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2022-01-27
Nel risiko del Quirinale Letta sa dire solo no. La Meloni incalza Salvini
Maria Elisabetta Casellati, presidente del Senato (Ansa)
«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).
Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.
La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale».
Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».
Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi».
Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. E continuano a farlo.
Il vero disturbatore è il leader dem. Meloni: «Avanti con uno dei nostri»
La giornata di ieri è quella in cui Giorgia Meloni prova a dare la sveglia al centrodestra e a Matteo Salvini, mentre Giuseppe Conte propone la candidatura di Elisabetta Belloni e Antonio Tajani si propone per il Quirinale. Scendono le quotazioni di Mario Draghi, stazionarie quelle di Maria Elisabetta Alberti Casellati, mentre Enrico Letta è sempre più isolato all’interno del suo partito e si lascia andare a ricatti politici che ne dimostrano la debolezza e il nervosismo. Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa?
Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale.
Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti.
Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi.
Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
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Tira e molla su Pier Ferdinando Casini. Il leader della Lega: «Una soluzione è possibile». Oggi quarta votazione: si possono tentare blitz. Il segretario del Pd boccia preventivamente la presidente del Senato. Il suo sogno resta Mario Draghi al Colle, ma in pochi lo seguono.L’ex premier continua a imporre veti senza proporre alcun nome, persino nel suo partito cresce l’irritazione. Fdi sprona il centrodestra, lasciando però il pallino a Matteo Salvini. Il M5s sempre più diviso si aggrappa a Elisabetta Belloni.Lo speciale contiene due articoli.«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale». Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi». Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. 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Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa? Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale. Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti. Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi. Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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