Il dibattito in corso nel Paese sull’eutanasia mi porta a proporre ai lettori della Verità alcune considerazioni di carattere storico, bioetico e religioso.
La richiesta crescente di legalizzare il suicidio assistito deriva da alcuni fattori concomitanti: quello demografico, quello medico e quello ideologico.
Dal punto di vista demografico l’Occidente è un continente in via di estinzione: i giovani sono sempre di meno, gli anziani sempre di più. A questi ritmi il nostro destino è la scomparsa.
Ma cosa c’entra il declino demografico con l’eutanasia? Moltissimo. Anzitutto perché una società di anziani è una società vecchia anagraficamente ma anche spiritualmente, e, soprattutto, sola. Abbiamo tutti presente i nostri nonni o, per chi ha raggiunto una certa età, i nostri anziani genitori: quanto hanno bisogno della compagnia dei più giovani! Ricordo mia nonna, quasi novantenne, che dalla sua sedia in casa di riposo mi sussurrava: «Per fortuna sei venuto a trovarmi, ero stufa di stare con questi vecchiacci». Allora la cosa mi faceva sorridere e non capivo: i «vecchiacci» erano spesso più giovani di lei! Ma le vecchie generazioni hanno bisogno delle nuove, così come le nuove, delle vecchie. Il sorriso di un nipotino riporta la gioia sul volto di un nonno, così come la forza di un figlio adulto gli ridona serenità e sicurezza.
Ma quando i giovani mancano, questa solidarietà intergenerazionale viene a mancare. Declino demografico significa che i vecchi sono tanti e, per di più, sono soli! In queste condizioni la vita perde i suoi colori, perché la solitudine è spesso la più pesante delle malattie. È quindi chiaro perché l’eutanasia non sia a tema nei continenti dove i giovani, i figli, abbondano.
Viene da chiedersi perché i nostri governi, per decenni, non abbiano fatto pressoché nulla per sostenere la famiglia, per aiutare i genitori ad avere figli schivando almeno qualcuna delle mille trappole che la modernità ci impone. No, per decenni ci hanno detto che eravamo troppi, che avere figli era solo sacrificio, che la maternità e la paternità ostavano alla realizzazione lavorativa…
La seconda motivazione che rende oggi così popolare l’eutanasia è il progresso medico: viviamo molto più a lungo, con tanti benefici, ma, talvolta, verrebbe da dire, viviamo troppo. Se al troppo ci aggiungiamo la solitudine di cui sopra, il dramma risulta evidente.
Infine, la terza motivazione: le società secolarizzate stanno perdendo sempre di più il senso della vita. Nulla è più sacro, da molto tempo. Non è più sacra la famiglia, luogo degli affetti stabili e del reciproco aiuto; non lo è la vita dei concepiti; perché allora dovrebbe esserlo quella dei vecchi? Nietzsche diceva che «Dio è morto» e che questo avrebbe portato a guerre spaventose: la profezia si è avverata, con la Prima e la Seconda guerra mondiale, ma ormai l’uomo-atomo di oggi pensa più ad uccidersi, che ad uccidere. La sua prima guerra è contro sé stesso, contro la sua identità biologica, contro la sua stessa sopravvivenza. Perché viviamo? Non lo sappiamo. La mancanza di fede in Dio diventa anche mancanza di fede nel senso della vita; l’assenza di una Resurrezione rende incomprensibile la croce; il nulla ci avvolge a tal punto, che desideriamo raggiungerlo definitivamente. Dopo aver perso la speranza religiosa nella Felicità, anche il sogno di un piacere materiale infinito si è infranto: «tutto è mangiato, tutto è bevuto, nulla più da dire» (Paul Verlaine), nulla da cercare, nulla per cui spendersi!
Per fidarsi davvero della vita, per sposarsi, fare figli, sopportare il dolore, soffrire insieme con gli altri, per tuffarsi nella vita con slancio, scriveva Romano Guardini, bisogna anzitutto credere che la vita abbia un senso che la oltrepassa; che abbia un senso, anche quando non lo si vede… Senza senso, perché proseguire?
Scriveva Albert Camus: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».
L’Occidente ha dato per secoli una risposta: «Dio vide che era cosa buona». Vivere è bene, uccidersi è mancare all’amore per sé stessi, per i propri cari, per l’Autore stesso della vita. Per questo l’Occidente ha creato ricchezza, banche, ospedali, università, scienza, arte… Ma ora le radici si sono seccate. Il futuro è in tutti i sensi nelle mani di altri popoli, più giovani e più fiduciosi.
Dopo il suicidio di una civiltà, non rimane che il suicidio personale.
Si badi bene, però, che l’eutanasia in stile radicale nasconde mille pericoli. Basta osservare cosa accade nei Paesi dove è già legale: medici che uccidono di propria iniziativa, per liberare i posti letto o per delirio di onnipotenza; cliniche che trasformano la morte altrui in business; parenti che scelgono la morte dei loro cari per affrettare l’ottenimento dell’eredità; anziani che chiedono la morte perché spinti a sentirsi «un peso» per lo Stato e la famiglia; politici che ragionano ad alta voce, ricordando che la spesa sanitaria non è più sostenibile e che solo l’eutanasia salverà i bilanci…
Come non ricordare Jacques Attali, notissimo economista e banchiere francese, padrino di Macron, che già diversi anni orsono auspicava l’introduzione dell’eutanasia nei Paesi capitalisti, per motivi libertari ed economici, poiché «dal momento in cui si superano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e allora costa caro alla società»?
Se l’eutanasia divenisse legge, sarebbe già così un forte condizionamento. Oggi siamo condizionati, positivamente, da un’idea ben chiara: se abbiamo un parente malato, dobbiamo soccorrerlo, curarlo. È, quantomeno, un dovere di carità. Ma se passasse la legge, allora al posto del dovere, subentrerebbero spesso l’interesse, il fastidio, la fatica, l’incuria… Certo, a volte la fatica del vivere può arrivare alla disperazione e in questi casi le persone, purtroppo, si possono suicidare (nessuno, però, metterà in galera un suicida!). Ma che lo facciano da sole è una cosa, che la società si incarichi prima di legittimarle, assecondarle e poi magari di forzarle, in modo più o meno subdolo, è del tutto diverso. Rileggerei quanto scriveva sul Corriere della Sera, il 16 aprile 2005, l’ambasciatore Sergio Romano «Non vorrei che di queste pratiche (biotestamento, ndr), il giorno in cui fossero previste da una norma, si servissero i congiunti del vecchio malato per sospingerlo dolcemente verso l’eternità. Il mondo, caro Manconi, è molto meno buono di quanto non pensino i paladini delle campagne per la “buona morte”. I vecchi, quando non si decidono a morire, esigono tempo e cure. Se sono poveri, pesano sulle casse familiari. Se sono ricchi e benestanti consumano denaro che potrebbero lasciare agli eredi. Anche i parenti più affezionati finiscono per pensare, in queste circostanze, che il povero vecchio farebbe un favore a sé e agli altri se prendesse congedo. Qualcuno intorno a lui comincerebbe a lanciare qualche segnale e qualcun altro farebbe più esplicite allusioni. Fino al giorno in cui il pover’uomo o la povera donna arriverebbero alla conclusione che è meglio andarsene piuttosto che essere circondati da gente sgarbata e impaziente».