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2022-01-27
Nel risiko del Quirinale Letta sa dire solo no. La Meloni incalza Salvini
Maria Elisabetta Casellati, presidente del Senato (Ansa)
«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).
Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.
La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale».
Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».
Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi».
Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. E continuano a farlo.
Il vero disturbatore è il leader dem. Meloni: «Avanti con uno dei nostri»
La giornata di ieri è quella in cui Giorgia Meloni prova a dare la sveglia al centrodestra e a Matteo Salvini, mentre Giuseppe Conte propone la candidatura di Elisabetta Belloni e Antonio Tajani si propone per il Quirinale. Scendono le quotazioni di Mario Draghi, stazionarie quelle di Maria Elisabetta Alberti Casellati, mentre Enrico Letta è sempre più isolato all’interno del suo partito e si lascia andare a ricatti politici che ne dimostrano la debolezza e il nervosismo. Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa?
Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale.
Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti.
Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi.
Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
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Tira e molla su Pier Ferdinando Casini. Il leader della Lega: «Una soluzione è possibile». Oggi quarta votazione: si possono tentare blitz. Il segretario del Pd boccia preventivamente la presidente del Senato. Il suo sogno resta Mario Draghi al Colle, ma in pochi lo seguono.L’ex premier continua a imporre veti senza proporre alcun nome, persino nel suo partito cresce l’irritazione. Fdi sprona il centrodestra, lasciando però il pallino a Matteo Salvini. Il M5s sempre più diviso si aggrappa a Elisabetta Belloni.Lo speciale contiene due articoli.«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale». Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi». Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. 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Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa? Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale. Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti. Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi. Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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