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2026-01-16
Unicredit si tira fuori dal risiko: «Montepaschi non ci interessa»
Unicredit (Imagoeconomica)
Il comunicato diffuso da Unicredit prima dell’apertura dei mercati non lascia spazio all’interpretazione. Le voci su un interesse per Mps, alimentate dall’ipotesi di un investimento da 5 miliardi per rilevare la partecipazione di Delfin, vengono archiviate come «speculative e ingiustificate». Non solo. L’istituto guidato da Andrea Orcel si dice «rammaricato di dover nuovamente intervenire per smentire voci che sono pura invenzione».
Certo, Unicredit non rinnega la propria vocazione al risiko bancario. Anzi ribadisce che le operazioni di M&A restano «uno strumento strategico per il gruppo» e il team dedicato è lì per «valutare tutte le opzioni». Ma valutare non significa trattare, analizzare non equivale a comprare».
Peccato, perché l’operazione aveva sedotto più di un analista. Deutsche Bank, per esempio, aveva intravisto nella possibile fusione tra Unicredit e Mps una «consistente logica industriale»: più radicamento in Italia, rafforzamento nel credito al consumo e nel private banking, e soprattutto l’effetto Mediobanca, confluita in Mps dopo la più clamorosa operazione di consolidamento dello scorso anno. Senza dimenticare il capitolo Generali, di cui Mps ha ereditato il 13%. Una partita degna del miglior risiko.
Per Mps, invece, la giornata è più complicata. Non tanto per la smentita di Unicredit, quanto per quello che continua a muoversi sotto la superficie. Secondo il Sole 24 Ore, nel comitato nomine della banca senese sarebbero emerse tensioni significative, con un orientamento critico – se non apertamente contrario – alla riconferma dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Un segnale che pesa, soprattutto perché arriva dopo che a dicembre 2025 il consiglio di amministrazione aveva espresso fiducia unanime nel manager. Poi, con l’avvio delle procedure per la presentazione della lista per il rinnovo all’inizio del 2026, qualcosa si è incrinato. In questo clima, la smentita di Unicredit finisce per avere un effetto collaterale: spegne una possibile opzione strategica proprio mentre a Siena si apre una fase delicata di governance. Non è un caso che il titolo Mps paghi pegno in Borsa, mentre Unicredit viene premiata per aver rimesso ordine nel racconto.
A guardare il quadro dall’alto, però, la storia non finisce qui. Mirko Sanna, analista del settore finanziario di S&P, lo ha detto all’Italy annual press conference dell’agenzia di rating: il consolidamento bancario «continuerà». L’Italia resta un’anomalia, con Intesa da una parte, Unicredit dall’altra e l’assenza di un vero terzo polo in grado di allineare il sistema a quello di Paesi come Spagna e Francia. Il ritiro dell’offerta di Unicredit per Banco Bpm ha lasciato «un’opportunità» Restano molte banche piccole, spesso guidate da holding familiari o interessi locali che dettano strategie individuali. In definitiva come spesso accade nel grande romanzo bancario italiano, il capitolo più interessante potrebbe essere proprio il prossimo.
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Smentita la trattativa da cinque miliardi con Delfin per il 17,5% del gruppo senese.Unicredit mette un punto fermo. Nega ogni interesse sulla partecipazione del 17,5% che Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio possiede in Mps. Definisce le indiscrezioni «pura invenzione». Piazza Affari risponde con quello che sa fare meglio: separa, pesa, giudica. Con un verdetto immediato. Il titolo di piazza Gae Aulenti sale dell’1,4% a 72,4 euro, quello di Montepaschi scivola dell’1,3% a 9,2 euro.Il comunicato diffuso da Unicredit prima dell’apertura dei mercati non lascia spazio all’interpretazione. Le voci su un interesse per Mps, alimentate dall’ipotesi di un investimento da 5 miliardi per rilevare la partecipazione di Delfin, vengono archiviate come «speculative e ingiustificate». Non solo. L’istituto guidato da Andrea Orcel si dice «rammaricato di dover nuovamente intervenire per smentire voci che sono pura invenzione».Certo, Unicredit non rinnega la propria vocazione al risiko bancario. Anzi ribadisce che le operazioni di M&A restano «uno strumento strategico per il gruppo» e il team dedicato è lì per «valutare tutte le opzioni». Ma valutare non significa trattare, analizzare non equivale a comprare». Peccato, perché l’operazione aveva sedotto più di un analista. Deutsche Bank, per esempio, aveva intravisto nella possibile fusione tra Unicredit e Mps una «consistente logica industriale»: più radicamento in Italia, rafforzamento nel credito al consumo e nel private banking, e soprattutto l’effetto Mediobanca, confluita in Mps dopo la più clamorosa operazione di consolidamento dello scorso anno. Senza dimenticare il capitolo Generali, di cui Mps ha ereditato il 13%. Una partita degna del miglior risiko.Per Mps, invece, la giornata è più complicata. Non tanto per la smentita di Unicredit, quanto per quello che continua a muoversi sotto la superficie. Secondo il Sole 24 Ore, nel comitato nomine della banca senese sarebbero emerse tensioni significative, con un orientamento critico – se non apertamente contrario – alla riconferma dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Un segnale che pesa, soprattutto perché arriva dopo che a dicembre 2025 il consiglio di amministrazione aveva espresso fiducia unanime nel manager. Poi, con l’avvio delle procedure per la presentazione della lista per il rinnovo all’inizio del 2026, qualcosa si è incrinato. In questo clima, la smentita di Unicredit finisce per avere un effetto collaterale: spegne una possibile opzione strategica proprio mentre a Siena si apre una fase delicata di governance. Non è un caso che il titolo Mps paghi pegno in Borsa, mentre Unicredit viene premiata per aver rimesso ordine nel racconto.A guardare il quadro dall’alto, però, la storia non finisce qui. Mirko Sanna, analista del settore finanziario di S&P, lo ha detto all’Italy annual press conference dell’agenzia di rating: il consolidamento bancario «continuerà». L’Italia resta un’anomalia, con Intesa da una parte, Unicredit dall’altra e l’assenza di un vero terzo polo in grado di allineare il sistema a quello di Paesi come Spagna e Francia. Il ritiro dell’offerta di Unicredit per Banco Bpm ha lasciato «un’opportunità» Restano molte banche piccole, spesso guidate da holding familiari o interessi locali che dettano strategie individuali. In definitiva come spesso accade nel grande romanzo bancario italiano, il capitolo più interessante potrebbe essere proprio il prossimo.
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