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Romania, si sgretolano le accuse dietro l’annullamento delle elezioni

Romania, si sgretolano le accuse dietro l’annullamento delle elezioni
Calin Georgescu (Ansa)
Nel 2024 la massima Corte del Paese invalidò il voto in cui vinse Georgescu per presunte ingerenze russe. Da lì partì un processo per «attentato all’ordine costituzionale». Ora molte prove sono dichiarate nulle.

Si riapre con una decisione clamorosa della Corte d’Appello rumena la vicenda delle elezioni presidenziali in Romania, ripetute nel maggio 2025 dopo che la vittoria al primo turno di Calin Georgescu a novembre 2024 era stata annullata dalla Corte costituzionale a seguito di prove riguardanti presunte interferenze della Russia (poi smentite da un report della commissione giuridica del Congresso degli Stati Uniti) e lo stesso Georgescu era stato incriminato a settembre 2025 per attentato all’ordine costituzionale, costituzione di organizzazioni fasciste e antisemite, disinformazione e falso. La Corte d’Appello di Bucarest ha infatti stabilito che gran parte delle prove contro Georgescu sono state ottenute illegalmente. La sentenza, emessa lunedì, ha portato all’esclusione di decine di dichiarazioni di testimoni e materiale correlato, sollevando domande sull’integrità dell’indagine sull’ex candidato presidenziale, cui a maggio 2025 è stato anche impedito di ricandidarsi alla presidenza.

Georgescu, che in campagna elettorale si era distinto per le sue posizioni sovraniste e le critiche alla Nato e all’Unione europea, aveva superato inaspettatamente il primo turno di votazione. L’annullamento del turno elettorale pochi giorni dopo aveva scatenato proteste diffuse e accuse di manipolazione elettorale, con i sostenitori del candidato di destra che puntavano il dito contro Bruxelles. Pour cause: dopo l’annullamento del primo turno, su iniziativa della Procura presso l’Alta Corte di Cassazione e Giustizia rumena (Piccj), sulla base di presunte interferenze nel voto tramite TikTok, la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen aveva avviato un procedimento formale nei confronti della piattaforma di video sharing cinese per sospetta violazione del Dsa, in relazione all’obbligo di valutare e mitigare i rischi sistemici legati all’integrità delle elezioni, «in particolare nel contesto delle presidenziali rumene». La ciliegina sulla torta era arrivata dopo le dichiarazioni di Thierry Breton, ex commissario europeo al mercato interno, che a gennaio 2025 sulla radio francese si era lasciato scappare la rivendicazione dell’intervento a gamba tesa sul voto rumeno dichiarando all’emittente Rmc che «l’Unione europea ha gli strumenti per bloccare qualsiasi ingerenza straniera, come ha fatto in Romania». Forti interferenze francesi erano state registrate anche a seguito della visita dell’ambasciatore francese alla Corte costituzionale di Bucarest poco prima che questa decidesse di invalidare la vittoria di Georgescu e all’endorsement del presidente francese Emmanuel Macron a favore di un’altra candidata, Elena Lasconi.

Dopo il fiasco elettorale, Calin Georgescu ha affrontato una serie di sfide legali: a febbraio 2025, i pubblici ministeri rumeni hanno aperto un’indagine penale su di lui, accusandolo di aver istigato violenza e tentato di rovesciare l’ordine costituzionale. Le accuse derivavano da presunti complotti legati alla sua campagna elettorale e alle attività post-elettorali, compresi supposti legami con gruppi di estrema destra e influenze straniere. L’impianto accusatorio poggiava sulla presunta collaborazione tra Georgescu e Horațtiu Potra, ex soldato della Legione straniera francese e leader mercenario. Potra è stato accusato insieme con altre 20 persone di aver costituito un gruppo paramilitare dotato di armi illegali. A fronte di queste «prove» - in realtà soltanto una, un report dei servizi segreti rumeni - Georgescu è stato posto sotto controllo giudiziario e gli è stato impedito di partecipare al turno elettorale riconvocato a maggio 2025, nonostante lui si sia sempre difeso e abbia negato le accuse, descrivendole come attacco politico.

La sentenza di lunedì si è concentrata sulle irregolarità procedurali e nel modo in cui le prove sono state raccolte dalla Procura generale (Piccj). Il giudice della Corte d’Appello, Mihai Paul Cozma, ha stabilito che le dichiarazioni dei testimoni, raccolte tra l’8 e il 12 dicembre 2024 (quando è stato annullato il primo turno), erano inammissibili, avendo violato il diritto degli indagati contro l’autoincriminazione ai sensi dell’articolo 118 del codice di procedura penale della Romania. Ai sensi degli articoli 102 e 282 del Codice, inoltre, Cozma le ha dichiarate nulle e ha ordinato la loro esclusione dal fascicolo, assieme alle registrazioni audio delle udienze e a qualsiasi riferimento a esse nell’accusa, mettendo a verbale che «le prove ottenute illegalmente non possono essere utilizzate nel procedimento penale».

Il caso non è archiviato, però. La Corte d’appello rumena ha dato al Piccj cinque giorni per confermare se intende tenere in piedi l’accusa o se preferisce che il caso torni all’ufficio del procuratore per ulteriori indagini. Ma la decisione di Cozma, a questo punto, lascia il procedimento in un limbo giudiziario, aprendo potenzialmente la strada a un cambio di rotta nel processo o forse anche all’assoluzione di Georgescu. I suoi sostenitori, nel frattempo, tornano ad accusare l’Ue, sostenendo che l’annullamento elettorale e i successivi procedimenti giudiziari riflettono un’influenza indebita delle istituzioni europee, che in questo modo hanno voluto sopprimere le voci anti-establishment.

Il patto tra Meloni, Starmer e Merz per proteggere le navi a Hormuz
Giorgia Meloni, Keir Starmer e Friedrich Merz (Ansa)
Il premier britannico contatta i due leader, assente Macron. Ma Teheran sarebbe pronta a minare lo Stretto Washington: «Conseguenze mai viste». L’Italia prende il comando della missione Aspides davanti allo Yemen.

Si accelera la corsa contro il tempo per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz e contenere le ripercussioni sull’economia globale, mentre l’Iran tiene sotto scacco l’area.

È in questo contesto che si inserisce il coordinamento tra l’Italia, il Regno Unito e la Germania. Il governo britannico ha reso noto che il premier Keir Starmer, nella serata di lunedì, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. I tre leader, come si legge nel comunicato, «discutendo dello Stretto di Hormuz, hanno concordato sull’importanza vitale della libertà di navigazione per le navi in queste acque» e di «collaborare strettamente nei prossimi giorni per far fronte alle minacce iraniane». A tal riguardo, un portavoce di Downing street ha poi specificato: «Il Regno Unito sta collaborando con i nostri alleati su una serie di opzioni per supportare la navigazione commerciale attraverso lo Stretto». A destare stupore è l’assenza del presidente francese, Emmanuel Macron, nella telefonata. Anche perché aveva dichiarato di essere al lavoro con i partner per «una missione puramente difensiva» per riaprire lo Stretto di Hormuz e scortare le navi.

Tornando al colloquio telefonico, non è chiaro esattamente quali misure siano state prese più in considerazione dai tre leader, se il dispiegamento di scorte navali o coperture assicurative adeguate per gli operatori. Va detto che il Regno Unito sembra già essersi mosso sul secondo aspetto visto che la scorsa settimana il cancelliere dello Scacchiere e il segretario economico del Tesoro si sono consultati con uno dei principali mercati assicurativi al mondo, i Lloyd’s di Londra. La posizione italiana si delinea nella bozza di risoluzione del centrodestra sulle comunicazioni in aula oggi di Meloni: l’esecutivo si impegna a «sostenere, anche attraverso iniziative coordinate nell’ambito dell’Unione europea e in cooperazione tra gli Stati membri, i partner della regione del Golfo colpiti dagli inaccettabili attacchi portati dal regime iraniano, prevedendo, qualora tali aggressioni dovessero proseguire, anche forme aggiuntive di assistenza in materia di difesa, protezione delle infrastrutture critiche e supporto logistico».

Nel frattempo, per scortare il traffico mercantile europeo, l’Italia si prepara la prossima settimana a prendere il comando della missione navale Aspides con la nave Rizzo che si trova davanti alle coste dello Yemen, nel Mar Rosso.

A lavorare sulla libertà di navigazione nell’area strategica sono in primis gli Stati Uniti: stanno valutando «una serie di opzioni» per scortare le navi attraverso lo stretto di Hormuz. Tuttavia, è stata ufficialmente smentita dalla Casa Bianca la notizia diffusa dal segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, secondo cui la Marina militare statunitense avrebbe accompagnato ieri una petroliera. La situazione già fragile potrebbe ulteriormente precipitare: come riportato da Cbs, l’intelligence americana crede che Teheran si stia preparando per dispiegare le mine lungo lo Stretto. «Se l’Iran ha messo mine nello stretto di Hormuz, di cui non abbiamo segnalazioni, le rimuova immediatamente» altrimenti »le conseguenze militari daranno a livelli mai visti prima. Se le rimuove, invece, sarebbe un passo nella giusta direzione», ha commentato il presidente Usa Donald Trump. Di certo sono arrivate altre minacce. Il capo della sicurezza iraniana, Ali Larijani, ha scritto su X che Hormuz sarà «uno Stretto di pace e prosperità per tutti oppure sarà uno Stretto di sconfitta e sofferenza per i guerrafondai».

Nel frattempo, oltre alla situazione dello Stretto, i Paesi del Golfo devono affrontare i raid iraniani contro le raffinerie petrolifere. Bloomberg ha messo in luce la riduzione della produzione giornaliera di petrolio. In particolare, l’Arabia Saudita ha diminuito la produzione tra 2 e 2,5 milioni di barili al giorno e gli Emirati Arabi Uniti hanno tagliato la loro produzione di 500.000-800.000 barili. A sollevare l’allarme è stata la compagnia petrolifera saudita Aramco. Pur rassicurando che il gruppo continuerà a esportare il 70% della sua produzione di greggio, l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, ha avvertito che «ci sarebbero conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi mondiali tanto più a lungo durerà il blocco e più drastiche saranno le conseguenze sull’economia globale».

Spostandoci negli Emirati Arabi Uniti, il colosso petrolifero statale di Abu Dhabi, Adnoc, si è trovato costretto a sospendere le attività nella raffineria di Ruwais, a causa di un incendio scoppiato dopo un attacco con droni. E in Iraq, le autorità hanno sottolineato esplicitamente di essere alla ricerca di rotte «alternative» per esportare il petrolio.

Missili e droni iraniani sono stati lanciati di nuovo contro gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, con le difese aeree che hanno più volte risposto ai vettori. Doha ha intercettato cinque missili, mentre Abu Dhabi ne ha abbattuti otto e distrutto 26 droni. Peraltro, il Teheran Times ha riferito che una petroliera sarebbe esplosa al largo di Abu Dhabi. E in soccorso dei Paesi del Golfo, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato che questa settimana arriveranno gli esperti militari di Kiev ad Abu Dhabi, Doha e Riad per condividere le loro competenze sulla distruzione dei droni. E pure l’Australia è pronta a inviare aiuti: arriveranno nel Golfo infatti missili aria-aria, un aereo da sorveglianza e il personale di supporto dell’Australian defence force.

L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
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Il governo rinvia i tagli alle accise e si mette a caccia delle coperture
Ansa
Nel cdm mancano le misure contro il caro energia. Salvini: «Un intervento ci sarà». Bisogna trovare le risorse. L’Ue invita a tagliare gli oneri su luce e gas ma stoppa la revisione degli Ets. Meloni e Merz: ora sospendeteli.

Niente accise mobili, niente piano casa, niente decreto fiscale. Il Consiglio dei ministri ha disatteso le aspettative. Anche se, non è esclusa una nuova riunione del cdm nel corso della settimana, forse già venerdì, nella quale potrebbe essere esaminato un intervento specifico sui carburanti.

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Dall’omicida al pedofilo, dallo stupratore al rapinatore: ecco chi sono i clandestini condannati che il governo aveva deciso di espellere e che invece ha dovuto riportare in Italia. Adesso sono a spasso.

I recidivi passati attraverso le porte girevoli del centro di Gjader nonostante il pesante bagaglio penale avevano un asso nella manica: la richiesta di protezione internazionale. L’hanno giocato al momento giusto: poco prima del rimpatrio. Un grimaldello. Valutato dai giudici della Corte d’appello di Roma che li hanno riportati in Italia, dove ora sono liberi di portare a spasso il loro know how giudiziario messo insieme in anni di passaggi tra commissariati, aule di tribunale e uffici di polizia, come motivo per non convalidare il trattenimento e bloccare il rimpatrio. Il risultato è un viaggio circolare: dall’Italia all’Albania e di nuovo indietro.

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