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2022-01-27
Nel risiko del Quirinale Letta sa dire solo no. La Meloni incalza Salvini
Maria Elisabetta Casellati, presidente del Senato (Ansa)
«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).
Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.
La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale».
Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».
Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi».
Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. E continuano a farlo.
Il vero disturbatore è il leader dem. Meloni: «Avanti con uno dei nostri»
La giornata di ieri è quella in cui Giorgia Meloni prova a dare la sveglia al centrodestra e a Matteo Salvini, mentre Giuseppe Conte propone la candidatura di Elisabetta Belloni e Antonio Tajani si propone per il Quirinale. Scendono le quotazioni di Mario Draghi, stazionarie quelle di Maria Elisabetta Alberti Casellati, mentre Enrico Letta è sempre più isolato all’interno del suo partito e si lascia andare a ricatti politici che ne dimostrano la debolezza e il nervosismo. Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa?
Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale.
Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti.
Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi.
Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
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Tira e molla su Pier Ferdinando Casini. Il leader della Lega: «Una soluzione è possibile». Oggi quarta votazione: si possono tentare blitz. Il segretario del Pd boccia preventivamente la presidente del Senato. Il suo sogno resta Mario Draghi al Colle, ma in pochi lo seguono.L’ex premier continua a imporre veti senza proporre alcun nome, persino nel suo partito cresce l’irritazione. Fdi sprona il centrodestra, lasciando però il pallino a Matteo Salvini. Il M5s sempre più diviso si aggrappa a Elisabetta Belloni.Lo speciale contiene due articoli.«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale». Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi». Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. 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Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa? Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale. Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti. Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi. Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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