
Chef Rubio, «pasta la parola». Da quattro salti in padella a tre passi nel delirio. Perché Gabriele Rubini - così all’anagrafe, nato 41 anni fa a Frascati, area Castelli Romani - non si tiene. Ai fornelli? Macché: davanti a una tastiera o ad un microfono. La rivoluzione non è un pranzo di gala, stabilì Mao Tse Tung. Giusto, si è detto il Nostro: facciamola partire dai chioschi della porchetta e dai tavoli de Er Bujaccaro, simbolo della cucina romana, ma esistente solo come figura retorica.
E vai dunque con le sue «frittate» verbali.
Pesanti, indigeste, rancide, intossicate da pulsioni ossessivo-compulsive.
In realtà, una su tutte: Israele, l’ebraismo e tutti i loro fiancheggiatori, in testa i giornalisti.
Le parole sono pietre? Nel suo caso, costituiscono gli ingredienti delle sue «ricette».
Che non finiscono a tarallucci e vino, ma a processo.
L’ultimo in ordine di tempo si è chiuso con una condanna del Tribunale di Roma.
Deve risarcire - 30.000 euro - l’Ugei, l’Unione dei giovani ebrei italiani.
Cui vanno aggiunte le spese legali e la rimozione di quanto pubblicato sui social.
Che le toghe non hanno interpretato come uso legittimo del free speech.
I post «cucinati» da Chef Rubio sono stati infatti riconosciuti come antisemiti.
Come quelli già cancellati in precedenza, giudicati «di incitamento all’odio», con una multa per ogni giorno di mancata ottemperanza all’ordinanza del 30 luglio 2024 del Tribunale civile di Roma, emessa su denuncia dell’Ucei, le comunità ebraiche italiane.
Vicenda giudiziaria nata dopo il pestaggio patito dallo stesso Chef Rubio, per mano - raccontò lui - di una «squadraccia» di «sgherri sionisti».
«Accusa senza prove» è stato il responso dei giudici.
Se il toro carica quando vede rosso, a scatenare Rubio è la stella di David.
Leggere, per credere, il manifesto del suo profilo su X, in un inglese (giusto: perché non farsi riconoscere anche all’estero?) che non necessita di traduzione: «Zionism = Mafia, Genocide, Ethnic Cleansing, Colonialism, Terrorism, Racism, Fascism, Supremacism».
Il sionismo come «male assoluto», altro che il fascismo.
E gli ebrei come esseri mefistofelici, che ci hanno rifilato la menata della Shoah, lo sterminio di 6 milioni di essi.
Una balla colossale, un falso mito, ingigantito - se non addirittura creato a tavolino - per lucrare vantaggi politici, economici, finanziari.
La stessa visione dei nazisti, con le loro teorie sul complotto planetario demo-pluto-giudicaico-massonico.
«Uccidono, mentono e rubano, possono inventare numeri e vittime perché detengono tutto. La storia parla chiaro: mai fidarsi di loro», ha esternato ancora l’altro ieri.
Levateje er fiasco!, sarebbe l’aulica esortazione che a questo punto si leverebbe dalle osterie trasteverine.
O da una delle trattorie per camionisti, da lui frequentate - a scopi televisivi - nella sua vita precedente.
Essì, perché c’è un prima e c’è un dopo, a voler ricostruire per sommi capi la sua biografia.
Una stagione da conduttore televisivo per i canali Discovery, dove è stato protagonista, per un settennato (2013-2019), di due produzioni: Unti e bisunti e Camionisti in trattoria.
Poi, nel dicembre 2019, dopo un viaggio in Palestina, l’illuminazione.
Fulminato sulla via di Gaza, ha indossato la kefiah, sempre e per sempre.
Accecato da un furore ideologico da far impallidire quello di un affiliato ad Hamas, o a Hezbollah.
E che lo porta a non gioire per un’eventuale tregua.
Tutt’altro.
Perché l’imperativo categorico rimane la scomparsa dello stato di Israele: «Finché la colonia non verrà smantellata, i coloni ebrei rispediti al mittente (Jnf), le comunità ebraiche non risarciranno ogni palestinese e antisionista perseguitato o ucciso in 120 anni di pulizia etnica, e non si faranno tornare i 10 milioni di esuli (palestinesi), nessun festeggiamento».
Giusto, perché tanto sotto le bombe mica ci sta lui.
Per quello che vale, sul punto faccio mia questa dolorosa riflessione: «Adesso Benjamin Netanyahu dovrebbe avere il coraggio di affrontare le sue responsabilità come ha avuto il coraggio di bombardare e uccidere. Le vite sono tutte preziose. Purtroppo sono cresciute due generazioni di palestinesi che si sono nutriti di odio» e di desiderio di vendetta.
Così la scrittrice Edith Bruck, ultima di sei figli di una famiglia ebraica ungherese, sopravvissuta ad Auschwitz.
Proprio come Liliana Segre, sfregiata - e non era la prima volta - da Rubio nel giugno 2024: «Povera stellina, che pensa solo a sé, che tutela solo gli interessi del sionismo, che vuole la medaglia d’oro della sofferenza».
Non solo.
A fine settembre, la Digos di Milano ha segnalato alla Procura che, nel corteo proPal, erano apparsi cartelli con il volto di Segre e del ministro Guido Crosetto quali «agenti sionisti», individuando tra i responsabili chef Rubio, che, si legge tutt’ora su diversi siti, «avrebbe incitato i colleghi (cuochi?) a segnalare con lo spray le abitazioni di chi sostiene Israele», che se fosse vera, sarebbe roba da Kristallnacht, la Notte dei Cristalli nazista.
Nel menu di Chef Rubio ci sono tuttavia altre gustose pietanze.
Giorgia Meloni, a proposito delle violenze per onorare (bel modo) il ricordo di Ramy, parla di «ignobili episodi di disordine»?
Il frascatano dismette la parannanza e, su X, indossa la toga, per replicare, - con un confidenziale «tu» - al presidente del Consiglio: «Quindi sono ignobili le manifestazioni, il dissenso, le proteste che non portano nessun morto, ma non lo sono abusi e omicidi di forze dell’ordine. Singolare come metro di giudizio, non trovi Giorgia Meloni? Medaglia al merito per gli assassini in divisa di Ramy?», appellati come tali, «assassini» (termine querelabile), da un Rubio che è pm e giudice al tempo stesso.
Nell’estate 2019 - prima che Matteo Salvini, all’epoca ministro dell’Interno, finisse come i pifferi di montagna (andò per suonarle a Giuseppe Conte e ai cinquestelle, in quel momento suoi alleati di governo, ma finì suonato lui) - Camillo Langone sul Foglio censì tutti gli epiteti che Chef Rubio aveva dedicato al leader leghista soltanto nei primi 20 giorni del mese di luglio: «Una diarrea di parolacce»: «Piscialletto», «cagasotto», «codardo», «bozzo inutile», «coglione», «cojone», «maiale», «pupazzo», «FelpaPig vergognati mortaccitua».
Francesco Totti vola a Tel Aviv per un evento sportivo di calcio? Chef Rubio lo impana e lo frigge: «La squadra della Roma è più vecchia dello stato illegale, teocratico, d’occupazione e apartheid israeliano fondato dai sionisti, gruppo di sadici fascisti, razzisti e colonialisti. Una carriera da Capitano per poi finire camerata», un fritto misto di epiteti & rigurgiti, per mettere in mezzo l’ex capitano giallorosso, che peraltro si è sempre saggiamente tenuto alla larga dai radar della politica.
Non trascurando l’altra sua bestia nera, non come gli ebrei, ma quasi: i pennivendoli... servi degli ebrei, quindi «complici del genocidio», ovvio.
Va alla Festa nazionale della Riscossa Popolare - un nome da «grande rivoluzione culturale proletaria» cinese (che fece qualche milione di morti, e che sarà mai?), organizzata lo scorso agosto dal Partito dei Carc, Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, e con chi se la prende? Con le iene dattilografe, maschi e femmine, «primi obiettivi della lotta continentale in sostegno del popolo palestinese», con un linguaggio che bollare come pericoloso e minaccioso è un eufemismo: «Loro devono avere paura ad andare al lavoro ogni giorno, loro devono temere per l’incolumità dei loro figli e delle loro figlie».
Quando le immagini finiscono in rete, Rubio veste lui i panni del perseguitato, sia pure «a livello legale».
E da chi? Ma dalla solita cricca di » ebrei sionisti (aridanga), da Maurizio Molinari a David Parenzo e Enrico Mentana».
Se non altro, le sue intimidazioni hanno strappato dal loro torpore l’Ordine e la Fnsi, il sindacato dei giornalisti: «Espressioni intolleranti e intollerabili, la solidarietà al popolo palestinese non può trasformarsi in una sorta di antisemitismo 2.0, né diventare l’ennesimo pretesto per la “caccia al cronista”».
Il direttore del Tg La7 nell’occasione non ha reagito.
L’ha fatto a scoppio ritardato, il 28 dicembre scorso, pur non essendo chiamato in causa personalmente.
Sequestrano Cecilia Sala, e lo chef come cucina la notizia?
«Lunga vita all’Iran e a chi resiste alle ingerenze imperialiste. Miracolate sioniste e spie con la passione dei viaggi non dovrebbero essere compiante, ma condannate».
Come no: Sala una Mata Hari filoisraeliana, graziata da Allah. Proprio.
E le donne torturate perché non si mettono il velo? I gay impiccati? I diritti civili compressi e soppressi? La «polizia morale» con licenza d’uccidere?
Invenzioni della Cia.
E del Mossad, ça va sans dire.
Alla weltanschauung all’amatriciana, Mentana ha riservato una sola parola: «Miserabile».
Caffè e ammazzacaffè.
Prima di uscire dal maleodorante locale, un sincero augurio.
Che nel 2025 possa sorgere un autentico movimento di liberazione.
Di Gabriele Rubini.
Da Chef Rubio.






