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2020-06-08
Risparmi a rischio. Dove mettere i soldi
Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro.
Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini.
Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.
Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale.
Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco
L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi.
Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare.
L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi.
I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti).
Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%.
Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme.
Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%).
I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante.
«Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata»
Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa).
Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile.
Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare?
«Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia».
Quali beni colpisce?
«Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale».
Ci sono modi per non esserne vittima?
«Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio».
Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso?
«Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce».
Ci sono società che la prospettano come via d'uscita?
«Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
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Le Borse in altalena, l'economia in crisi, l'incubo della patrimoniale: chi ha anche piccoli capitali è disorientato. Guida per investire dopo la pandemia.La previdenza complementare fornisce il riparo dalle imposte di emergenza.Il presidente dell'Associazione commercialisti, Marco Cuchel: «Anche aprire un conto all'estero non è garanzia di sfuggire alle sovrattasse».Lo speciale contiene tre articoli.Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro. Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini. Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondi-pensione-la-cassaforte-che-gli-italiani-usano-poco" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi. Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare. L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi. I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti). Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%. Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme. Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%). I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cittadino-medio-non-riuscira-a-evitare-la-stangata" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> «Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata» Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa). Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile. Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare? «Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia». Quali beni colpisce? «Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale». Ci sono modi per non esserne vittima? «Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio». Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso? «Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce». Ci sono società che la prospettano come via d'uscita? «Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
La prima Vespa in commercio, la «98» del 1946 (Piaggio Group)
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.
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