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2020-06-08
Risparmi a rischio. Dove mettere i soldi
Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro.
Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini.
Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.
Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale.
Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco
L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi.
Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare.
L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi.
I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti).
Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%.
Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme.
Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%).
I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante.
«Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata»
Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa).
Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile.
Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare?
«Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia».
Quali beni colpisce?
«Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale».
Ci sono modi per non esserne vittima?
«Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio».
Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso?
«Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce».
Ci sono società che la prospettano come via d'uscita?
«Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
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Le Borse in altalena, l'economia in crisi, l'incubo della patrimoniale: chi ha anche piccoli capitali è disorientato. Guida per investire dopo la pandemia.La previdenza complementare fornisce il riparo dalle imposte di emergenza.Il presidente dell'Associazione commercialisti, Marco Cuchel: «Anche aprire un conto all'estero non è garanzia di sfuggire alle sovrattasse».Lo speciale contiene tre articoli.Con la crisi del coronavirus, l'unica certezza è che lo Stato ha bisogno di soldi. La Borsa e i fatturati aziendali negli ultimi mesi sono crollati (anche se Piazza Affari si sta riprendendo velocemente con un andamento definito a «V» e non a «U»). Con loro è crollato anche il Pil e in due mesi, tra disoccupati e inattivi, abbiamo dovuto dire addio a 1 milione di posti di lavoro. Per l'Italia il Fondo monetario internazionale si attende per il 2020 un rapporto debito/Pil del 155,5%, contro il 68,7% della Germania, il 115,4% della Francia e il 113,5% della Spagna. Insomma, la nostra salute finanziaria è in difficoltà e l'unica cura possibile è quella di trovare nuovi fondi. Non stupisce, dunque, che si torni a parlare di patrimoniale. Uno spettro che aleggia da tempo sui risparmi degli italiani, ma che il governo non ha - per ora - avuto il coraggio di attuare. O meglio, di patrimoniali, dai tempi della famosa notte del 1992 in cui il governo presieduto da Giuliano Amato diede il via a un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti nostrani, ne abbiamo viste molte. Solo i vari governi che si sono succeduti non hanno avuto il coraggio di chiamarle con il giusto nome. L'Imu e la tassa sul capital gain voluta dal governo Renzi non sono altro che prelievi sul patrimonio dei cittadini. Bisogna dirlo, però. Scappare da una eventuale patrimoniale sarebbe molto difficile, se non impossibile. Chi promette metodi legali per scamparla, sa bene che sta offrendo il falso. Certo, dipende da come verrebbe strutturata: potrebbe arrivare sotto prelievo direttamente sul conto corrente (estero o italiano che sia), potrebbe essere calcolata sul reddito (di certo la forma più estrema e ingiusta in un momento in cui sono tanti i cittadini in difficoltà) o potrebbe impattare sul mattone inasprendo i parametri dell'Imu che, per ora, vale solo sulla seconda casa. In questo caso si tratterebbe di un salasso per tre quarti degli italiani, visto che tradizionalmente ci piace essere proprietari del mattone, da sempre croce e delizia dei risparmi degli italiani.Insomma, sebbene non sia certo che una patrimoniale si abbatta sui risparmi degli italiani, è anche vero che i modi per attutirne gli effetti nefasti in modo legale ci sono. Il primo è quello di investire nella previdenza complementare, strumento che mette al riparo anche in caso di fallimento. C'è sempre, poi, la possibilità di investire il proprio denaro con la speranza, magari affidandosi a un consulente finanziario di fiducia, che attraverso buoni rendimenti si riesca a compensare il prelievo di una patrimoniale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondi-pensione-la-cassaforte-che-gli-italiani-usano-poco" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> Fondi pensione, la cassaforte che gli italiani usano poco L'unico modo certo e legale per allontanare i risparmi dallo spauracchio di una patrimoniale è quello di investire nella previdenza complementare. Certo, non è possibile investire (o almeno non è consigliabile) tutto quello che si ha in prodotti che offrono una rendita per il dopo-lavoro, ma di sicuro si tratta di un buon modo per pagare meno tasse e dormire sonni più tranquilli. Del resto, chi investe in questi prodotti lo fa con un orizzonte di lungo periodo che quasi sempre si conclude con buoni rendimenti. Inoltre, c'è la possibilità detrarre fiscalmente fino a 5.164,57 euro l'anno, il che significa risparmiare sulle imposte Irpef ogni 12 mesi. Ciononostante, complice il fatto che pagarsi una pensione privata ha un costo (per l'azienda o per il lavoratore) e in molti non riescono a permettersela, in Italia, stando agli ultimi dati Covip - la commissione di vigilanza sui fondi pensione - ci sono 9,185 milioni di posizioni in essere (un italiano può essere iscritto a più di una soluzione) presso forme pensionistiche complementari su un totale di circa 23,4 milioni di lavoratori (dato Istat). Pochi professionisti italiani, insomma, godono dei benefici di una pensione complementare. L'attuale sistema italiano di previdenza complementare prevede tre tipologie di forme pensionistiche private a cui è possibile accedere a seconda della propria situazione lavorativa: i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, sono quelli rivolti a specifici gruppi di lavoratori che fanno parte di un determinato settore lavorativo; i fondi pensione aperti, destinati tipicamente a tutti i lavoratori il cui contratto non prevede fondi pensione specifici. Ci sono poi i Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) che consistono in polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali promosse da compagnie assicurative alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi. I fondi negoziali sono regolati tramite contratti collettivi, anche aziendali nel caso di grandi gruppi, o tra accordi tra lavoratori autonomi e liberi professionisti. Di solito vengono promossi dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro nei confronti dei professionisti che rappresentano. I fondi aperti sono invece tali perché sono sottoscrivibili da tutti i lavoratori e sono promossi dalle istituzioni finanziarie abilitate per legge alla gestione dei fondi stessi: banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare. Alcuni di questi fondi hanno una disciplina particolare perché nati con il decreto legislativo 124 del 1993 (e vengono denominati fondi pensione preesistenti). Negli anni i numeri delle varie forme pensionistiche private sono stati incoraggianti. Come mostrano i dati Covip, nei 10 anni da inizio 2010 a fine 2019, il rendimento medio annuo composto dei prodotti di previdenza complementare è stato pari al 3,6% per i fondi negoziali, al 3,8% per i fondi aperti e per i Pip di ramo III, e al 2,6% per le gestioni di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2%. Aggiungendo ai 10 anni gli ultimi difficili 3 mesi, i rendimenti medi annui composti sono scesi al 3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e al 2,4 per i Pip di ramo III. Sono rimasti pari al 2,5% i prodotti di ramo I. La rivalutazione del Tfr nello stesso periodo è stata del 2%. Se considerati nel lungo periodo, insomma, si tratta di rendimenti interessanti. Certo, negli ultimi mesi, come gran parte degli investimenti, la previdenza complementare ha visto il segno meno in gran parte delle sue forme. Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2% nel primo trimestre; il 7,5% e il 12,1%, rispettivamente, i fondi aperti e i PIP di ramo III, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, il risultato è stato lievemente positivo (0,4%). I prodotti pensionistici complementari, insomma, possono rappresentare un valido palliativo nel caso arrivi una patrimoniale, senza considerare che i loro rendimenti permettono dopo decenni di contribuzione di far aumentare considerevolmente il proprio gruzzolo. Si consideri, però, che il versamento medio annuo di chi ha sottoscritto un fondo pensione è di circa 2.000 euro. Un valore che fa capire bene quanto gli italiani considerino ancora troppo poco uno strumento redditizio e anti-patrimoniale così importante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/risparmi-a-rischio-dove-mettere-i-soldi-2646162335.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cittadino-medio-non-riuscira-a-evitare-la-stangata" data-post-id="2646162335" data-published-at="1591565642" data-use-pagination="False"> «Il cittadino medio non riuscirà a evitare la stangata» Sono in molti a chiedersi se il governo abbia o no intenzione di lanciare una patrimoniale per colpire i risparmi degli italiani. In realtà, una tassa sul patrimonio può essere di diversi tipi e non tutti colpiscono i contribuenti allo stesso modo. Come spiega Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, il primo passo da compiere è capire se la tassa si abbatterà sui depositi del conto corrente, sui redditi da lavoro o sul mattone (anche prima casa). Molto probabilmente, se l'idea di una patrimoniale dovesse essere messa in atto, il governo sceglierebbe la strada del prelievo forzoso sui conti correnti, come ha fatto Amato nel 1992. Come difendersi dunque? In primis, spiega Cuchel, bisogna capire se la norma riguarderà anche il patrimonio detenuto al di fuori dell'Unione europea. Poi sarà il caso di investire parte della liquidità su strumenti di previdenza complementare che, per legge, non possono essere intaccati da una patrimoniale. Si tratta però di palliativi, evidenzia Cuchel: la verità è che mettersi al riparo è quasi impossibile. Come potrà essere strutturata una nuova patrimoniale nel caso dovesse arrivare? «Vorrei sottolineare che al momento si tratta solo di ipotesi. Di patrimoniale si parla già dal 2018. L'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, aveva paventato questa ipotesi. Poi era stata accantonata e ora, con la crisi del Covid-19 e il deficit che ne è scaturito, si è tornato a parlare di patrimoniale. Essa è un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini e di coloro che hanno una certa capacità contributiva. Si parlava di un prelievo per i redditi superiori agli 80.000 euro di reddito. L'ipotesi era che la patrimoniale sarebbe stata attivata tra il 2020-2021 a titolo di solidarietà per i problemi legati alla pandemia». Quali beni colpisce? «Di principio, la patrimoniale colpisce i beni mobili detenuti dai cittadini come azioni, obbligazioni, fondi comuni, partecipazioni societarie, depositi sul conto corrente. Potrebbe, però, colpire anche gli immobili abbattendosi su terreni o abitazioni di proprietà. Del resto, noi una patrimoniale ce l'abbiamo ed è l'Imu. Derivata dall'Ici introdotta nel 1993 - un anno dopo la patrimoniale di Amato del 1992 - va a colpire gli immobili dei cittadini che fanno parte del loro patrimonio. Il governo potrebbe scegliere di aumentare l'Imu ma, molto più probabilmente, sarà mirata a intaccare i risparmi e gli investimenti. Molto probabilmente ci sarà un parametro e la patrimoniale non sarà per tutti. Ci sarà un reddito minimo o un deposito minimo tali da far scattare il prelievo forzoso. C'era persino chi paventava di un prelievo sul reddito, ma credo sia una ipotesi estrema. Certo è che la crisi ha colpito tutti e introdurre nuove tasse non farebbe bene alla stabilità sociale». Ci sono modi per non esserne vittima? «Per il cittadino medio è molto difficile trovare modi per non incorrere nella patrimoniale. Per dare una risposta certa bisogna capire che cosa prevede. Di certo, la patrimoniale non potrà intaccare tutti gli investimenti legati alla previdenza complementare come polizze vita, piani pensionistici o piani di accumulo. Spostare una parte delle proprie disponibilità verso questi investimenti dovrebbe permettere di attutire il colpo in arrivo da questa tassa. Dipende insomma da come verrà strutturato il prelievo. Se dovesse prendere piede una patrimoniale sul reddito con un prelievo del 4% sui redditi fino a 80.000 euro, del 5% per quelli fino a 100.000 e del 6% fino a 300.000 euro, allora non ci sarebbe alcun modo per scamparla. In questo caso, però, non sarebbe corretto chiamarla patrimoniale perché colpirebbe il reddito e non il patrimonio». Portare i soldi all'estero potrebbe proteggere da un prelievo forzoso? «Non è detto che sia un modo per salvarsene ma, nel caso in cui la norma non lo prevedesse esplicitamente, un modo per proteggersi potrebbe essere quello di portare i soldi su un conto estero al di fuori dell'Unione europea o fare investimenti finanziari all'estero. Portare risparmi all'estero non è garanzia di salvezza. Dipende da come è strutturata la norma. Se prevede il prelievo sui conti e sugli investimenti degli italiani anche all'estero, allora non se ne esce». Ci sono società che la prospettano come via d'uscita? «Ma non è detto che abbia successo. Io consiglio una polizza vita o un piano d'accumulo, così si riduce la liquidità sul conto e dunque il prelievo. Allo stato, è impossibile dire con certezza che chi porta i soldi all'estero sarà al 100% tutelato e al riparo da un prelievo. So bene che ci sono società che propongono questo tipo di servizio, ma è bene stare attenti perché la sicurezza di non finire sotto una patrimoniale non c'è. Tutti gli scenari restano aperti e solo una volta resi noti i criteri di una patrimoniale si potrà capire come muoversi. Certo è che portare legalmente i soldi all'estero ha un costo ben preciso».
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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