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2022-04-04
Ritardi nei bilanci e presidente sfiduciato: gli sprechi del Cira
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Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (Cira) è una società consortile per azioni a controllo pubblico con circa 400 dipendenti. Il socio di controllo è l’Asi (Agenzia Spaziale italiana, è sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Università e della ricerca (Mur), risponde al controllo della Corte dei conti. Ha il compito attuare il programma nazionale di Ricerche Aerospaziali (Pro.R.A.). Ogni anno il Cira riceve dal Mur circa 22 milioni di euro per le spese di gestione, soprattutto per garantire l’efficienza del patrimonio impiantistico che lo Stato gli ha affidato (circa 1 miliardo di euro).
Per il 2020 ed il 2021 sono stati erogati dal Mur altri 4 milioni di euro dal Fondo per gli enti di ricerca (Foe) ed 1 milione come incremento di spese di gestione. Oltre 5 milioni sono arrivati dal ministero dello Sviluppo Economico a fronte di crediti mai riscossi. Solo grazie a questi contributi pubblici il Cira ha potuto chiudere in positivo gli esercizi 2019 e 2020, quest’ultimo bilancio approvato, con un anno di ritardo lo scorso 23 marzo. Subito dopo il presidente Giuseppe Morsillo (in regime di prorogatio in attesa della nomina del nuovo vertice della società), è stato formalmente sfiduciato dagli altri 4 membri del consiglio di amministrazione che hanno chiesto al Mur anche un’azione di responsabilità verso di lui per una serie di irregolarità e inadempimenti rilevati nel corso della consiliatura. Si attende questa settimana qualche novità dopo il bando di fine febbraio per la ricerca di un nuovo presidente.
Grava infatti ancora sulla società un passivo di oltre 10 milioni dovuto alle gestioni dagli anni precedenti, mai ripianato ma costantemente riportato a nuovo da oltre 4 anni. Dal 2010 il Cira è noto per la sua cattiva gestione e per lo sperpero di denaro pubblico. Anche la Corte dei conti, tramite il magistrato contabile Daniela Morgante -delegato al controllo interno - aveva riportato diverse segnalazioni. Nelle sue relazioni annuali (2016, 2017, 2018 e 2019) ha puntato i riflettori su molti casi di sperpero di denaro pubblico. Lo scorso anno fu evidenziato come fossero andati persi oltre 10 milioni di euro tra il 2016 e il 2018 e poco più di tre nell’ultimo anno. Un altro caso eclatante messo in luce dal magistrato fu l’assunzione a tempo determinato, nel 2015, di un dirigente, Roberto Borsa, laureato in economia e commercio e assunto come supporto al presidente pro-tempore per le relazioni con i ministeri che si occupano di ambiente e beni culturali.
Nel 2015 il Cira aveva già in organico 14 dirigenti, ma fu deciso comunque di aprire un bando di reclutamento (praticamente su misura) che aveva, fra gli elementi di preferenza, la conoscenza della lingua spagnola, caso unico nella storia dell’aerospazio. Vinse Borsa, unico partecipante con un contratto quinquennale da 110.000 euro all’anno. Morgante aveva denunciato questa situazione già nella relazione del 2016 segnalando che a novembre 2016 la funzione per la quale era stato assunto, dopo nemmeno due anni era stata soppressa, pertanto non si potevano avere dubbi sulla inutilità dell’assunzione con forti censure sulle risorse spese per il contratto. Eppure l’attuale presidente Morsillo, con l’accordo del consiglio di amministrazione, nel 2020 quando Borsa aveva già 62 anni, gli ha conferito un altro contratto quinquennale senza nemmeno una selezione farsa come la prima volta, aumentandogli anche lo stipendio a 120.000 euro annui.
A fronte di ciò, nessuno, a cominciare dall’Asi, socio di controllo del Cira né tantomeno il Miur, oggi Mur, è mai intervenuto per verificare quanto stava avvenendo e prendere i necessari provvedimenti. Morsillo sta nel frattempo cercando, in tutti i modi, di ottenere la riconferma del mandato. Nonostante l’approvazione nel 2020 del nuovo Pro.R.A., l’attività di ricerca è in una grave fase di stallo, gli impianti ed i laboratori operano a singhiozzo e senza una pianificazione reale di medio termine.
Altro problema rilevante è che il documento principale di programmazione, il Piano Triennale 2022 – 2024, è stato corretto e riscritto diverse volte, a dimostrazione di una scarsa capacità di visione del futuro da parte del management del Cira, presidente e consiglio di amministrazione. E’ interessante notare che tutto lo sperpero di denaro pubblico evidenziato nelle relazioni Corte dei conti e regolarmente denunciato, è stato sempre ignorato dal presidente, con la consapevole collaborazione dei vertici di Asi.
Basti pensare che, a distanza di oltre 4 anni, nell’assemblea dei soci del Cira dello scorso primo aprile, ogni decisione relativa alla questione due diligence prodotta dalla Deloitte è stata rimandata, su proposta di Asi, alla responsabilità dei prossimi vertici. Nel frattempo i 25 milioni di euro di spreco di denaro pubblico accertati continueranno a rimanere senza responsabili.
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Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, controllato da Asi e sotto la vigilanza del Mur, è dal 2016 oggetto di segnalazioni della Corte dei conti per buchi e assunzioni di dirigenti. Ogni anno la società riceve 22 milioni di euro dallo Stato, sulle casse pesa ancora un passivo di 10 milioni dalle gestioni precedenti. C'è attesa per la nomina dei nuovi vertici. Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (Cira) è una società consortile per azioni a controllo pubblico con circa 400 dipendenti. Il socio di controllo è l’Asi (Agenzia Spaziale italiana, è sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Università e della ricerca (Mur), risponde al controllo della Corte dei conti. Ha il compito attuare il programma nazionale di Ricerche Aerospaziali (Pro.R.A.). Ogni anno il Cira riceve dal Mur circa 22 milioni di euro per le spese di gestione, soprattutto per garantire l’efficienza del patrimonio impiantistico che lo Stato gli ha affidato (circa 1 miliardo di euro).Per il 2020 ed il 2021 sono stati erogati dal Mur altri 4 milioni di euro dal Fondo per gli enti di ricerca (Foe) ed 1 milione come incremento di spese di gestione. Oltre 5 milioni sono arrivati dal ministero dello Sviluppo Economico a fronte di crediti mai riscossi. Solo grazie a questi contributi pubblici il Cira ha potuto chiudere in positivo gli esercizi 2019 e 2020, quest’ultimo bilancio approvato, con un anno di ritardo lo scorso 23 marzo. Subito dopo il presidente Giuseppe Morsillo (in regime di prorogatio in attesa della nomina del nuovo vertice della società), è stato formalmente sfiduciato dagli altri 4 membri del consiglio di amministrazione che hanno chiesto al Mur anche un’azione di responsabilità verso di lui per una serie di irregolarità e inadempimenti rilevati nel corso della consiliatura. Si attende questa settimana qualche novità dopo il bando di fine febbraio per la ricerca di un nuovo presidente. Grava infatti ancora sulla società un passivo di oltre 10 milioni dovuto alle gestioni dagli anni precedenti, mai ripianato ma costantemente riportato a nuovo da oltre 4 anni. Dal 2010 il Cira è noto per la sua cattiva gestione e per lo sperpero di denaro pubblico. Anche la Corte dei conti, tramite il magistrato contabile Daniela Morgante -delegato al controllo interno - aveva riportato diverse segnalazioni. Nelle sue relazioni annuali (2016, 2017, 2018 e 2019) ha puntato i riflettori su molti casi di sperpero di denaro pubblico. Lo scorso anno fu evidenziato come fossero andati persi oltre 10 milioni di euro tra il 2016 e il 2018 e poco più di tre nell’ultimo anno. Un altro caso eclatante messo in luce dal magistrato fu l’assunzione a tempo determinato, nel 2015, di un dirigente, Roberto Borsa, laureato in economia e commercio e assunto come supporto al presidente pro-tempore per le relazioni con i ministeri che si occupano di ambiente e beni culturali.Nel 2015 il Cira aveva già in organico 14 dirigenti, ma fu deciso comunque di aprire un bando di reclutamento (praticamente su misura) che aveva, fra gli elementi di preferenza, la conoscenza della lingua spagnola, caso unico nella storia dell’aerospazio. Vinse Borsa, unico partecipante con un contratto quinquennale da 110.000 euro all’anno. Morgante aveva denunciato questa situazione già nella relazione del 2016 segnalando che a novembre 2016 la funzione per la quale era stato assunto, dopo nemmeno due anni era stata soppressa, pertanto non si potevano avere dubbi sulla inutilità dell’assunzione con forti censure sulle risorse spese per il contratto. Eppure l’attuale presidente Morsillo, con l’accordo del consiglio di amministrazione, nel 2020 quando Borsa aveva già 62 anni, gli ha conferito un altro contratto quinquennale senza nemmeno una selezione farsa come la prima volta, aumentandogli anche lo stipendio a 120.000 euro annui.A fronte di ciò, nessuno, a cominciare dall’Asi, socio di controllo del Cira né tantomeno il Miur, oggi Mur, è mai intervenuto per verificare quanto stava avvenendo e prendere i necessari provvedimenti. Morsillo sta nel frattempo cercando, in tutti i modi, di ottenere la riconferma del mandato. Nonostante l’approvazione nel 2020 del nuovo Pro.R.A., l’attività di ricerca è in una grave fase di stallo, gli impianti ed i laboratori operano a singhiozzo e senza una pianificazione reale di medio termine.Altro problema rilevante è che il documento principale di programmazione, il Piano Triennale 2022 – 2024, è stato corretto e riscritto diverse volte, a dimostrazione di una scarsa capacità di visione del futuro da parte del management del Cira, presidente e consiglio di amministrazione. E’ interessante notare che tutto lo sperpero di denaro pubblico evidenziato nelle relazioni Corte dei conti e regolarmente denunciato, è stato sempre ignorato dal presidente, con la consapevole collaborazione dei vertici di Asi.Basti pensare che, a distanza di oltre 4 anni, nell’assemblea dei soci del Cira dello scorso primo aprile, ogni decisione relativa alla questione due diligence prodotta dalla Deloitte è stata rimandata, su proposta di Asi, alla responsabilità dei prossimi vertici. Nel frattempo i 25 milioni di euro di spreco di denaro pubblico accertati continueranno a rimanere senza responsabili.
Peraltro, si potrebbero citare diversi esempi di decisioni da prendere per ridestare un po’ di fiducia nella società civile. Il più emblematico è rappresentato dal «sistema della doppia sede» del Parlamento europeo, con la relativa transumanza mensile che ciò comporta: una settimana al mese, dal lunedì al giovedì, un esercito tra le 12 e le 15.000 persone percorre i 450 chilometri di distanza tra Bruxelles (sede operativa) e Strasburgo (sede ufficiale) e ritorno, per celebrare il rito della seduta plenaria. Il bell’edificio della cittadina alsaziana, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per le restanti settimane, per 317 giorni all’anno su 365.
Questo avviene perché nei Trattati fondativi e successive modificazioni è scritto che «12 riunioni plenarie all’anno del Parlamento europeo si tengono nella sede di Strasburgo». Lo pretesero i francesi, e allora (fine anni Cinquanta) la scelta aveva sia un senso sia un valore simbolico: Strasburgo, città di confine, bilingue, dominata a fasi alterne da francesi e tedeschi, simboleggiava perfettamente la volontà di riconciliazione e lo spirito unitario. La scelta venne confermata nel 1965 e definitivamente dal Protocollo n. 6 del trattato di Amsterdam del 1997. Oggi però i costi di questo sistema sono diventati insostenibili: una stima attendibile calcola che le spese di mantenimento dell’edificio, di trasferta e missione di deputati, assistenti, funzionari e personale di servizio ammontino ad almeno 180 milioni di euro all’anno, quasi un miliardo di euro per ogni legislatura. Senza contare la questione ambientale: gli spostamenti di auto, aerei, treni e dei mezzi logistici che trasportano i materiali spargono in atmosfera oltre 19.000 tonnellate di anidride carbonica. L’Ue impone ai Paesi membri regole sempre più stringenti e assurde in materia ambientale ma non fa nulla sulle cose che la riguardano direttamente.
Il Parlamento europeo, nelle annuali discussioni di bilancio, ha sollecitato più volte il Consiglio a operare una scelta in materia, visti i costi iperbolici: ma ogni volta che se ne discute, dovendosi modificare i Trattati, è proprio la Francia che si oppone ponendo il veto. Uno dei Paesi più attivi nel voler superare il voto all’unanimità utilizza a riguardo due pesi e due misure.
È giusto non dimenticare la storia, ma per celebrare la riconciliazione i due Paesi hanno già un simbolo: si tratta del monumento ai caduti di tutte le guerre di Strasburgo. Raffigura una madre che regge tra le braccia due figli morti in guerra, nudi e senza uniformi né insegne: due fratelli morti combattendo uno per i francesi e l’altro per i tedeschi, cosa non infrequente in Alsazia.
Ma oltre alle ragioni di natura storica, ve ne sono sottotraccia altre più meschinamente economiche: la presenza mensile di migliaia di persone, in una città di circa 280.000 abitanti, produce effetti benefici sull’economia e sull’indotto. Ma non è accettabile che il sostegno all’economia di Strasburgo sia a carico dei cittadini europei e italiani. Eppure, l’Unione europea va in direzione opposta. Vista l’impossibilità de facto di superare la doppia sede, si decide paradossalmente di ampliare quella di Strasburgo, prendendo in affitto un nuovo edificio appena costruito. Si chiama Osmose, ed è un immobile realizzato proprio di fronte al palazzo Louise Weiss, che ospita le sessioni plenarie, ottenuto, proposta di contratto alla mano, tramite un leasing di 99 anni, a un costo stimato di circa 2 milioni l’anno, più altri milioni spesi per l’arredo.
Che dire poi della presidente della Bce, Christine Lagarde, che riceve, oltre al suo stipendio, circa 140.000 euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante la Banca centrale europea vieti i pagamenti da parte di terzi al proprio personale? Alla fine, tra l’una e l’altra cosa, ottiene per sé annualmente una cifra vicina ai 750.000 euro. Quattro volte di più del presidente della Fed. Una vergogna!
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(Totaleu)
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