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2022-01-27
Nel risiko del Quirinale Letta sa dire solo no. La Meloni incalza Salvini
Maria Elisabetta Casellati, presidente del Senato (Ansa)
«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).
Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.
La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale».
Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».
Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi».
Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. E continuano a farlo.
Il vero disturbatore è il leader dem. Meloni: «Avanti con uno dei nostri»
La giornata di ieri è quella in cui Giorgia Meloni prova a dare la sveglia al centrodestra e a Matteo Salvini, mentre Giuseppe Conte propone la candidatura di Elisabetta Belloni e Antonio Tajani si propone per il Quirinale. Scendono le quotazioni di Mario Draghi, stazionarie quelle di Maria Elisabetta Alberti Casellati, mentre Enrico Letta è sempre più isolato all’interno del suo partito e si lascia andare a ricatti politici che ne dimostrano la debolezza e il nervosismo. Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa?
Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale.
Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti.
Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi.
Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
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Tira e molla su Pier Ferdinando Casini. Il leader della Lega: «Una soluzione è possibile». Oggi quarta votazione: si possono tentare blitz. Il segretario del Pd boccia preventivamente la presidente del Senato. Il suo sogno resta Mario Draghi al Colle, ma in pochi lo seguono.L’ex premier continua a imporre veti senza proporre alcun nome, persino nel suo partito cresce l’irritazione. Fdi sprona il centrodestra, lasciando però il pallino a Matteo Salvini. Il M5s sempre più diviso si aggrappa a Elisabetta Belloni.Lo speciale contiene due articoli.«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale». Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi». Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. 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Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa? Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale. Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti. Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi. Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
Getty Images
Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e i giornalisti dell’Afp presenti sul posto, centinaia di sostenitori di Hezbollah hanno attraversato Beirut in corteo, soprattutto nei pressi del Parlamento e lungo la strada che conduce all’aeroporto internazionale. In diversi punti sono stati incendiati pneumatici per bloccare il traffico, mentre sui social sono circolati video che mostrerebbero momenti di tensione tra manifestanti e forze armate libanesi.
La ragione della protesta è evidente. L’accordo, con i 14 punti, stabilisce che il ritiro israeliano dal Libano meridionale non sarà automatico, ma dipenderà dalla capacità dell’esercito libanese di assumere il controllo dell’area e dal progressivo disarmo di Hezbollah. Un meccanismo che colpisce direttamente uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran ha esercitato la propria influenza nel Levante. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto duramente l’intesa, definendola «nulla» e sostenendo che debbano invece essere applicate le disposizioni del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Secondo Qassem, l’accordo firmato a Washington rappresenta «un’umiliazione, una vergogna e una rinuncia alla sovranità». Il leader sciita ha inoltre accusato le autorità libanesi di condurre il Paese verso un grave errore politico. «Non abbiamo abbandonato il campo nelle circostanze più difficili e non lo abbandoneremo», ha dichiarato.
Sulla stessa linea il deputato Ihab Hamadeh, che ha definito pericoloso subordinare il ritiro delle Idf al disarmo della milizia sciita. Secondo il parlamentare, Hezbollah continuerà a combattere «fino alla completa liberazione del territorio» e l’accordo resterà «solo inchiostro su carta». Alle critiche di Hezbollah si sono uniti anche gli Houthi yemeniti, altro alleato strategico dell’Iran. Il dirigente Mohammed al-Farah ha definito l’intesa «una cospirazione contro la resistenza», evocando il rischio di una guerra civile in Libano. Critico anche il leader druso Walid Jumblatt, secondo cui l’accordo è «tripartito nella forma, ma unilaterale nella sostanza, perché privo di un vero cessate il fuoco». Nel frattempo Israele ha dimostrato di non voler modificare il proprio approccio militare. L’aviazione israeliana ha colpito alcuni miliziani di Hezbollah nella zona di Nabatieh, nel Libano meridionale, ritenuti una minaccia per le truppe schierate nell’area. È stato il primo attacco dopo la firma dell’accordo.
L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha chiarito che Israele manterrà la propria presenza nella fascia di sicurezza finché le Forze armate libanesi non dimostreranno concretamente di poter disarmare Hezbollah e garantire la sicurezza del confine. Non esisteranno scadenze automatiche: ogni fase sarà subordinata a risultati verificabili. Anche l’eventuale ricostruzione del Libano con il sostegno della comunità internazionale potrà iniziare soltanto dopo il disarmo della milizia. È questo il punto decisivo dell’intesa. Per la prima volta la stabilizzazione del Libano viene collegata esplicitamente allo smantellamento dell’apparato militare di Hezbollah. Se il processo verrà portato a termine, l’Iran perderà il suo principale strumento di pressione contro Israele e vedrà ridursi drasticamente la propria influenza nel Paese dei Cedri. Per Teheran si tratta di una delle più gravi sconfitte strategiche subite negli ultimi decenni.
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Piazza Enghelab a Teheran (Getty Images)
«Questi brutali attacchi, che hanno preso di mira le strutture di sorveglianza costiera iraniane, costituiscono una palese violazione del memorandum d’intesa», ha tuonato Teheran, che ha lanciato, in rappresaglia, dei droni contro il Bahrain. Dura la reazione del governo di Manama, che ha accusato l’Iran di «sabotare gli sforzi di pace». Gli attacchi di Teheran contro il Bahrain sono stati condannati «con la massima fermezza» anche dal segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi.
«L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno disaccordi su come viene applicato il memorandum d’intesa, possono chiamarci. Ma alla violenza si risponderà con la violenza», ha affermato, dal canto suo, JD Vance. «L’America, sostenendo le azioni delle sue forze per procura nella regione, ha violato il primo articolo del memorandum d’intesa e, continuando a creare tensioni nello Stretto di Hormuz, ha violato il quinto articolo», ha, nel frattempo, dichiarato il consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaei, che ha promesso anche una risposta «rapida e decisa». Frattanto, ieri, una petroliera ha reso noto di essere stata colpita da un proiettile non identificato nello Stretto di Hormuz. Dall’altra parte, sempre ieri, un funzionario statunitense ha riferito alla Cnn che i droni iraniani non avrebbero raggiunto i loro obiettivi. Nel mentre, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta nello Stretto di Hormuz.
Insomma, cresce la tensione militare. E il destino del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran appare sempre più appeso a un filo. Questo non significa tuttavia che la diplomazia si sia interrotta. Ieri è stato reso noto che, venerdì, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è sentito telefonicamente con l’omologo egiziano, Badr Abdelatty, per parlare dei negoziati tra gli Usa e la Repubblica islamica. Nell’occasione, secondo una nota del governo del Cairo, Abdelatty ha «sottolineato l’importanza di proseguire i colloqui tra Stati Uniti e Iran con serietà e buona fede, al fine di raggiungere un accordo definitivo che tenga conto degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti». Ieri, Araghchi ha avuto una telefonata anche con l’omologo emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed, il quale ha chiesto che venga garantita la libertà di navigazione a Hormuz e che sia rispettato il memorandum tra Washington e Teheran. Non solo. Sempre ieri, Al Arabiya ha altresì rivelato che il prossimo ciclo di negoziati tra americani e iraniani dovrebbe tenersi a Doha e che, in particolare, dovrebbe concentrarsi sul tema dei fondi congelati della Repubblica islamica. La stessa testata ha riportato che si dovrebbe tenere un ulteriore incontro in Pakistan dedicato allo spinoso dossier del nucleare.
Nel frattempo, ieri Vance ha difeso la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. «Se raggiungiamo l’accordo finale, allora bene. Se non lo raggiungiamo, il loro programma nucleare sarà comunque distrutto. Saranno comunque un Paese molto più debole», ha dichiarato. «Quindi, secondo me, l’America vince in ogni caso», ha aggiunto. «Se guardiamo al petrolio in questo momento, è sceso di nuovo a 73 dollari al barile, per poi risalire a 126 dollari al barile. Quindi, c’è un segnale che qualcosa di reale sta succedendo qui», ha continuato. Ricordiamo che, oltre a essere a capo del team negoziale americano, il vicepresidente è, nell’amministrazione Trump, probabilmente la figura più favorevole a raggiungere una soluzione diplomatica con Teheran. Maggiore scetticismo viene invece nutrito dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, e dal direttore della Cia, John Ratcliffe. Come che sia, almeno per il momento, Trump propende per la via diplomatica. E questo per due ragioni principali: vuole evitare il pantano in Iran e portare a un rapido abbassamento del costo della benzina negli Stati Uniti per rafforzare politicamente il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Fratture si registrano anche nel regime khomeinista. Se i pasdaran premono ancora per la linea dura con Washington, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, auspica un accordo per far fronte alla situazione economica disastrosa in cui versa la Repubblica islamica: secondo dati diffusi ieri, a giugno l’inflazione in Iran è aumentata vertiginosamente. Una situazione, questa, che mette il governo di Teheran ulteriormente sotto pressione.
Bisognerà quindi adesso comprendere se la tensione militare tra Stati Uniti e Iran aumenterà o diminuirà. Da questo dipenderà il destino del memorandum d’intesa sottoscritto dai due rivali. In questo senso, sarà interessante valutare il peso degli ultimi avvenimenti bellici sul prosieguo dei negoziati relativi ai fondi iraniani congelati e, soprattutto, all’uranio arricchito detenuto dal regime khomeinista. Solo il tempo ci dirà se la diplomazia muoverà dei passi avanti. E chi uscirà vincitore dal complicato braccio di ferro in corso tra Washington e Teheran.
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Ansa)
La Russia sta combattendo contro l’Ucraina. Noi sosteniamo il diritto internazionale. In futuro vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, come in passato. Ma ora dobbiamo rispettare il diritto internazionale e metter fine a questa guerra. Dobbiamo combattere usando la diplomazia. Per questo occorre che gli europei siano più uniti». Tajani ha aggiunto che «l’Italia lavora duramente per l’adesione all’Unione europea dei Paesi balcanici, oltre che di Ucraina e Moldova».
L’amicizia italo-russa era stata rafforzata nell’ultimo ventennio dal premier Silvio Berlusconi, amico personale del presidente russo Vladimir Putin. Rinnovo di un’eredità antica, se si pensa alla visita del 1909 dello zar Nicola II alla reggia piemontese di Racconigi, ospite di re Vittorio Emanuele III, o, in epoca sovietica, agli accordi industriali del 1966 tra la Fiat e la Lada-Vaz per produrre su licenza l’utilitaria Fiat 124, chiamata Zigulì dai russi.
La pace, tuttavia, resta lontana. Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha chiesto un incontro con Putin, ma a condizione di un ritiro delle truppe di Mosca. Irrealistico poiché nessuno abbandona terre pagate sangue se non costretto con la forza. Ha detto: «La Russia deve uscire dall’Ucraina con la sua guerra, non vogliamo alcuna guerra. L’Ucraina ha avanzato proposte ai nostri partner chiave, e gli amici di Putin hanno anche sentito da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. La Russia deve ora compiere quel passo verso la pace». Le truppe russe seguitano a pressare in più punti del fronte e ieri avrebbero conquistato il villaggio di Novoskelevatoye, nella zona di Dnipropetrovsk.
Kiev reagisce con lo stillicidio di droni e missili su obbiettivi in Russia. Ciò ha fatto dire al segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’Atlantic council di Washington: «L’Ucraina sta andando bene. Sono ancora all’avanguardia rispetto ai russi in innovazione, per esempio nei droni e nei sistemi antidrone. Hanno sempre più successo nel colpire infrastrutture energetiche e di supporto alla difesa in Russia. La produzione delle raffinerie russe è diminuita di un terzo». Ha aggiunto che «spendono oltre il 40% per la Difesa, quasi il 50%, significa che più del 70% delle entrate fiscali in Russia è speso per la Difesa». Il ministero della Difesa di Mosca ha affermato di aver abbattuto in 24 ore «511 droni ucraini e tre missili da crociera Flamingo». Zelensky ha esaltato l’assalto di cinque missili FP-5 Flamingo a una fabbrica militare di Volgograd, l’ex-Stalingrado, che ha causato un morto e dieci feriti. È stato bersagliato il Centro federale di ricerca e produzione Titan-Barrikady, che produce sistemi per missili balistici Yars, Topol-M e Iskander-M, nonché cannoni semoventi. Simbolo della storia della città, che in epoca zarista si chiamava Tsarytsin, la fabbrica nacque nel 1914 come «fabbrica munizioni Tsarytsin». In epoca sovietica, mentre la città veniva intitolata a Stalin, la fabbrica divenne «Barricate rosse» e fu al centro di combattimenti urbani fra russi e tedeschi nella battaglia di Stalingrado del 1942. Il missile Flamingo, più grosso di un Tomahawk americano, è lungo 12 metri, più 2 metri di booster per il lancio dal suolo, e avrebbe una testata da 1150 chili e un raggio d’azione fino a 3000 chilometri. È tra gli esempi di joint venture fra aziende ucraine e straniere, infatti è prodotto dalla Fire point di Kiev, ma il progetto viene dalla ditta anglo-emiratina Milanion, che lo presentò alla fiera Idex del 2025.
Fra altre incursioni di ieri, il servizio segreto ucraino Sbu ha annunciato che le «unità speciali Alpha hanno colpito con droni» la stazione di pompaggio di Vtorovo, nella regione di Vladimir, asservita all’oleodotto che rifornisce Mosca di gasolio. L’oleodotto, della società Transneft-verkhnyaya olga, alimenta le cisterne della capitale, sia per i consumi locali, sia per l’esportazione, con diramazioni verso i porti del Mar Baltico. La stazione di pompaggio era già stata colpita il 24 maggio e il10 giugno. È sempre arduo quantificare i danni causati dagli ordigni ucraini, che talvolta possono colpire gli obbiettivi di striscio o come rottami di ricaduta, il che limita la portata delle distruzioni.
Di nessun valore militare, se non culturale, è invece il museo «Sambekskie vysoty» di Rostov, dedicato «agli eroi della Grande guerra patriottica (1941-1945)». Qui un velivolo ucraino senza pilota ha ferito 12 persone. Anche i russi martellano. Notevole è stata la distruzione di due caccia ucraini Mig-29 pronti al decollo, già carichi di bombe, sulla pista della base aerea di Voznesensk, nella regione di Nikolaev. Sono stati centrati al suolo con due droni Geran 4, versione potenziata dai russi dello Shahed iraniano, col motore a elica rimpiazzato da un turbogetto. Un terzo Mig-29 ucraino potrebbe essere stato abbattuto in volo dai russi presso Poltava. Kiev ammette solo «la perdita del velivolo», ma il pilota s’è salvato col sedile eiettabile. L’aviazione russa ha lanciato 30, fra droni e bombe aeree, sulle regioni di Sumy e Dnipropetrovsk e ha colpito la raffineria di petrolio Yukoil di Zaporizhzhia. Ognuna delle due parti spera nell’esaurimento del nemico.
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