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2020-06-08
Risparmi a rischio. Dove mettere i soldi
Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro.
Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini.
Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.
Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale.
Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco
L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi.
Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare.
L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi.
I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti).
Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%.
Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme.
Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%).
I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante.
«Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata»
Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa).
Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile.
Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare?
«Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia».
Quali beni colpisce?
«Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale».
Ci sono modi per non esserne vittima?
«Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio».
Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso?
«Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce».
Ci sono società che la prospettano come via d'uscita?
«Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
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Le Borse in altalena, l'economia in crisi, l'incubo della patrimoniale: chi ha anche piccoli capitali è disorientato. Guida per investire dopo la pandemia.La previdenza complementare fornisce il riparo dalle imposte di emergenza.Il presidente dell'Associazione commercialisti, Marco Cuchel: «Anche aprire un conto all'estero non è garanzia di sfuggire alle sovrattasse».Lo speciale contiene tre articoli.Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro. Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini. Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondi-pensione-la-cassaforte-che-gli-italiani-usano-poco" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi. Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare. L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi. I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti). Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%. Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme. Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%). I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cittadino-medio-non-riuscira-a-evitare-la-stangata" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> «Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata» Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa). Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile. Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare? «Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia». Quali beni colpisce? «Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale». Ci sono modi per non esserne vittima? «Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio». Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso? «Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce». Ci sono società che la prospettano come via d'uscita? «Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.
Papa Leone XIV (Getty Images)
Se poi compiamo il drammatico e rattristante atto di paragonare questo discorso ad altri cui siamo abituati in Italia, e non solo, tenuti o scritti da vescovi italiani, soprattutto ad alto livello, per non parlare del livello della predicazione, l’omiletica, che spesso raggiunge livelli indegni per l’importanza che essa ha nella Chiesa, ebbene, fatto questo paragone impietoso, la figura di Leone XIV ci appare veramente come un dono del Cielo.
Non solo per noi italiani, e non solo riguardo ai ministri della Chiesa, ma anche rispetto a molti dei sedicenti intellettuali del nostro tempo. Il Pontefice, in questo panorama intellettuale e culturale inconsistente e desolante, risulta essere, ai miei occhi, l’autorità morale e il riferimento intellettuale e spirituale più alto del mondo.
Del discorso ha già scritto egregiamente ieri sulla Verità Martino Cervo. Io mi limiterò ad alcuni concetti espressi in questo mirabile scritto del Vescovo di Roma. Parto dal più importante, già citato da Cervo, e cioè il riferimento alla Scuola di Salamanca, una scuola del Cinquecento spagnolo, El Siglo de oro, dove la Spagna raggiunse un livello di espansione economica e geopolitica ragguardevole. Allora come ora si prospettava, però, l’esigenza di coniugare questi fenomeni economici e geopolitici «trovandosi», come scrive il pontefice, «di fronte a responsabilità storiche di portata universale». Queste responsabilità erano legate sostanzialmente alla colonizzazione del Nuovo Mondo e alla legittimità della colonizzazione stessa e delle condizioni cui erano sottoposte quelle popolazioni. La Scuola di Salamanca fu la più influente scuola, sorta nel XVI secolo, di filosofi, teologi e giuristi appartenenti a vari ordini: francescani, gesuiti, domenicani. In sostanza si deve a loro, e in particolare al frate Francisco de Vitoria, la messa al centro dei diritti umani ponendo le basi - questo fatto è riconosciuto universalmente - per il moderno diritto internazionale, quello che, riprendendo un’espressione di San Tommaso D’Aquino, veniva chiamato lo ius gentium.
Perché il Papa si è riferito esplicitamente a questa scuola, cosa che non avevano fatto altri Papi e che in Italia, a parte alcuni lodevoli studiosi, non è praticamente mai stata studiata soprattutto in ambito cattolico (cosa grave)? Scrive lui stesso: «La ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere [...]. Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli [...] quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale che internazionale».
Quale profondità e quale attualità in questa Scuola a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento spagnolo. Quale contemporaneità di questo pensiero. E tristemente, ammettiamolo, quale ignoranza ingiustificata, da parte della comunità cattolica, di questa Scuola.
Un altro punto fondamentale sempre legato a questi studiosi è la rivendicazione del primato della persona umana nei confronti dello Stato e di ogni forma di pubblico potere. Dice il Papa: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato […] Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo». Ma attenzione al seguente passaggio che richiama tutti alla primazia del diritto sulla legge, del diritto sul potere, del diritto sullo Stato: «La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari». In altre parole, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i maestri di Salamanca avevano individuato nei diritti dell’uomo il limite invalicabile di qualsiasi potere, di qualsiasi azione politica, di qualsiasi legge. L’ordinamento giuridico positivo, cioè il sistema delle leggi nazionali e internazionali, non può andare contro questi diritti inscritti nella natura umana: essi non sono concessi e sottoposti a e da nessun potere politico. Quanta sapienza e quanta necessità di riscoprire oggi questi fondamenti: basti pensare a quanta violazione dei diritti avviene negli Stati (ad esempio la Cina) e quali violazioni del diritto internazionale: vedi le guerre in corso.
Capite la differenza rispetto a una predicazione su questi temi che spesso alza la vela a seconda di dove il vento spira e che quindi risulta misera e non incide nelle coscienze? Queste ultime sentono la superficialità e riconoscono, quando c’è, la profondità di un pensiero come quello espresso presso il Palacio de las Cortes, dove il Papa ha incontrato il Parlamento spagnolo. Purtroppo, nella Chiesa si è fatta avanti un’idea di predicazione che, per evitare di sembrare anacronistica, è diventata più sociologica che teologica, che usa le parole più scontate del nostro tempo e non ha il coraggio di andare, come fa invece questo Papa con gentilezza e tatto rari, oltre il linguaggio scontato. Ci ricorda molto Ratzinger e Wojtyla, ma anche Paolo VI. È vero che la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio. Del resto, in 21 secoli di storia lo ha sempre fatto. Ma non si può né si deve aggiornare il linguaggio in modo tale che un linguaggio sciatto, sociologico, politicamente ammiccante, tendente a lisciare il pelo all’inconsistenza della cultura contemporanea tradisca, alla fine, i contenuti della tradizione. Altrimenti l’aggiornamento fa rima con tradimento.
In questa fase, lo ripeto, Papa Leone XIV appare modellato appositamente sull’esigenza profonda di consistenza che caratterizza la nostra epoca contemporanea.
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Da quel 31 marzo e da quella piovosa, a tratti gelida, notte di Zenica, in Bosnia, il sentimento che ha accompagnato il nostro avvicinamento ai Mondiali è stato uno soltanto: tristezza. Ma anche amarezza, rabbia e delusione. L'Italia non sarà alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva e questo lo sappiamo ormai da oltre due mesi. Il nostro calcio attraversa una crisi profonda e, mentre si avvicinano le elezioni federali del 22 giugno – dalle quali uscirà il presidente chiamato a nominare il nuovo commissario tecnico e ad avviare quel percorso di riforme di cui tutto il sistema sembra avere urgente bisogno – non resta che farsene definitivamente una ragione.
E magari aggrapparsi ai timidi segnali positivi arrivati nelle ultime settimane: l'entusiasmo e la freschezza dei giovani affidati alla guida di Silvio Baldini nelle amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, oppure il successo dell'Under 17 all'Europeo di categoria. Ma soprattutto mettersi comodi davanti alla televisione e provare a godersi quello che, per chi ama il calcio, resta l'evento degli eventi.
Perché se è vero che un Mondiale senza azzurri rischia inevitabilmente di far perdere interesse a molti tifosi italiani, è altrettanto vero che la Coppa del Mondo si guarda a prescindere. Anche solo per vedere all'opera i migliori giocatori del pianeta. Da Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, attesi da quello che potrebbe essere il loro ultimo ballo, a Harry Kane ed Erling Haaland, già candidati credibili per la classifica marcatori. Fino ai talenti della nuova generazione, come Lamine Yamal e Michael Olise, pronti a trascinare Spagna e Francia con il loro estro. Senza dimenticare Kylian Mbappé, chiamato a riscattare una stagione al di sotto delle aspettative con il Real Madrid, e Ousmane Dembélé, reduce da dodici mesi da protagonista assoluto con il Paris Saint-Germain, culminati con la conquista della seconda Champions League consecutiva e del Pallone d'Oro. Proprio il Pallone d'Oro è uno dei temi che accompagneranno il torneo: è altamente probabile che il Mondiale finisca per incidere in maniera decisiva sull'assegnazione del prossimo riconoscimento individuale istituito da France Football.
Un Mondiale che non vedrà protagonista l'Italia, ma che parlerà comunque un po' la nostra lingua grazie ai tre commissari tecnici italiani presenti in panchina: Carlo Ancelotti alla guida del Brasile, Vincenzo Montella con la Turchia e Fabio Cannavaro alla sua storica prima partecipazione con l'Uzbekistan. Soprattutto Ancelotti potrebbe inseguire un'impresa senza precedenti. Nessuna nazionale, infatti, ha mai conquistato il Mondiale con un commissario tecnico straniero. Ci andarono vicini l'austriaco Ernst Happel con l'Olanda nel 1978 e l'inglese George Raynor con la Svezia nel 1958, ma nessuno riuscì a completare l'opera. Toccherà ora all'allenatore di Reggiolo provare ad abbattere uno degli ultimi tabù del calcio internazionale.
E poi ci sono le curiosità, le statistiche, i record da inseguire o da battere, ma anche le polemiche e i problemi che hanno accompagnato la vigilia del torneo diffuso tra Canada, Messico e Stati Uniti. Gli spunti, insomma, non mancano.
Le immagini dei giocatori del Senegal sottoposti a controlli direttamente sulla pista dell'aeroporto, quelle di Kevin De Bruyne perquisito con il metal detector e il passaggio dell'Uzbekistan di Cannavaro tra i cani antidroga hanno fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sulle modalità di accoglienza adottate dalle autorità statunitensi. Ancora più delicato il caso di Omar Artan. Il 34enne arbitro somalo, designato dalla Fifa per dirigere alcune gare del torneo e destinato a diventare il primo fischietto del suo Paese a partecipare a un Mondiale, è stato respinto all'ingresso negli Stati Uniti dopo undici ore di interrogatorio a Miami. «Avevo tutti i documenti in regola», ha raccontato al New York Times, spiegando di essere stato interrogato a lungo anche sulla situazione politica della Somalia. La Fifa lo ha successivamente escluso dalla lista arbitrale. Sul piano diplomatico, l'Iran ha denunciato la revoca della quota di biglietti destinata ai propri tifosi e le difficoltà incontrate da diversi membri della delegazione nell'ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti, tanto da spostare il ritiro in Messico. E proprio in Messico, a meno di quarantotto ore dalla partita inaugurale, migliaia di insegnanti hanno tentato di raggiungere lo stadio Azteca per protestare contro il governo di Claudia Sheinbaum, costringendo le autorità a blindare l'area attorno all'impianto. Nella capitale sono state sospese le lezioni e introdotte forme di lavoro agile per alleggerire il traffico previsto nel giorno del debutto del torneo.
Ma un Mondiale non vive soltanto di favoriti, polemiche e grandi campioni. Vive anche di storie. Come quella di Curaçao, arrivata all'ultima amichevole prima della partenza a bordo di un vecchio scuolabus con la musica ad alto volume e un entusiasmo contagioso. Oppure quella di Haiti, che porterà sulle proprie maglie la bandiera polacca in omaggio ai soldati che all'inizio dell'Ottocento decisero di schierarsi al fianco degli haitiani nella guerra d'indipendenza contro la Francia napoleonica. Il torneo nordamericano segnerà anche un traguardo simbolico. Tunisia-Giappone, in programma il 20 giugno a Monterrey, sarà infatti la millesima partita nella storia dei Mondiali, a quasi un secolo dalla prima edizione disputata in Uruguay nel 1930.
L'Italia resterà a guardare, e questo continuerà a fare male. Ma i Mondiali hanno sempre avuto la capacità di trascinare anche chi si avvicina con disincanto. Per le storie che raccontano, per i gol che rimangono nella storia, per i campioni che consacrano e per le sorprese che regalano. E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, da giovedì sera milioni di italiani saranno ancora una volta incollati davanti alla televisione.
Il torneo più grande di sempre tra format e nuove regole

Una vista panoramica dello Stadio di Città del Messico, nel contesto dell'atmosfera pre-Mondiale 2026 (Getty Images)
Non sarà soltanto il Mondiale più grande della storia. Quello che scatterà domani, giovedì 11 giugno, tra Messico, Stati Uniti e Canada rappresenta anche un punto di svolta per il calcio internazionale. Per la prima volta le Nazionali partecipanti saranno 48, le partite complessive saliranno a 104 e la Fifa sperimenterà una serie di novità regolamentari destinate a incidere concretamente sul gioco. Dal Var con poteri ampliati alla lotta contro le perdite di tempo, fino a una cerimonia inaugurale diffusa in tre Paesi diversi: il Mondiale 2026 sarà un laboratorio del calcio del futuro.
Il primo cambiamento riguarda le dimensioni del torneo. Dopo oltre vent'anni con il format a 32 squadre, la Fifa ha deciso di allargare la competizione a 48 Nazionali. Una scelta che porterà il numero complessivo delle partite da 64 a 104 e che ridisegnerà anche il percorso verso il titolo. Le squadre saranno suddivise in dodici gironi da quattro. Al termine della prima fase accederanno ai sedicesimi di finale le prime due classificate di ciascun gruppo e le otto migliori terze. Una novità che introduce un turno a eliminazione diretta in più rispetto al passato e che allunga inevitabilmente il cammino della squadra destinata a sollevare il trofeo il 19 luglio al MetLife Stadium di New York.
Cambierà anche il modo di arbitrare le partite. L'Ifab ha infatti approvato una serie di modifiche che debutteranno proprio durante il Mondiale nordamericano, con l'obiettivo dichiarato di ridurre le perdite di tempo e rendere il gioco più fluido. Il Var, ad esempio, avrà margini d'intervento più ampi rispetto al passato. Oltre ai tradizionali casi legati a gol, rigori ed espulsioni dirette, potrà correggere alcuni errori evidenti che finora rimanevano senza rimedio, come l'assegnazione errata di un calcio d'angolo o situazioni disciplinari derivanti da un'identificazione sbagliata del giocatore sanzionato. Particolare attenzione sarà riservata anche ai comportamenti ostruzionistici. I calciatori sostituiti dovranno lasciare il terreno di gioco entro dieci secondi dalla comunicazione del cambio; in caso contrario, il compagno designato a entrare dovrà attendere sessanta secondi prima di poter partecipare all'azione. Una misura pensata soprattutto per limitare le perdite di tempo nei minuti finali.
Non sarà l'unica novità in questa direzione. Gli arbitri potranno infatti avviare un conto alla rovescia per accelerare la ripresa del gioco in occasione di rimesse laterali e rinvii dal fondo. Se il tempo concesso non verrà rispettato, scatterà automaticamente una sanzione tecnica a favore della squadra avversaria. Cambiano anche le procedure relative agli infortuni. Salvo eccezioni specifiche, come nel caso dei portieri o di traumi particolarmente seri, i giocatori che riceveranno cure mediche dovranno restare fuori dal campo per almeno un minuto prima di poter rientrare. Una scelta che punta a scoraggiare interruzioni tattiche e simulazioni. L'unica deroga ai tentativi di velocizzare il gioco riguarda le pause idratazione. Considerate le elevate temperature previste in alcune sedi statunitensi e messicane, sarà consentita una sospensione di tre minuti per ciascun tempo di gioco.

Il MetLife di New York/New Jersey (Getty Images)
Ad aprire ufficialmente il Mondiale sarà il Messico, impegnato giovedì 11 giugno contro il Sudafrica nello storico stadio Azteca di Città del Messico. Prima del calcio d'inizio, previsto alle 21 italiane, andrà in scena la prima delle tre cerimonie inaugurali organizzate dalla Fifa. Una scelta in linea con la natura itinerante di questa edizione, ospitata per la prima volta da tre Paesi diversi. Il giorno successivo toccherà infatti al Canada, a Toronto, e agli Stati Uniti, a Los Angeles, celebrare l'inizio della manifestazione con eventi dedicati. Un modo per dare visibilità a ciascuno dei Paesi organizzatori e sottolineare la dimensione globale di un torneo che punta a essere il più grande di sempre, non soltanto per il numero di squadre partecipanti. Oltre al mitico Azteca di Città del Messico e al MetLife Stadium di New York, si giocherà in 14 stadi distribuiti tra Stati Uniti, Messico e Canada, con una rete di impianti che attraversa praticamente tutto il continente nordamericano. Il Messico ospiterà le partite in tre sedi, aggiungendo all'Azteca (83.000 spettatori), l'Estadio Akron di Guadalajara (48.000 spettatori) e l'Estadio Bbva di Monterrey (53.500 spettatori). Il Canada avrà due stadi: il Bmo Field di Toronto (45.000 spettatori) e il Bc Place di Vancouver (54.000 spettatori). La parte più consistente del torneo si disputerà negli Stati Uniti, con undici impianti sparsi tra costa Est, Midwest e costa Ovest. Dal Mercedes-Benz Stadium di Atlanta (75.000 spettatori) al Gillette Stadium di Boston (65.000 spettatori) fino al AT&T Stadium di Dallas (94.000 spettatori) e all'Nrg Stadium di Houston (72.000 spettatori). E poi ancora l'Arrowhead Stadium di Kansas City (73.000 spettatori), il SoFi Stadium di Los Angeles (70.000 spettatori), l'Hard Rock Stadium di Miami (65.000 spettatori), il Lincoln Financial Field di Philadelphia (69.000 spettatori), il Levi's Stadium di San Francisco/Bay Arena (71.000 spettatori), il Lumen Field di Seattle (69.000 spettatori) e lo stadio della finalissima, il MetLife Stadium di New York/New Jersey (82.500 spettatori).
Un Mondiale, questo, che sarà inevitabilmente un banco di prova per la Fifa che punta a rendere il calcio più veloce, più spettacolare e ancora più globale. Resta da capire se tutte queste innovazioni riusciranno a migliorare davvero il torneo più importante del pianeta o se finiranno per snaturarne almeno in parte la tradizione. La risposta, come sempre, arriverà dal campo.
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«Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio». Lo ha detto il presidente del Consiglio all’assemblea di Confcommercio. «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere un patrimonio dopo decenni di sacrifici», ha aggiunto.
Il premier ha inoltre sottolineato le misure varate dal governo contro le attività «apri e chiudi», affermando: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». Citando il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha ribadito che «Non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita».