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2022-04-14
I russi si ammassano sul Donbass. Mosca avverte: a Kiev non è finita
Ansa
Non si arrestano le operazioni militari in Ucraina. Le forze russe stanno infatti continuando il loro attacco su Mariupol. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che 1.026 soldati ucraini si sarebbero arresi nella città: un’affermazione, tuttavia, non confermata da Kiev, che ha detto di non avere informazioni in tal senso. Ieri sera, sempre il ministero della Difesa russo ha detto che il porto di Mariupol era sotto il controllo delle truppe di Mosca.
«I russi hanno distrutto gli ospedali e tutta la città. Questo è un genocidio, lanciato da un criminale di guerra: Putin. Finché resisteremo, resisterà anche l’Ucraina», ha dichiarato ieri il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Stiamo raccogliendo prove dell’uso di armi chimiche da parte delle forze russe in Ucraina. I nostri esperti le stanno esaminando, anche se non sarà facile», ha aggiunto, precisando inoltre che circa 100.000 persone sono in attesa di essere evacuate dall’area. Secondo Al Jazeera, i timori sull’uso di armi chimiche sono aumentati ieri, dopo le parole pronunciate dal portavoce dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, Eduard Basurin, il quale - parlando dell’assedio di Mariupol - ha dichiarato: «Penso che le truppe russe] dovrebbero rivolgersi alle forze di guerra chimiche, le quali troverebbero un modo per far uscire le talpe dai loro buchi».
Mosca sta puntando notevolmente su Mariupol, in quanto il controllo della città le consentirebbe di conseguire due vantaggi: la trasformazione del Mare d’Azov in un lago russo e la creazione di una striscia di terra in grado di congiungere la Crimea al Donbass. E proprio sul Donbass il Cremlino ha deciso di concentrare la propria pressione militare, dopo aver ritirato le sue forze dalla parte settentrionale dell’Ucraina. Ieri, lo stato maggiore di Kiev ha dichiarato di aver respinto sei offensive russe nell’area. «Nei prossimi giorni, circa dieci forse, la Russia potrebbe rilanciare i suoi sforzi con un’offensiva su larga scala a est e a sud, per conquistare le regioni di Donetsk e Lugansk […] o addirittura spingersi fino al fiume Dnepr, se le sue capacità lo consentono», ha detto ieri il portavoce militare francese, Pascal Lanni.
Insomma, è altamente probabile che l’offensiva russa nel Donbass si intensificherà nelle prossime ore, soprattutto se - come riferito da più parti- nelle intenzioni del Cremlino si registra realmente la volontà di concludere l’invasione entro il prossimo 9 maggio (data in cui la Russia festeggia la vittoria sul Terzo Reich). Bombardamenti stanno colpendo anche la città orientale di Kharkiv, danneggiando alcuni edifici residenziali.
La stessa Kiev non è ancora del tutto uscita dalle operazioni belliche. «Vediamo tentativi di sabotaggio e attacchi da parte delle truppe ucraine su obiettivi nel territorio della Federazione russa», ha affermato in una nota il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov. «Se tali episodi dovessero continuare, le forze armate della Federazione russa colpiranno i centri decisionali, anche a Kiev».
Mentre ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere più materiale bellico all’Occidente, la Casa Bianca è in procinto di approvare un nuovo pacchetto di assistenza militare dal valore di circa 800 milioni di dollari.
La questione è stata discussa ieri in una telefonata tra il presidente americano, Joe Biden, e il leader ucraino. «Dialogo continuo e costante con il presidente Usa. Abbiamo valutato i crimini di guerra russi, discusso un pacchetto aggiuntivo di difesa e un possibile aiuto macro-finanziario. Siamo d’accordo per intensificare le sanzioni», ha twittato Zelensky. Intanto, le sanzioni sono arrivate da Mosca nei confronti di 398 membri del Congresso Usa e di 87 senatori canadesi, riporta la Tass.
Svezia e Finlandia stanno nel frattempo seriamente considerando l’ipotesi di entrare nell’Alleanza atlantica. Sarebbe anche per mettere sotto pressione Helsinki che, secondo indiscrezioni e immagini diffuse sui social, Mosca starebbe inviando materiale militare al confine finlandese: una circostanza che deve tuttavia ancora essere confermata a livello ufficiale. L’altro ieri, il portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva infatti riferito di non avere prove certe di un tale trasferimento di armamenti.
Nel frattempo, le trattative diplomatiche tra Mosca e Kiev, che stanno proseguendo per via telematica, restano in salita. Il ministero degli Esteri russo ha accusato infatti l’Ucraina di ritardare deliberatamente i colloqui di pace. A sottolineare le difficoltà del momento è stato anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, secondo cui «al momento non c’è la possibilità di un cessate il fuoco globale in Ucraina».
Zelensky, attriti con Scholz e Macron
Si sta iniziando a registrare una spaccatura politica all’interno del fronte europeo sulla crisi ucraina.
Ieri è infatti salita significativamente la tensione tra Kiev e l’asse franco-tedesco. Il cancelliere Olaf Scholz ha innanzitutto criticato il governo ucraino, definendo «irritante» il suo stop alla visita a Kiev del presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier.
«Ero pronto ad andare in Ucraina e, devo prenderne atto, non è stato voluto da Kiev», aveva detto l’altro ieri il capo di Stato tedesco. Sembra che, alla base del rifiuto di Kiev, vi fosse il fatto che, in passato, Steinmeier è stato un fautore dell’approccio distensivo tra Berlino e Mosca, sostenendo tra l’altro - insieme all’allora cancelliere Angela Merkel - il controverso gasdotto Nord Stream 2. «Non siamo stati ufficialmente contattati dal presidente tedesco o dall'ufficio del presidente tedesco per questa visita», ha replicato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
Turbolenze si sono registrate inoltre anche tra Kiev e Parigi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha infatti preso le distanze dall’omologo americano, Joe Biden, che l’altro ieri aveva detto di ritenere che in Ucraina i russi stiano commettendo un genocidio (anche se l’ambasciatore americano presso l’Osce, Michael Carpenter, ha detto che quella del presidente era una «determinazione morale» e che la questione dovrà essere tecnicamente definita dagli esperti di diritto internazionale). «Non penso che un’escalation di parole sia utile.
Quello che possiamo dire è che la situazione è inaccettabile e che ci sono crimini di guerra», ha dichiarato il presidente francese. Parole caute, che hanno irritato il ministero degli Esteri ucraino, che si è detto deluso.
Mentre raffredda i suoi rapporti con l’asse franco-tedesco, Kiev sta invece rinsaldando quelli con i Paesi dell’Europa orientale, da sempre fautori - insieme al Regno Unito - della linea dura nei confronti di Mosca. I presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia si sono non a caso recati ieri in visita nella capitale ucraina, per avere un incontro con Zelensky. Nel frattempo, il Pentagono ha avuto un incontro con i suoi principali appaltatori (tra cui Boeing, Raytheon, Lockheed Martin e General Dynamics) per discutere delle forniture belliche a Kiev. A tal proposito, Cnn ha riferito che il comparto della Difesa americana sta affrontando serie difficoltà a causa di «problemi gravi della catena di approvvigionamento e la mancanza di manodopera a prezzi accessibili». Proseguono intanto gli sforzi di Washington per sganciare Pechino da Mosca. Il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha dichiarato: «La Cina ha recentemente affermato un rapporto speciale con la Russia. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina e la sua volontà di abbracciare un’ulteriore integrazione economica potrebbe essere influenzato dalla reazione della Cina alla nostra richiesta di un’azione risoluta sulla Russia», ha aggiunto. Speranza vana: Pechino punta, infatti, a sfruttare questa crisi per creare un ordine internazionale di cui essere il perno e marginalizzare così gli Stati Uniti.
Bisognava cercare semmai di fare (per tempo) il contrario e, cioè, tentare di sganciare il più possibile (pur con le dovute cautele) la Russia dalla Cina (come aveva provato a fare Trump).
Adesso è tardi. E l’Occidente inizia purtroppo a pagare gli errori commessi da Biden già l’anno scorso (dalla repentina distensione con l’Iran alla revoca delle sanzioni al Nord Stream 2, fino all’incapacità di esercitare la deterrenza mentre la crisi ucraina iniziava a montare). Giusto ieri, il ministero degli Esteri russo ha rilanciato la cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi nel settore energetico e militare. Ulteriore segno, questo, del progressivo isolamento di Biden.
In tutto ciò, non si arresta la diplomazia religiosa. I presidenti della Conferenza delle Chiese europee e della Commissione dei vescovi cattolici europei hanno infatti inviato una lettera a Zelensky e al presidente russo, Vladimir Putin, invocando un cessate il fuoco pasquale in Ucraina dalla mezzanotte del 17 aprile alla mezzanotte del 24 aprile. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è poi tornato ieri a invitare Papa Francesco a visitare Kiev.
L’Agenzia spaziale europea ha frattanto annunciato che interromperà la cooperazione con Mosca per quanto riguarda le missioni lunari.
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La Russia minaccia: centri di comando della capitale possibili bersagli. Allarme per spostamenti sul confine finlandese, non confermati. Dal Cremlino multe a 398 senatori Usa. L’Onu: «Cessate il fuoco ora impossibile».Ira del cancelliere tedesco per il no di Volodymyr Zelensky a Frank-Walter Steinmeier. L’Eliseo si smarca da Joe Biden sulle accuse di genocidio. La replica ucraina: «Deludente». La visita dei leader baltici e polacco.Lo speciale contiene due articoli.Non si arrestano le operazioni militari in Ucraina. Le forze russe stanno infatti continuando il loro attacco su Mariupol. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che 1.026 soldati ucraini si sarebbero arresi nella città: un’affermazione, tuttavia, non confermata da Kiev, che ha detto di non avere informazioni in tal senso. Ieri sera, sempre il ministero della Difesa russo ha detto che il porto di Mariupol era sotto il controllo delle truppe di Mosca. «I russi hanno distrutto gli ospedali e tutta la città. Questo è un genocidio, lanciato da un criminale di guerra: Putin. Finché resisteremo, resisterà anche l’Ucraina», ha dichiarato ieri il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Stiamo raccogliendo prove dell’uso di armi chimiche da parte delle forze russe in Ucraina. I nostri esperti le stanno esaminando, anche se non sarà facile», ha aggiunto, precisando inoltre che circa 100.000 persone sono in attesa di essere evacuate dall’area. Secondo Al Jazeera, i timori sull’uso di armi chimiche sono aumentati ieri, dopo le parole pronunciate dal portavoce dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, Eduard Basurin, il quale - parlando dell’assedio di Mariupol - ha dichiarato: «Penso che le truppe russe] dovrebbero rivolgersi alle forze di guerra chimiche, le quali troverebbero un modo per far uscire le talpe dai loro buchi». Mosca sta puntando notevolmente su Mariupol, in quanto il controllo della città le consentirebbe di conseguire due vantaggi: la trasformazione del Mare d’Azov in un lago russo e la creazione di una striscia di terra in grado di congiungere la Crimea al Donbass. E proprio sul Donbass il Cremlino ha deciso di concentrare la propria pressione militare, dopo aver ritirato le sue forze dalla parte settentrionale dell’Ucraina. Ieri, lo stato maggiore di Kiev ha dichiarato di aver respinto sei offensive russe nell’area. «Nei prossimi giorni, circa dieci forse, la Russia potrebbe rilanciare i suoi sforzi con un’offensiva su larga scala a est e a sud, per conquistare le regioni di Donetsk e Lugansk […] o addirittura spingersi fino al fiume Dnepr, se le sue capacità lo consentono», ha detto ieri il portavoce militare francese, Pascal Lanni. Insomma, è altamente probabile che l’offensiva russa nel Donbass si intensificherà nelle prossime ore, soprattutto se - come riferito da più parti- nelle intenzioni del Cremlino si registra realmente la volontà di concludere l’invasione entro il prossimo 9 maggio (data in cui la Russia festeggia la vittoria sul Terzo Reich). Bombardamenti stanno colpendo anche la città orientale di Kharkiv, danneggiando alcuni edifici residenziali. La stessa Kiev non è ancora del tutto uscita dalle operazioni belliche. «Vediamo tentativi di sabotaggio e attacchi da parte delle truppe ucraine su obiettivi nel territorio della Federazione russa», ha affermato in una nota il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov. «Se tali episodi dovessero continuare, le forze armate della Federazione russa colpiranno i centri decisionali, anche a Kiev». Mentre ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere più materiale bellico all’Occidente, la Casa Bianca è in procinto di approvare un nuovo pacchetto di assistenza militare dal valore di circa 800 milioni di dollari. La questione è stata discussa ieri in una telefonata tra il presidente americano, Joe Biden, e il leader ucraino. «Dialogo continuo e costante con il presidente Usa. Abbiamo valutato i crimini di guerra russi, discusso un pacchetto aggiuntivo di difesa e un possibile aiuto macro-finanziario. Siamo d’accordo per intensificare le sanzioni», ha twittato Zelensky. Intanto, le sanzioni sono arrivate da Mosca nei confronti di 398 membri del Congresso Usa e di 87 senatori canadesi, riporta la Tass. Svezia e Finlandia stanno nel frattempo seriamente considerando l’ipotesi di entrare nell’Alleanza atlantica. Sarebbe anche per mettere sotto pressione Helsinki che, secondo indiscrezioni e immagini diffuse sui social, Mosca starebbe inviando materiale militare al confine finlandese: una circostanza che deve tuttavia ancora essere confermata a livello ufficiale. L’altro ieri, il portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva infatti riferito di non avere prove certe di un tale trasferimento di armamenti. Nel frattempo, le trattative diplomatiche tra Mosca e Kiev, che stanno proseguendo per via telematica, restano in salita. Il ministero degli Esteri russo ha accusato infatti l’Ucraina di ritardare deliberatamente i colloqui di pace. A sottolineare le difficoltà del momento è stato anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, secondo cui «al momento non c’è la possibilità di un cessate il fuoco globale in Ucraina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russi-si-ammassano-donbass-2657152503.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-attriti-con-scholz-e-macron" data-post-id="2657152503" data-published-at="1649897717" data-use-pagination="False"> Zelensky, attriti con Scholz e Macron Si sta iniziando a registrare una spaccatura politica all’interno del fronte europeo sulla crisi ucraina. Ieri è infatti salita significativamente la tensione tra Kiev e l’asse franco-tedesco. Il cancelliere Olaf Scholz ha innanzitutto criticato il governo ucraino, definendo «irritante» il suo stop alla visita a Kiev del presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier. «Ero pronto ad andare in Ucraina e, devo prenderne atto, non è stato voluto da Kiev», aveva detto l’altro ieri il capo di Stato tedesco. Sembra che, alla base del rifiuto di Kiev, vi fosse il fatto che, in passato, Steinmeier è stato un fautore dell’approccio distensivo tra Berlino e Mosca, sostenendo tra l’altro - insieme all’allora cancelliere Angela Merkel - il controverso gasdotto Nord Stream 2. «Non siamo stati ufficialmente contattati dal presidente tedesco o dall'ufficio del presidente tedesco per questa visita», ha replicato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Turbolenze si sono registrate inoltre anche tra Kiev e Parigi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha infatti preso le distanze dall’omologo americano, Joe Biden, che l’altro ieri aveva detto di ritenere che in Ucraina i russi stiano commettendo un genocidio (anche se l’ambasciatore americano presso l’Osce, Michael Carpenter, ha detto che quella del presidente era una «determinazione morale» e che la questione dovrà essere tecnicamente definita dagli esperti di diritto internazionale). «Non penso che un’escalation di parole sia utile. Quello che possiamo dire è che la situazione è inaccettabile e che ci sono crimini di guerra», ha dichiarato il presidente francese. Parole caute, che hanno irritato il ministero degli Esteri ucraino, che si è detto deluso. Mentre raffredda i suoi rapporti con l’asse franco-tedesco, Kiev sta invece rinsaldando quelli con i Paesi dell’Europa orientale, da sempre fautori - insieme al Regno Unito - della linea dura nei confronti di Mosca. I presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia si sono non a caso recati ieri in visita nella capitale ucraina, per avere un incontro con Zelensky. Nel frattempo, il Pentagono ha avuto un incontro con i suoi principali appaltatori (tra cui Boeing, Raytheon, Lockheed Martin e General Dynamics) per discutere delle forniture belliche a Kiev. A tal proposito, Cnn ha riferito che il comparto della Difesa americana sta affrontando serie difficoltà a causa di «problemi gravi della catena di approvvigionamento e la mancanza di manodopera a prezzi accessibili». Proseguono intanto gli sforzi di Washington per sganciare Pechino da Mosca. Il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha dichiarato: «La Cina ha recentemente affermato un rapporto speciale con la Russia. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina e la sua volontà di abbracciare un’ulteriore integrazione economica potrebbe essere influenzato dalla reazione della Cina alla nostra richiesta di un’azione risoluta sulla Russia», ha aggiunto. Speranza vana: Pechino punta, infatti, a sfruttare questa crisi per creare un ordine internazionale di cui essere il perno e marginalizzare così gli Stati Uniti. Bisognava cercare semmai di fare (per tempo) il contrario e, cioè, tentare di sganciare il più possibile (pur con le dovute cautele) la Russia dalla Cina (come aveva provato a fare Trump). Adesso è tardi. E l’Occidente inizia purtroppo a pagare gli errori commessi da Biden già l’anno scorso (dalla repentina distensione con l’Iran alla revoca delle sanzioni al Nord Stream 2, fino all’incapacità di esercitare la deterrenza mentre la crisi ucraina iniziava a montare). Giusto ieri, il ministero degli Esteri russo ha rilanciato la cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi nel settore energetico e militare. Ulteriore segno, questo, del progressivo isolamento di Biden. In tutto ciò, non si arresta la diplomazia religiosa. I presidenti della Conferenza delle Chiese europee e della Commissione dei vescovi cattolici europei hanno infatti inviato una lettera a Zelensky e al presidente russo, Vladimir Putin, invocando un cessate il fuoco pasquale in Ucraina dalla mezzanotte del 17 aprile alla mezzanotte del 24 aprile. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è poi tornato ieri a invitare Papa Francesco a visitare Kiev. L’Agenzia spaziale europea ha frattanto annunciato che interromperà la cooperazione con Mosca per quanto riguarda le missioni lunari.
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Dal primo luglio 2026, in tutta l’Unione europea entrerà in vigore un contributo fisso di tre euro per ciascun prodotto acquistato su internet e spedito da Paesi extra-Ue, quando il valore della spedizione è inferiore a 150 euro. L’orientamento politico era stato definito già il mese scorso; la riunione di ieri del Consiglio Ecofin (12 dicembre) ne ha reso operativa l’applicazione, stabilendone i criteri.
Il prelievo di 3 euro si applicherà alle merci in ingresso nell’Unione europea per le quali i venditori extra-Ue risultano registrati allo sportello unico per le importazioni (Ioss) ai fini Iva. Secondo fonti di Bruxelles, questo perimetro copre «il 93% di tutti i flussi di e-commerce verso l’Ue».
In realtà, la misura non viene presentata direttamente come un’iniziativa mirata contro la Cina, anche se è dalla Repubblica Popolare che proviene la quota maggiore di pacchi. Una delle preoccupazioni tra i ministri è che parte della merce venga immessa nel mercato unico a prezzi artificialmente bassi, anche attraverso pratiche di sottovalutazione, per aggirare le tariffe che si applicano invece alle spedizioni oltre i 150 euro. La Commissione europea stima che nel 2024 il 91% delle spedizioni e-commerce sotto i 150 euro sia arrivato dalla Cina; inoltre, valutazioni Ue indicano che fino al 65% dei piccoli pacchi in ingresso potrebbe essere dichiarato a un valore inferiore al reale per evitare i dazi doganali.
«La decisione sui dazi doganali per i piccoli pacchi in arrivo nell’Ue è importante per garantire una concorrenza leale ai nostri confini nell’era odierna dell’e-commerce», ha detto il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič. Secondo il politico slovacco, «con la rapida espansione dell’e-commerce, il mondo sta cambiando rapidamente e abbiamo bisogno degli strumenti giusti per stare al passo».
La decisione finale da parte di Bruxelles arriva dopo un iter normativo lungo cinque anni. La Commissione europea aveva messo sul tavolo, nel maggio 2023, la cancellazione dell’esenzione dai dazi doganali per i pacchi con valore inferiore a 150 euro, inserendola nel pacchetto di riforma doganale. Nella versione originaria, l’entrata in vigore era prevista non prima della metà del 2028. Successivamente, il Consiglio ha formalizzato l’abolizione dell’esenzione il 13 novembre 2025, chiedendo però di anticipare l’applicazione già al 2026.
C’è poi un secondo balzello messo a punto dall’esecutivo Meloni. Si tratta di un emendamento che prevede l’introduzione di un contributo fisso di due euro per ogni pacco spedito con valore dichiarato fino a 150 euro.
La misura, però, non sarebbe limitata ai soli invii provenienti da Paesi extra-Ue. Rispetto alle ipotesi circolate in precedenza, l’impostazione è stata ampliata: se approvata, la tassa finirebbe per applicarsi a tutte le spedizioni di piccoli pacchi, indipendentemente dall’origine, quindi anche a quelle spedite dall’Italia. In origine, l’idea sembrava mirata soprattutto a intercettare le micro-spedizioni generate da piattaforme come Shein o Temu. Il punto, però, è che colpire esclusivamente i pacchi extra-europei avrebbe reso la misura assimilabile a un dazio, materia che rientra nella competenza dell’Unione europea e non dei singoli Stati membri. Per evitare questo profilo di incompatibilità, l’emendamento alla manovra 2026 ha quindi «generalizzato» il prelievo, estendendolo all’intero perimetro delle spedizioni. L’effetto pratico è evidente: la tassa non impatterebbe solo sulle piattaforme asiatiche, ma anche sugli acquisti effettuati su Amazon, eBay e, in generale, su qualsiasi negozio online che spedisca pacchi entro quella soglia di valore dichiarato.
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Riduci
Ansa
Insomma: il vento è cambiato. E non spinge più la solita, ingombrante, vela francese che negli ultimi anni si era abituata a intendere l’Italia come un’estensione naturale della Rive Gauche.
E invece no. Il pendolo torna indietro. E con esso tornano anche ricordi e fantasie: Piersilvio Berlusconi sogna la Francia. Non quella dei consessi istituzionali, ma quella di quando suo padre, l’unico che sia riuscito a esportare il varietà italiano oltre le Alpi, provò l’avventura di La Cinq.
Una televisione talmente avanti che il presidente socialista François Mitterrand, per non farla andare troppo lontano, decise di spegnerla. Letteralmente.
Erano gli anni in cui gli italiani facevano shopping nella grandeur: Gianni Agnelli prese una quota di Danone e Raul Gardini mise le mani sul più grande zuccherificio francese, giusto per far capire che il gusto per il raffinato non ci era mai mancato. Oggi al massimo compriamo qualche croissant a prezzo pieno.
Dunque, Berlusconi – quello junior, stavolta – può dirlo senza arrossire: «La Francia sarebbe un sogno». Si guarda intorno, valuta, misura il terreno: Tf1 e M6.
La prima, dice, «ha una storia imprenditoriale solida»: niente da dire, anche le fortezze hanno i loro punti deboli. Con la seconda, «una finta opportunità». Tradotto: l’affare che non c’è, ma che ti fa perdere lo stesso due settimane di telefonate.
Il vero punto, però, è che mentre noi guardiamo a Parigi, Parigi si deve rassegnare. Lo dimostra il clamoroso stop di Crédit Agricole su Bpm, piantato lì come un cartello stradale: «Fine delle ambizioni». Con Bank of America che conferma la raccomandazione «Buy» su Mps e alza il target price a 11 euro. E non c’è solo questo. Natixis ha dovuto rinunciare alla cassaforte di Generali dov’è conservata buona parte del risparmio degli italiani. Vivendi si è ritirata. Tim è tornata italiana.
Il pendolo, dicevamo, ha cambiato asse. E spinge ben più a Ovest. Certo Parigi rimane il più importante investitore estero in Italia. Ma il vento della geopolitica e cambiato. Il nuovo asse si snoda tra Washington e Roma Gli americani non stanno bussando alla porta: sono già entrati.
E non con due spicci.
Ieri le due sigle più «Miami style» che potessero atterrare nel dossier Ilva – Bedrock Industries e Flacks Group – hanno presentato le loro offerte. Americani entrambi. Dall’odore ancora fresco di oceano, baseball e investimenti senza fronzoli.
E non è un caso isolato.
In Italia operano oltre 2.700 imprese a partecipazione statunitense, che generano 400.000 posti di lavoro. Non esattamente compratori di souvenir. Sono radicati nei capannoni, nella logistica, nelle tecnologie, nei servizi, nella manifattura. Un pezzo intero di economia reale. Poi c’è il capitolo dei giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, i soliti nomi che quando entrano in una stanza fanno più rumore del tuono. Hanno fiutato l’aria e annusato l’Italia come fosse un tartufo bianco d’Alba: raro, caro e conveniente.
Gli incontri istituzionali degli ultimi anni parlano chiaro: data center, infrastrutture, digitalizzazione, energia.
Gli americani non si accontentano. Puntano al core del futuro: tecnologia, energia, scienza della vita, space economy, agritech.
Dopo l’investimento di Kkr nella rete fissa Telecom - uno dei deal più massicci degli ultimi quindici anni - la direzione è segnata: Washington ha scoperto che l’Italia rende.
A ottobre 2025 la grande conferma: missione economica a Washington, con una pioggia di annunci per oltre 4 miliardi di euro di nuovi investimenti. Non bonus, non promesse, ma progetti veri: space economy, sostenibilità, energia, life sciences, agri-tech, turism. Tutti settori dove l’Italia è più forte di quanto creda, e più sottovalutata di quanto dovrebbe.
A questo punto il pendolo ha parlato: gli americani investono, i francesi frenano.
E chissà che, alla fine, non si chiuda il cerchio: gli Usa tornano in Italia come investitori netti, e Berlusconi torna in Francia come ai tempi dell’avventura di La Cinq.
Magari senza che un nuovo Mitterrand tolga la spina.
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Riduci
Nel riquadro, l'attivista Blm Tashella Sheri Amore Dickerson (Ansa)
Tashella Sheri Amore Dickerson, 52 anni, storica leader di Black lives matter a Oklaoma City è stata accusata da un Gran giurì federale di frode telematica e riciclaggio di denaro. Secondo i risultati di un’indagine condotta dall’Fbi di Oklahoma City e dall’Irs-Criminal Investigation e affidata procuratori aggiunti degli Stati Uniti Matt Dillon e Jessica L. Perry, Dickerson si sarebbe appropriata di oltre 3 milioni di dollari di fondi raccolti e destinati al pagamento delle cauzioni degli attivisti arrestati e li avrebbe investiti in immobili e spesi per vacanze e spese personali. Il 3 dicembre 2025, un Gran giurì federale ha emesso nei confronti dell’attivista un atto d’accusa di 25 capi, di cui 20 di frode telematica e cinque di riciclaggio di denaro. Per ogni accusa di frode telematica, Dickerson rischia fino a 20 anni di carcere federale e una multa fino a 250.000 dollari. Per ogni accusa di riciclaggio di denaro, l’attivista rischia fino a dieci anni di carcere e una multa fino a 250.000 dollari o il doppio dell’importo della proprietà di derivazione penale coinvolta nella transazione. Secondo gli inquirenti, a partire almeno dal 2016, Dickerson è stata direttore esecutivo di Black lives matter Okc (Blmokc). Grazie a quel ruolo Dickerson aveva accesso ai conti bancari, PayPal e Cash App di Blmokc.
L’atto d’accusa, la cui sintesi è stata resa nota dalle autorità federali, sostiene che, sebbene Blmokc non fosse un’organizzazione esente da imposte registrata ai sensi della sezione 501(c)(3) dell’Internal revenue code (la legge tributaria federale americana), accettava donazioni di beneficenza attraverso la sua affiliazione con l’Alliance for global justice (Afgj), con sede in Arizona. L’Afgj fungeva da sponsor fiscale per Blmokc, alla quale imponeva di utilizzare i suoi fondi solo nei limiti consentiti dalla sezione 501(c)(3). L’Afgj richiedeva inoltre a Blmokc di rendere conto, su richiesta, dell’erogazione di tutti i fondi ricevuti e vietava a Blmokc di utilizzare i suoi fondi per acquistare immobili senza il consenso dell’Afgj.
A partire dalla tarda primavera del 2020, Blmokc ha raccolto fondi per sostenere la sua presunta missione di giustizia sociale da donatori online e da fondi nazionali per le cauzioni. In totale, Blmokc ha raccolto oltre 5,6 milioni di dollari, inclusi finanziamenti da fondi nazionali per le cauzioni, tra cui il Community Justice Exchange, il Massachusetts Bail Fund e il Minnesota Freedom Fund. La maggior parte di questi fondi è stata indirizzata a Blmokc tramite Afgj, in qualità di sponsor fiscale.
Secondo l’atto d’accusa, il Blmokc avrebbe dovuto utilizzare queste sovvenzioni del fondo nazionale per le cauzioni per pagare la cauzione preventiva per le persone arrestate in relazione alle proteste per la giustizia razziale dopo la morte di George Floyd. Quando i fondi per le cauzioni venivano restituiti al Blmokc, i fondi nazionali per le cauzioni talvolta consentivano al Blmokc di trattenere tutto o parte del finanziamento della sovvenzione per istituire un fondo rotativo per le cauzioni, o per la missione di giustizia sociale del Blmokc, come consentito dalla Sezione 501(c)(3).
Nonostante lo scopo dichiarato del denaro raccolto e i termini e le condizioni delle sovvenzioni, l’atto d’accusa sostiene che a partire da giugno 2020 e almeno fino a ottobre 2025, Dickerson si è appropriata di fondi dai conti di Blmokc a proprio vantaggio personale. L’atto d’accusa sostiene che Dickerson abbia depositato almeno 3,15 milioni di dollari in assegni di cauzione restituiti sui suoi conti personali, anziché sui conti di Blmokc. Tra le altre cose, Dickerson avrebbe poi utilizzato questi fondi per pagare: viaggi ricreativi in Giamaica e nella Repubblica Dominicana per sé e i suoi soci; decine di migliaia di dollari in acquisti al dettaglio; almeno 50.000 dollari in consegne di cibo e generi alimentari per sé e i suoi figli; un veicolo personale registrato a suo nome; sei proprietà immobiliari a Oklahoma City intestate a suo nome o a nome di Equity International, Llc, un’entità da lei controllata in esclusiva. L’atto d’accusa sostiene inoltre che Dickerson abbia utilizzato comunicazioni interstatali via cavo per presentare due false relazioni annuali all’Afgj per conto del Blmokc. Dickerson ha dichiarato di aver utilizzato i fondi del Blmokc solo per scopi esenti da imposte. Non ha rivelato di aver utilizzato i fondi per il proprio tornaconto personale.
Tre anni fa una vicenda simile aveva travolto la cofondatrice di Black lives matter Patrisse Cullors, anche lei accusata di aver utilizzato i fondi donati per beneficenza al movimento per pagare incredibili somme di denaro a suo fratello e al padre di suo figlio per vari «servizi». Secondo le ricostruzioni del 2022, Paul Cullors, fratello di Patrisse, ha ricevuto 840.000 dollari sul suo conto corrente per aver presumibilmente fornito servizi di sicurezza al movimento, secondo i documenti fiscali visionati dal New York Post. Nel frattempo, l’organizzazione ha pagato una società di proprietà di Damon Turner, padre del figlio di Patrisse Cullors, quasi 970.000 dollari per aiutare a «produrre eventi dal vivo» e altri «servizi creativi». Notizie che, all’epoca, avevano provocato non pochi malumori, alimentate anche dal fatto che la Cullors si professava marxista e sosteneva di combattere per gli oppressi e le ingiustizie sociali.
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