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2022-04-04
Ritardi nei bilanci e presidente sfiduciato: gli sprechi del Cira
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Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (Cira) è una società consortile per azioni a controllo pubblico con circa 400 dipendenti. Il socio di controllo è l’Asi (Agenzia Spaziale italiana, è sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Università e della ricerca (Mur), risponde al controllo della Corte dei conti. Ha il compito attuare il programma nazionale di Ricerche Aerospaziali (Pro.R.A.). Ogni anno il Cira riceve dal Mur circa 22 milioni di euro per le spese di gestione, soprattutto per garantire l’efficienza del patrimonio impiantistico che lo Stato gli ha affidato (circa 1 miliardo di euro).
Per il 2020 ed il 2021 sono stati erogati dal Mur altri 4 milioni di euro dal Fondo per gli enti di ricerca (Foe) ed 1 milione come incremento di spese di gestione. Oltre 5 milioni sono arrivati dal ministero dello Sviluppo Economico a fronte di crediti mai riscossi. Solo grazie a questi contributi pubblici il Cira ha potuto chiudere in positivo gli esercizi 2019 e 2020, quest’ultimo bilancio approvato, con un anno di ritardo lo scorso 23 marzo. Subito dopo il presidente Giuseppe Morsillo (in regime di prorogatio in attesa della nomina del nuovo vertice della società), è stato formalmente sfiduciato dagli altri 4 membri del consiglio di amministrazione che hanno chiesto al Mur anche un’azione di responsabilità verso di lui per una serie di irregolarità e inadempimenti rilevati nel corso della consiliatura. Si attende questa settimana qualche novità dopo il bando di fine febbraio per la ricerca di un nuovo presidente.
Grava infatti ancora sulla società un passivo di oltre 10 milioni dovuto alle gestioni dagli anni precedenti, mai ripianato ma costantemente riportato a nuovo da oltre 4 anni. Dal 2010 il Cira è noto per la sua cattiva gestione e per lo sperpero di denaro pubblico. Anche la Corte dei conti, tramite il magistrato contabile Daniela Morgante -delegato al controllo interno - aveva riportato diverse segnalazioni. Nelle sue relazioni annuali (2016, 2017, 2018 e 2019) ha puntato i riflettori su molti casi di sperpero di denaro pubblico. Lo scorso anno fu evidenziato come fossero andati persi oltre 10 milioni di euro tra il 2016 e il 2018 e poco più di tre nell’ultimo anno. Un altro caso eclatante messo in luce dal magistrato fu l’assunzione a tempo determinato, nel 2015, di un dirigente, Roberto Borsa, laureato in economia e commercio e assunto come supporto al presidente pro-tempore per le relazioni con i ministeri che si occupano di ambiente e beni culturali.
Nel 2015 il Cira aveva già in organico 14 dirigenti, ma fu deciso comunque di aprire un bando di reclutamento (praticamente su misura) che aveva, fra gli elementi di preferenza, la conoscenza della lingua spagnola, caso unico nella storia dell’aerospazio. Vinse Borsa, unico partecipante con un contratto quinquennale da 110.000 euro all’anno. Morgante aveva denunciato questa situazione già nella relazione del 2016 segnalando che a novembre 2016 la funzione per la quale era stato assunto, dopo nemmeno due anni era stata soppressa, pertanto non si potevano avere dubbi sulla inutilità dell’assunzione con forti censure sulle risorse spese per il contratto. Eppure l’attuale presidente Morsillo, con l’accordo del consiglio di amministrazione, nel 2020 quando Borsa aveva già 62 anni, gli ha conferito un altro contratto quinquennale senza nemmeno una selezione farsa come la prima volta, aumentandogli anche lo stipendio a 120.000 euro annui.
A fronte di ciò, nessuno, a cominciare dall’Asi, socio di controllo del Cira né tantomeno il Miur, oggi Mur, è mai intervenuto per verificare quanto stava avvenendo e prendere i necessari provvedimenti. Morsillo sta nel frattempo cercando, in tutti i modi, di ottenere la riconferma del mandato. Nonostante l’approvazione nel 2020 del nuovo Pro.R.A., l’attività di ricerca è in una grave fase di stallo, gli impianti ed i laboratori operano a singhiozzo e senza una pianificazione reale di medio termine.
Altro problema rilevante è che il documento principale di programmazione, il Piano Triennale 2022 – 2024, è stato corretto e riscritto diverse volte, a dimostrazione di una scarsa capacità di visione del futuro da parte del management del Cira, presidente e consiglio di amministrazione. E’ interessante notare che tutto lo sperpero di denaro pubblico evidenziato nelle relazioni Corte dei conti e regolarmente denunciato, è stato sempre ignorato dal presidente, con la consapevole collaborazione dei vertici di Asi.
Basti pensare che, a distanza di oltre 4 anni, nell’assemblea dei soci del Cira dello scorso primo aprile, ogni decisione relativa alla questione due diligence prodotta dalla Deloitte è stata rimandata, su proposta di Asi, alla responsabilità dei prossimi vertici. Nel frattempo i 25 milioni di euro di spreco di denaro pubblico accertati continueranno a rimanere senza responsabili.
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Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, controllato da Asi e sotto la vigilanza del Mur, è dal 2016 oggetto di segnalazioni della Corte dei conti per buchi e assunzioni di dirigenti. Ogni anno la società riceve 22 milioni di euro dallo Stato, sulle casse pesa ancora un passivo di 10 milioni dalle gestioni precedenti. C'è attesa per la nomina dei nuovi vertici. Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (Cira) è una società consortile per azioni a controllo pubblico con circa 400 dipendenti. Il socio di controllo è l’Asi (Agenzia Spaziale italiana, è sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Università e della ricerca (Mur), risponde al controllo della Corte dei conti. Ha il compito attuare il programma nazionale di Ricerche Aerospaziali (Pro.R.A.). Ogni anno il Cira riceve dal Mur circa 22 milioni di euro per le spese di gestione, soprattutto per garantire l’efficienza del patrimonio impiantistico che lo Stato gli ha affidato (circa 1 miliardo di euro).Per il 2020 ed il 2021 sono stati erogati dal Mur altri 4 milioni di euro dal Fondo per gli enti di ricerca (Foe) ed 1 milione come incremento di spese di gestione. Oltre 5 milioni sono arrivati dal ministero dello Sviluppo Economico a fronte di crediti mai riscossi. Solo grazie a questi contributi pubblici il Cira ha potuto chiudere in positivo gli esercizi 2019 e 2020, quest’ultimo bilancio approvato, con un anno di ritardo lo scorso 23 marzo. Subito dopo il presidente Giuseppe Morsillo (in regime di prorogatio in attesa della nomina del nuovo vertice della società), è stato formalmente sfiduciato dagli altri 4 membri del consiglio di amministrazione che hanno chiesto al Mur anche un’azione di responsabilità verso di lui per una serie di irregolarità e inadempimenti rilevati nel corso della consiliatura. Si attende questa settimana qualche novità dopo il bando di fine febbraio per la ricerca di un nuovo presidente. Grava infatti ancora sulla società un passivo di oltre 10 milioni dovuto alle gestioni dagli anni precedenti, mai ripianato ma costantemente riportato a nuovo da oltre 4 anni. Dal 2010 il Cira è noto per la sua cattiva gestione e per lo sperpero di denaro pubblico. Anche la Corte dei conti, tramite il magistrato contabile Daniela Morgante -delegato al controllo interno - aveva riportato diverse segnalazioni. Nelle sue relazioni annuali (2016, 2017, 2018 e 2019) ha puntato i riflettori su molti casi di sperpero di denaro pubblico. Lo scorso anno fu evidenziato come fossero andati persi oltre 10 milioni di euro tra il 2016 e il 2018 e poco più di tre nell’ultimo anno. Un altro caso eclatante messo in luce dal magistrato fu l’assunzione a tempo determinato, nel 2015, di un dirigente, Roberto Borsa, laureato in economia e commercio e assunto come supporto al presidente pro-tempore per le relazioni con i ministeri che si occupano di ambiente e beni culturali.Nel 2015 il Cira aveva già in organico 14 dirigenti, ma fu deciso comunque di aprire un bando di reclutamento (praticamente su misura) che aveva, fra gli elementi di preferenza, la conoscenza della lingua spagnola, caso unico nella storia dell’aerospazio. Vinse Borsa, unico partecipante con un contratto quinquennale da 110.000 euro all’anno. Morgante aveva denunciato questa situazione già nella relazione del 2016 segnalando che a novembre 2016 la funzione per la quale era stato assunto, dopo nemmeno due anni era stata soppressa, pertanto non si potevano avere dubbi sulla inutilità dell’assunzione con forti censure sulle risorse spese per il contratto. Eppure l’attuale presidente Morsillo, con l’accordo del consiglio di amministrazione, nel 2020 quando Borsa aveva già 62 anni, gli ha conferito un altro contratto quinquennale senza nemmeno una selezione farsa come la prima volta, aumentandogli anche lo stipendio a 120.000 euro annui.A fronte di ciò, nessuno, a cominciare dall’Asi, socio di controllo del Cira né tantomeno il Miur, oggi Mur, è mai intervenuto per verificare quanto stava avvenendo e prendere i necessari provvedimenti. Morsillo sta nel frattempo cercando, in tutti i modi, di ottenere la riconferma del mandato. Nonostante l’approvazione nel 2020 del nuovo Pro.R.A., l’attività di ricerca è in una grave fase di stallo, gli impianti ed i laboratori operano a singhiozzo e senza una pianificazione reale di medio termine.Altro problema rilevante è che il documento principale di programmazione, il Piano Triennale 2022 – 2024, è stato corretto e riscritto diverse volte, a dimostrazione di una scarsa capacità di visione del futuro da parte del management del Cira, presidente e consiglio di amministrazione. E’ interessante notare che tutto lo sperpero di denaro pubblico evidenziato nelle relazioni Corte dei conti e regolarmente denunciato, è stato sempre ignorato dal presidente, con la consapevole collaborazione dei vertici di Asi.Basti pensare che, a distanza di oltre 4 anni, nell’assemblea dei soci del Cira dello scorso primo aprile, ogni decisione relativa alla questione due diligence prodotta dalla Deloitte è stata rimandata, su proposta di Asi, alla responsabilità dei prossimi vertici. Nel frattempo i 25 milioni di euro di spreco di denaro pubblico accertati continueranno a rimanere senza responsabili.
iStock
La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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