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2022-08-10
Rovinati dal vaccino: le storie
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Come è possibile restare indifferenti davanti al calvario che stanno vivendo centinaia, anzi migliaia di italiani, alle prese con gli effetti avversi del vaccino? Non lo è, infatti. Perché le loro storie sono le nostre storie. Perché nei racconti di Gianluca, Patrizia e Alessandra, che riportiamo qui sotto dalla loro viva voce, ci possiamo rispecchiare. Storie di persone che si sono fidate dello Stato, che prometteva la salvezza con il miracoloso siero, e invece sono stati lasciati soli nel momento del bisogno. Quando, cioè, dopo l’iniezione, non è andato tutto bene come speravano. Sono arrivati i dolori, la paresi, le pericarditi. Gli esami da fare, di tasca propria, il giro degli ospedali per avere consulti diversi. Le cure giuste da trovare. Le difficoltà dell’ottusa burocrazia italica per chiedere un’esenzione al vaccino. Insomma, un corollario di guai lungo mesi, addirittura lungo un anno, in qualche caso. Noi continueremo a dare voce alle storie di tutti, sempre. In tanti, troppi sono stati abbindolati e poi abbandonati. Noi non lo faremo.
Gianluca: «Dopo i dolori al petto ho incominciato a non vedere più bene»
Abito a Ravenna, ho fatto il vaccino e, subito dopo la prima dose, ho avuto un dolore al petto e mi sentivo come se dovessi svenire, avevo fitte e pressione alta. Il giorno dopo il cuore faceva fatica, batteva forte. Ho iniziato ad avere una parestesia alle braccia e alle gambe. Sono andato dal medico di base e poi dal cardiologo: quest’ultimo mi ha prescritto una pasticca per la pressione. Avevo la minima a 110, la massima a 150 e io non avevo mai avuto prima di quel momento la pressione così alta, oltretutto sono un sub di secondo livello. Avevo comunque sempre questo formicolio e, piano piano, la mia vista si è come annebbiata.
Inizialmente vedevo bagliori, poi si è offuscata. Il risultato è che ho perso otto decimi da un occhio perché ho avuto una trombosi anche se, fortunatamente, non c’è stato il distacco della retina. Visto quello che mi era successo, avendo anche un certificato del cardiologo dell’Usl che aveva verificato la sospetta correlazione, all’hub vaccinale mi hanno esonerato dalla vaccinazione per un certo periodo di tempo. Poi quando si è passati dal certificato cartaceo a quello digitale, non mi hanno più voluto esonerare. Pretendevano che io rifacessi tutti gli esami che avevo già fatto e spendessi altri duemila euro, che era la cifra che avevo, appunto, speso per cercare di curarmi. Ho chiamato l’oculista dal quale ero andato ma ho scoperto che era stato chiamato dai carabinieri, visto che avevo presentato una denuncia chiedendo il sequestro del lotto del vaccino che mi era stato somministrato. L’oculista mi ha detto che a causa di questi problemi non voleva più visitarmi.
Ora sto un po’ meglio, anche se continua a farmi male la gamba destra e, ovviamente, non vedo più bene.
Patrizia Zampieri: «Ho avuto una paresi durata ben 8 mesi dopo la seconda dose»
Dopo la seconda dose ho avuto un’emorragia cerebrale. Già dopo la prima ero stata male: mi erano venuti dolori dappertutto, sangue dal naso, vertigini, una spossatezza tale da non riuscire a fare alle scale. Ho fatto io stessa la segnalazione all’Aifa, ma mi hanno fatto comunque la seconda dose.
Dopo la seconda dose, all’inizio, ho avuto tutta la sintomatologia che avevo già registrato dopo la prima, ma in maniera più forte. Avevo anche difficoltà a respirare, sempre sangue dal naso e vertigini. Poi, due mesi dopo l’iniezione, una sera, mi sono messa a letto e la mattina seguente mi sono svegliata con il corpo metà paralizzato e la lingua cadente. Mi trovavo in casa da sola, ma avevo il telefono acceso vicino al comodino e sono riuscita a chiamare mio fratello: biascicavo, non riuscivo a parlare. Per fortuna lui aveva le chiavi di casa e mi ha portato subito al pronto soccorso. Mi hanno tenuto in osservazione per alcuni giorni, quindi sono tornata a casa. Ho dovuto fare fisioterapia per 4-5 ore al giorno, per mesi, per riuscire a recuperare i movimenti del corpo e pure l’eloquio, perché non riuscivo più a parlare bene.
La paresi mi è durata otto mesi e per un anno quasi non ho più dormito la notte per la paura di svegliarmi con una nuova emorragia. Anche adesso non sto bene, faccio fatica a fare ogni cosa, devo stare attenta a non inciampare perché ogni tanto ho delle parestesie temporanee. Pensate che quando sono andata a lavorare (sono di Treviso faccio l’infermiera), dopo 8 mesi, volevano farmi fare la terza dose in ambiente protetto, ma io mi sono rifiutata. Sono riuscita a farmi fare un’esenzione temporanea presso un hub vaccinale che mi è stata rinnovata di mese in mese finché è arrivato il sistema telematico e non mi è stata più rinnovata.
Alessandra Maffi: «Terapia monoclonale per tenere a bada pericardite e recidiva»
Il 3 agosto del 2021 faccio la seconda dose di vaccino. La sera ho un po’ di febbre e basta. Poi, il giorno dopo, affanno, febbre alta e dolore al torace e facevo particolarmente fatica a fare le scale.
Il giorno dopo sono andata al pronto soccorso all’ospedale convenzionato di Bergamo Umanitas Gavazzeni e mi hanno dimesso con una sospetta pericardite: mi hanno fatto esami del sangue, raggi al torace e una visita cardiologica che, però, non aveva rilevato dei versamenti. Ma mi hanno diagnosticato questa sospetta pericardite perché avevo tutti i sintomi e valori del sangue sballati. La cosa assurda è che all’ospedale hanno scritto «sospetta pericardite post-infezione Sars Cov 2» ma non era vero, io avevo fatto il vaccino il giorno prima di stare male. Il giorno dopo, ancora, sono stata da un altro cardiologico che mi ha confermato che avevo proprio una pericardite in corso. Mi ha detto di fare la segnalazione all’Aifa tramite il mio medico di base che, però, non l’ha voluta fare e allora ho chiamato il pronto soccorso, ma non mi hanno risposto.
Ho subito preso delle medicine finché a settembre-ottobre ho ricominciato a fare a sport. Ma a novembre, mentre correvo, ho iniziato ad avere gli stessi sintomi: fatica, febbre, affanno e dolori. Allora sono tornata in ospedale, stavolta a Seriate, e lì ho scoperto di aver avuto una recidiva importante: si era formato del liquido nel pericardio e avevo avuto un versamento. Mi hanno dato del cortisone ma ogni volta che iniziavo a scalare il medicinale, mi ritornava la recidiva. Sono andata al Papa Giovanni XXIII di Bergamo e lì ho iniziato una terapia monoclonale che continuo tutt’ora. Ora lo stato infiammatorio è più basso e il liquido al cuore è un po’ calato e ho iniziato a fare un pochino di sport ma non sono quella di prima. Un cardiologo mi ha certificato la correlazione e tramite un nuovo medico di base ho ottenuto un’esenzione temporanea.
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Nei racconti di Gianluca, Patrizia e Alessandra ci possiamo rispecchiare. Storie di persone che si sono fidate dello Stato, che prometteva la salvezza con il miracoloso siero, e invece sono stati lasciati soli nel momento del bisogno. Noi continueremo a dare voce alle storie di tutti, sempre. In tanti, troppi sono stati abbindolati e poi abbandonati. Noi non lo faremo.Come è possibile restare indifferenti davanti al calvario che stanno vivendo centinaia, anzi migliaia di italiani, alle prese con gli effetti avversi del vaccino? Non lo è, infatti. Perché le loro storie sono le nostre storie. Perché nei racconti di Gianluca, Patrizia e Alessandra, che riportiamo qui sotto dalla loro viva voce, ci possiamo rispecchiare. Storie di persone che si sono fidate dello Stato, che prometteva la salvezza con il miracoloso siero, e invece sono stati lasciati soli nel momento del bisogno. Quando, cioè, dopo l’iniezione, non è andato tutto bene come speravano. Sono arrivati i dolori, la paresi, le pericarditi. Gli esami da fare, di tasca propria, il giro degli ospedali per avere consulti diversi. Le cure giuste da trovare. Le difficoltà dell’ottusa burocrazia italica per chiedere un’esenzione al vaccino. Insomma, un corollario di guai lungo mesi, addirittura lungo un anno, in qualche caso. Noi continueremo a dare voce alle storie di tutti, sempre. In tanti, troppi sono stati abbindolati e poi abbandonati. Noi non lo faremo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-vaccino-storie-2657839149.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gianluca-dopo-i-dolori-al-petto-ho-incominciato-a-non-vedere-piu-bene" data-post-id="2657839149" data-published-at="1660118966" data-use-pagination="False"> Gianluca: «Dopo i dolori al petto ho incominciato a non vedere più bene» Abito a Ravenna, ho fatto il vaccino e, subito dopo la prima dose, ho avuto un dolore al petto e mi sentivo come se dovessi svenire, avevo fitte e pressione alta. Il giorno dopo il cuore faceva fatica, batteva forte. Ho iniziato ad avere una parestesia alle braccia e alle gambe. Sono andato dal medico di base e poi dal cardiologo: quest’ultimo mi ha prescritto una pasticca per la pressione. Avevo la minima a 110, la massima a 150 e io non avevo mai avuto prima di quel momento la pressione così alta, oltretutto sono un sub di secondo livello. Avevo comunque sempre questo formicolio e, piano piano, la mia vista si è come annebbiata.Inizialmente vedevo bagliori, poi si è offuscata. Il risultato è che ho perso otto decimi da un occhio perché ho avuto una trombosi anche se, fortunatamente, non c’è stato il distacco della retina. Visto quello che mi era successo, avendo anche un certificato del cardiologo dell’Usl che aveva verificato la sospetta correlazione, all’hub vaccinale mi hanno esonerato dalla vaccinazione per un certo periodo di tempo. Poi quando si è passati dal certificato cartaceo a quello digitale, non mi hanno più voluto esonerare. Pretendevano che io rifacessi tutti gli esami che avevo già fatto e spendessi altri duemila euro, che era la cifra che avevo, appunto, speso per cercare di curarmi. Ho chiamato l’oculista dal quale ero andato ma ho scoperto che era stato chiamato dai carabinieri, visto che avevo presentato una denuncia chiedendo il sequestro del lotto del vaccino che mi era stato somministrato. L’oculista mi ha detto che a causa di questi problemi non voleva più visitarmi.Ora sto un po’ meglio, anche se continua a farmi male la gamba destra e, ovviamente, non vedo più bene. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-vaccino-storie-2657839149.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="patrizia-zampieri-ho-avuto-una-paresi-durata-ben-8-mesi-dopo-la-seconda-dose" data-post-id="2657839149" data-published-at="1660120674" data-use-pagination="False"> Patrizia Zampieri: «Ho avuto una paresi durata ben 8 mesi dopo la seconda dose» Dopo la seconda dose ho avuto un’emorragia cerebrale. Già dopo la prima ero stata male: mi erano venuti dolori dappertutto, sangue dal naso, vertigini, una spossatezza tale da non riuscire a fare alle scale. Ho fatto io stessa la segnalazione all’Aifa, ma mi hanno fatto comunque la seconda dose.Dopo la seconda dose, all’inizio, ho avuto tutta la sintomatologia che avevo già registrato dopo la prima, ma in maniera più forte. Avevo anche difficoltà a respirare, sempre sangue dal naso e vertigini. Poi, due mesi dopo l’iniezione, una sera, mi sono messa a letto e la mattina seguente mi sono svegliata con il corpo metà paralizzato e la lingua cadente. Mi trovavo in casa da sola, ma avevo il telefono acceso vicino al comodino e sono riuscita a chiamare mio fratello: biascicavo, non riuscivo a parlare. Per fortuna lui aveva le chiavi di casa e mi ha portato subito al pronto soccorso. Mi hanno tenuto in osservazione per alcuni giorni, quindi sono tornata a casa. Ho dovuto fare fisioterapia per 4-5 ore al giorno, per mesi, per riuscire a recuperare i movimenti del corpo e pure l’eloquio, perché non riuscivo più a parlare bene.La paresi mi è durata otto mesi e per un anno quasi non ho più dormito la notte per la paura di svegliarmi con una nuova emorragia. Anche adesso non sto bene, faccio fatica a fare ogni cosa, devo stare attenta a non inciampare perché ogni tanto ho delle parestesie temporanee. Pensate che quando sono andata a lavorare (sono di Treviso faccio l’infermiera), dopo 8 mesi, volevano farmi fare la terza dose in ambiente protetto, ma io mi sono rifiutata. Sono riuscita a farmi fare un’esenzione temporanea presso un hub vaccinale che mi è stata rinnovata di mese in mese finché è arrivato il sistema telematico e non mi è stata più rinnovata. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-vaccino-storie-2657839149.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="alessandra-maffi-terapia-monoclonale-per-tenere-a-bada-pericardite-e-recidiva" data-post-id="2657839149" data-published-at="1660120674" data-use-pagination="False"> Alessandra Maffi: «Terapia monoclonale per tenere a bada pericardite e recidiva» Il 3 agosto del 2021 faccio la seconda dose di vaccino. La sera ho un po’ di febbre e basta. Poi, il giorno dopo, affanno, febbre alta e dolore al torace e facevo particolarmente fatica a fare le scale.Il giorno dopo sono andata al pronto soccorso all’ospedale convenzionato di Bergamo Umanitas Gavazzeni e mi hanno dimesso con una sospetta pericardite: mi hanno fatto esami del sangue, raggi al torace e una visita cardiologica che, però, non aveva rilevato dei versamenti. Ma mi hanno diagnosticato questa sospetta pericardite perché avevo tutti i sintomi e valori del sangue sballati. La cosa assurda è che all’ospedale hanno scritto «sospetta pericardite post-infezione Sars Cov 2» ma non era vero, io avevo fatto il vaccino il giorno prima di stare male. Il giorno dopo, ancora, sono stata da un altro cardiologico che mi ha confermato che avevo proprio una pericardite in corso. Mi ha detto di fare la segnalazione all’Aifa tramite il mio medico di base che, però, non l’ha voluta fare e allora ho chiamato il pronto soccorso, ma non mi hanno risposto.Ho subito preso delle medicine finché a settembre-ottobre ho ricominciato a fare a sport. Ma a novembre, mentre correvo, ho iniziato ad avere gli stessi sintomi: fatica, febbre, affanno e dolori. Allora sono tornata in ospedale, stavolta a Seriate, e lì ho scoperto di aver avuto una recidiva importante: si era formato del liquido nel pericardio e avevo avuto un versamento. Mi hanno dato del cortisone ma ogni volta che iniziavo a scalare il medicinale, mi ritornava la recidiva. Sono andata al Papa Giovanni XXIII di Bergamo e lì ho iniziato una terapia monoclonale che continuo tutt’ora. Ora lo stato infiammatorio è più basso e il liquido al cuore è un po’ calato e ho iniziato a fare un pochino di sport ma non sono quella di prima. Un cardiologo mi ha certificato la correlazione e tramite un nuovo medico di base ho ottenuto un’esenzione temporanea.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.