che hanno irritato il ministero degli Esteri ucraino, che si è detto deluso.
Mentre raffredda i suoi rapporti con l’asse franco-tedesco, Kiev sta invece rinsaldando quelli con i Paesi dell’Europa orientale, da sempre fautori - insieme al Regno Unito - della linea dura nei confronti di Mosca. I presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia si sono non a caso recati ieri in visita nella capitale ucraina, per avere un incontro con Zelensky. Nel frattempo, il Pentagono ha avuto un incontro con i suoi principali appaltatori (tra cui Boeing, Raytheon, Lockheed Martin e General Dynamics) per discutere delle forniture belliche a Kiev. A tal proposito, Cnn ha riferito che il comparto della Difesa americana sta affrontando serie difficoltà a causa di «problemi gravi della catena di approvvigionamento e la mancanza di manodopera a prezzi accessibili». Proseguono intanto gli sforzi di Washington per sganciare Pechino da Mosca. Il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha dichiarato: «La Cina ha recentemente affermato un rapporto speciale con la Russia. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina e la sua volontà di abbracciare un’ulteriore integrazione economica potrebbe essere influenzato dalla reazione della Cina alla nostra richiesta di un’azione risoluta sulla Russia», ha aggiunto. Speranza vana: Pechino punta, infatti, a sfruttare questa crisi per creare un ordine internazionale di cui essere il perno e marginalizzare così gli Stati Uniti.
Bisognava cercare semmai di fare (per tempo) il contrario e, cioè, tentare di sganciare il più possibile (pur con le dovute cautele) la Russia dalla Cina (come aveva provato a fare Trump).
Adesso è tardi. E l’Occidente inizia purtroppo a pagare gli errori commessi da Biden già l’anno scorso (dalla repentina distensione con l’Iran alla revoca delle sanzioni al Nord Stream 2, fino all’incapacità di esercitare la deterrenza mentre la crisi ucraina iniziava a montare). Giusto ieri, il ministero degli Esteri russo ha rilanciato la cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi nel settore energetico e militare. Ulteriore segno, questo, del progressivo isolamento di Biden.
In tutto ciò, non si arresta la diplomazia religiosa. I presidenti della Conferenza delle Chiese europee e della Commissione dei vescovi cattolici europei hanno infatti inviato una lettera a Zelensky e al presidente russo, Vladimir Putin, invocando un cessate il fuoco pasquale in Ucraina dalla mezzanotte del 17 aprile alla mezzanotte del 24 aprile. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è poi tornato ieri a invitare Papa Francesco a visitare Kiev.
L’Agenzia spaziale europea ha frattanto annunciato che interromperà la cooperazione con Mosca per quanto riguarda le missioni lunari.
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La Russia minaccia: centri di comando della capitale possibili bersagli. Allarme per spostamenti sul confine finlandese, non confermati. Dal Cremlino multe a 398 senatori Usa. L’Onu: «Cessate il fuoco ora impossibile».Ira del cancelliere tedesco per il no di Volodymyr Zelensky a Frank-Walter Steinmeier. L’Eliseo si smarca da Joe Biden sulle accuse di genocidio. La replica ucraina: «Deludente». La visita dei leader baltici e polacco.Lo speciale contiene due articoli.Non si arrestano le operazioni militari in Ucraina. Le forze russe stanno infatti continuando il loro attacco su Mariupol. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che 1.026 soldati ucraini si sarebbero arresi nella città: un’affermazione, tuttavia, non confermata da Kiev, che ha detto di non avere informazioni in tal senso. Ieri sera, sempre il ministero della Difesa russo ha detto che il porto di Mariupol era sotto il controllo delle truppe di Mosca. «I russi hanno distrutto gli ospedali e tutta la città. Questo è un genocidio, lanciato da un criminale di guerra: Putin. Finché resisteremo, resisterà anche l’Ucraina», ha dichiarato ieri il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Stiamo raccogliendo prove dell’uso di armi chimiche da parte delle forze russe in Ucraina. I nostri esperti le stanno esaminando, anche se non sarà facile», ha aggiunto, precisando inoltre che circa 100.000 persone sono in attesa di essere evacuate dall’area. Secondo Al Jazeera, i timori sull’uso di armi chimiche sono aumentati ieri, dopo le parole pronunciate dal portavoce dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, Eduard Basurin, il quale - parlando dell’assedio di Mariupol - ha dichiarato: «Penso che le truppe russe] dovrebbero rivolgersi alle forze di guerra chimiche, le quali troverebbero un modo per far uscire le talpe dai loro buchi». Mosca sta puntando notevolmente su Mariupol, in quanto il controllo della città le consentirebbe di conseguire due vantaggi: la trasformazione del Mare d’Azov in un lago russo e la creazione di una striscia di terra in grado di congiungere la Crimea al Donbass. E proprio sul Donbass il Cremlino ha deciso di concentrare la propria pressione militare, dopo aver ritirato le sue forze dalla parte settentrionale dell’Ucraina. Ieri, lo stato maggiore di Kiev ha dichiarato di aver respinto sei offensive russe nell’area. «Nei prossimi giorni, circa dieci forse, la Russia potrebbe rilanciare i suoi sforzi con un’offensiva su larga scala a est e a sud, per conquistare le regioni di Donetsk e Lugansk […] o addirittura spingersi fino al fiume Dnepr, se le sue capacità lo consentono», ha detto ieri il portavoce militare francese, Pascal Lanni. Insomma, è altamente probabile che l’offensiva russa nel Donbass si intensificherà nelle prossime ore, soprattutto se - come riferito da più parti- nelle intenzioni del Cremlino si registra realmente la volontà di concludere l’invasione entro il prossimo 9 maggio (data in cui la Russia festeggia la vittoria sul Terzo Reich). Bombardamenti stanno colpendo anche la città orientale di Kharkiv, danneggiando alcuni edifici residenziali. La stessa Kiev non è ancora del tutto uscita dalle operazioni belliche. «Vediamo tentativi di sabotaggio e attacchi da parte delle truppe ucraine su obiettivi nel territorio della Federazione russa», ha affermato in una nota il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov. «Se tali episodi dovessero continuare, le forze armate della Federazione russa colpiranno i centri decisionali, anche a Kiev». Mentre ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere più materiale bellico all’Occidente, la Casa Bianca è in procinto di approvare un nuovo pacchetto di assistenza militare dal valore di circa 800 milioni di dollari. La questione è stata discussa ieri in una telefonata tra il presidente americano, Joe Biden, e il leader ucraino. «Dialogo continuo e costante con il presidente Usa. Abbiamo valutato i crimini di guerra russi, discusso un pacchetto aggiuntivo di difesa e un possibile aiuto macro-finanziario. Siamo d’accordo per intensificare le sanzioni», ha twittato Zelensky. Intanto, le sanzioni sono arrivate da Mosca nei confronti di 398 membri del Congresso Usa e di 87 senatori canadesi, riporta la Tass. Svezia e Finlandia stanno nel frattempo seriamente considerando l’ipotesi di entrare nell’Alleanza atlantica. Sarebbe anche per mettere sotto pressione Helsinki che, secondo indiscrezioni e immagini diffuse sui social, Mosca starebbe inviando materiale militare al confine finlandese: una circostanza che deve tuttavia ancora essere confermata a livello ufficiale. L’altro ieri, il portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva infatti riferito di non avere prove certe di un tale trasferimento di armamenti. Nel frattempo, le trattative diplomatiche tra Mosca e Kiev, che stanno proseguendo per via telematica, restano in salita. Il ministero degli Esteri russo ha accusato infatti l’Ucraina di ritardare deliberatamente i colloqui di pace. A sottolineare le difficoltà del momento è stato anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, secondo cui «al momento non c’è la possibilità di un cessate il fuoco globale in Ucraina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russi-si-ammassano-donbass-2657152503.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-attriti-con-scholz-e-macron" data-post-id="2657152503" data-published-at="1649897717" data-use-pagination="False"> Zelensky, attriti con Scholz e Macron Si sta iniziando a registrare una spaccatura politica all’interno del fronte europeo sulla crisi ucraina. Ieri è infatti salita significativamente la tensione tra Kiev e l’asse franco-tedesco. Il cancelliere Olaf Scholz ha innanzitutto criticato il governo ucraino, definendo «irritante» il suo stop alla visita a Kiev del presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier. «Ero pronto ad andare in Ucraina e, devo prenderne atto, non è stato voluto da Kiev», aveva detto l’altro ieri il capo di Stato tedesco. Sembra che, alla base del rifiuto di Kiev, vi fosse il fatto che, in passato, Steinmeier è stato un fautore dell’approccio distensivo tra Berlino e Mosca, sostenendo tra l’altro - insieme all’allora cancelliere Angela Merkel - il controverso gasdotto Nord Stream 2. «Non siamo stati ufficialmente contattati dal presidente tedesco o dall'ufficio del presidente tedesco per questa visita», ha replicato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Turbolenze si sono registrate inoltre anche tra Kiev e Parigi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha infatti preso le distanze dall’omologo americano, Joe Biden, che l’altro ieri aveva detto di ritenere che in Ucraina i russi stiano commettendo un genocidio (anche se l’ambasciatore americano presso l’Osce, Michael Carpenter, ha detto che quella del presidente era una «determinazione morale» e che la questione dovrà essere tecnicamente definita dagli esperti di diritto internazionale). «Non penso che un’escalation di parole sia utile. Quello che possiamo dire è che la situazione è inaccettabile e che ci sono crimini di guerra», ha dichiarato il presidente francese. Parole caute, che hanno irritato il ministero degli Esteri ucraino, che si è detto deluso. Mentre raffredda i suoi rapporti con l’asse franco-tedesco, Kiev sta invece rinsaldando quelli con i Paesi dell’Europa orientale, da sempre fautori - insieme al Regno Unito - della linea dura nei confronti di Mosca. I presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia si sono non a caso recati ieri in visita nella capitale ucraina, per avere un incontro con Zelensky. Nel frattempo, il Pentagono ha avuto un incontro con i suoi principali appaltatori (tra cui Boeing, Raytheon, Lockheed Martin e General Dynamics) per discutere delle forniture belliche a Kiev. A tal proposito, Cnn ha riferito che il comparto della Difesa americana sta affrontando serie difficoltà a causa di «problemi gravi della catena di approvvigionamento e la mancanza di manodopera a prezzi accessibili». Proseguono intanto gli sforzi di Washington per sganciare Pechino da Mosca. Il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha dichiarato: «La Cina ha recentemente affermato un rapporto speciale con la Russia. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina e la sua volontà di abbracciare un’ulteriore integrazione economica potrebbe essere influenzato dalla reazione della Cina alla nostra richiesta di un’azione risoluta sulla Russia», ha aggiunto. Speranza vana: Pechino punta, infatti, a sfruttare questa crisi per creare un ordine internazionale di cui essere il perno e marginalizzare così gli Stati Uniti. Bisognava cercare semmai di fare (per tempo) il contrario e, cioè, tentare di sganciare il più possibile (pur con le dovute cautele) la Russia dalla Cina (come aveva provato a fare Trump). Adesso è tardi. E l’Occidente inizia purtroppo a pagare gli errori commessi da Biden già l’anno scorso (dalla repentina distensione con l’Iran alla revoca delle sanzioni al Nord Stream 2, fino all’incapacità di esercitare la deterrenza mentre la crisi ucraina iniziava a montare). Giusto ieri, il ministero degli Esteri russo ha rilanciato la cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi nel settore energetico e militare. Ulteriore segno, questo, del progressivo isolamento di Biden. In tutto ciò, non si arresta la diplomazia religiosa. I presidenti della Conferenza delle Chiese europee e della Commissione dei vescovi cattolici europei hanno infatti inviato una lettera a Zelensky e al presidente russo, Vladimir Putin, invocando un cessate il fuoco pasquale in Ucraina dalla mezzanotte del 17 aprile alla mezzanotte del 24 aprile. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è poi tornato ieri a invitare Papa Francesco a visitare Kiev. L’Agenzia spaziale europea ha frattanto annunciato che interromperà la cooperazione con Mosca per quanto riguarda le missioni lunari.
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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