Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande. Parto da questa citazione di Adriano Olivetti perché è stato forse il primo, più grande, rivoluzionario d’impresa italiano. In questo podcast abbiamo provato a disegnare i ritratti di altri uomini e donne, viventi e non, che hanno lasciato il segno sulle pagine delle storia economica di questo Paese. Alcuni esprimendo un potere di lunga durata, altri portando la direzione di un intero settore produttivo verso la modernità. Quasi tutti hanno avuto grandi maestri ma pochissimi allievi. Una generazione senza eredi, solisti spesso irripetibili. Hanno vissuto da dentro il succedersi dei principali fatti dell’industria e lo sviluppo delle tecnologie più avanzate che hanno caratterizzato la vita economica e sociale dell’Italia. Hanno gestito i successi e i grandi passi avanti compiuti ma hanno anche conosciuto le conseguenze della nostra debolezza strutturale in aree strategiche. Ritratti racconta le storie di personaggi visionari capaci di fare, di realizzare strategie, di convincere sé stessi prima degli altri, di giocarsi la scena per un’idea, di preoccuparsi del dopo e non del prima. Imprenditori, manager, banchieri. Italiani e italiane che, impiegando capitali propri o gestendo capitali pubblici, con metodi, risultati e principi diversi, hanno costruito nei quasi 80 anni della Repubblica un sistema industriale, che pur tra alti e bassi ha collocato l’Italia tra i dieci Paesi più ricchi del mondo. Perché se l’economia è il motore della storia, l’uomo è il motore di entrambe.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
Quasi la metà dei laureati telematici avrebbe abbandonato senza la didattica digitale
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
Imballaggi, la filiera da 51 miliardi chiama la politica: «Serve un tavolo per la transizione»
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
Ma quanto guadagna in media un lavoratore che a causa di un fermo aziendale o di una lunga fase di ristrutturazione è costretto a subire la mannaia degli ammortizzatori sociali? Il quesito non è banale per almeno due motivi. Da un lato, sono migliaia gli addetti che nonostante la crescita dell’occupazione stabile sono in cassa integrazione o «subiscono» un contratto di solidarietà per mesi e mesi.
Dall’altro, perché in un Paese che da anni è alle prese con un fenomeno di perdita di potere d’acquisto e bassi salari, anche il gap tra remunerazione della cig e del lavoro è un tema socialmente molto sentito. E che periodicamente torna a far discutere. Nelle scorse ore l’Inps ha dato nuovi elementi al dibattito ufficializzando, tramite solita circolare, gli aggiornamenti sui massimali che per la cassa integrazione sia ordinaria che straordinaria raggiungono quota 1.340,56 euro netti (1.423 lordi), e ai quali bisogna aggiungere i contributi figurativi (che possono arrivare fino a quota 777 euro). Massimali che sono validi per tutti i settori, tranne uno. Anzi due. Perché se la passano meglio gli addetti di edile e lapideo (chi in buona sostanza lavora la pietra) che superano di qualche euro i 1.600 euro netti.
Attenzione. Stiamo parlando del valore massimo della cassa che ovviamente non vale per tutti. Anzi, diciamo pure che vale per pochi (non pochissimi) eletti. La cassa infatti copre l’80% della retribuzione, ma se parliamo di buste paga che si avvicinano o superano i 2.000 euro netti, non potranno andare oltre determinati tetti, quelli evidenziati appunto dall’Inps.
Il vero punto di riferimento va cercato nell’assegno medio che riceve un lavoratore che è costretto a subire il peso della rinuncia al lavoro. Dati ufficiali non esistono, ma da elaborazioni dei numeri forniti dal nostro istituto di previdenza sociale è possibile fissare la soglia intorno ai 1.200 euro lordi al mese che al netto garantiscono circa 1.050-1.100 euro (i contributi sono differenti a seconda del settore di riferimento). A questi, poi vanno aggiunti i contributi figurativi.
Pochi o molti? L’obiettivo non è rispondere a questa domanda, ma evidenziare come in un Paese che ha una certa predisposizione al nero e che, a essere molto ottimisti, garantisce salari medi non superiori ai 1.500-1.600 euro netti al mese, avere un gap così sottile (400 euro) tra la retribuzione del lavoro e quella dell’ammortizzatore può rappresentare un disincentivo alla ricerca di un nuovo impiego.
Insomma, la questione non è puntare su un ridimensionamento economico degli ammortizzatori sociali. Ci mancherebbe. Il punto è mettere in campo tutti gli strumenti per gonfiare le buste paga, e, ovvietà, puntare sui controlli. Perché se ai 1.100 euro di una potenziale cassa integrazione se ne aggiungono altrettanti per un probabile lavoro il nero, diventa difficile trovare gli stimoli per rimettersi in gioco.
Più o meno l’effetto distorsivo del reddito di cittadinanza e della sua disastrosa applicazione.
E del resto, anche gli ultimi numeri dell’Inps dimostrano che nonostante gli ottimi dati sul lavoro (dal 2022 circa 1 milione di posti in più, con una crescita soprattutto dei contratti a tempo indeterminato) e qualche miglioramento sul lato degli ammortizzatori sociali, una sacca di lavoratori in cassa integrazione o solidarietà è fisiologica.
Hanno un peso determinante alcuni crisi ataviche, come quella dell’ex Ilva, che lo scorso anno ha incrementato il numero di lavoratori in cig da 4.550 a oltre 5.700 unità e adesso è pronta a sfondare quota 6.000. Così come sta assumendo un ruolo sempre più negativo l’automotive. Che in Italia vuol dire Stellantis certo, ma anche una miriade di piccole e medie imprese che lavorano, in alcuni caso come mono-committenti, per quel che resta dei marchi del colosso italo-francese, trascinati nel baratro dalle follie del Green deal.
A fine 2025 la cassa integrazione ha mostrato segnali di rallentamento. A dicembre le ore autorizzate sono scese a quota 35,98 milioni, in calo del 10% rispetto a novembre e del 13% sullo stesso mese del 2024.
Segnali positivi, che però non fanno tendenza. Perché siamo abituati ai sali e scendi determinati dai picchi di produzione e ai fermi per scarsità di domanda.
L’Inps indica tra i fattori di maggiore criticità, le difficoltà del metalmeccanico e l’aumento delle ore di solidarietà nelle telecomunicazioni, soprattutto nel mese di ottobre. Senza contare che sul mondo del lavoro si sta abbattendo un ciclone che ha le iniziali, Ia, dell’intelligenza artificiale.
Tutto questo per dire che di ammortizzatori sono un elemento naturale del mondo del lavoro. Quindi è un bene che vengano monitorati e rafforzati. Se però ai periodi di magra si arrivasse con un po’ di grasso in più in corpo, avremmo tutti un po’ meno freddo.






