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2022-01-27
Nel risiko del Quirinale Letta sa dire solo no. La Meloni incalza Salvini
Maria Elisabetta Casellati, presidente del Senato (Ansa)
«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).
Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.
La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale».
Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».
Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi».
Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. E continuano a farlo.
Il vero disturbatore è il leader dem. Meloni: «Avanti con uno dei nostri»
La giornata di ieri è quella in cui Giorgia Meloni prova a dare la sveglia al centrodestra e a Matteo Salvini, mentre Giuseppe Conte propone la candidatura di Elisabetta Belloni e Antonio Tajani si propone per il Quirinale. Scendono le quotazioni di Mario Draghi, stazionarie quelle di Maria Elisabetta Alberti Casellati, mentre Enrico Letta è sempre più isolato all’interno del suo partito e si lascia andare a ricatti politici che ne dimostrano la debolezza e il nervosismo. Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa?
Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale.
Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti.
Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi.
Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
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Tira e molla su Pier Ferdinando Casini. Il leader della Lega: «Una soluzione è possibile». Oggi quarta votazione: si possono tentare blitz. Il segretario del Pd boccia preventivamente la presidente del Senato. Il suo sogno resta Mario Draghi al Colle, ma in pochi lo seguono.L’ex premier continua a imporre veti senza proporre alcun nome, persino nel suo partito cresce l’irritazione. Fdi sprona il centrodestra, lasciando però il pallino a Matteo Salvini. Il M5s sempre più diviso si aggrappa a Elisabetta Belloni.Lo speciale contiene due articoli.«A Enrico Letta piace giocare a tennis da solo, così vince». La battuta del vecchio colonnello leghista (quattro elezioni sul groppone) illustra la posizione fantozziana del segretario del Pd, che nella terza giornata delle schede bianche continua a ributtare la palla oltre la rete. Dopo avere bocciato tutti i nomi del centrodestra senza mai averne pronunciato uno suo, lo stizzito Signor No continua nella strategia attendista per un motivo elementare: il suo candidato è Sergio Mattarella, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (anche se il bis dell’ex dc potrebbe essere il preludio al futuro arrivo sul Colle dello stesso Draghi, che a dispetto delle dichiarazioni di facciata sarebbe il vero candidato prediletto da Letta).Il gioco è scoperto, anche Matteo Renzi sembra dargli corda; ieri lunga riunione fra i due, ma del senatore di Scandicci non si fida nessuno. La possibile convergenza di tutto il centrodestra su Maria Elisabetta Casellati per la quarta votazione diventa per il mondo progressista un insopportabile incubo. Improvvisamente anche la presidente del Senato è percepita «divisiva» come tutti gli altri. E come sarebbe dipinto Pier Ferdinando Casini al momento opportuno, pur arrivando dalla strada della parrocchia cattodem (va ricordato che a Bologna fu silurato innanzitutto dai suoi). L’unico candidato accettabile fuori dal ticket servile chiesto dall’Europa sarebbe Giuliano Amato, oggi buon tennista, ex socialista a fine corsa che la sinistra salvò prima dalle inchieste giudiziarie e poi dalla damnatio memoriae.La terza votazione ha mostrato qualche novità, con l’aumento dei voti per Mattarella (125) e l’ingresso sul tableau di Guido Crosetto (114), fondatore di Fratelli d’Italia, che commenta: «Sono commosso, ma al Colle vado il 2 giugno se mi invitano». La prima verifica seria sarà oggi con il quarto scrutinio e la maggioranza che diventa assoluta (505). La proposta di Letta di chiudersi in conclave e buttare via la chiave è teatro di periferia, lui attende solo che Mattarella lieviti come un soufflé. Se n’è accorto Ignazio La Russa: «Quando ho visto i piddini con tutte quelle sedie mi sono venute in mente le sedute di alcolisti anonimi. Si scherza ma non capisco a cosa possa servire un conclave, poi a pane e acqua, avrei capito a pizza e vino». Poi più seriamente: «Abbiamo il dovere verso i nostri elettori di centrodestra che per la prima volta in Parlamento e nel Paese sono di più della sinistra, di proporre un nome o più nomi della nostra area culturale». Nella coalizione si pensa di forzare oggi su Casellati o su un altro candidato coperto. L’invito di Fratelli d’Italia agli alleati arriva attraverso una nota: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta su un candidato della coalizione come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo fra quelli presentati ieri». Intento chiarissimo: scegli fra Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio (o Casellati) e avanti tutta. Per il leader leghista, che ieri si è sentito con Silvio Berlusconi, attraversare il canyon potrebbe essere un’impresa ma anche una trappola. Lui è ottimista: «Siamo pronti con altri nomi. Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. Non mi piace escludere nessuno, neppure Draghi e Casini. La soluzione può essere vicina, al centrosinistra chiedo lealtà e concretezza». Smentito un suo incontro con il costituzionalista Sabino Cassese. Poi c’è Mario Draghi, il candidato dei giornali. Finora il suo nome ha mostrato molto più appeal sui media che in Aula. Uno dei suoi sponsor principali, Giancarlo Giorgetti, sussurra: «Nessuno vuole votarlo». Non il M5s, non buona parte della Lega, non Fratelli d’Italia, non i berlusconiani di ferro. Ma neanche mezzo Pd, quello che fa capo a Dario Franceschini, con il quale il premier ha avuto parecchi scontri. E allora dove va con il solo Letta a fargli da bodyguard? Risponde Andrea Marcucci, senatore piddino di estrazione renziana, che governa i voti di Base riformista: «È un patrimonio del Paese, va preservato a palazzo Chigi. Certo, se una parte cerca di prevalere sull’altra non ne usciamo più». Poi la solita profezia da mago Otelma: «Avremo il nuovo presidente entro domenica».Nel frattempo continua ad aleggiare lady Casellati. Letta ne è letteralmente terrorizzato: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto». Farebbe saltare solo la sua poltrona al Nazareno per manifesta incapacità di negoziare, ma ogni opinione ci sta. Anche Giuseppe Conte registra lo stallo, ma annota con piacere i voti all’ex presidente. In sua vece parla un deputato grillino che chiede l’anonimato: «Molti voti per Mattarella sono nostri». Primo Di Nicola aggiunge: «Siamo in tanti e quei voti potrebbero aumentare sempre. Attenzione alle trattative improbabili, e basta a candidati divisivi». Numerosi 5 stelle stanno chiedendo a Conte di sondare la volontà del presidente uscente prima di abbandonare definitivamente la carta, nella speranza che ci ripensi. Avanti piano senza idee, la sinistra fantozziana sulla corazzata Potemkin non ha ancora pronunciato un nome. Si martella sui pollici, fa catenaccio e rifiuta tutto però si sente molto istituzionale. «Non è più tempo del muro contro muro», tuonano. 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Per condire la giornata di caos, in serata il Foglio fa circolare la notizia che Matteo Salvini è andato a casa di Sabino Cassese, collaboratore dello stesso giornale e giudice emerito della Corte costituzionale. La notizia dell’incontro viene smentita dalla Lega e da Matteo Salvini. Diversivi, armi di distrazione di massa, carte coperte, accelerazioni, frenate; la vigilia della giornata di oggi, quella della famigerata quarta votazione, con il quorum che scende a 505, è quella nella quale il centrodestra si trova al bivio: tentare la conta su un nome e iniziare a giocare la partita o prolungare il riscaldamento in attesa di capire se ci sono i margini per trovare un’intesa con la sinistra o una parte di essa? Salvini non vuole sbagliare la mossa: si è mosso da leader della coalizione e quindi un eventuale flop sarebbe fatale. Quando la Meloni si smarca dalla liturgia delle schede bianche e annuncia il voto per Crosetto, nel Carroccio scatta l’allarme rosso. Cosa ha in mente Giorgia? Vuole davvero tentare di eleggere al Colle una personalità proveniente dal centrodestra, oppure vuole mettere Salvini spalle al muro, far saltare le trattative in corso per far precipitare la situazione su Mario Draghi? «La mossa di Giorgia», dice alla Verità un autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, «è servita a dimostrare che possiamo allargare il consenso oltre la coalizione. I 50 voti in più a Crosetto lo dimostrano». E se fossero arrivati da Lega, Forza Italia o da qualche altra forza politica del centrodestra? «Qualcuno forse sì, ma sono arrivati anche da altri ambienti», aggiunge la nostra fonte, «lo dico con cognizione di causa». Per restare nel centrodestra, si segnala un iper attivismo di Antonio Tajani, che sogna il Quirinale. Intanto dalle parti del M5s l’aria è sempre più incandescente: tra i parlamentari si diffonde la voce che Giuseppe Conte ha proposto a Matteo Salvini il nome di Elisabetta Belloni, il capo dei nostri servizi segreti. La Belloni ha anche un ottimo rapporto con Luigi Di Maio, essendo stata segretario generale della Farnesina. Potrebbe unire il M5s, lacerato dalla guerra fredda interna tra Conte e Di Maio, ma non sfonderebbe in altre forze politiche, in particolare nel centrodestra. Riccardo Fraccaro continua a credere nella ipotesi Giulio Tremonti. Passiamo al Pd: nel pomeriggio Enrico Letta si rende conto che ormai il suo «Draghi o morte» sta sfasciando il partito (che al 90% è contrario al trasloco del premier al Colle), la coalizione (nel M5s tranne Di Maio nessuno vuole Draghi al Quirinale perché i parlamentari sono terrorizzati dalla prospettiva della fine della legislatura) e la stessa candidatura di Draghi, di cui si è fatto portabandiera il leader più debole del partito più instabile di tutta la coalizione giallorossa. Nervoso come non mai, Letta vede fantasmi ovunque, percepisce il rischio che il centrodestra tenti di portare a casa il risultato lanciando in pista la Casellati, e pubblica sui social un post che ha il gusto amaro del ricatto politico: «Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato», scrive Letta, «insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto». Eccolo, il paladino della stabilità di governo: minaccia le elezioni anticipate, con la pandemia in corso, il Pnrr che ha appena iniziato il percorso, la guerra che incombe in Europa, se per caso il centrodestra proponesse la seconda carica dello Stato. «Letta», commenta un autorevole esponente dem, «non dispone del destino della legislatura. Ci ha tenuti bloccati sulla candidatura di Draghi, ma ormai la sua strategia è naufragata». Del resto, nel Pd ormai ciascuno fa quello che gli passa per la testa: ci risulta, ad esempio, che i 52 voti incassati ieri da Pierferdinando Casini siano un segnale di Dario Franceschini, tra i principali sponsor dell’ex presidente della Camera insieme a Matteo Renzi. Il pallino resta comunque saldamente nelle mani del centrodestra, che con l’exploit di Crosetto, secondo quanto riferito, avrebbe a questo punto già alcune decine di voti in più rispetto ai 450 di partenza. Oggi sapremo se Salvini deciderà di lanciare in campo un nome oppure continuare ad attendere una intesa con il Pd che sembra sempre più difficile. Ieri in serata ha cominciato a circolare il nome di Casini, eletto con i dem ma il cui nome sarebbe spuntato, secondo le indiscrezioni, anche sul tavolo del centrodestra. L’ipotesi ha però incassato il secco no dei grillini. Non si può escludere un primo tentativo di conta, magari lanciando un nome dei tre della rosa, Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Oggi sarebbe stato il giorno di Silvio Berlusconi: il Cav voleva giocarsi tutto alla quarta votazione, ma poi è stato spinto a ritirarsi. Anche per questo motivo, considerati i franchi tiratori in agguato, la prudenza è d’obbligo.
iStock
Non è fantascienza: OpenAI sta lanciando uno strumento «per contribuire allo sviluppo di nuove capacità di biodifesa e di preparazione alle pandemie» sostenendo organizzazioni «dalla prevenzione e individuazione precoce, alla resilienza sociale e allo sviluppo di contromisure mediche». L’azienda fondata nel 2015, che si occupa di ricerca e sviluppo dell’Intelligenza artificiale e diventata famosa nel 2022 con ChatGPT, chatbot (programma informatico) di IA che utilizza l’elaborazione del linguaggio naturale (Pnl) per comprendere le domande degli utenti e automatizzare le risposte, generare immagini e testo, ha un nuovo programma.
Si chiama Rosalind Biodefense e offrirà il suo modello GPT-Rosalind per la ricerca nel campo delle scienze della vita a «sviluppatori di fiducia» che mettono in pratica strumenti di biodifesa. In parallelo, sta ampliando l’accesso a GPT-Rosalind ad alcuni partner del governo statunitense e dei suoi alleati, al fine di supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa.
In pratica, OpenAI fornirà supporto per sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Già accade in numerosi centri statunitensi. Il Lawrence Livermore national laboratory (Llnl), dove si lavora «al servizio della sicurezza nazionale», sta abbinando il modello GPT-Rosalind al suo lavoro di supercalcolo e simulazione per progettare e valutare contromisure mediche.
Il Johns Hopkins applied physics laboratory prevede di integrare GPT-Rosalind «in una piattaforma di ingegneria proteica che analizza enzimi mutanti per individuare terapie, contromisure e caratterizzazione delle minacce biologiche», fa sapere R&D World che fornisce contenuti a laboratori di ricerca e sviluppo di aziende, enti governativi e università di tutto il mondo.
Con il messaggio che OpenAI si sta impegnando per individuare e mitigare minacce biologiche, pandemie prima che si aggravino, si sorvola su quelle che possono essere le conseguenze di un uso improprio di misure di sicurezza, «supportando la generazione di ipotesi» formulate da macchine, ma su algoritmi di cui sono artefici gli sviluppatori e noi, le cavie.
Inoltre, non viene menzionato alcun ente regolatore specifico su questi strumenti, prima che vengano ampiamente utilizzati. Eppure, i ricercatori hanno avvertito che i modelli di Intelligenza artificiale addestrati su dati biologici potrebbero essere utilizzati impropriamente per contribuire alla progettazione di agenti patogeni pericolosi. Ma è stato soprattutto papa Leone XIV a mettere in guardia sull’uso improprio di IA.
Nell’enciclica Magnifica humanitas ha detto che le moderne Intelligenze artificiali sono «più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali - come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi - rimangono al momento sconosciuti. Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale».
Papa Prevost lo dice chiaramente: «L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà». Avverte del rischio, di «un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati».
Non c’è nulla di neutrale, nel dettare sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Ancora una volta, è il pontefice ad ammonire sul «volto inedito» del colonialismo. «Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta».
OpenAI vuole supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa, ma occorrerà monitorare attentamente quali iniziative prenderà.
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Ylenia Zambito e Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Né si è parlato a sufficienza delle strettissime relazioni tra il Partito democratico e la Fondazione Toscana life sciences (Tls, ente non profit di ricerca scientifica), che negli stessi mesi del gran rifiuto dei monoclonali proposti dalla multinazionale farmaceutica americana Eli Lilly, avviò la sperimentazione di un farmaco proprio a base di anticorpi monoclonali: gli stessi che si sarebbero potuti avere mesi prima gratis.
Allora, a fine febbraio 2021 (due settimane dopo l’insediamento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio), Invitalia guidata da Domenico Arcuri acquisì il 30 per cento del capitale di Tls Sviluppo, versando 15 milioni di euro per sperimentare un farmaco anti Covid da iniettare intramuscolo. L’erogazione era stata disposta dal ministero dello Sviluppo economico già a dicembre 2020 ed era destinata alla stessa Tls finanziata dalla Regione Toscana, da sempre a maggioranza Pd, dal Comune e dalla Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena: l’orticello scientifico del Partito democratico, insomma, che oggi in commissione Covid con i suoi commissari - tra cui la senatrice Ylenia Zambito - dovrebbe fare luce proprio su quei farmaci rifiutati e sul conseguente spreco di fondi pubblici.
«La pandemia è stata una mangiatoia», ha dichiarato ieri Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, «più scaviamo e più troviamo collegamenti con la sinistra al governo di allora. I collegamenti tra questa vicenda e ambienti legati al Partito democratico sono evidenti e la senatrice Zambito dovrebbe dimettersi, visto il gigantesco conflitto d’interessi che ha». Zambito, professore ordinario presso il dipartimento di farmacia dell’università di Pisa, dal 2001 è attiva in politica prima per i Ds, poi per il Pd: dal 2018 al 2022 è stata membro della direzione regionale del Partito democratico in Toscana, venendo poi eletta al Senato nel 2022. E in pandemia era regolarmente consultata da Sandra Zampa (Pd), allora sottosegretario alla Salute. Come docente, ha condiviso regolarmente tavoli di discussione e convegni scientifici con i referenti della Tls, spendendosi per contrastare i tagli ai fondi originariamente assegnati al Biotecnopolo di Siena e a Toscana life sciences (socio fondatore del Biotecnopolo) per la ricerca sui vaccini e sui monoclonali.
La vicenda della donazione mancata parte a ottobre 2020 quando il professor Guido Silvestri, immunologo e virologo della Emory university di Atlanta, espatriato in America da decenni e pupillo, negli anni dell’emergenza Aids, della covata di immunologi capitanata da Anthony Fauci, aveva contattato tutti i referenti scientifici e istituzionali di allora per avvisare che la Eli Lilly era disponibile a offrire all’Italia 10.000 dosi gratuite di monoclonali anti Covid Bamlanivimab. Quell’offerta, partita il 9 ottobre 2020 da Guido Silvestri, fa il giro delle istituzioni, dal ministro della Salute, Roberto Speranza (Pd), in giù: ne vengono informati Ranieri Guerra, Giovanni Rezza (ex dg della Prevenzione), Giuseppe Ippolito e Andrea Antinori (rispettivamente direttore scientifico e dirigente clinico dell’ospedale Spallanzani di Roma) fino a Nicola Magrini (dg di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco) e Giorgio Palù, nominato presidente Aifa il 4 dicembre 2020. I monoclonali della Eli Lilly, però, non arriveranno mai: con profondo disappunto di Silvestri, che in quei giorni tenta di sensibilizzare Palù, il 22 dicembre 2020 Aifa pubblica un comunicato in cui incredibilmente smentisce di aver ricevuto proposte di cessione gratuita, si appiglia a problemi di approvazione in sede Ue ed evoca problemi di ordine etico, appellandosi alla necessità di uno «sforzo comune europeo per superare il problema».
«Secondo il governo di allora», commenta Zedda, «i monoclonali non erano utili, eppure lo Stato decideva di acquistare una parte di un’azienda farmaceutica concorrente alla Lilly». Ci sarebbero gli estremi per un danno erariale, ma il procedimento della Corte dei Conti si è nel frattempo arenato.
L’unica istituzione che sta cercando di riannodare i fili della vicenda è la commissione Covid: «Sta andando a fondo su tutti i temi», osserva il presidente Marco Lisei (Fdi), «certamente quello della donazione dei monoclonali, come d’altronde quello delle donazioni di mascherine alla Cina, è un fatto che ci ha determinato un danno erariale significativo. Gli sperperi di denaro pubblico durante la pandemia sono stati tanti e non possono trovare giustificazione, tra l’altro gli scudi erariali hanno impedito le indagini e le relative condanne della Corte dei Conti e anche questo non depone a favore del governo Conte. Dalle audizioni», ha sottolineato , «stanno emergendo tante verità poco conosciute e anche un monito su come si debba agire in futuro. Reputo molto grave la scelta di totale chiusura a qualsiasi forma di terapia, i monoclonali erano una grande occasione e si sono rivelati anche efficaci, invece allora le uniche indicazioni furono “Tachipirina e vigile attesa”». Quando sentiremo Palù e risentiremo Magrini chiederemo conto anche di questo scempio, non soltanto economico», ha promesso il presidente della commissione Covid.
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Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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