Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande. Parto da questa citazione di Adriano Olivetti perché è stato forse il primo, più grande, rivoluzionario d’impresa italiano. In questo podcast abbiamo provato a disegnare i ritratti di altri uomini e donne, viventi e non, che hanno lasciato il segno sulle pagine delle storia economica di questo Paese. Alcuni esprimendo un potere di lunga durata, altri portando la direzione di un intero settore produttivo verso la modernità. Quasi tutti hanno avuto grandi maestri ma pochissimi allievi. Una generazione senza eredi, solisti spesso irripetibili. Hanno vissuto da dentro il succedersi dei principali fatti dell’industria e lo sviluppo delle tecnologie più avanzate che hanno caratterizzato la vita economica e sociale dell’Italia. Hanno gestito i successi e i grandi passi avanti compiuti ma hanno anche conosciuto le conseguenze della nostra debolezza strutturale in aree strategiche. Ritratti racconta le storie di personaggi visionari capaci di fare, di realizzare strategie, di convincere sé stessi prima degli altri, di giocarsi la scena per un’idea, di preoccuparsi del dopo e non del prima. Imprenditori, manager, banchieri. Italiani e italiane che, impiegando capitali propri o gestendo capitali pubblici, con metodi, risultati e principi diversi, hanno costruito nei quasi 80 anni della Repubblica un sistema industriale, che pur tra alti e bassi ha collocato l’Italia tra i dieci Paesi più ricchi del mondo. Perché se l’economia è il motore della storia, l’uomo è il motore di entrambe.
Il gip di Milano, Sara Cipolla, accogliendo la richiesta della Procura, ha disposto l’archiviazione delle inchieste per aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. Cappato si era autodenunciato nel 2022 per aver accompagnato a morire in una clinica di Zurigo una signora veneta di 69 anni, malata terminale di cancro al polmone con metastasi, e un ex giornalista e pubblicitario 82 anni, affetto da una forma grave di Parkinson.
I pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, nel settembre 2023 chiedevano la non punibilità di Cappato perché aveva aiutato a suicidarsi due malati terminali «nel rispetto delle procedure», in quanto rifiutavano trattamenti di sostegno vitale. ll gip, che prima aveva sollevato la questione davanti alla Consulta, ha convenuto e archiviato. In entrambi i casi «il requisito del trattamento di sostegno vitale, nella portata precisata dalla Corte costituzionale, deve dirsi sussistente in quanto medicalmente previsto e prospettato e da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione».
La signora Elena A. non accettava di sottoporsi a un nuovo ciclo di chemioterapia, l’ex giornalista Romano N. non voleva iniziare un trattamento di nutrizione-idratazione artificiale tramite Peg, procedura endoscopica che mediante una sonda collega la cavità gastrica all’esterno. Entrambi erano morti in Svizzera, nell’agosto e nel novembre 2022, accompagnati da Coppato.
Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, ha definito la decisione del giudice «un passaggio giuridico decisivo, già chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 135 del 2024 e ribadito con la n. 66 del 2025: non può esserci discriminazione tra chi è già sottoposto a un trattamento e chi, nelle stesse condizioni cliniche, sceglie legittimamente di rifiutarlo». Per l’avvocato Gallo, sarebbe la «conferma che la via indicata dalla Corte è già oggi giuridicamente praticabile: il rifiuto di trattamenti di sostegno vitale, quando siano prescritti dal medico ma non accettati dalla persona malata, non può escludere l’accesso all’area di non punibilità delineata dalla Consulta».
In realtà la Corte, intervenendo sulla questione della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in alcuni casi delimitati e a stringenti condizioni, con l’ultima sentenza del 2025 non allarga le maglie. Non è necessario, conferma, che ai fini dell’accesso al suicidio assistito, «il paziente sia tenuto a iniziare il trattamento», di sostegno vitale, «al solo scopo di poter poi essere aiutato a morire»; però ritiene «essenziale» il carattere «che rivestono i requisiti e le condizioni procedurali per la non punibilità dell’aiuto al suicidio».
I giudici costituzionali hanno ribadito che il suicidio assistito deve avvenire «nell’ambito di una seria assistenza medica», e che deve esserci «la concreta messa a disposizione di un percorso di cure palliative», prima di qualsiasi decisione che il paziente possa prendere. Questo, «anche nella prospettiva di prevenire e ridurre in misura molto rilevante la domanda di suicidio assistito».
L’altra condizione, evidenzia la Consulta, «è quella del necessario coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale, a garanzia di un disinteressato accertamento della sussistenza dei requisiti di liceità dell’accesso alla procedura di suicidio assistito». Inoltre, è necessario il «parere del comitato etico territorialmente competente, funzionale anche alla specifica esigenza di ottenere un parere terzo in relazione alla domanda di accesso al suicidio assistito».
Non può passare dunque il concetto che, «nella perdurante assenza di una legislazione che disciplini la materia» e con la non punibilità dell’aiuto al suicidio, risulti tollerato anzi si incentivi, la trasferta all’estero per porre fine alla propria vita dopo aver rifiutato trattamenti vitali applicati o solo prospettati.
La Corte sottolinea le condizioni per accedere al suicidio assistito: se questo, per un verso, «amplia gli spazi riconosciuti all’autonomia della persona nel decidere liberamente sul proprio destino, crea - al tempo stesso - rischi che l’ordinamento ha il dovere di evitare, in adempimento del dovere di tutela della vita umana che, esso pure, discende dall’art. 2 della Costituzione».
La Consulta mette in guardia, inoltre, sulla possibilità che «in presenza di una legislazione permissiva non accompagnata dalle necessarie garanzie sostanziali e procedimentali, si crei una “pressione sociale indiretta” su altre persone malate o semplicemente anziane e sole», che decidano di togliersi di mezzo invece di avvertire la solidarietà collettiva.
Per questo, la Corte rinnova l’appello al legislatore «affinché dia corso a un adeguato sviluppo delle reti di cure palliative e di una effettiva presa in carico da parte del sistema sanitario e sociosanitario, al fine di evitare un ricorso improprio al suicidio assistito».
All'inizio degli anni Settanta scoppiò la moda delle «dune buggy» di vetroresina su base Maggiolino, offerte anche in kit di montaggio. Diversi furono i produttori, da Zodiaco a Puma, che fece anche mini «supercar» su base Alfasud.
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Scazzottate e inseguimenti che hanno segnato un’epoca in una generazione (e più). Ed una «dune buggy» rossa e gialla, che Bud Spencer e Terence Hill dovevano riconquistare a suon di risse contro i «cattivi» in «Altrimenti ci arrabbiamo!», pellicola del 1974 che divenne «cult» anche per la colonna sonora degli Oliver Onions dedicata proprio alla «dune buggy».
Quell’auto buffa, un po’fuoristrada e un po’veicolo lunare, fu di moda negli anni Settanta. Una «fuoriserie» alla portata di tutti quelli che guidavano con la fantasia. La moda veniva dalla California, dove nel 1964 il surfista e costruttore di barche Bruce Meyers aveva rivestito un Volkswagen Maggiolino con una carrozzeria in vetroresina da lui disegnata, accorciandone il passo e trasformandolo nella prima «buggy» del mondo.
La vide un giovane Mario Zodiaco, bolognese e figura di spicco del motorismo italiano (fu tra le altre cose tra i fondatori del Motor Show bolognese) e decise di costruirne una tutta su dopo un viaggio in California. Fu pronta nel 1968, costruita con componenti importati dagli Usa e imbullonati in garage. La dune buggy di Zodiaco, con la meccanica Volkswagen e il passo accorciato, fu ammirata così tanto che l’imprenditore bolognese decise di produrla in piccola serie e in kit di montaggio per chi voleva cimentarsi nella metamorfosi di un vecchio Maggiolino. Nasceva così la Auto Zodiaco, pioniere dei produttori delle kit cars italiane. La casa bolognese, che forniva sia kit di montaggio che prodotto finito, ebbe una vita relativamente breve soprattutto a causa dei progetti in movimento del fondatore Mario Zodiaco. Tuttavia fino alla metà degli anni ’70 riuscì a produrre dune buggy e varianti in buon numero. La capostipite era la «Deserter», direttamente derivata dai kit americani. Tra i best seller la «Jumper», caratterizzata dai fianchi bassi. Una particolare special fu la «Damaca». Si trattava di una 4 posti sempre su base Maggiolino, ma dalla linea futuristica e caratterizzata dall’apertura delle porte a «gabbiano» quando chiusa con l’hard top. Creata dal designer americano Tom Tjaarda, aveva una linea sportiva che ricordava le Detomaso «Pantera».
Concorrente di Zodiaco nel mondo delle Kit car italiane fu la Auto Mirage, nata dall’ex socio di Mario Zodiaco (dal quale sarà chiamato in una causa legale sulla proprietà intellettuale dei prodotti), il quale sfruttò il know how dell'ex socio sull’onda del successo delle «dune buggy». Sempre a Bologna produsse fuoriserie su base Volkswagen in kit e assemblate, ma anche una con motore 2,200 Porsche (la rarissima «Moon Buggy» (usata in circuito come mezzo di intervento rapido) e Fiat 500 (la «Pick Wick»). Offriva prodotti a prezzi più concorrenziali di Zodiaco e fu tra le più prolifiche officine di produzione di auto in kit.
In Lombardia furono attive, negli stessi anni, altre aziende dedicate alle trasformazioni di auto di serie in «special». La Greppi di Colico, con tre buggy e un particolare fuoristrada che ricordava la Vw Typ 181 «Pescaccia». Anche la Helvetia, carrozzeria di Rozzano nell’hinterland milanese, lasciò la sua firma negli anni Settanta. Con un kit di trasformazione del Maggiolino in senso ironicamente elegante. L’officina vendeva infatti un kit che poteva trasformare la Volkswagen in una caricatura della Rolls Royce, con tanto di radiatore sormontato dalla Vittoria alata e con cofano posteriore che simulava i bagagliai delle regine inglesi degli anni ’30-’40.
Ma l’azienda più longeva e significativa nel mondo delle kit car italiane è stata sicuramente la romana Puma. Sua era la dune buggy di Bud Spencer e Terence Hill, che il fondatore Adriano Gatto costruì ispirandosi, come Zodiaco, a un modello importato dagli Usa nel 1968. Nel 1973 il primo salto di qualità con la Puma GT, una buggy dalle linee decisamente più aggressive. L’ispirazione sportiva segnerà i successivi modelli Puma, che diventeranno vere e proprie mini supercar di vetroresina in scatola di montaggio. La prima fu la GTV del 1979, sempre su pianale e motore Volkswagen. Dalle linee simili a una Lamborghini, la kit car presentava la caratteristica apertura del gruppo tetto-parabrezza per l’accesso, simile ai bolidi della 24 ore di Le Mans. E in scatola di montaggio Puma presentò la copia in miniatura della Jeep Wrangler, la «Ranch». Nel 1984, quando quasi tutti gli altri produttori di kit car avevano chiuso i battenti, Puma uscì con la GTV-033. La novità era soprattutto il propulsore, che per la prima volta non era più quello del Maggiolino, ma il boxer Alfa Romeo dell’Alfasud 1.2. Le GTV furono prodotte fino al 1993 con le ultime serie che ricordavano molto le Ferrari anni ’90. L’ultimo motore fu il 1.5 litri boxer dell’Alfa «33». Nel frattempo, i requisiti di costruzione e di omologazione erano diventati molto più difficili da rispettare per i piccoli produttori come Puma. Così Gatto decise di chiudere l’azienda per dedicarsi alla costruzione di veloci motoscafi. Sempre in vetroresina, come la prima dune buggy sognata dai ragazzi degli anni ’70.
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*Magistrato di sorveglianza presso il Tribunale per i minorenni di Napoli
Sono in magistratura dal 1986 e la mia storia professionale, pur costellata da tante personali soddisfazioni e piena di entusiasmo, che ancora oggi mi anima, la potrei definire, con il titolo di una canzone del grande Fabrizio De Andrè, «Una storia sbagliata». Ma se tale è diventata non è per colpa mia, ma per le aberrazioni dell’attuale sistema correntizio.
Ho svolto inizialmente le funzioni di pretore mandamentale poi quelle di pretore penale e di giudice monocratico penale e da ultimo quelle di magistrato di sorveglianza, ruolo che svolgo attualmente presso un Tribunale per i minorenni.
Fin dal mio ingresso in magistratura, già durante il periodo di tirocinio come uditore giudiziario, capii di non avere alcun trasporto per l’attività associativa, per cui non mi iscrissi a nessuna corrente, limitandomi ad andare a votare per le elezioni dei membri dei Consigli giudiziari e del Csm solo quando venivo contattata da qualche collega amico che si era candidato e che stimavo professionalmente. Il mio era un voto ad personam e non dettato da ragioni di appartenenza correntizia.
La mia progressione in carriera si è svolta senza che io seguissi da vicino la mia pratica per le valutazioni di professionalità. La mia attività era caratterizzata da un clima di grande serenità nei rapporti con colleghi, personale amministrativo e avvocati. Quest’ultima circostanza, oltre alla mia elevata produttività, è stata sempre sottolineata e riconosciuta, nei loro pareri, da tutti i capi degli uffici ove ho lavorato.
Quando decisi di concorrere per un posto di presidente di un Tribunale di sorveglianza, molti colleghi mi manifestarono la loro perplessità, spiegandomi che già si sapeva che quel posto sarebbe stato assegnato a una collega del mio stesso ufficio, la quale vantava una lunga militanza in una delle correnti e aveva ricoperto ruoli importanti nell’Associazione nazionale magistrati.
La commissione del Csm competente mi propose con un voto, mentre la collega venne proposta con quattro e il successivo plenum, come era prevedibile, nominò la collega.
Da qui sono iniziate le mie molteplici vicissitudini perché, consapevole del fatto che i titoli della vincitrice fossero carenti e inferiori ai miei, proposi ricorso al Tar che mi diede ragione annullando la nomina della mia collega per violazione di legge. A fronte di ciò il Csm propose ricorso al Consiglio di Stato che confermò la decisione del Tar. Nonostante ciò il Csm riconfermò i voti dati in precedenza, dimostrando di ignorare completamente i rilievi mossi dai giudici amministrativi. A quel punto, prima che la pratica fosse trasmessa al plenum, revocai la mia domanda, consapevole di trovarmi a lottare con qualcosa più grande di me, semplice magistrato privo di appartenenza correntizia.
E quasi subito la presidente del Tribunale ove prestavo servizio, con la quale i rapporti fino a quel momento erano stati cordiali e collaborativi, mutò atteggiamento, così come una parte del collegio di cui facevo parte, pur essendo a tutti noto che ero affetta da una grave patologia.
Di volta in volta fui costretta a formulare osservazioni contro i suoi provvedimenti al Consiglio giudiziario che non poteva non accoglierle, e lo stesso Consiglio giudiziario investì della vicenda, che stava diventando quanto meno paradossale, sia la commissione Vigilanza che la commissione Pari opportunità. Fu proprio la commissione Vigilanza a convocare sia me che la presidente per avere delucidazioni, ma la presidente non si presentò. Evidentemente era certa che, alla vigilia della pensione, nulla le sarebbe potuto succedere sotto il profilo professionale e che le sarebbe stato perdonato qualsiasi sopruso.
Nel tentativo di porre un argine a queste ingiustizie, inviai al Consiglio giudiziario, già abbondantemente al corrente della situazione, un dettagliato esposto, nel quale elencavo tutti gli atti prevaricatori e persecutori da me subiti a opera della presidente e denunziavo il clima di isolamento che ero costretta a subire. Il Consiglio giudiziario ritenne, stante la gravità dei fatti da me denunziati, di inviare il mio esposto alla Procura della Repubblica di Roma che, ho appurato in seguito, dispose l’archiviazione de plano dello stesso con questa laconica motivazione: «Non ravvisabili fatti penalmente rilevanti».
Certamente le colleghe si erano schierate dalla parte della presidente, non solo per gli scontati e immediati benefici sul piano lavorativo, ma soprattutto perché avevano approfittato dell’occasione per tagliarmi fuori dalla corsa per il posto di presidente del Tribunale. Ero la più titolata ad ottenere quel posto e, benché non godessi di supporti correntizi, avevo, però, già stravinto un ricorso in sede amministrativa e le colleghe sapevano che ero disposta a presentarne un altro nel caso fossi stata nuovamente scavalcata illegittimamente. Rappresentavo, pertanto, una concorrente scomoda da far fuori in qualunque modo. L’operazione per loro fu semplice, tanto più che godevano del pieno appoggio della presidente in scadenza. Inviarono così un esposto al Csm molto generico nel quale si parlava di mie «filippiche» e di miei sfoghi, credo assolutamente legittimi, e si chiedeva il mio allontanamento al «fine di garantire il decoro dell’ufficio e del Tribunale di sorveglianza». La presidente con grande soddisfazione mi notificò l’esposto e in tutta fretta lo inviò al Csm.
Così mi ritrovai, dalla sera alla mattina, sottoposta a una procedura di incompatibilità ambientale e a un procedimento disciplinare, con la sola consolazione di essere dalla parte del giusto.
Intanto il Consiglio giudiziario espresse, visto il mio profilo professionale ineccepibile, parere favorevole alla unanimità rispetto alla mia nomina a presidente del Tribunale.
Quando fui convocata dinanzi alla commissione del Csm, mi recai da sola, da illustre sconosciuta, laddove, in questi casi, la corrente è pronta ad assicurare il massimo supporto ai propri iscritti.
Agli atti erano state raccolte molte testimonianze che avvaloravano la mia irreprensibilità professionale e personale. Anche la presidente facente funzioni del Tribunale (la presidente, nel frattempo, era andata in pensione) aveva affermato che ero amata dal personale di cancelleria e dagli avvocati e che il collegio da me presieduto era quello più efficiente, ma che, però, rappresentavo per loro una «spada di Damocle» di cui liberarsi.
Alla fine, avendo perfettamente capito che non c’era alcuna volontà di sentire le mie ragioni, tutte supportate dagli atti da me depositati, non mi restò che far presente che non intendevo restare in quell’ufficio e ciò al fine di preservare la mia tranquillità professionale, oltre che la mia salute già compromessa, e anticipai che avrei chiesto il trasferimento presso una sede a me confacente. Cosa che feci a stretto giro, ottenendo quanto richiesto.
Ma non era finita. C’era il procedimento disciplinare da affrontare, in ordine al quale, chiusa la vicenda dell’incompatibilità ambientale, venni convocata da un sostituto procuratore generale, il quale doveva decidere se rinviarmi o meno, sempre per gli stessi fatti, alla sezione disciplinare del Csm. Chi mi convocò tenne a sottolinearmi che pecca di ingenuità quel magistrato che propone un ricorso amministrativo per ottenere l’annullamento di una nomina, anche quando sa di avere ragione. In una frase mi fece capire che me l’ero cercata, per cui ora dovevo accettarne le conseguenze. Naturalmente fu disposto il mio rinvio alla Sezione disciplinare del Csm che non poteva non assolvermi nonostante tutto e tutti.
Questo è quello che avviene quando qualcuno prova a scompaginare le regole del gioco: vengono calpestate le legittime aspettative delle persone e i capi degli uffici ritengono di poter adottare qualsiasi atto o provvedimento contro colui che non ha una rete di protezione.
E per noi magistrati la rete di protezione attualmente sono le correnti.
Ma qualcuno potrebbe obbiettare: ma perché non scegliere la strada di far parte di una di esse? La risposta è una sola per me: ho scelto il lavoro del magistrato, che per me è il lavoro più bello del mondo. Mi piace quello che faccio e mi gratifica farlo, le dinamiche correntizie personalmente, a prescindere dalle attuali degenerazioni, non mi hanno mai appassionata.
La terribile storia di cui sto pagando le conseguenze, anche fisiche, oltre ad aver frustato le mie legittime aspettative di carriera, ha privato il sistema giurisdizionale di un magistrato, che anche nell’eventuale espletamento di ruoli dirigenziali, avrebbe potuto contribuire a un miglior funzionamento di un ufficio giudiziario e, cosa assai grave, ha fatto vivere a me e alla mia famiglia momenti di angoscia e dolore per cui non saremo mai risarciti. Di certo, e questo non è di poca importanza per me, ne ha risentito la mia salute già cagionevole. A consolidarsi, di contro, è stato il mio spirito combattivo. Proprio questo spirito combattivo mi consente di andare avanti e di affrontare le insidie che ancora oggi sono costretta a fronteggiare. Quando si è magistrati liberi e competenti, ma che esercitano la propria funzione senza rete di protezione, si è esposti a ritorsioni che possono andare dal piccolo dispetto, fino al mobbing e al tentativo di coartare le tue decisioni.
Solo attraverso un sistema che favorisca e premi il reale merito si potranno avere dei buoni capi degli uffici e si potrà evitare che gli stessi, come in questo sistema spesso accade, possano usare mezzi subdoli o anche sfrontatamente palesi per minare l’indipendenza e l’autonomia di un giudice nell’esercizio delle sue funzioni, quando questo non gode di alcuna rete di protezione. Non si può pretendere che il singolo magistrato diventi un eroe capace di sostenere battaglie titaniche per difendere la propria autonomia e indipendenza. Siamo chiamati ad amministrare la giustizia con equilibrio e impegno, non a combattere per poterla amministrare correttamente. Si deve smantellare il sistema che ha creato questa insopportabile degenerazione, questa sì incostituzionale, e a tanto si potrà arrivare solo con una legge elettorale che preveda il sorteggio non temperato per i componenti dei nuovi Csm. Solo attraverso una tale riforma, già prevista nella legge sottoposta al referendum confermativo del 22 e del 23 marzo, si assicurerà ai magistrati una reale autonomia e ai cittadini una magistratura veramente libera da condizionamenti.

















