True
2020-06-08
Risparmi a rischio. Dove mettere i soldi
Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro.
Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini.
Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.
Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale.
Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco
L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi.
Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare.
L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi.
I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti).
Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%.
Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme.
Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%).
I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante.
«Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata»
Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa).
Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile.
Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare?
«Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia».
Quali beni colpisce?
«Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale».
Ci sono modi per non esserne vittima?
«Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio».
Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso?
«Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce».
Ci sono società che la prospettano come via d'uscita?
«Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
Continua a leggereRiduci
Le Borse in altalena, l'economia in crisi, l'incubo della patrimoniale: chi ha anche piccoli capitali è disorientato. Guida per investire dopo la pandemia.La previdenza complementare fornisce il riparo dalle imposte di emergenza.Il presidente dell'Associazione commercialisti, Marco Cuchel: «Anche aprire un conto all'estero non è garanzia di sfuggire alle sovrattasse».Lo speciale contiene tre articoli.Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro. Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini. Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondi-pensione-la-cassaforte-che-gli-italiani-usano-poco" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi. Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare. L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi. I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti). Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%. Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme. Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%). I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cittadino-medio-non-riuscira-a-evitare-la-stangata" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> «Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata» Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa). Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile. Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare? «Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia». Quali beni colpisce? «Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale». Ci sono modi per non esserne vittima? «Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio». Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso? «Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce». Ci sono società che la prospettano come via d'uscita? «Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi
Andrea Pucci (Ansa)
Fuori un altro. Il cretino prevalente progressista è riuscito nell’ennesima grande impresa di boicottaggio e censura. Questa volta a venire colpito e affondato è Andrea Pucci, comico di grande successo contattato da Carlo Conti per partecipare a Sanremo. Non appena è uscito il suo nome, i social network sono esplosi e a Pucci sono arrivate minacce, insulti e intimidazioni di ogni genere: razzista, fascista, omofobo. Ragion per cui il cabarettista ha deciso di mollare il colpo, spiegando le sue motivazioni in una nota accorata: «Il mio lavoro è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre», ha scritto. «E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio Paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna. Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli. Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili e inaccettabili. Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a Sanremo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare».
Pucci non ha voluto spingere troppo sulla polemica, ma ha usato argomentazioni interessanti. «A 61 anni, dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene», ha spiegato. «Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese. Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno. Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro».
Una uscita di scena elegante, su cui si è espressa anche Giorgia Meloni: «Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha detto il presidente del consiglio. «Questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera sacra la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».
Qualcuno potrebbe pensare che Pucci si sia fatto intimidire troppo facilmente, dopo tutto questo è il meccanismo dei social: basta un sospiro per essere travolti da una ondata di sterco e cattiveria. Il punto, però, è che in questo caso le piattaforme sono state accuratamente stimolate da politica e media di sinistra. Quando qualche settimana fa il comico annunciò che avrebbe partecipato a Sanremo (lo fece pubblicando una foto che lo ritraeva a chiappe scoperte), immediatamente il Pd si scatenò in vigilanza Rai: «Anche Sanremo come tutta la Rai è diventato TeleMeloni? I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo», scrissero gli esponenti dem. I giornali si mobilitarono di conseguenza, dal Corriere della Sera a Repubblica passando per Il Manifesto. Sul quotidiano di via Solferino Renato Franco ha scritto che «il suo forte sono i monologhi in cui prova a far ridere sulle dinamiche di coppia, pescando in un repertorio che appartiene al secolo scorso. Comicità da maschio bianco eterosessuale, da boomer che fatica a tenere la frizione (boia chi la molla)». Fanpage ha ribadito che «Andrea Pucci a Sanremo è una scelta non da Carlo Conti: no vax, battute omofobe, schierato apertamente a destra». Altri hanno ricordato una sua battuta sulla Schlein (definita un incrocio tra Alvaro Vitali e Pippo Franco).
Vero: Pucci è di destra (ma non certo fascista). A volte è volgare, ma per lo più nei suoi monologhi si tiene lontanissimo dalla politica. A differenza della grandissima parte dei comici che nel corso degli anni sono stati invitati all’Ariston, e ne hanno approfittato per attaccare questo e quel politico, oltre che alcune categorie realmente discriminate, tra cui i famigerati no vax. E allora è inutile girarci intorno: il fine umorista Zerocalcare sponsor dei martellatori da centro sociale può essere applaudito e riverito, il comico destrorso non è gradito. Cambiano i governi ma non il vizio. E per l’ennesima volta tocca prendere atto del risultato ottenuto dal partito del bavaglio, l’unico che vince a sinistra. A meno che Pucci, con un gran colpo di teatro, non ci ripensi come suggerisce perfino Ignazio La Russa. Speriamo che prenda in considerazione l’invito: veder rosicare i censori sarebbe in effetti divertentissimo.
Continua a leggereRiduci
Gli scontri di Torino. Nel riquadro Leonardo, il picchiatore (Ansa)
Sono circa le 18 di venerdì 6 gennaio quando lo incontro fuori dell’Ex Plasharp di Milano durante un’inchiesta per il programma di Rete4, Fuori dal Coro. Ha un cappellino con la visiera che spunta dal cappuccio della felpa nera. Fuma una sigaretta e presidia il cancello dell’ex palazzetto che dalla mattina di sabato 7 gennaio è occupato abusivamente da circa 200 antagonisti in segno di protesta contro le Olimpiadi. «Tu c’eri alla manifestazione di Torino?», chiedo. «Avoglia, in prima linea!», mi risponde. Leonardo è uno tra migliaia di black block presenti alla manifestazione del 31 gennaio, a Torino, contro la chiusura del centro sociale Askatasuna che hanno assaltato le forze dell’ordine e distrutto la città durante una guerriglia urbana durata ore. «Ho preso il numero di un paio di avvocati perché io sono nel video incriminato dai movimenti di destra». «Quello del poliziotto preso a martellate?», chiedo. «Sì». Risponde lui. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare».
Il video di cui parla il ragazzo è quello dell’aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Che nell’ultima settimana ha scosso un’intera nazione. «Io ero lì e nel video mi si vede un pochino…». Leonardo si dichiara tra i responsabili del pestaggio. Presente e lucido nel momento in cui l’agente viene accerchiato, picchiato e preso a martellate. «Tutti i “compagni” tra quelli più incazzati», spiega il picchiatore, «ovviamente vogliono fare una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato. Essere per la pace non vuol dire essere pacifisti». Insomma, gli antagonisti combattono per la pace usando la violenza. Una violenza inaudita, figlia di quella che loro chiamano la lotta, conseguenza diretta di un credo politico che fonda le sue basi sulla guerra allo Stato.
Il centro sociale Askatasuna, a seguito della manifestazione, non condanna gli scontri, ma li rivendica. Non dichiara l’intento pacifico del corteo, ma difende la violenza. Nel comunicato, firmato Askatasuna, si legge: «Se la politica chiude spazi a volte qualcuno si incazza», poi descrivono i responsabili degli scontri come «una popolazione giovane che non si rassegna a stare calma ed è pronta a tracciare un confine netto». E infatti, alla vigilia delle nuove manifestazioni di piazza a Milano contro le Olimpiadi, gli stessi che a Torino hanno condotto la guerriglia, pensano a come portare avanti la lotta, organizzando i nuovi scontri.
Leonardo mi passa il suo contatto «Signal», un’app di messaggistica non controllata, perché «domani c’è da prepararsi, si vogliono fare un paio di azioni, si vorrebbe entrare in tangenziale, se loro (gli agenti della celere, ndr.) lanciano un paio di lacrimogeni arriva la risposta da dietro, quindi bisogna essere un minimo preparati». La mattina seguente mi arriva un messaggio, è Leonardo: «Qui tutto bene, tra poco si parte». Qualche ora dopo lui è in mezzo alla guerriglia. Il corteo arriva in via Mompiani, zona Corvetto, da lì una storia che sembra ripetersi. Si schierano in migliaia. Volto coperto, occhiali, caschi e maschere antigas. Partono le bombe carta contro gli agenti della celere. Fuochi d’artificio. Fumogeni che colorano di rosso il caos. Non si vede più niente. L’aria è irrespirabile. Il rumore dei botti copre le grida dei feriti e le indicazioni, alla squadra, dei capi di polizia.
Difendono l’illegalità, odiano le forze dell’ordine, vogliono abolire lo Stato é questo l’identikit degli antagonisti in rivolta. Dietro, c’è un mondo, che si raccoglie nei centri sociali, dentro le occupazioni abusive.
«I poliziotti avevano lanciato lacrimogeni e noi, come è giusto che sia, abbiamo lanciato bottiglie contro di loro. Ci siamo fatti prendere dalla foga. Abbiamo preso un furgone e lo abbiamo spaccato tutto. A tutti stanno sul cazzo i poliziotti…Poliziotti di merda». Ci racconta fiero, proprio a Torino nel centro autogestito «Gabrio», un altro tra i partecipanti agli scontri del 31 gennaio, ora indagato.
A Palazzo Nuovo, sempre a Torino, dopo l’occupazione dell’università da parte degli antagonisti sono apparse decine di scritte sui muri dell’ateneo. «Più pirati, meno sbirri», si legge sul muro di ingresso. Dentro lo stabile le pareti sono tappezzate di frasi contro le forze dell’ordine: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove», «fuck police», «Acab fino alla morte», «spara» con il simbolo dell’anarchia, «digos boia».
In questi giorni a difendere i facinorosi di Torino e Milano sono stati i centri sociali di tutta Italia.
Sono le 13.02 di domenica 8 febbraio, sul mio cellulare appare un messaggio, «ieri m’hanno cattato.» Leonardo il giorno prima aveva preso parte al corteo di Milano, le forze dell’ordine lo hanno arrestato durante gli scontri. «Vabbè, ho risolto», mi spiega con un secondo invio in chat. Poche ore dopo Leonardo è stato rilasciato.
Continua a leggereRiduci